La puntura militare al petto, un rito di iniziazione maschile

La puntura militare al petto, un rito di iniziazione maschile

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La puntura militare al petto, un rito di iniziazione maschile

Un rito di iniziazione atteso e temuto

Fin dall’ingresso in caserma si sapeva che presto sarebbe arrivato il giorno della prima delle quattro iniezioni nel petto che tutti avremmo subito durante la leva. Erano anni che io aspettavo quel momento.

Quello delle iniezioni al petto da militari era un argomento, sempre avvolto da un’aura di timore e, un po’ come a quei tempi tutto quel che riguardava il corpo, di circospezione, di detto e non detto, cui ancora in quella fine degli anni Sessanta, fin da bambini e poi ancor più da adolescenti, si sentiva spesso alludere e mai come a un fatto limitato alla sua funzione pratica.
Perché le iniezioni di gruppo praticate al petto ai soldati di leva, con grandi siringhe e grossi aghi, erano tutt’altra cosa dalle normali piccole punture che si facevano e si fanno sul sedere o sulla spalla. C’era nell’aria l’idea, mai esplicita ma spesso sottintesa, che quelle iniezioni intramuscolari al petto fossero una prova di iniziazione per i giovani maschi, una verifica della personalità che tutti i soldati di leva avrebbero dovuto subire, e che poteva valere o come una prova di virilità, se affrontata con una certa baldanza, senza lamentarsi, senza protestare e senza mostrarsi intimoriti, oppure di debolezza e di scarsa virilità, quanto maggiori erano la riluttanza, la paura o l’angoscia che si lasciavano trasparire. Questo non era qualcosa che si dicesse esplicitamente, soprattutto in un periodo in cui il servizio militare cominciava già ad essere screditato nel comune sentire dei giovani. Discorsi del genere potevano forse ancora girare a quell’epoca fra militari di carriera all’antica, giovani neofascisti, ultrà di calcio o simili. Ma se tanti erano quelli che si facevano fotografare mentre venivano “punturati”, era perché idee del genere circolavano nella parte animale della psiche di molti altri.
Dei “punturoni” militari si chiacchierava e si fantasticava molto ma si parlava poco e non si scriveva nulla sui giornali: esattamente come di tutte le questioni sessuali, e soprattutto di ogni pratica sessuale fuori della norma accettata. Forse alle iniezioni militari si applicava lo stesso trattamento proprio perché si intuiva vagamente che le iniezioni al petto dei soldati avevano anche il carattere di un rito vagamente omoerotico e sadomaso. Era un rituale tutto maschile che implicava un certo sovrappiù di gratuito sadismo rispetto alle iniezioni comuni, e richiedeva una certa disponibilità all’esibizione masochistica ai giovani soldati che dovevano sottoporvisi in gruppo. E la grossa siringa con il suo ago, per lungo tempo assurdamente grosso, poteva richiamare nell’inconscio un pene usato come strumento di una simbolica violenza carnale cui tutti dovevano sottoporsi. Una violenza molto più carnale dell’apparenza.
Non è da credere che la propensione al sadomaso fosse meno diffusa di oggi, e circolava, magari sotto traccia, magari in forma apparentemente desessualizzata, ma in ogni caso pesantemente e pervasivamente, al cinema e nei fumetti, specialmente in quelli western ma non solo. E ce n’era a profusione per consentire a chi come me era predisposto di costruirsi fin da adolescente, o anche prima, un intero immaginario sadomaso omoerotico interiore. In modo camuffato, comportamenti sadomasochisti – soprattutto masochisti – degli eroi del cinema e dei fumetti, giustificati da valori come amicizia, lealtà, lotta per il trionfo della giustizia, solidarietà, patriottismo, resistenza al nazismo o allo spionaggio russo, erano descritti, anche visivamente, molto più di quanto non lo fosse all’epoca la sessualità esplicita, anche l’ordinaria sessualità eterosessuale. Forse questo poteva accadere proprio perché il sadomaso come pratica erotica era ancora un argomento vietato, lontanissimo dall’essere sdoganato o anche pubblicamente discusso o evocato, come del resto la stessa omosessualità, e nessuno si sarebbe sognato di manifestare in modo esplicito desideri né omosessuali né tanto meno sadomaso.
Ricordo però l’impressione che mi aveva fatto – avrò avuto circa 14 anni – un ragazzo di leva che era l’attendente di un ufficiale che frequentava il mio circolo sportivo. Era un bel ragazzo meridionale, simpatico ma molto semplice e piuttosto scialbo. Uno o due giorni dopo la puntura, tutto orgoglioso aveva mostrato a noi ragazzi il segno che gli aveva lasciato sul petto. Non esagero a dire che me lo ricordo ancora – forse ingigantito proprio nel ricordo – come una specie di piccolo buco, che al mio occhio inesperto avrebbe potuto essere stato lasciato da un piccolo pallino da caccia. E non esagero a dire che tutti noi ragazzi – almeno così mi era sembrato – lo avevamo osservato con un rispetto e un’ammirazione con cui forse nessuno lo aveva mai guardato e – noi maschi – cominciando più concretamente a pensare come ci saremmo comportati quando qualche anno dopo sarebbe toccato a noi. Anzi, uno di noi – uno che credo sia sempre stato eterosessuale senza cedimenti anche in seguito – era così intrigato che, mentre il militare si era appena sbottonato un momento per esibire quel “marchio”, gli scostò di nuovo la camicia spostandola con il dito sul petto del soldato per osservare meglio. Dunque era questo quel che in caserma facevano ai ragazzi di leva. Circondato da una decina di ragazzini e ragazzine tutti interessati a lui e a quel che aveva subito, il giovane militare se ne mostrava orgoglioso, forse non si era mai sentito così al centro dell’attenzione. L’altro, l’insospettabile torace che gli scoprimmo sotto la divisa, ulteriormente valorizzato da quel marchio provvisorio, si rivelò la cosa meno banale che quel modesto ragazzo possedeva.

Ma torniamo all’afosa mattina di agosto della mia prima iniezione da soldato.

Giovani corpi sudati e tintura di iodio

C’era molta elettricità nell’aria fra tutti noi reclute. In quella caserma pugliese, ospitata in un edificio molto malandato, che era stato un convento borbonico, eravamo stati prevalentemente selezionati fra sportivi o comunque ben piantati (c’erano delle sigle che non ricordo bene che indicavano il grado di prestanza fisica dei militari di leva). Gli sportivi hanno spesso un rapporto di maggiore confidenza con la propria fisicità, e forse anche per questo l’eccitazione prevaleva sull’inquietudine, che era presente anch’essa in tutti, anche in quelli che la nascondevano. Fu in quel clima di aspettazione e turbamento represso che all’adunata ci ordinarono di metterci tutti a torso nudo e di andare ad aspettare nella vecchia palestra. Qualcuno non faceva nulla per nascondere preoccupazione e paura, ma non erano in molti. Più che la preoccupazione o la paura, era il testosterone che si poteva tagliare con il coltello in quella massa di atletici ragazzi sudati, a petto nudo e in braghette corte ammassati nella palestra. Attendemmo seduti a terra o distesi sui materassini della palestra (per me già quel colpo d’occhio era estremamente arrapante) per un’ora abbondante, fra ragazzi che discutevano e si domandavano, eccitati o preoccupati, come si sarebbe svolta la cosa, che tutti affrontavamo per la prima volta, e quanto di vero ci fosse nelle truculente leggende che giravano sull’argomento. Molti ostentavano indifferenza, altri si massaggiavano nervosamente i pettorali, più d’uno si accarezzava i capezzoli, ricordo qualcuno che mimava, puntandogli il petto con un dito e rigirandolo, quel che la siringa avrebbe fatto al soldato accanto a lui o a se stesso.

Le vaccinazioni si facevano nell’ambulatorio adiacente alla palestra, altrettanto malandato e scrostato quanto l’intero edificio. Ufficiali medici e infermieri entravano da una porta sul retro, senza passare davanti a noi. Ci accorgemmo che erano arrivati quando, una dopo l’altra, si aprirono le due porte dell’ambulatorio. Vennero chiamati i nomi dei primi che dovevano entrare per essere “punturati”, cinque da una parte e cinque dall’altra. Funzionava così, facendoci entrare nell’ambulatorio per la puntura e poi uscire a gruppi di cinque per volta.
Intanto, benché le piccole finestre in alto fossero aperte, con il caldo soffocante che c’era, tutti i locali furono ben presto inondati dal puzzo maschile dei corpi sudati di noi ragazzi, che probabilmente avrei trovato molto sgradevole se i corpi fossero stati brutti, ma che per me, e non sarò stato certo il solo, diventava voluttuoso provenendo da quella distesa di corpi per lo più atletici, che sicuramente rilasciavano tanto fetore quanti ferormoni. Il fatto è che in quella caldissima estate tutta la Puglia era rimasta a corto d’acqua, e l’esercito aveva pensato bene di dare il buon esempio, per cui da un paio di settimane ci avevano razionato l’acqua e, con quel caldo, potevamo fare una doccia veloce e cambiarci la maglietta solo ogni quattro giorni. Gli effluvi dei nostri corpi sudati da giorni cominciarono a fondersi con i vapori della tintura di iodio provenienti dall’ambulatorio. Per me, ma sicuramente anche per qualcun altro, quella vista di giovani corpi maschili seminudi immersi in quella miscela di odori era conturbante.

Turbamento e eccitazione aumentarono a mano a mano che i gruppi di cinque cominciarono a darsi il cambio. Ai ragazzi che uscivano era stato detto di stendersi per un quarto d’ora sui materassini da palestra stesi per terra, prima di andare a riposare nelle camerate, in modo da poter intervenire in caso di shock anafilattici. Molti uscivano ancora baldanzosi com’erano entrati, ma molti altri invece si mostravano provati, qualcuno un po’ sanguinante perché capitava abbastanza spesso che i grossi aghi usati per le iniezioni bucassero qualche piccola vena, obbligando a estrarre e riconficcare l’ago nell’altro pettorale. Tutti all’uscita avevano una gran voglia di lasciarsi andare su quei materassini, tanto che a nessuno veniva in mente di fare lo schifiltoso all’idea di buttarcisi per qualche minuto, dando il cambio agli altri ragazzi che li avevano appena lasciati caldi del loro corpo, zuppi del loro sudore e intrisi del loro afrore.

Stavo assaporando quella scena già carico di endorfine e impaziente di fare l’esperienza e di essere punturato per la prima volta anch’io, quando sentii chiamare il mio nome nel successivo gruppo di cinque.
Rimasi quasi senza fiato a vedere quanto erano fighi i quattro ragazzi che venivano fatti entrare assieme a me. Come ho detto, in quella caserma eravamo stati selezionati per le nostre caratteristiche fisiche, e nella vita civile eravamo quasi tutti sportivi praticanti (fra di noi alla fine avrebbero molto insistito per trovare qualcuno disposto a firmare per prolungare il servizio in qualche corpo scelto), ma quei quattro in gruppo sembravano l’incarnazione di una fantasia erotica.
Ma per me la sorpresa davvero insperata fu vedere che fra quei miei quattro casuali compagni in quel rito di iniziazione, subito dopo di me fosse stato chiamato anche Riccardo, l’amico, emiliano come me, che mi ero fatto fin dal primo giorno, quando era bastata qualche occhiata per rivelarci che avevamo in comune molto, e senz’altro il sesso. Frequentandoci da subito intensamente, avevamo presto scoperto che avevamo in comune proprio quel tipo di sesso, maschio, a momenti duro, esigente, cui non sapevamo dare un nome, ma di cui la disponibilità a darci e accettare l’uno dall’altro anche dolore fisico come segno di affetto, di fratellanza, di legame profondo era una componente sostanziale. Era la prima volta che mi capitava di trovare un altro come me.
Avevamo usufruito entrambi del rinvio universitario, e a 23 anni, eravamo visti come uomini fatti dai nostri commilitoni, in maggioranza più o meno diciottenni o diciannovenni. E a 23 anni, e con quel tipo di predisposizione a un’omosessualità maschia e dura, nei giorni precedenti ci eravamo anche confessati che il momento della nostra prima iniezione al petto ce lo eravamo entrambi immaginato e anticipato da molto tempo. Non vedevamo l’ora di affrontarla. Ora farlo insieme sarebbe stato esaltante.
E sarebbe stato molto intrigante scoprire e conoscere meglio proprio lì, in quella circostanza, gli altri tre ragazzi che componevano quello spettacolare plotoncino degno di un concorso per modelli da spiaggia, proprio in un momento forte della nostra vita militare, che ci attendevamo fisicamente e psicologicamente intenso, in un certo senso rivelatore.
Non avevamo bisogno di dircelo per capire che entrambi pensavamo che proprio l’intensità fisica di quel momento, ci avrebbe forse consentito di fare una conoscenza più profonda degli altri tre ragazzi entrati con noi due, che erano teoricamente tutti desiderabili e decisamente scopabili, anche se a quel tempo, e per di più in quell’ambiente, non sarebbe stato pensabile proporglielo così, senza averli prima sondati a lungo con molte cautele. In ogni caso non c’era nessuno in quel gruppetto che mostrasse angoscia, preoccupazione o riserve ad accettare quel che ci attendeva, anche quei tre sembravano un po’ infervorati all’idea di affrontare quella forzata e simbolica piccola ordalia sadomaso che l’esercito pretendeva da tutti i postadolescenti italiani. Pensammo di essere stati sfacciatamente fortunati, per noi quella era la compagnia ideale per quel che ci attendeva quella mattina.

Due infermieri sadici

Il piccolissimo ambulatorio – ci si stava proprio stretti, uno addosso all’altro, spalla a spalla – era già un forno alle dieci del mattino, ed era formato da due locali separati da una porta chiusa. Era lì che quella mattina si svolgeva la catena di montaggio delle vaccinazioni polivalenti al petto. Dentro il nostro locale c’erano due infermieri, che avevano il compito di prepararci, mentre l’ufficiale medico stava vaccinando altri soldati in quello accanto.
I due infermieri ci accolsero dando l’impressione di trattarci come se fossimo un gregge di montoni da marchiare. Le operazioni preliminari cominciarono subito.
Uno dopo l’altro, uno dei due infermieri ci disinfettò energicamente una parte del muscolo pettorale con la tintura di iodio, e nella stanza l’odore di disinfettante si fece fortissimo, come inevitabilmente cresceva anche quello del sudore dei nostri corpi seminudi così stretti fra loro in quello spazio angusto, caldissimo e soffocante. L’infermiere effettuò quell’operazione con modi sorprendentemente bruschi, che io e Riccardo trovammo molto appropriati e promettenti. Completata questa prima fase, avevamo tutti sul petto una vistosa macchia viola, il bersaglio per gli aghi che vi sarebbero stati spinti dentro di lì a poco.

Era il turno dell’altro infermiere. Noi dovemmo metterci a lato di un tavolino dove, su un vassoio di metallo e sopra delle garze, c’erano in bella vista grossi aghi da siringa, davvero impressionanti. Così grossi non ne avevamo mai visti. E neppure avremmo immaginato, nonostante tutte le leggende che si sentivano sul “punturone” militare, che si potessero sul serio usare aghi del genere per fare iniezioni intramuscolari a esseri umani anziché a capi di bestiame. All’epoca non esistevano gli aghi usa e getta, per cui gli aghi venivano sterilizzati e riutilizzati molte volte. Dopo tanti utilizzi erano pure spuntati, come ci fece sapere l’addetto allo iodio, con un compiacimento assolutamente inatteso, che rendeva il momento ancora più intrigante, almeno per me e Riccardo.
I due infermieri, uno di leva ma ormai quasi alla fine, e l’altro “ausiliario di sanità militare” a ferma prolungata (e tale anche per vocazione, come si vedrà) chiaramente si intendevano bene fra loro e agivano come una coppia ben rodata di compari. Facevano parte di quella specie molto diffusa, composta da giovani di leva ormai vicini al congedo e da militari di professione di basso rango, che sfogavano le frustrazioni della vita militare vessando i pivelli come noi (detti in gergo “burbe” o “spine”). Come in tutti i gruppi di bulli – oggi li chiameremmo così – fra questi individui non mancavano sadici veri e propri, che contavano sull’omertà tipica dell’istituzione. A differenza degli altri appartenenti alla specie, però, la funzione che l’esercito aveva attribuito ai due infermieri li metteva in grado di tormentare i soldati più giovani in modo molto più scientifico, potente, e temibile, che rovesciando gavettoni.
“Uhm … con voialtri ci si divertirà”, aggiunse l’infermiere a ferma prolungata, squadrando con un ghigno appena accennato i nostri corpi palestrati.
Proprio quando l’infermiere di leva aveva finito di marcarci con lo iodio e stava per venire il suo turno, quando avrebbe conficcato nel petto a ciascuno di noi uno di quegli aghi dall’aspetto sinistro, venne chiamato dalla stanza accanto. L’ufficiale medico gli disse di essere stato appena chiamato dal colonnello per visitare la moglie indisposta, quindi si sarebbe assentato per un po’. “Intanto continuate a preparare i prossimi, ci metto poco”, lo sentimmo dire.

Così restammo in balia dei due infermieri, che non aspettavano altro che di “prepararci” a modo loro, con tutta la calma e il tempo necessari a mettere in pratica su di noi qualche angheria da tempo coltivata e via via sempre più raffinata nella loro immaginazione. Non sembravano per nulla seccati dall’inconveniente che li costringeva, completamente madidi di sudore come noi, a restare chiusi con noi in quella specie di sauna, anzi. Avevano chiesto all’ufficiale il permesso, accordato dopo qualche esitazione, di togliersi la maglietta e rimanere anche loro a torso nudo. Con i loro fisici, giovani ma piuttosto ordinari e entrambi molto villosi, con le loro facce altrettanto ordinarie, sembravano provenire da un’Italia precedente a quella del boom economico. Credo che provassero invidia e astio per i cinque bei ragazzi palestrati che si trovavano per le mani.
Le loro mansioni i due le esercitavano con gran gusto, e l’assenza dell’ufficiale gli consentiva ora di “prepararci” a modo loro, dando sfogo ai loro istinti e alle loro fantasie depravate con ben maggiore libertà e inventiva del solito tran tran, mettendo realmente in atto proprio su quei nostri corpi seminudi e muscolosi rimasti nelle loro mani i giochini e le voglie che avevano spesso immaginato vedendo passare sotto le loro mani i corpi di centinaia di altri giovani ragazzi ben piantati e seminudi, intimoriti o presuntuosamente spavaldi che fossero.
Soprattutto l’ausiliario a lunga ferma era una vera canaglia, che si preparava a condurre il suo piccolo gioco feroce e sadico sui nostri corpi, sapendo di poter contare sull’omertà e sulla piena complicità del collega. L’infermiere di leva era un suo gregario del tutto succube, affascinato dal gioco perverso di angherie che il collega gli aveva più volte suggerito che prima o poi avrebbero potuto sperimentare, come pura fantasia che finora avevano potuto mettere in pratica solo in minima parte in qualche momento di disattenzione degli ufficiali medici, e che invece questa volta avrebbero potuto finalmente esercitare su di noi per davvero e con tutta calma. Ma questo noi l’avremmo capito solo fra qualche momento, a gioco iniziato.
Così, anche se non ci sarebbe stata nessuna fretta, iniziarono subito la seconda fase della nostra “preparazione”. Dopo il trattamento con la tintura di iodio, era il turno del secondo infermiere, quello davvero sadico.
Era arrivato per noi il momento degli aghi. Di quegli aghi assurdi, e nelle mani di quell’infermiere sadico: il momento della verità.

Gli aghi piantati nel petto

Presero uno di noi cominciando da quello relativamente meno muscoloso: la scena che stavano preparando prevedeva per i due un divertimento in crescendo.
L’ausiliario prese il ragazzo per un braccio, strattonandolo letteralmente con modi da sceriffo che sbatte in cella un prigioniero, e lo mise con le spalle al muro. L’atmosfera nella stanza cambiò all’istante, lo stupore per l’inatteso comportamento dell’infermiere fece salire la tensione, nessuno sapeva se reagire o no, ma prevalsero l’immedesimazione nella parte che ci era stata riservata e una eccitazione sottesa. Sembrava di essere nella scena di un film, e fummo tutti portati a interpretare il ruolo implicitamente assegnato, in una scena che si faceva molto più hard del previsto.
L’infermiere sbatté il giovane soldato con le spalle al muro, come poi avrebbe fatto con ciascuno di noi, cioè di fronte a tutti gli altri, sarà stato meno di un metro di distanza da noi, in modo che potessimo osservare bene che cosa gli stava per fare e come il ragazzo si comportava.
Il ragazzo era un tennista diciottenne di Torino, non era così palestrato come noi altri quattro, ma comunque ben sopra la media di un normale tennista e aveva un bel corpo definito con tutti i muscoli sodi e ben evidenti al loro posto e una bella faccia aperta e virile. Anche lui, nonostante lo sbalordimento, sembrava compreso nella parte che gli veniva assegnata, Ci guardava evidentemente turbato, respirando a fondo, ma con uno sguardo che esprimeva ancor più un animo acceso e un po’ smanioso, più eccitato che preoccupato o sorpreso dal ruolo avventuroso che quella situazione imprevista lo sfidava ad assumere.
In un silenzio rotto solo dal forte rumore delle cicale che entrava dalla piccola finestra, l’ausiliario prese dal vassoio di metallo sul tavolo uno di quegli aghi impressionanti, lo tenne a lungo verticale perché il ragazzo cui era destinato e noi tutti ne prendessimo bene la misura e la forma, diametro e punta, poi lo rivolse contro il ragazzo, mettendosi di lato a lui, in modo che noi tutti osservassimo da vicino ogni particolare della penetrazione.
Compiendo questi gesti teatrali, accennò appena una ghignata di sfida che rivelava ormai chiaramente la strana piega che la cosa stava prendendo. Non credevamo ai nostri occhi, Riccardo e io in particolare, L’esercito ci stava offrendo, anzi obbligando, a prendere parte a una sessione sadomaso di gruppo. Non so cosa pensassero gli altri tre giovani soldati, ma, benché sbalorditi come noi, ci sembrarono tutti, e da subito, e a cominciare dal ragazzo che per primo stava per assaggiare il morso di quell’ago, presi e elettrizzati da quella scena che chiamava in causa la nostra virilità e il nostro amor proprio, molto più che terrorizzati o intimiditi.

Con studiata lentezza, l’infermiere accarezzò a lungo con la punta del grosso ago la parte del pettorale del ragazzo colorata dal viola dello iodio, senza risparmiarsi qualche passaggio da brivido sul capezzolo e sulla sua punta, poi spostò l’ago poco più in alto, aumentando pian piano la pressione fino a provocare al soldato un primo graffio superficiale poco sopra e a lato del capezzolo. Finché si fermò sul punto che aveva scelto di perforare.
Cominciò a spingere l’ago dapprima piano e poi con forza lentamente crescente nella carne viva del petto del ragazzo, indugiando prima nel perforamento della pelle, come se volesse sincerarsi di quanto questa avrebbe resistito prima di cedere contro l’ago spuntato, e, una volta trapassata la pelle, e allargato il foro quanto necessario a farlo penetrare per tutto il suo assurdo diametro, sempre con lentezza, stringendone ostentatamente l’impugnatura con il pugno, e con una esibita e crescente brutalità, gli conficcò in profondità nel muscolo il grosso ago da siringa, spingendolo dentro il pettorale per traverso, dall’alto verso il basso e dall’esterno verso il centro del muscolo, penetrandolo per parecchi centimetri.
L’infermiere non ci nascondeva affatto il compiacimento che provava a metterci del suo, né il gusto che provava a causare il massimo dolore fisico possibile . E il suo compare, lungi dall’intervenire per moderarlo, esibiva la sua complicità con un sorriso soddisfatto, impaziente di vedere quando il ragazzo avrebbe ceduto. Era ovvio che non era certo così che era normale comportarsi, neppure in quell’ambiente. Ma in assenza dell’ufficiale medico i due si sentivano liberi di dare libero sfogo alle loro pulsioni sadiche di solito imbrigliate dalle regole, dalle convenzioni, dall’autorità. E non lo nascondevano. Volevano proprio far capire al ragazzo e a tutti noi che avrebbero usato quegli aghi su tutti noi come meglio gli sarebbe piaciuto.
Eppure, nell’assurda atmosfera che si era creata, e forse anche perché vedeva che noi che lo fissavamo, e soprattutto io e Riccardo, non esprimevamo tanto paura, deplorazione o sconcerto, o senso di rivolta, quanto eccitazione e ammirazione, quel primo ragazzo del nostro plotoncino, il tennista diciottenne, fu molto coraggioso, psicologicamente prontissimo, nonostante lo sbalordimento, a subire quella lenta, crudele e autentica stilettata, una fitta molto più aspra, violenta e dolorosa di ogni previsione e di ogni più fosca leggenda sulle iniezioni militari al petto. Rimase impassibile, non protestò, non fece obiezioni né una piega, limitandosi a respirare a fondo per tutta la lunga durata dell’operazione.
Il suo sguardo si spostava di continuo fra noi, che lo fissavamo con intima partecipazione e con molta ammirazione, e il vecchio specchio scrostato in cui poteva vedere, orgoglioso e incredulo, l’ago così conficcato nel suo petto. Quando all’infermiere sembrò che con quel primo ragazzo la cosa fosse durata abbastanza, lo spinse verso di noi. Il ragazzo, rientrato nel nostro gruppo, gonfiò il petto guardandoci e sorridendo con un sospiro di sollievo e di soddisfazione.

Devo riconoscere che l’effetto era impressionante anche per me. Era un po’ come se rivivessi, su scala ridotta, ma questa volta dal vero, nella carne viva di un ragazzo come me, e di lì a poco sulla mia e su quella del mio amico Riccardo, le fantasie delle sottili e sensuali torture di cui mi facevo protagonista da piccolo sui miei fumetti western, fonte delle mie prime masturbazioni, assieme a compagni di avventura allora ancora immaginari, che erano sempre muscolosi e bellocci, proprio come i ragazzi che stavano ora appiccicati a me seminudi in quella piccola stanza. Quel grosso ago piantato nel petto del giovane militare poteva ricordare un dardo, o rappresentare alla lontana una tortura indiana con le frecce contro un bel cowboy o cavalleggero legato seminudo al palo, e il ragazzo la stava sopportava con la stessa sprezzante noncuranza virile che tante volte mi aveva fatto venire.
Anche il secondo ragazzo, un veneto simpatico, un diciannovenne con un corpo da statua modellato dal canottaggio e un volto da ingenuo adolescente campagnolo, una faccia più da ragazzino che da soldato, si comportò altrettanto sorprendentemente bene, e si lasciò scappare solo una specie di grugnito. Anche lui era entrato subito nella parte, e rientrato fra noi, come se avesse bisogno non solo di un forte contatto fisico, ma anche di sentirsi parte di un gruppo di pari, si strinse sottobraccio al tennista da una parte e a Riccardo dall’altra. Probabilmente è in questo modo che nasce lo “spirito di corpo” fra militari, quando devono affrontare insieme pericoli e sofferenze. E non era certo difficile che quel sentimento nascesse anche fra noi, vedendoci accanto, dopo il tennista, anche quel secondo ragazzo con quella specie di dardo piantato nel suo turgido pettorale palestrato. Per me e per Riccardo era facile riconoscere in quel sentimento una forte impronta omoerotica e sadomaso.

Intanto l’infermiere aveva preso per il bicipite me, e, serrandolo in una inutile morsa violenta, mi stava spintonando contro il muro di fronte. Era arrivato il mio turno.

Tocca a me

Forse nella situazione di incontenibile frenesia sadomaso che stavo vivendo in quell’ambulatorio avrei potuto accettare di essere infilzato nel pettorale anche da una freccia vera. L’atmosfera assurda che si era creata in quella stanza stava spremendo dai nostri giovani corpi muscolosi tutte le endorfine e tutto il testosterone possibile che servisse a fronteggiare la situazione. Sottoporsi con coraggio a quella piccola tortura diventava un punto di onore per tutti, ma era evidente che essere stati costretti a prendere parte a quell’inaspettato gioco sadomasochistico aveva, non solo per me e Riccardo, che sapevamo già di avere una netta predisposizione per quelle pratiche e ne eravamo consapevoli, una insospettata attrattiva che sembrava coinvolgere anche gli altri. O almeno questo era accaduto per quei due primi ragazzi che si erano comportati in modo così “eroticamente” sublime, cogliendo al volo il lato positivo di quell’assurda avventura, seri e impassibili. Essere entrati in quella stanza con l’idea di sottoporsi alla famosa iniezione nel petto di cui tante volte avevano sentito dire, mitizzata, certamente dolorosa, ma che dopo tutto consisteva comunque in una pratica medica quasi normale, aveva preparato anche loro a essere psichicamente pronti a sottoporsi, senza manifestare riserve o riluttanza, e anzi con la volontà di mettersi alla prova, a un’autentica piccola sevizia, che probabilmente aveva ricordato anche a loro scene di film o di fumetti che tutti gli adolescenti dell’epoca dovevano avere conosciuto.

Sicuramente l’ausiliario fu ancor più canaglia con me e con Riccardo che con i primi due. Come ho detto il lato sadomaso della nostra sessualità lo avevamo scoperto entrambi da anni, per me forse era giunto a definitiva consapevolezza proprio in quelle prime settimane di vita in caserma accanto a Riccardo, il primo con cui ne avessi parlato, il primo in cui scoprivo, riconoscevo e condividevo le mie stesse emozioni erotiche. Lontani dai condizionamenti di familiari e conoscenti, avevamo subito raggiunto un grado di sincerità reciproca che non avevo mai avuto con nessun altro. Così avevamo anche scoperto che entrambi, sia pure con aghi o spilli più sottili, qualcosa del genere l’avevamo già sperimentato da soli. Non ero solo io, dunque, ad avere di quelle propensioni. E ci eravamo confidati che quella puntura che tanti consideravano paurosa, di cui avevamo più volte parlato, l’attendevamo come un’esperienza che eravamo entrambi impazienti e quasi smaniosi di affrontare e l’avremmo fatto con stoicismo, orgoglio maschile, disinvoltura, baldanza, con più eccitazione di quel che – almeno credevamo fino a qualche minuto prima – avremmo potuto lasciare trasparire, e certamente senza mostrare nessuna esitazione e senza lasciarci sfuggire nessun lamento. Fantasticando fra noi ci eravamo detti che, se gli aghi normali avessero scarseggiato e avessero cercato volontari per aghi molto più grossi, ci saremmo fatti avanti insieme noi due.
Per cui non è sorprendente che apparissimo i più sfrontati nei confronti dei due infermieri, credo che gli dessimo un’impressione di strafottenza. In quella situazione in cui avevano la libertà, in assenza dell’ufficiale medico, di dare sfogo alle loro pulsioni da bulli, i due sarebbero stati più appagati a trovarsi di fronte dei ragazzini intimoriti, piuttosto che ragazzi infoiati all’idea di farsi volontariamente infilzare dai loro aghi. La loro massima soddisfazione sarebbe stata quella di annullare la nostra sfrontatezza e di vederci chiedere o implorare un trattamento meno brutale.
Così io e il mio Riccardo, gonfi di endorfine come eravamo, sopportammo l’inusuale sevizia non solo impassibili e senza battere ciglio, sprezzanti, anzi senza risparmiarci espressioni di compiacimento per la prova di resistenza al dolore che quel giorno avevamo l’opportunità di sostenere. Questo atteggiamento scatenò ulteriormente l’infermiere sadico di cui eravamo in balia, tanto che solo su noi due l’operazione dovette essere ripetuta.
L’infermiere sapeva bene come usare quell’ago, molto grosso e spuntato ma pur sempre un semplice ago da iniezione, per provocare il massimo dolore possibile senza far danni o lasciare tracce evidenti. Con me lo fece con particolare compiacimento. Usò quel grosso ago spuntato per farmi un male boia, in tutte le fasi dell’operazione. Posso rivivere ancora nella memoria ogni emozione, ogni dolore, ogni spasimo soffocato, ogni eccitazione e ogni momento di quella prova: dopo le prolungate carezze con la punta e lo sfioramento e poi il graffio del capezzolo, un graffio un po’ più profondo fino a giungere al punto da perforare, la foratura del primo strato della pelle, la lentissima dilatazione del foro, la penetrazione a forza e con rotazione dentro il muscolo per cercare con successo di provocarmi un sanguinamento. Cercando di estorcermi almeno qualche lamento, o una richiesta di farla finita presto, infatti, l’infermiere aveva tanto fatto e ravanato al primo tentativo che mi aveva fatto uscire un rivolo di sangue per la rottura di un piccolo vaso, per cui l’ago me lo dovette estrarre. Anche l’estrazione fu lentissima e con nuova rotazione dell’ago dentro il muscolo prima e alla fine strappando con forza l’ago via dalla pelle che resisteva a rilasciarlo. Anche per la seconda puntura e penetrazione usò le stesse modalità brutali e riconficcò l’ago con la stessa studiata lentezza, sotto gli occhi molto turbati di tutti i presenti e zaffate e occhiate di orgoglio e complicità da parte di Riccardo.
Ma credo anche di avere sperimentato raramente uno scatenamento simile di endorfine nel mio corpo. Aggrappandomi alle tante fantasie di cui era nutrito il mio immaginario gay sadomaso, il dolore mi si trasformò in nuova eccitazione, arrapamento e senso di orgoglio virile, amor proprio, amore per Riccardo.
E Riccardo, vista la scena, non pensò per un attimo di poter essere da meno del suo amico e fratello. La nuova amicizia, per lui come per me, era diventata in poco tempo il bene più prezioso, andava corazzata a qualunque costo, e qualunque comportamento che l’avesse delusa era semplicemente impensabile per entrambi.
Preso subito dopo di me, e avendo compreso la psicologia dell’infermiere, si mostrò a tutti con un fare altrettanto e più sfacciato e sprezzante del mio di fronte a quel trattamento indebito, e ricevette lo stesso mio servizio se non peggiore, fu di proposito malamente e brutalmente trafitto con seguito di inevitabile piccola emorragia e conseguente estrazione e seconda inserzione dell’ago con la modalità più depravata di cui l’infermiere era capace. Doveva avere capito che a noi due non ci avrebbe messo sotto i piedi, ma, come ho detto, anche almeno due degli altri tre che erano assieme a noi si comportarono meravigliosamente bene. Ne mancava però ancora uno.

Il testosterone deborda

Il solo a comportarsi al di sotto delle aspettative fu il quinto dei nostri compagni, un ventiquattrenne romano, già laureato, che praticava ginnastica artistica ed era di gran lunga il più muscoloso di noi cinque, per questo, immagino, chiamato per ultimo. Era con lui che i due infermieri avrebbero voluto terminare il loro divertimento toccando l’acme.
Quando era entrato con noi nell’ambulatorio era sembrato baldanzoso quanto gli altri, ma, dopo avere visto l’infermiere sadico scatenarsi in quel modo sfogandosi su di noi senza ritegno e senza nessuno che potesse o volesse tenerlo a bada o protestare, a poco a poco si era spaventato, era impallidito. Fu il solo a dare qualche soddisfazione ai due infermieri. Si lasciò scappare sospiri disperati, qualche grido e insomma non si comportò stoicamente come gli altri.
Quando fu rimandato fra noi, sono contento di poter dire che, a differenza degli infermieri che finalmente avevano trovato una recluta da deridere anche nel nostro gruppo, noi mantenemmo tutti nei suoi confronti un comportamento rispettoso. Si mise dietro a tutti, forse avrebbe voluto scomparire, sia da quella situazione, sia dagli sguardi degli altri. Piuttosto abbattuto, non trovando modo di sedersi, si appoggiò al muro (ricordo molto bene, quando poi se ne distaccò, l’impronta sul muro della sua possente schiena sudata). Era davvero bello e con l’ago piantato nel petto era ancor più eccitante. Invidiai Riccardo che, come sempre molto sveglio, riuscì senza dare nell’occhio ad appoggiare delicatamente la sua schiena al petto del ragazzo, dalla parte senza l’ago, sfiorandone ripetutamente il capezzolo prima di aderire al suo costato fradicio di sudore con la sua schiena altrettanto bagnata. Il muscoloso ragazzo non si mosse (in quei frangenti un contatto umano non si rifiuta), ma non fece nemmeno nulla per mostrare di voler contraccambiare.

L’attesa dell’ufficiale medico durò molto più a lungo del previsto. Nella concezione del mondo militare dell’epoca, la moglie indisposta del colonnello era molto più importante di cinque ragazzi rimasti con l’ago della siringa già piantato nel petto e lasciati per circa un’ora ad attenderlo nell’ambulatorio. Era questa idea, che i soldati di leva fossero individui senza diritti, che rendeva possibili abusi come quello. E il fascino che pure il servizio militare di leva allora ancora aveva stava forse anche in questa sospensione delle regole della civiltà moderna, in questa esperienza di degradazione morale e di avventurosa e forzata abiezione. Anche se ovviamente a questi estremi non ci si arrivava quasi mai.

Restammo così tutti e cinque in piedi in attesa del ritorno dell’ufficiale medico, ciascuno con il suo ago piantato nel petto, con i due infermieri che ci guardavano seduti su due sedie, parlottando fra loro e facendo ogni tanto commenti a voce un po’ più alta per metterci paura su quel che ancora ci attendeva, anche con sorrisi di sfida e di scherno, cercando di nuovo di ridurci al rango di ragazzini impauriti, questa volta tentando la carta psicologica. Descrivevano con toni allarmanti l’iniezione che ci aspettava, il dolore bruciante che ci avrebbe provocato soprattutto sul momento e poi per ore, e le presunte complicazioni possibili (che poi non ci furono per nessuno), a cominciare dal pericolo della rottura dell’ago e dai modi spicci che il giovane inesperto e un po’ imbranato – come sottolineavano – ufficiale medico avrebbe usato seduta stante per estrarne chirurgicamente lo spezzone rotto. “Non aspettatevi anestetico perché è finito”. Non si sapeva quanto credergli, perché era chiaro che volevano intimorirci. Però già quel che era successo fino a quel momento sarebbe sembrato impensabile solo un’ora prima.
Quei discorsi servirono però ad aumentare ancor più l’eccitazione e il turbamento ormonale, che dovevano trovare ormai qualche sfogo. L’atmosfera in quella stanza si faceva sempre più strana, come se il tempo e la vita normale fossero sospesi e fossimo entrati in una dimensione un po’ selvaggia e euforica, inquietante, in cui le regole della vita normale, non solo di quella civile, ma anche di quella militare ordinaria, erano messe del tutto da parte. Era come ritrovarsi improvvisamente in situazioni come quelle del serial televisivo MASH, ambientato in un ospedale militare gestito da pazzi durante la guerra di Corea.
Come ho detto, la stanza era piccolissima, una parte era occupata da un materassino da palestra che non si doveva calpestare, l’altra dal tavolino e dalle due sedie occupate dagli infermieri, e quindi stavamo praticamente spalla a spalla.
Per tutta risposta alle minacciose chiacchiere dei due infermieri, uno di noi, il canottiere veneto con il corpo statuario e la faccia da adolescente con cui nelle settimane precedenti avevo appena scambiato qualche parola e che, vestito, mi era sembrato una personalità piuttosto scialba, ci prese sottobraccio e cominciò, con divertimento e spavalderia, a contrarre il muscolo pettorale facendo muovere l’ago su e giù. Stringendoci ritmicamente i gomiti sotto i suoi, ci invitava a imitarlo. Invito raccolto da me, da Riccardo e dal tennista. Anche i due infermieri tacquero, guardandoci come se fossimo bestie rare, ma, probabilmente un po’ affascinati da una reazione opposta a quel che si aspettavano, ci lasciarono fare. Era anche per loro uno spettacolo del tutto fuori dalla routine di quel rito di iniziazione di solito tanto più meccanico e disciplinato, e probabilmente anche per loro era un interessante fuori programma, anche se il programma che avevano in testa loro non lo stavano più conducendo.
Il canottiere diciannovenne era palesemente in stato di eccitazione erotica, consapevole o meno che fosse del risvolto omoerotico della faccenda. Improvvisamente, con una mossa del tutto inattesa, quel bellissimo ragazzo, continuando a tenermi sottobraccio con il suo braccio sinistro, si voltò verso di me spingendomi ancor più vicino a lui, e cominciò a titillare delicatamente con il suo dito indice l’ago conficcato nel mio petto. Tutti, tranne Riccardo, che era diviso fra invidia per il ragazzo e orgoglio per me, si sorpresero che lo lasciassi fare. Anzi, mi voltai a mia volta ancor più verso di lui, eravamo ormai vicinissimi uno di fronte all’altro, misi le mani dietro la schiena, inarcai leggermente la schiena portando un po’ indietro la testa con un’espressione di compiaciuta condiscendenza, in modo da offrire chiaramente e senza riserve il mio petto alle sue manovre. Ebbi ovviamente addosso gli occhi di tutti. Attratti dallo spettacolo come gli altri, gli infermieri non vollero interrompere la scena, e quello a ferma lunga si limitò a un commento molto professionale, che tradiva tutto il suo coinvolgimento: “Non toccare la punta, deve stare sterile”.
Il più sorpreso dal modo in cui avevo accolto e accettato il suo gesto era il ragazzo, che probabilmente si era aspettato che mi ritraessi di scatto al momento del suo primo contatto con il mio ago, e che a quel punto continuò a titillarlo, delicatamente, poi poco per volta si mise a ravanare sempre meno delicatamente, inclinandolo in tutte le direzioni, a destra, a sinistra, verso l’alto, verso il basso, Poi anche spingendolo delicatamente più a fondo e su e giù. “Te piase, ti xe masochista?” mi chiese con un accento veneto così pesante, e al tempo stesso gentile, da rendere evidente la sua natura di ragazzo semplice e ingenuo. La parola masochista, sorprendente in bocca a uno come lui a quei tempi, l’aveva sicuramente imparata sfogliando le riviste porno che circolavano in quella caserma. “ネ un’esperienza, va avanti”, risposi, senza riuscire però a evitare di arrossire, perché la domanda del ragazzo mi aveva colto sul vivo. In realtà in quella stanza e in quel momento, per un verso o per un altro masochisti lo eravamo un po’ tutti, tranne il povero ginnasta, che stava lì sempre più come un pesce fuor d’acqua. Infatti, in quell’atmosfera di eccitazione crescente, nessuno, neppure gli infermieri, così basiti da perdere l’occasione di umiliarmi, mi fece notare che ero arrossito. Ma forse non se ne erano accorti, perché lì dentro eravamo tutti rossi in viso, avvampati per il caldo e per l’eccitazione.
Il ragazzo cominciò a muovermi l’ago sempre più energicamente. Era un po’ come se avesse fra le mani il mio cazzo e lo stesse maneggiando con energia crescente per farmi venire. La cosa si stava facendo estremamente interessante e arrapante, tanto da farmi sottovalutare il rischio che l’ago mi si potesse davvero spezzare dentro il muscolo. Ma anche gli infermieri, irresponsabili come si erano già dimostrati, non vollero interrompere la scena e non intervennero.
Andò avanti così per altri tre o quattro minuti buoni, con il ragazzo che mi agitava l’ago in modo sempre più energico, in silenzio, al suono delle cicale. Era proprio bravo, bravo quanto era bello, un talento naturale. Mi faceva male quanto bastava per realizzare un rapporto molto intenso, mi faceva male gradevolmente, e mi respirava a fondo addosso, soffiando delicatamente sul mio corpo sudato e seminudo, eravamo a pochissimi centimetri l’uno dall’altro ma senza nessun altro contatto fisico che quell’ago. Cominciai a ricambiare toccandogli delicatamente il suo ago, e anche lui lasciò fare. Rallentò il ritmo per entrare in sincronia con quel che voleva che gli facessi, e io lo lasciai dettare i tempi. Se fosse ancora durato un po’, certamente sarei venuto. Sarei venuto io, sicuramente anche lui, e forse qualcuno degli spettatori.
Riccardo mi aveva messo una mano sulla spalla e me la stava stringendo forte. Con la sua schiena era ancora appoggiato al ginnasta appiccicato contro il muro, con il suo cazzo premeva sul mio fianco. Sentivo quel cazzo inturgidito contro di me, e mi fece un immenso piacere sentire che Riccardo mi era complice anziché geloso o invidioso. Premetti il mio fianco contro Riccardo e il suo membro, e Riccardo mi spinse ancor più contro di lui con la mano con cui mi premeva la spalla. Con la sua schiena era sempre appoggiato al ginnasta romano. Entrambi gli infermieri si erano messi le mani sotto i calzoncini e si toccavano con risultati visibili.

L’erotismo spezzato

Avremmo raggiunto l’acme, e un imprevedibile show-down, in pochi minuti.
Invece, purtroppo proprio in quel momento, il ginnasta, che non si era fatto per nulla coinvolgere dalla dimensione erotica e selvaggia di quella situazione uscita di mano, alla vista di quella specie di reciproca masturbazione sadica, sotto l’impressione che gli facevano tutti quegli aghi e soprattutto il suo, e l’intera situazione, e un po’ perché ormai stava lì sempre più a disagio, senz’aria, pressato dall’invadente fraternità di Riccardo, gli sembrava il tentativo di coinvolgerlo in quei giochi che lo facevano star male, e per di più impaurito dai discorsi che aveva sentito dai due infermieri, svenne con l’ago ancora infilzato nel petto.

Fu inevitabile che la sbalorditiva magia erotica che si era creata svanisse di colpo, e fummo tutti richiamati alla realtà.
Anche il ragazzino canottiere che mi stava masturbando l’ago lasciò perdere.
Purtroppo. E con mio duraturo rammarico. Nelle settimane successive io e Riccardo gli suggerimmo molto cautamente che sarebbe stato divertente provare a ricreare in qualche modo la situazione e di riprendere la scena dove si era interrotta, ma non ci prese neppure sul serio, pensava che scherzassimo, o più probabilmente voleva rimuovere anche il ricordo di quel che aveva fatto, cominciando a intuirne la natura. Sviò il discorso. Forse stava confusamente realizzando di essere stato coinvolto in una situazione dai profondi risvolti omoerotici cui non era preparato, e cui forse si era prestato non perché vi fosse predisposto, ma solo perché la sua libido doveva pure trovare uno sbocco in quell’ambiente tutto maschile e fuori di testa. Era un problema comune a molti militari di leva eterosessuali, che poteva diventare un’opportunità per i pochissimi gay che già a quell’epoca fossero abbastanza intraprendenti e disinibiti.
In seguito Riccardo e io quella scena l’avremmo ripetuta, con altri partner. Ma in questi casi la prima volta ha spesso un fascino irripetibile.

L’infermiere che ci aveva piantato gli aghi nel petto, sicuramente anche perché incazzato per la brusca fine dello spettacolo, lo strappò con la sua solita brutalità, ma questa volta più con rabbia che con voluttà, al malcapitato ragazzone che giaceva a terra appena cosciente e pallido come un cencio, facendo uscire anche a lui un piccolo ma più consistente fiotto di sangue, e assieme all’altro infermiere lo fece sdraiare sul materassino da palestra, che evidentemente era lì per quello scopo, dato che gli svenimenti non erano proprio rari, soprattutto in caso di sanguinamenti (e infatti ci accorgemmo che le macchie di quel materassino piuttosto sudicio erano probabilmente gocce di sangue rappreso).

Proprio a quel punto arrivò finalmente anche l’ufficiale medico. Era effettivamente giovanissimo, un sottotenente di complemento – cioè anche lui di leva – certamente neolaureato e inesperto come medico, con la faccia da ragazzo che sembrava perfino più giovane di quel che era e della maggior parte di noi e degli infermieri. In quel torrido agosto era però rimasto il solo medico a occuparsi del migliaio di reclute della caserma – e, con priorità assoluta, pure della moglie del colonnello. Era carino. Ormai era il solo che non fosse a torso nudo. Come carnefice sarebbe stato sicuramente più desiderabile dei suoi due infermieri.
Bastò però il suo arrivo perché nella stanza si ristabilisse un normale ordine militare, ponendo istantaneamente fine a quell’atmosfera licenziosa e impudica da party sadomaso. Diede un’occhiata al ragazzo svenuto, che già si era un po’ ripreso, gli diede una garza con cui tamponarsi da solo la piccola ma continua emorragia premendosela sul pettorale, decise di procedere con gli altri, lasciandolo intanto a terra sul materassino, e si mise al lavoro.

Il liquido penetra nel muscolo

Sempre con l’ago conficcato nel petto da ormai un’ora abbondante, l’ufficiale ci mise in fila, Come da prassi, a ciascuno attaccò all’ago che ci sporgeva dal pettorale una siringa enorme e iniettò a ciascuno dieci cc di vaccino polivalente.
Il liquido era molto denso e, proprio come si diceva, bruciava molto nel muscolo man mano che veniva iniettato e penetrava nella carne, e ancora per parecchie ore in seguito. Era poca cosa rispetto a quel che avevamo subito fino a quel momento, ma, per minimizzare il dolore, questa operazione avrebbe dovuto essere effettuata con lentezza, in modo da consentire al vaccino iniettato di penetrare lentamente, all’opposto dell’inserzione dell’ago che sarebbe risultata meno dolorosa se fatta in velocità.
Invece l’ufficiale procedeva con “efficienza militare”, tagliando i tempi e con un piglio risoluto e sbrigativo, e senza nessuna sua apparente partecipazione emotiva, senza un suo particolare intento sadico, ma solo secondo quel che l’istituzione si attendeva da lui, con assoluta indifferenza per il dolore provocato al militare che gli sottostava. Che era poi la logica di tutto quel rituale di iniziazione, in cui ci si attendeva che tanto i sanitari quanto i militari “punturati” esibissero una totale indifferenza al dolore fisico provocato e subìto.
Ne ebbi conferma quando toccò a me, e cercai di cogliere lo sguardo di quel bell’ufficiale medico per stabilire con lui un rapporto virile che desse qualche spessore psicologico a quel che mi stava facendo, ma lui non si prestò, e mi iniettò subito quel liquido denso e bruciante con distacco professionale totale, tutto concentrato sulla funzione, come se io e gli altri atletici e bei ragazzi sudati e infilzati da un ago nel petto in quella piccola stanza fossimo capi di bestiame da vaccinare in serie. Doveva essere irrimediabilmente etero, perché altrimenti gli sarebbe stato impossibile non essere toccato dalla fauna maschile presente in quella stanza.
Terminata l’iniezione era lo stesso ufficiale che ci estraeva dal petto l’ago ancora attaccato alla siringa, senza nessun riguardo, ma neppure con la mano intenzionalmente pesante e sadica dell’infermiere.
Poi gli aghi, alcuni visibilmente insanguinati, venivano staccati dalla siringa e messi in un contenitore di metallo, pronti per la successiva sterilizzazione e riciclaggio. La siringa invece veniva attaccata all’ago piantato nel petto del ragazzo successivo, e svuotata di altri dieci cc.
Questa seconda prova normalmente sarebbe stata più dolorosa della prima, se questa nel nostro caso non si fosse svolta in modo così anomalo e selvaggio. Visto come ci eravamo comportati fino a quel momento di fronte a un esame tanto più severo, non c’è da stupirsi che la superassimo tutti con la massima impassibilità, compostezza e soddisfazione, sia individuale, sia, se si può dire così di quel piccolo plotoncino casuale, di corpo.

Alla fine, a me e a Riccardo, che palesemente avevamo preso la cosa più sportivamente di tutti e che eravamo i più robusti dei quattro rimasti in piedi, ordinarono di prendere sottobraccio il ragazzo muscoloso che era svenuto, e che un po’ tremante si era rimesso in piedi, e di sorreggerlo davanti ai tre sanitari per evitare che cascasse nel caso fosse svenuto di nuovo. I tre tornarono, senza neppure cercare di trattarlo meglio, forse anzi, per punirlo, con un sovrappiù di cattiveria rispetto ai normali standard, appena attenuata dalla presenza dell’ufficiale, a disinfettargli l’altro pettorale, a conficcarvi un altro ago e a praticargli l’iniezione. Si capiva che il ragazzo, dopo aver visto come ci eravamo comportati tutti noi quattro, si vergognava di essere svenuto, e voleva mostrare a noi di essere anche lui all’altezza di quella prova, nonostante il rivoletto di sangue che ancora gli usciva dal punto in cui gli avevano strappato l’ago a forza. Fu capace di farsi forza, in piedi davanti ai tre sanitari, sudatissimo come noi due che lo tenevamo sottobraccio, tenendoci reciprocamente per gli avambracci, scivolosi dietro la sua schiena nuda e bagnata e tenendolo con l’altra mano, sotto la sua ascella fradicia di sudore e maleodorante, per i suoi bei bicipiti turgidi, contratti per la paura che aveva di svenire di nuovo. In quella posizione, esponendo in quel modo il suo torace alle manovre dei tre sanitari, lo potevamo entrambi ammirare in tutto lo splendore della sua muscolatura perfetta, esaltata dal sudore, e osservare da vicino quel che i tre stavano facendo sul suo meraviglioso pettorale, sull’altro lato del quale continuava a uscire il rivoletto di sangue, che ogni tanto l’infermiere di leva ripuliva con la garza ormai completamente inzuppata.
Cercando di scherzare, provò a dire che era svenuto perché quella mattina aveva mangiato troppo, e poi non disse più nulla. Il solo rumore nella stanza era però il suo respiro, poco meno forte delle cicale di fuori. Non ci fece una troppo brutta figura, dopo tutto. Mentre i tre gli tormentavano il pettorale, la sua faccia sembrava in estasi dolorosa, ma non gli scapparono più i lamenti della prima volta. Non fu per niente male. Il sadomaso, però, non era il suo genere. Purtroppo non dava neppure alcun segno di interesse per l’intenso contatto fisico con cui Riccardo e io lo sorreggevamo, né, pur ringraziandoci tanto e rammaricandosi per il suo comportamento, l’avrebbe dato in seguito, nonostante le nostre carinerie abbastanza esplicite.

Soffrire e fondersi assieme

Era finita, e il giovane ufficiale medico ci prescrisse di stenderci sui materassini della palestra per il quarto d’ora precauzionale e di andare poi tutti in camerata a riposare per il resto della giornata. Caricateci sulle spalle le braccia poderose, tornite dalle parallele, del nostro riluttante ginnasta che non sembrava essersi ripreso del tutto, uscendo dall’ambulatorio, Riccardo e io lo aiutammo ancora a reggersi. E vedendoci uscire, così, tutti e tre un po’ insanguinati – noi due con l’aria infiammata, lui decisamente provato e più sporco di sangue – come se stessimo uscendo da una stanza di tortura, regalammo certamente qualche forte trasalimento in più ai nostri commilitoni che ancora attendevano, ora emozionatissimi, il loro turno. Notai che al nostro passaggio tutti tacevano all’improvviso e i più deglutivano.

Riccardo e io ci stendemmo sul materassino sempre tenendoci affettuosamente in mezzo il ginnasta sconvolto, che purtroppo non raccolse in alcun modo i nostri cautissimi palpeggiamenti. Chissà se ne aveva compreso la natura o se quel tipo di erotismo gli fosse così lontano da interpretare quei gesti come semplici tentativi amicali di fargli coraggio.
Molti degli altri ragazzi in attesa di essere punturati fecero capannello attorno al materassino su cui eravamo distesi, chiedendoci un po’ trepidanti come si svolgeva l’operazione, e qualcuno facendo domande un po’ più esplicite, che alla nostra sensibilità si rivelavano come messaggi rivelatori di una forte curiosità erotica. Riccardo e io cogliemmo l’occasione per rispondere con messaggi cifrati a loro altrettanto intellegibili, per cui con qualcuno di quei ragazzi Riccardo e io trovammo il modo di “approfondire il discorso” nel mese seguente. Il nostro ginnasta rimase del tutto muto, e chissà se si accorse di qualcosa, o se, come molti altri, ci prese per ordinari maschiacci un po’ esibizionisti.

Il principale rimpianto di quella giornata per me memorabile è che nessuno pensò, come molti in quegli anni facevano, di scattare qualche fotografia. Una foto, magari una foto artistica, della nostra uscita dall’ambulatorio con il ginnasta sottobraccio, sudatissimi e un po’ sanguinanti, sarebbe potuta diventare un’icona della fotografia omoerotica sadomaso e ancora oggi spopolerebbe in tutti i siti e i social dedicati.
Riccardo e io, di cui gli altri ragazzi presenti raccontarono le gesta con resoconti che si diffusero ben presto fra tutti i soldati, arricchendoli di particolari sempre nuovi, veri e inventati, ci guadagnammo il rango di maschi alfa per il resto della nostra permanenza in quella caserma.

Dopo la vaccinazione venne a quasi tutti un po’ di febbre, come era normale e previsto che accadesse, e per un paio di giorni fummo esonerati da ogni attività. Del resto il clima, in quei giorni di afa eccezionale e di acqua razionata per la siccità, era piuttosto rilassato e fancazzista, anche fra gli ufficiali e i sottufficiali. Riccardo e io, fingendo di essere un po’ inebetiti dal vaccino e di esserci per questo accasciati assieme sulla stessa branda (la sua: la mia era quella di sopra), ci restammo indisturbati per mezza giornata di seguito. L’aids era di là da venire, e non ci preoccupammo per nulla di mischiare quel giorno il nostro sudore e un po’ del nostro sangue (lo sperma no, quello non si poteva proprio fare lì: ci rimase negli slip e sulla branda di Riccardo. Ma nessuno ci avrebbe fatto caso anche se se ne fosse accorto, perché macchie di sperma ce n’erano su tutte le brande della caserma, come le immagini e riviste porno nelle camerate – tutte peraltro etero, ovviamente, a quell’epoca e in una caserma, e piuttosto ingenue se paragonate alla pornografia di oggi). Santa ingenuità, nessuno sembrò sospettare di nulla. A quell’epoca i gay erano immaginati da tutti come sensibili “femminucce”, e noi due, con quegli stereotipi così diffusi, proprio non c’entravamo, per i loro standard non potevamo essere froci.

Benché tutte “normali”, ricordo con qualche eccitazione anche le mie altre tre iniezioni da militare, con altri compagni, meno affascinanti, altri medici, meno interessanti, e altri infermieri, molto più professionali. Ma nessuna ha potuto eguagliare le emozioni di quella prima volta, così insolita e fuori da ogni regola.
Riccardo, invece, è rimasto il compagno della mia vita. Non è certo stato solo il sesso a tenerci uniti, però in tutti questi anni – lui oggi vero medico, io archeologo, ma suo assistente di sanità volontario quando serve – abbiamo fatto superare dolorosi riti di iniziazione a decine di coraggiosi ragazzi in età di leva. Tutti intrepidi volontari, naturalmente. Perché la leva non c’è più e queste cose ormai le fa solo chi vuole, com’è giusto. Queste cose: sia il servizio militare, sia le prove di virilità e di iniziazione fra giovani maschi.

Perché si sono cancellate le tracce?

Riflessione conclusiva e qualche domanda. Il racconto fatto fin qui è un racconto di fantasia, ma a dire il vero per più di qualche spunto, che pure ho fortemente gonfiato, non è di sola fantasia, e lo ho sviluppato a partire da racconti, esperienze o testimonianze reali.
Resta però la scena ordinaria che si ripeteva migliaia di volte in quegli anni in tutte le caserme italiane, fino alla seconda metà degli anni Ottanta, quando l’iniezione al petto fu abolita, ben prima della fine del servizio di leva. E già in precedenza le siringhe usa e getta avevano preso il posto del truculento rito dei grossi aghi riutilizzati da piantare nel petto delle reclute in attesa dell’iniezione. E sicuramente il diametro degli aghi alla fine sarà stato molto più sottile che negli anni Sessanta.
Chi non l’ha vissuta si deve immaginare decine o centinaia di ragazzi, strappati al loro solito ambiente di vita, che, in un gruppo di coetanei esclusivamente maschile, si espongono in piedi, seminudi, di fronte ad altri uomini incaricati di bucare i loro pettorali con lunghi aghi del calibro di un chiodo sottile (questo almeno fino agli anni Sessanta). In quel clima claustrofobico, in un ambiente cui ogni rapporto sessuale è impossibile anche per gli eterosessuali, molti dei quali in conseguenza cercano a tentoni qualche altro sfogo per la loro libido, giovani maschi anticipano il momento in cui mostreranno, ai loro pari e a se stessi, di essere capaci di prestarsi senza piagnucolare ad assaggiare la punta di acciaio dell’ago che preme per entrare nella carne del petto nudo che ognuno a turno porgerà indifeso vincendo qualche fremito. In molti, davvero in molti, spesso accolgono questa esperienza – almeno nella parte irrazionale della propria coscienza – come una prova di virilità e di resistenza al dolore fisico sotto gli occhi dei propri compagni, una prova da ricordare e di cui essere orgogliosi.
Si deve immaginare il preliminare della preparazione, con il disinfettante che ancora non brucia, del petto nudo del ragazzo per la perforazione che seguirà di lì a poco. L’odore penetrante dello iodio o dell’alcool che d’estate si mischia a quello del sudore di tanti corpi di maschi seminudi ammassati insieme, talvolta in spazi ristretti. L’ingiunzione a ciascuno di comportarsi virilmente, l’attesa che l’ingiunzione sia accolta dai ragazzi, ma anche la probabilità, su decine di migliaia di iniezioni ogni anno e in situazioni cariche di testosterone come quelle, con i ragazzi di leva obbligati a sottoporsi a quel rito virile e impossibilitati a ribellarsi, che medici o infermieri, anch’essi spesso di leva, qualche volta ci prendano gusto e che, in quella scena dall’evidente profumo sadomaso, qualcuno di loro si faccia tentare ad assumere per davvero un ruolo meno professionale e più esplicitamente sadico, da bullo, infierendo gratuitamente un po’ più del dovuto su qualcuno (magari qualcuno della cui muscolatura, atteggiamento, bellezza, spavalderia e gioventù provano invidia), forse lasciando anche un po’ trasparire questo atteggiamento provocatorio agli occhi del soldato che stanno sottilmente seviziando, per vedere l’effetto che fa, per vedere se il ragazzo accetterà la sfida, interpreterà la sua parte abbandonandosi anche lui al piccolo gioco crudele, e saprà mantenere il ruolo sfacciato e spavaldo che ci si attende da lui, o finirà per protestare, gridare o piagnucolare. Su centinaia di migliaia di queste iniezioni “rituali” eseguite nel corso di decenni, qualcosa del genere sarà certamente successo, e, scommetto, non poche volte.

Possibile che coloro che inventarono questo rituale più di un secolo fa, in Italia o in Germania (cioè nelle due nazioni che condividevano la pratica delle iniezioni intramuscolari al petto delle reclute), non l’abbiano fatto sotto la spinta di un loro immaginario mondo interiore omoerotico sadomaso, per molti di loro forse inconscio, ma ben diffuso nell’ambiente che quel rito lo aveva fatto proprio e mantenuto in vita per decenni? Perché altrimenti un’iniezione non piccola – anzi, una serie di iniezioni non piccole – proprio nel petto anziché in zone più funzionali dal punto di vista medico ma meno erotiche, o che richiedessero pose meno virili di una “nudità eroica” alla greca? Perché schierare i plotoni a torso nudo, in piedi, chiedendo alle reclute di sottoporsi a questo rituale collettivo così carico di emotività, affrontando la propria resistenza alla paura e al dolore fisico sotto gli occhi di tutti? Come mai questo rituale così scopertamente sadomaso e omoerotico non risulta essere stato mai indagato da storici delle mentalità o da psicologi?

Ma soprattutto, come mai questo tema non compare mai oggi fra i fetish sadomaso gay? Come mai le punture sul “culetto” sembrano una fantasia ben più frequente di questa, che, a differenza della prima, si riferisce a esperienze e emozioni che coinvolgevano persone sessualmente già del tutto sviluppate? Come mai il tema pare assente nei romanzi e racconti sul servizio militare di leva, nei film, e perfino nei siti porno? Come mai nessuno dei tantissimi che ne erano colpiti, ossessionati o affascinati all’epoca, ha poi più pensato di riproporre l’argomento in chiave sadomaso, ora che ci sono così tanti canali disponibili per farlo e così tante e disparate fantasie? Come mai non si trova sulla rete che qualche rara traccia di un’esperienza emozionale come questa, che all’epoca era oggetto di chiacchiere, allusioni e leggende abbastanza frequenti? E proprio nessuna traccia, sorprendentemente, proprio da parte di persone gay? Come mai non si trova in rete che una scarsa decina di foto in tutto, per lo più di cattiva qualità, quando erano in molti che si facevano immortalare per ricordo mentre gli piantavano la siringa nel petto? Non è strano?
Forse non è tanto strano, forse la rimozione si spiega con il fatto che oggi, quando di sesso “strano” e sadomaso tutti sentono parlare prima o poi, e quindi tutti sono costretti a chiedersi se possono o meno pensare di farsene coinvolgere, la componente omoerotica e sadomaso di quel rito si è fatta molto più evidente, e chi vi aveva partecipato con qualche immedesimazione emotiva preferisce prendere le distanze e rimuovere.

E oggi? Ci sono volontari?

Nessuno, oggi, che ne sia attizzato o tentato di cimentarsi? Magari qualche vero medico o infermiere?

 

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