Viviana

Viviana

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Si è fatto tardi. Ora devo tornare a casa. Ci salutiamo con un bacetto e poi scappo via”. Mentre le venivano fuori queste parole, ci sollevammo, io dal divano, lei dalla poltrona ove ci eravamo rispettivamente accomodati un paio di ore prima, all’inizio di quel nostro incontro e quando ci avvicinammo per quello scambio che avrebbe dovuto accompagnare i saluti, la sorpresi con un bacio sulle labbra al quale non si sottrasse, consentendo da subito alla mia lingua di esplorare l’interno della sua bocca. E quando, mentre ci baciavamo, cominciai ad armeggiare sotto la maglia liberandole il seno dal puscah , lei si fece ricadere sulla poltrona, ponendo resistenza solo quando la mia mano tentò di scivolare all’interno della sua gonna – pantalone. “ No, sono indisposta, aspetta lunedì, ora devo proprio andare ma lunedì torno e, non avrò l’impedimento di oggi”. Eravamo solo a mercoledì, così accompagnandola verso l’uscita, sull’uscio di casa, baciandola ancora e di nuovo con piena accondiscendenza da parte sua, le chiesi conferma per il lunedì successivo. Lei mi assicurò che sì ci saremmo rivisti alle 16.00, “tanto mio marito torna tardi dal lavoro, quasi mai prima delle 21.00”. Onestamente non mi aspettavo tanta facilità di percorso. Mi parve subito che tutto era stato ordito da lei stessa perché finissimo a letto insieme.
La storia era nata in un certo senso, per caso. Conoscevo Viviana, questo il suo nome (di fantasia), da tempo perché avevamo un affine in comune. Qualche volta ci era persino capitato di trascorrere insieme, con le rispettive famiglie, qualcuna delle festività di fine d’anno e, guarda caso quella volta eravamo al 6 dicembre. Viviana aveva non da molto superato i quaranta portati benissimo, poiché nonostante piccolina di statura, la si poteva definire una Venere tascabile. Molto bello il viso con capelli a caschetto castani che conservava del suo colore naturale aiutandosi, come tutte dopo una certa età, con tinture in verità non sempre in maniera esente da critiche. Avrei scoperto nei mesi successivi il suo morboso attaccamento al danaro che forse qualche volta, nonostante si trattasse della sua persona, le faceva risparmiare sulla qualità delle tinture e del parrucchiere. Sospettai anzi nel tempo che qualche volta, non sempre, pur di contenere la spesa, la tintura ai capelli era dovuta ad un “fai da te”. Possedeva però un magnifico corpo, bellissime gambe diritte e magre, proporzionatissime nel rapporto gamba – coscia, un seno ed un lato b apprezzabilissimi già guardandola vestita. Lavorava presso l’Ente che da qualche anno veniva da me diretto, relegata in un ufficio minore. Fu quando in prossimità del collocamento a riposo di una sua collega che, dovendo pensare a come sostituire la pensionata utilizzando comunque risorse umane interne, non potendo proporre una nuova assunzione, mi rammentai del suo corso di studi. Così la convocai nel mio ufficio e proponendole quel nuovo incarico, le chiesi cosa ne pensasse di quel suo possibile mutamento di mansioni. In tutta onestà approfittai dell’occasione fornitami da quella circostanza perché, nonostante come ho già detto, la conoscessi da oltre vent’anni e sempre l’avessi considerata carina ma nulla di più, era stato negli ultimi tempi che avevo notato il suo modo superbo e florido di affrontare l’età matura non essendomi sfuggito il suo accorciare le gonne e la maggior altezza dei tacchi delle sue scarpe. Tutto questo senza tacere delle camicette e/o maglie indossate, sempre generose nel fasciarle il seno o nello scoprirglielo. Insomma viveva la propria maturità anche sessuale con grande desiderio di esibirla e di soddisfarla, così che mi parve interessante a quarant’anni, come non mi era parsa quando di anni ne aveva avuti la metà. Quella volta nel mio ufficio, dove era entrata con fare incerto e sulle sue forse perché non conoscendo i motivi di quella convocazione accusava una certa ansia, si disse sorpresa per essere stata contattata da me che in tutti quegli anni sembravo avessi voluto ignorarla, considerando che, incrociandoci, mi ero appena limitato a salutarla e per giunta proprio quando non potevo farne a meno. Comunque si dichiarò lusingata per la proposta ed anche disponibile in linea di massima; però avrebbe desiderato prima consultarsi in famiglia, parlandone con il marito, alla cui opinione lei teneva tantissimo. Le risposi intanto che il mio atteggiamento di quegli anni era dovuto al volerla proteggere e proteggermi evitando che qualcuno potesse pensare ad un mio intento di favorirla, cosa che ci avrebbe danneggiati entrambi nell’ambiente di lavoro, ma che questa volta era diverso dal momento che, per quel posto lei era tra i pochi ad avere i titoli necessari. Aggiunsi anche che era una buona cosa la sua volontà di parlarne a casa prima di comunicarmi le sue determinazioni definitive, conoscendo anch’io il marito del quale avevo seguito l’ottimo corso di studi in una facoltà scientifica ove si era laureato nei tempi ordinariamente previsti e con il massimo dei voti. Trascorse più di una settimana e tornò da me una mattina confermandomi la disponibilità dal momento che anche il marito le aveva suggerito immediatamente di accettare considerando la nuova collocazione più dignitosa e consona al corso dei suoi studi. Anzi aggiunse che in quella circostanza il marito, che era un dirigente di una grossa industria, le aveva fatto notare la estrema correttezza, oggettività ed indipendenza del mio modo di fare nei suoi confronti compreso l’atteggiamento tenuto in quegli anni. Tuttavia mi pose una domanda che non gradii, poiché mi chiese garanzie sul suo trattamento economico accessorio. L’ascoltai senza battere ciglio e, senza rispondere a quella sua domanda, ci aggiornammo ad un successivo incontro che, infastidito da quella richiesta, avevo immediatamente deciso di non fissare, determinandomi pertanto a far morire lì la cosa. Dopo un paio di settimane fu lei a ricontattarmi a telefono, lamentandosi che non le avevo fatto sapere più nulla. Le risposi che quella sua telefonata cadeva in una giornata difficile per il mio lavoro nella quale non potevo occuparmi della sua questione e che, avremmo dovuto risentirci nei giorni successivi. La sua nuova telefonata mi giunse il giorno dopo appena arrivato in ufficio ancora con il cappotto indosso. Le risposi che per affrontare il problema, che si prospettava più complesso di quanto non apparisse ai suoi occhi, forse sarebbe stato preferibile incontrarci fuori dall’ufficio seduti attorno al tavolino di un bar per consumare insieme un caffè così da poterne discutere con calma ed esaminando, in tutta serenità, ogni sfaccettatura della questione. Decidesse lei i dettagli. Ascoltò rispondendomi che ci avrebbe pensato e mi avrebbe richiamato, cosa sulla quale, onestamente, non feci nessun affidamento, ritenendo che quella mia proposta, come dire, alquanto poco ortodossa, di vederci fuori sede, l’avrebbe spaventata. Invece, inaspettatamente, mi richiamò dopo un paio di giorni e sorprendendomi ancora di più, mi propose di vederci nella mia casa al mare, dove lei era già stata anni prima, quello stesso pomeriggio intorno alle 4. Giustificò la cosa sostenendo che poiché lei abitava, come sapevo, nel paese accanto, dove appunto io possedevo quella proprietà, trovarci lì sarebbe stato più pratico per lei poiché meno dispendioso in termini di tempo, in quanto già sul posto. Le risposi che per me andava bene e che, volendolo, avrebbe anche potuto scegliere lì un bar ove incontrarci. Ribatté che preferiva la soluzione da lei avanzata perché ci consentiva di parlare con tranquillità, evitando un incontro in pubblico così non avremmo corso il rischio di essere visti e magari fraintesi, rammentandomi che non era lei l’unica dipendente de nostro Ente a risiedere in quella località. A quel punto se andava bene a lei, andava bene anche a me. Così le rinfrescai la memoria per aiutarla a ricordarsi il percorso che avrebbe dovuto compiere per raggiungermi, assicurandole comunque che l’avrei attesa in strada per facilitarle il compito. Fu puntualissima, le feci parcheggiare l’auto all’interno e la accolsi in casa dove, liberatasi del piumino, rimase in camicetta bianca ed una gonna – pantalone alquanto corta che, una volta seduti, le metteva in mostra generosamente le belle cosce ogni volta che accavallava le gambe. Ci accomodammo infatti sulle sedute di un salotto rustico, tipico delle case al mare. Cominciai a parlare io per potermi riallacciare alle cose detteci in precedenza sull’argomento che formalmente ci faceva incontrare in quel luogo. La informai che non l’avevo più cercata per via di quella sua richiesta economica per la quale non potevo e non intendevo impegnarmi. Il suo salario accessorio avrebbe infatti dovuto discuterselo con il suo prossimo capo ufficio che tra l’altro era suo amico, visto che da anni li vedevo andare al bar insieme. Non sarebbe stata assolutamente una buona cosa se io fossi intervenuto a priori per garantirle determinate entrate. Tenendo un simile comportamento, l’avrei messa in cattiva luce con i colleghi i quali avrebbero cominciato a ipotizzare le cose più disparate. Del resto, rincarando la dose, le dissi che lei non era di certo benvoluta nell’ambiente di lavoro, venendo considerata una incapace, una svogliata e sfaticata perditempo, al punto che tutti quelli con i quali avevo voluto confrontare quella mia idea, si erano affrettati a sconsigliarmi di perseguirla proprio con quelle motivazioni. Lei ascoltò visibilmente irritata e dopo aver tentato una debole quanto non convinta difesa di se stessa verso quelle che lei definì “invidiose malelingue”, concluse tuttavia col considerare opportune le mie considerazioni. Poi mi chiese di illustrarle di che lavoro avrebbe dovuto andare a svolgere e sul punto non lesinai né informazioni, né consigli. Rimanemmo a parlare per due ore toccando in verità anche altri argomenti legati alcuni all’ambiente di lavoro, altri alla sfera più personale e capii subito che quel nostro variare gli argomenti ed indugiare insieme, era legato ad un reciproco interesse l’un l’altro oltreché desiderio di scoparci che aveva preso entrambi montando vigorosamente, ma anche spudoratamente come tradivano gli sguardi che ci scambiavamo, oltre al suo frequente accavallare le gambe. Fu così che giungemmo al “bacetto”. In fondo che significato doveva essere assegnato a quel suo invito?
Il giorno successivo, mentre per strada mi conducevo verso un bar per concedermi la pausa caffè delle 10.00, squillò il mio cellulare. Era lei che mi diceva di non aver dormito per niente quella notte nel trambusto emotivo di quel bacio, non sapendo spiegarsi cosa le fosse accaduto, ma che non vedeva l’ora di trovarsi nuovamente tra le mie braccia il lunedì successivo. Questo suo voler indossare i panni della brava mogliettina turbata perché per la prima volta in fuga dai doveri coniugali, mi fece sorridere dal momento che tutti, me incluso, erano a conoscenza della sua precedente relazione con il suo ex Dirigente. Avrei compreso nei mesi successivi che il suo carattere da farfalla, leggero, superficiale, svolazzante, l’aveva già portata e avrebbe continuato a portarla a vivere innamoramenti frequenti e diversi, smaniando dalla voglia di vedersi corteggiata, desiderata, voluta. Del resto per tradire quel poverino di suo marito disponeva di molto tempo, quello concessole dall’assenza del coniuge per motivi di lavoro che, tra l’altro svolgeva a molti Km. da casa, assenza che cominciava alle 07.00 del mattino per terminare tra le 20.00 e le 21.00 di sera, tutti i giorni della settimana, a volte incluso anche il sabato. Intanto quel lunedì finalmente arrivò. Al mattino senza alcuna mia sollecitazione, già pochi minuti dopo le 8, mi confermò con un sms appuntamento, ora e naturalmente anche il luogo del nostro precedente happening. Quando ci incontrammo, mi disse, scusandosi, che per un imprevisto legato a sua figlia, avrebbe dovuto rientrare prima di quanto avesse sperato e che avremmo avuto a disposizione poco più di un’ora. Così dopo aver ripreso a parlare per una decina di minuti, mi comunicò che accettava la mia proposta, avendo tra l’altro ricevuto, nel corso di un colloquio che aveva richiesto al suo amico e suo prossimo capo ufficio, anche le garanzie che cercava circa l’aspetto economico. Dettici queste cose le proposi di mostrarle la casa (che però già conosceva senza che questo le facesse dichiarare la non necessità di farlo … ) e quando le feci strada per il piano superiore, giunti sulla soglia della camera da letto, disse “No”, facendo un passo indietro ma fermandosi e senza ridiscendere la scala. Così le presi la mano e la condussi all’interno. Immediatamente, senza aggiungere né parole né gesti di riluttanza, si spogliò, mostrandosi senza veli a seno nudo che trovai bellissimo, tenuto nonostante i quarant’anni, senza nessun afflosciamento, simmetrico e della misura giusta, quella per intenderci che trova ospitalità all’interno delle famose coppe di champagne. Entrò nel letto e si mise sotto le lenzuola. Quando la raggiunsi mi accorsi che era tutta bagnata e mi sussurrò di fare presto. Aveva poco tempo o non ce la faceva più ad aspettarmi. Questa volta, al momento del congedo, il bacetto lo riservò per il mio cazzo che avvolse voluttuosamente trattenendoselo all’interno della bocca fino a quando non ingoiò il mio sperma.
Ebbe inizio in tal modo una relazione durata circa due anni e mezzo in cui ci siamo regolarmente incontrati con una media di almeno una volta a settimana, recuperando nei mesi invernali i comprensibili rallentamenti dei periodi estivi per le rispettive vacanze in tempi non combacianti o le forzate pause dovute alla ricorrenza delle festività natalizie o pasquali e delle altre di cui è pieno il calendario, periodi nei quali il marito era più presente e le diventava più difficile liberarsi per venire da me. Una volta poiché scherzando me ne lamentai, non avendo colto il tono semiserio, mi rispose sinceramente contrariata “Credi che il non vederci non manchi anche a me? Ma non posso mica dire a mio marito di tenersi i figli, mentre io vado a farmi scopare da un’altra parte! Vada per le corna, ma un minimo di rispetto glielo debbo!” Sorpreso per quella tirata tutta d’un fiato, rimasi senza respiro, prima ancora che senza parole, soprattutto per l’accostamento fatto, in quella situazione, al debito di rispetto nei confronti del padre dei suoi figli.
In quei due anni l’abbiamo fatto dovunque e sempre con grande passione, ardore e trasporto. Una volta lo facemmo persino seduti sulla tazza del water a “smorza candela” con me sotto e lei di spalle con lo specchio di fronte (quello di guardarsi allo specchio mentre scopava era un po’ una sua mania inconfessata). Un’altra mentre lo stavamo facendo, al culmine del suo orgasmo disse a voce alta” Io devo essere proprio una grandissima troia”. Un’altra volta ancora mentre col dito le ispezionavo la fica si piegò su di me e disse “ Non vuoi che te lo lecco?” E pur priva di alcun cenno di risposta si portò sulla mia cappella senza che io comunque smettessi di frugarle le fica ed anzi prendendo ad ispezionarle contemporaneamente anche il buco del culo. Quella volta Viviana impazzì di piacere, come pure in un’altra circostanza in cui, a letto si era girata e piegando mollemente il capo verso di me con un sorriso ed un timbro di voce maliziosissimo, mi chiese i “Fammi il culo”, proprio così, usò quell’espressione. Ci trovavamo a letto durante la pausa pranzo ( che non rispettammo, tornando al lavoro oltre l’orario dell’inizio ripresa …) ed al termine mi dichiarò che ero stato magnifico, che l’avevo portata in Paradiso, perché le era piaciuto tantissimo. La verità è che a tenerci morbosamente insieme c’era una fortissima attrazione fisica ed il reciproco piacere con una comune ossessione per il piacere che ognuno dava all’altro! Dopo quella volta non ha mai fatto storie quando l’iniziativa di chiederle il lato b, cosa che le piaceva particolarmente, partiva da una mia richiesta. In un caso volle farlo così sul divano di pelle scura di casa sua, quel divano, aggiunse, scelto personalmente dal marito che ne era particolarmente orgoglioso. Lo facemmo lì persino il pomeriggio del giorno stesso in cui era rientrata dalle vacanze estive con la famiglia, profittando della circostanza per la quale il marito volle accompagnare i figli dai suoi genitori. Lei si inventò un mal di testa per restare a casa dove volle che la raggiungessi subito convocatovi da un sms, preceduto da uno squillo del cellulare. Quando poi era indisposta lo faceva lei senza richiesta: si spogliava, abbassandosi con attenzione lo slip, si poggiava al termosifone, girava maliziosamente il capo e sorridendomi mi diceva licenziosamente “Ti sto aspettando”. Come ho fatto intendere poc’anzi, l’abbiamo fatto anche a casa sua almeno tre volte e persino in auto. Fu lei a proporlo durante l’estate del 2013 quando io le rappresentai le difficoltà in quei mesi di accoglierla sotto un tetto e lei sorprendendomi mi fece “Facciamo come quando si era fidanzati” “Cioè?”” In auto. Nel pomeriggio ci diamo appuntamento presso il parcheggio del supermercato distante 300 metri da casa mia, così che io passa andarvi a piedi. Tu vieni con la tua auto e quando sei nei pressi, io monto dietro sdraiandomi per non essere vista mentre tu ti allontanerai velocemente verso le campagne”. Facemmo effettivamente così per un certo numero di volte. Io che, dopo quella proposta mi ero adoperato per un opportuno sopralluogo nelle campagne nel corso del quale mi era riuscito di individuare un paio di posti dove sostare. In effetti mi fermavo dove pensavo di poterlo fare con maggiore tranquillità, mai due volte consecutivamente nello stesso luogo e lei in meno che non si dica, già durante il tragitto cominciava a liberarsi di pantaloncino e slip, poi, una volta fermi, anche della maglietta dopo che le avevo slacciato il reggiseno. A quel punto, completamente nudi, in campagna, al riparo di un albero più generoso di altri, con molta incoscienza, scopavamo di brutto veramente come due ragazzini brufolosi e vogliosi.
Viviana tuttavia non tardò a tradire un caratterino bizzoso, capriccioso, istintivo e facile alla collera con conseguente completa perdita di controllo che in quegli istanti la rendeva molto vicina a coloro che smarriscono lo ben dell’intelletto. E matta sembrava perché perdeva ogni controllo, si imbufaliva, gridava forsennatamente proferendo frasi completamente prive di ogni lucidità. Così cominciò ogni tanto con dei colpi di testa che si materializzavano attraverso telefonate assurde, intempestive perché fatte quando, trovandomi a casa ero costretto ad inventarmi scuse e soprattutto strani giri per le stanze onde evitare che le sue urla, fuori luogo e prive di senso compiuto, fuoriuscissero dal cellulare casi. In quei, appena possibile coglievo l’attimo propenso per interrompere bruscamente quella imbarazzante conversazione. Le sue motivazioni erano legate o alla gelosia (riteneva, non del tutto senza motivo invero, che corteggiassi una sua collega la quale mi sarei scopato assai volentieri, meno bella ma con un gran culo, un seno abbondante ed una bocca da pompini, pratica nella quale, si raccontava nei corridoi, fosse particolarmente capace e sempre generosamente ben predisposta) o ad una mia presunta indifferenza verso di lei poiché non si sentiva cercata con telefonate di cortesia, corteggiamenti e regali che, causa il suo spasmodico attaccamento al danaro, mi richiedeva in continuazione. E non è che alcuni doni non li avesse da me ricevuti. Ma lei spesso pretendeva di ottenerli su sua precisa individuazione, misurandoli con il danaro speso per farli, il che contrastava con la mia natura che i doni vuole porgerli a sua discrezione sia nella scelta dell’oggetto che per la tempistica. Non capiva che certe cose non si potevano fare per età, condizione, ambiente e soprattutto tardava a realizzare che il nostro rapporto era legato, per quello che riguardava me, esclusivamente ad una ossessione erotica che comunque innegabilmente veniva condivisa da entrambi. Non corrispondeva all’interesse di nessuno dei due che si trasformasse in altro, né che ci tradissimo con reciproci doni vistosi i quali poi ognuno di noi avrebbe dovuto giustificare agli occhi del rispettivo coniuge. Nonostante queste sfuriate però era sufficiente che la chiamassi quello stesso giorno o al più soltanto il giorno successivo per una sveltina a casa mia, che si trovava distante dalla sede di lavoro tre minuti, quando sapevo non vi fosse nessuno. Lei mi raggiungeva senza storie, durante la pausa caffè e spesso lo facevamo distesi sul pavimento. In un’altra circostanza invece dopo una assurda telefonata in cui era letteralmente andata fuori di testa e che si era conclusa come al solito con l’interruzione da parte mia, ma che mi aveva scomposto parecchio emotivamente, trascorsa appena un’ora circa la chiamai e le diedi il solito appuntamento di lì a mezz’ora. Inaspettatamente non batté ciglio e si presentò puntuale. Quando arrivò io ero già ad aspettarla ancora irritato così che l’accolsi a muso duro e con un sonoro ceffone, facendo una cosa che non avevo mai fatto né ho più fatto ad una donna. Mi sarei aspettato una reazione furiosa con giro di tacchi e via. Invece ancora una volta inaspettatamente mi si buttò al collo e baciandomi furiosamente mi chiese scusa, mi sussurrò di non perdere altro tempo seminando i suoi indumenti lungo la scala che conduceva al piano superiore ove era collocata la camera da letto. Fu quella la volta in cui mi domandò se non desideravo che me lo “leccasse”.
Una cosa tuttavia devo confessarla e cioè che a quel tempo nessuno mi eccitava come e più di lei, neppure Maria con la quale pure avevo da anni una relazione che non avevo comunque interrotta nemmeno nella concomitanza di quella con Viviana, e rispetto alla quale, aveva ben 14 anni in meno. Non avevo compreso che per Viviana in quella relazione c’era di più. Che quelle richieste continue e ripetute di regali nascondevano la sua volontà di verificare quanto io le volessi bene, quanto io tenessi a lei ed in questa ricerca probabilmente chiedeva a se stessa una risposta: se mi arrivano da lui i regali che gli chiedo, anche costosi, allora sì che lui tiene a me, sì che mi ama. Altrimenti per chi e per cosa sto mettendo a repentaglio il mio matrimonio, la mia famiglia, il rapporto con mio marito? Ecco questo si rivelò ad un certo punto un lato debole per la storia. Iniziò a raccontarmi che col marito non riusciva più a fare l’amore nemmeno quell’unica volta a settimana come da abitudine che si era consolidata nel tempo, risultato quasi di un reciproco tacito accordo. Lo respingeva appena lui la cercava e si era sorpresa anche a piangere in un paio di circostanze. Cominciarono ben presto delle accorate telefonate in cui mi rappresentava questo problema, ma io non sapevo consigliarle nulla di più o di diverso da un invito a non fargli resistenza, a continuare a “dargliela” quando gliela cercava, per evitare che lui si insospettisse. Giungemmo così a febbraio del 2014. Avevamo fatto l’amore il lunedì e ciononostante ancora una volta inaspettatamente mi cercò il venerdì perché era libera nel pomeriggio. Mi chiamò in un momento in cui non potei risponderle con attenzione, rimandandola ad una successiva mia telefonata. Ma quella telefonata, dimenticai di farla. Il lunedì successivo cadeva il suo compleanno e a fronte della mia dimenticanza, probabilmente ricevette dal marito, che evidentemente soffriva parecchio per non riuscire più a scoparla, un dono prezioso ed inatteso, viste le circostanze del loro rapporto in bilico a quel tempo. Come dargli torto? Era evidente che lui stesse subendo male quella situazione di rifiuto, perché Viviana tutte le volte che se lo infilava in uno qualunque dei suoi orifizi era in grado di condurre il fortunato “lui” regolarmente in Paradiso! Così improvvisamente nei giorni successivi, a telefono mi comunicò che dovevamo chiudere quella relazione, che non poteva e doveva più vedermi. Mi disse che si era impaurita, temeva controlli da parte del marito anche attraverso il satellitare ed altre facezie del genere. Su mia insistenza ci incontrammo ancora una volta e mentre lo facevamo mi disse “Questo è un regalo d’addio che ti ho voluto fare”. Anni prima anche Rosa mi aveva detto le stesse cose mentre ci scopavamo per l’ennesima ed ultima volta. Ma contrariamente a quella volta con Rosa, la relazione con la quale era giunta al capolinea come entrambi ci eravamo resi conto senza esserselo detto, non le volli credere. Alla mia richiesta distratta sul perché di quella decisione, mi rispose che in fondo quando avevamo iniziato alla sua domanda “Quando finirà questa nostra storia?”, io le avevo risposto “ quando tu deciderai di farla terminare”. Era vero, avevo risposto in quei termini e lei lo aveva fatto suo.
Lì per lì non la credei capace di sottrarsi così improvvisamente dal giogo in cui ritenevo di tenerla avvinta, ma mi sbagliavo, perché non abbiamo più scopato da quella volta. Non so cosa sia accaduto. Forse avevo sottovalutato i problemi col marito, tra l’altro più giovane di me di 18 anni, o la sua paura di rovinare la sua famiglia (due figli che cominciavano a diventar grandi e forse temeva che potessero sgamarla anch’essi), oppure l’essersi svegliata un giorno accorgendosi di colpo di non essere più attratta da me, di non essere più invaghita di me, di essersi affrancata da quel giogo, di essersi invaghita di un altro, oppure di essere talmente succube di me da aver preso consapevolezza che per il bene suo e della sua famiglia, dovevamo lasciarci e dovevamo farlo in quel momento. Di certo dopo con me non ha più voluto alcun tipo di relazione, quasi si fosse svegliata improvvisamente da un lungo sonno, provando vergogna per quello che aveva sognato (e … fatto).
Non la presi bene e nei mesi successivi continuai a cercarla e non sempre con stile, devo riconoscerlo, questa volta urlando io per chiederle di vederci e sibilandone oscenità, ripetendo proprio quelle frasi che lei si era fatta scappare nei momenti di orgasmo compiuto. A mia discolpa posso solo dire che non è facile sottrarsi ad una attrazione sessuale come mai in precedenza mi era successo. Non ho mai fatto uso di sostanze di alcun genere, nemmeno il fumo, ma credo che in certi casi la dipendenza sia molto simile. E non ero certo un pivellino alle prime armi nelle relazioni extraconiugali. Infatti ne avevo già vissuto più d’una con donne sposate (anche la moglie di un amico che durante la lunga relazione aveva sempre fatto sì che le nostre frequentazioni familiari si intensificassero), con mogli separate, ragazze non sposate, alcune addirittura fidanzate che nonostante ciò trovavamo il tempo anche per darla a me. Lei non cedette mai, anzi, durante le mie telefonate, cominciò a dare in escandescenze, coerentemente con il suo carattere malfermo. Sospetto persino che si sia lasciata sfuggire qualcosa in famiglia, forse addirittura anche con il marito, ma a modo suo, cioè non dicendo veramente quello che c’era stato tra di noi, limitandosi chissà ad insinuarne che l’avessi molestata cercandola ripetutamente senza che lei cedesse. Perché di bugiarda è una gran bugiarda e poi le donne, messe alle strette, sono capaci di tutto. Mi ricordo una volta in cui , anni prima ed in altra situazione lavorativa, una mia collaboratrice ostentando grande indignazione, dava vita ad una filippica vigorosissima con la pretesa che l’Ente in cui lavoravo all’epoca si fermasse una metà giornata per celebrare tutti insieme, “santamente ed in fratellanza “ il Precetto Pasquale. Mentre portava avanti tale richiesta, ripeto con grintosa fermezza, determinazione e caparbietà, evitava di incrociare il mio sguardo. Io sapevo perché. Soltanto cinque minuti prima, nel mio ufficio, quella pia madre di tre figli, aveva ingoiato il mio sperma!
Adesso con Viviana mi sono rassegnato. Le faccio gli auguri per il compleanno e lei con prudenza, senza concedermi alcuna confidenza, mi ringrazia con frasi di circostanza. Quello che però mi è rimasto in sospeso è il non aver avuto la possibilità di un pacifico incontro seduti entrambi attorno allo stesso tavolino per ascoltare direttamente da lei le vere ragioni di quella brusca interruzione. Così solo per capire!
La lezione che però ne ho ricavato è un’altra. Le storie nascono solo se e quando decidono le donne di avviarle e di svolgerle. Terminano allo stesso modo, cioè nel momento in cui le donne decidono che debbano essere archiviate. Quando sono finite, bisogna prendere cappello e, sorridendo, andare via mostrando signorilità. In questa maniera si eviteranno, cadute di stile che in fondo spesso non ci appartengono, figuracce, l’emersione di ciò che, fortunatamente fino a quel momento era stato tenuto segreto, drammi e qualche volta tragedie.
Soprattutto non si rovinano i ricordi, perché quelli è bene che restino belli, patrimonio unico ed esclusivo solo dei due che hanno dato vita alla storia. E nel tempo, rifugiarsi nel ricordo gradevole, anche solo al momento di un incontro fortuito in cui, assieme al saluto, viene scambiato reciprocamente uno sguardo ed sorriso che attraverso la cortesia della circostanza si ammanti un po’ anche del ricordo nostalgico, è piacevole e costituisce un premio meritato per chi, comunque, ognuno a suo modo, innegabilmente, per tutto il tempo che è durato, ha voluto bene all’altro.

 

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