'; Il prete depravato (cap. II) | Racconti erotici

Il prete depravato (cap. II)

Il prete depravato (cap. II)

Le cinque sorelle mi avevano regalato un inginocchiatoio molto pregiato, fatto con un buon legno e lavorato a mano, con intarsiate raffigurazioni di scene bibliche. Avevano messo i soldi un po’ per una per il piacere di farmi un pensiero tutte insieme, un pensiero che mi avrebbe fatto ricordare di tutte loro ogni volta che mi fossi inginocchiato lì, portandole così nelle mie preghiere. Quello che volevo però in quel momento era soltanto che mi servisse per scopare con mia zia, e andò benissimo. Avevo infilato le mani sotto la sua maglia di lana e le palpavo le grosse tette con una brama oscena. Lei mugolava anche dal dolore per le mie dita che affondavano rudi nel morbido di quelle tettone e per le mani che gliele pastrugnavano senza riguardo alcuno. Ricordo che si ruppe il gancetto del reggiseno e che lei inarcava la schiena sotto il mio famelico palpeggio. Senza sfilare le mani da sotto la maglia l’ho fatta girare e l’ho accompagnata a posizionarsi sull’inginocchiatoio, le ho tirato su la gonna fino a farla raccogliere attorno ai suoi fianchi larghi e rotondi e le ho ammirato a bocca aperta il culone bianco e soffice. Gliel’ho accarezzato, ho accostato la bocca baciando le sue chiappe e ci ho fatto scorrere le guance; strusciavo la mia faccia su quel culo che desideravo da sempre, ero letteralmente in adorazione di quelle forme rotonde, bianche e soffici sulle quali affondavo bramoso e osceno. Un quasi prete che annusa, lecca, bacia e strofina la faccia sul culo della zia, che oscenità!

Con le mani poi le ho divaricato le natiche bianchissime e mi si è mostrato il buchino del culo che ho iniziato a leccare; sentivo la lingua scorrere lungo il bordo di quell’orifizio, solcato da minuscole rughette tutte intorno come piccolissime tacche, e sentivo il suo pulsare al contatto con la punta della mia lingua. In quel momento ero in preda ad una eccitazione animalesca, tanto che, mentre ho infilato la lingua proprio dentro il buco e le esploravo il retto, emettevo dei grugniti da porco insieme al rumore del risucchio che facevo. Stavo succhiando dal buco del culo di mia zia e questa oscenità aveva indurito il mio cazzo all’inverosimile, me lo sentivo grosso e duro come la verga di un montone, e pensavo solo a sfondare l’intimità di zia Elide.

Ho lasciato di affondare le mani nel suo culone e mi sono dato delle vigorose smanettate all’asta, intanto zia, che stava piegata in avanti sporgendosi dall’inginocchiatoio, mugugnava e sospirava di piacere e di sgomento nel sentirsi il buco del culo slinguato dal nipote, il suo caro angelico nipote, prossimo alla consacrazione sacerdotale.

I sospiri ed i mugugni di mia zia sono aumentati quando la porca ha sentito la mia bocca vogliosa scenderle sulla fica e affondare lì, tra un folto manto di pelo pubico che gliela ammantava e due labbra gonfie, turgide e rosee; aperte come lo spacco in un frutto maturo.

La fica di mia zia era gonfia e grondava umori come i rivoli di un ruscelletto, io glieli ho leccati con una brama golosa e quando mi sono spinto con le labbra a succhiarle il bottoncino carnoso lei è letteralmente saltata, scossa da un piacere incontrollabile che è esploso dopo mesi e mesi costretto ad essere represso per l’assenza di zio.

Zia si era arresa alla “volontà di dio”, si era arresa al nipote prete che stava per sbattersela, come un cavallo che monta la sua giumenta. Le infilo il mio randello nella sorca, che è aperta e fradicia dalla voglia di cazzo, e inizio a fare avanti e indietro spingendolo tutto fino nel profondo delle sue viscere pregne di voglia. Lei, che sporge dall’inginocchiatoio come se stesse affacciata da un balcone, aumenta l’intensità e il tono del suo gemere e snocciola invocazioni alla madonnasanta mentre si gode il mio cazzo (il cazzo grosso e duro di suo nipote) che le stantuffa nella fregna e la fa sussultare tutta quanta. Vedo le sue tettone pendere nel vuoto, bianche, gonfie e pesanti, e ballare oscene sospinte dai miei colpi; dondolare impazzite, avanti e indietro, quando aumento i colpi a sfondare la fica calda e bagnata che accoglie il mio stantuffo indomito.

Quell’oscenità di un incesto consumato il giorno prima di un atto tanto importante, un abominio che precede una consacrazione, mi danno una eccitazione tremenda e aumento le spinte con il bacino, sbatto come un pazzo il mio randello nella sorca pelosa di mia zia, grugnisco come un maiale e bestemmio, mi sento investito da un potere inebriante che mi dà vigore, un vigore osceno. Martello senza sosta, inarco la schiena per infilare il più possibile quella minchia dura e feroce tra le cosce di zia, insudiciate dagli umori che le colano, e lei è sempre più in balia dei miei colpi e, singhiozzando per i sussulti, invoca la vergine alternando al “Maria” dei languidi “Oooh sìsìììsìììì”.

“Non sborrare dentro!,” implora mia zia mentre, aggrappata al ripiano intarsiato dell’inginocchiatoio, attende che mi svuoti i coglioni, stravolta, sfatta, con la maglia sollevata fino al petto, le zinnone che pendono oscene come le mammelle delle vacche e la gonna arricciata sopra i fianchi. Io sfilo in tempo il biscione e le scarico addosso una sborrata immonda, tanto da innaffiarle la schiena; gli schizzi del mio seme le impiastrano la coda dei lunghi capelli neri e il collo. Zia si ricompone, ha le cosce scoperte, bianche e robuste, e una folta peluria nera nel mezzo, una peluria gocciolante dei suoi umori sconci e peccaminosi. Io mi ripulisco il cazzo strofinandoci un lembo della tunica.

“Non posso mica indossarla così sporca e odorosa di sborra…”, glielo dico con in faccia un ghigno beffardo, mentre gliela butto addosso e con un tono pacato ma di comando le dico di lavarla e profumarla perché sia pronta e degna, almeno quella, per il rito del giorno appresso.

Zia esce dopo essersi resa presentabile; si aggiusta, ripiegata, la tunica a braccetto, nascondendo la chiazza odorosa di sborra e si richiude la porta alle spalle. Prima di lasciarla andare le ho somministrato una specie di predica sulla debolezza umana, la tendenza al peccato connaturata alla nostra natura, e la misericordia divina. Lei ha ascoltato a testa bassa e l’ho vista andarsene rincuorata e più alleggerita di spirito, segno che il mio potere persuasivo mostrava i primi segni di autorità.

Ho poi preso posto nell’inginocchiatoio, completamente nudo. Mi piaceva sentire il pendaglio ancora duro e le palle penzolare mentre mi raccoglievo in orazione e mi preparavo alla consacrazione.

FINE
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