Una casa tutta da provare

Una casa tutta da provare

Nonostante i tradimenti nascosti da parte di lei la relazione tra Marta e Davide sembrava procedere a gonfie vele, tanto che i due decisero di cambiare casa passando da una casa in affitto ad una più grande che acquistarono insieme.
I due erano in fase di trasloco quando Davide mi invitò con un messaggio su whatsapp a vedere la nuova casa; aveva inoltre necessità di una mano per montare un tavolo per il soggiorno che aveva da poco acquistato all’Ikea.
Accettai l’invito di buon grado; non avevo ovviamente nessuna voglia di dargli una mano con il tavolo ma ero curioso di vedere la casa e soprattutto di rivedere Marta.
Poco dopo il messaggio di Davide ne ricevetti un altro, quest’ultimo da parte di Marta.
“Non vedo l’ora che vieni a montarmi…il tavolo…”, recitava il messaggio.
Risposi mandandole la faccina del maialino per ricordarle quanto porca fosse; ero veramente curioso di vedere cosa si sarebbe inventata questa volta per farsi scopare lasciando Davide all’oscuro di tutto.
Fu così che in una fredda domenica pomeriggio di dicembre mi recai presso la loro nuova dimora; Davide era già alle prese con il tavolo mentre Marta mi accolse alla porta con il ghigno di chi sa che di lì a poco avrebbe ottenuto quello che voleva.
Indossava una magliettina a maniche corte (fortunatamente l’appartamento era già dotato di riscaldamento), un paio di pantaloni della tuta, calzini e pantofole.
Pur essendo vestita in modo del tutto informale sentii subito il mio cazzo agitarsi nei boxer appena la vidi.
Notai anche che, differentemente dalle solite volte in cui portava i capelli sciolti, questa volta se li era legati formando una coda che le ricadeva sulla spalla sinistra e che la rendeva ancora più sensuale ai miei occhi.
Feci un giro per la casa, un bilocale sufficientemente grande per due persone.
Era molto carina seppur ancora praticamente vuota; per quanto riguarda l’arredamento c’erano infatti soltanto un mobile con il televisore, un divano, alcune sedie e il letto matrimoniale nella camera da letto.
Una grossa finestra a scorrimento lunga tutta un lato della casa permetteva di accedere ad un ampio balcone con vista sul condominio di fronte.
Feci i complimenti a tutti e due per la scelta, quindi mi dedicai alla montatura del tavolo con Davide seguendo passo passo il manuale di istruzioni.
Il lavoro era quasi terminato quando ci rendemmo conto che mancavano alcune viti fondamentali per fissare il piano di vetro alle gambe del tavolo.
Le cercammo invano nella scatola e per la casa senza successo.
“Siete sicuri che erano nella scatola?”, chiese Marta.
“Non lo so, ma mi sembra strano che non ci siano”, rispose Davide.
“Scusa ma prima di montarlo non hai guardato che ci fossero tutti i pezzi?”, replicò Marta.
“Veramente no, ho iniziato a montarlo seguendo le istruzioni”, rispose Davide.
“Ma cazzo, la prima cosa da fare è guardare se c’è tutto! Guarda qui, in prima pagina ci sono tutti i pezzi numerati, è la prima cosa da guardare!”, disse ancora lei.
I due arrivarono quasi a litigare finché Davide si decise a tornare dove aveva acquistato il tavolo per reclamare i pezzi mancanti.
“Mi fai compagnia?”, mi chiese mettendosi il cappotto.
Ora mi era chiaro quello che Marta aveva in mente ma rifiutare di andare con Davide rimanendo a casa solo con lei lo avrebbe fatto insospettire davvero troppo.
Feci per prendere il mio cappotto quando intervenne Marta; “Non mi va di stare sola qui, amore”, disse.
“Tra poco farà buio, non conosco ancora bene la zona, non abbiamo le grate alle finestre, la porta non è blindata ne allarmata…sei davvero sicuro di voler lasciare da sola una ragazza indifesa come me, con tutti i delinquenti che ci sono in giro?”, disse sorridendo.
“Che problema c’è, vieni anche tu”, le rispose Davide.
“Non posso, devo preparare la cena per stasera. Ho invitato i miei genitori a mangiare e per fargli vedere come procedono i lavori con la casa, ricordi? Fai rimanere lui, ti aspettiamo qua”, disse Marta.
“Ok, vado allora, a dopo”, disse Davide uscendo dalla porta.
Sentii Davide scendere le scale, quindi mi avvicinai a Marta.
“Dove le hai messe?”, le chiesi.
“Dove ho messo cosa?”, rispose lei.
“Lo sai cosa…”, replicai io.
“Ah…intendi queste?”, disse Marta infilandosi una mano sotto i pantaloni ed estraendo un sacchettino contenenti le viti mancanti.
“Ce le avevi nelle mutandine o te le sei messe direttamente nella figa?”, dissi sorridendole.
“Le avevo nelle mutandine…”, rispose lei. “Se vi sforzavate di più magari le avreste trovate, sfaticati”, disse ridendo.
“Baciami puttana”, le dissi. Lei si avvicinò e in un attimo la sua lingua era nella mia bocca.
“Non abbiamo molto tempo; calcolando quanto è distante l’Ikea da qui, ora che va, reclama e torna abbiamo un’ora al massimo e io voglio provare tutta la casa”, disse prima di strappare con i denti il sacchetto contenenti le viti che aveva nascosto.
“Avanti avvitale, voglio provare subito il tavolo”, mi disse porgendomi il sacchetto aperto.
Non c’era decisamente tempo per le domande, c’era semplicemente una troia da accontentare e io avevo tutta l’intenzione di farlo.
Presi le viti e cominciai ad avvitarle al tavolo.
Mentre lo facevo Marta si sedette sul bracciolo del divano davanti a me, abbassò i pantaloni e scostate le mutandine cominciò a toccarsi guardandomi.
“Ho finito con le viti”, dissi dopo pochi minuti.
“Bravo. Vieni qui”, disse Marta.
Mi avvicinai a lei; “Voglio che ti spogli davanti a me, adesso”, disse ancora ansimante senza smettere di toccarsi.
Feci quanto richiesto e mi spogliai fino a restare completamente nudo davanti a lei.
Senza che mi dicesse altro mi inginocchiai, le sfilai le pantofole dai piedi, le tolsi le calze, le abbassai i pantaloni fino a sfilarglieli e feci lo stesso con le mutandine.
Avvicinai dunque la testa alla sua vagina ben depilata come al solito; Marta scostò la mano permettendomi di leccargliela per un paio di minuti abbondanti.
“Proviamo questo benedetto tavolo?”, le dissi; mi alzai in piedi e Marta fece lo stesso.
Le sfilai di dosso la maglietta e le slacciai il reggiseno lasciandola a sua volta completamente nuda.
Marta si diresse verso il tavolo e si piegò a novanta gradi sopra di esso.
“Aspetta, abbasso le tapparelle”, dissi.
“No, lasciale così”, disse Marta.
“Ci vedranno tutti quelli del palazzo di fronte!”, replicai io.
“Non me ne frega un cazzo”, rispose ancora lei.
“Appena arrivata vuoi già essere oggetto della prossima riunione di condominio? Tema del giorno; quella puttana esibizionista della nuova inquilina del primo piano!”, dissi.
“Mi piace come idea, perché no”, disse Marta sorridente attendendo di essere penetrata.
“Penseranno che fai la battona di mestiere”, dissi schiaffeggiandole una natica; “Sarai la mignotta del condominio da cui verranno tutti gli uomini single o insoddisfatti delle loro relazioni a svuotare le loro palle”, dissi schiaffeggiandole nuovamente il culo.
“Le loro compagne ti odieranno, ti sputeranno in faccia quando ti incontreranno in ascensore o per le scale”, conclusi dandole un ultimo rumoroso schiaffo sulle natiche.
Era evidente che ormai ero in totale balia dell’eccitazione, le mie parole venivano dal mio cazzo più che dal mio cervello.
Presi quindi in mano il membro e glielo infilai con decisione nella figa cominciando a spingerglielo dentro senza sosta.
“Mi aspetto che tu sia già pronta così perché questa volta il lubrificante non ti è concesso”, le dissi infilandole il pollice nell’ano senza smettere di fotterle la vagina.
Poco dopo glielo tirai fuori dalla figa e senza farmi problemi glielo spinsi con la stessa veemenza nel culo.
Marta cacciò un urlo che rimbombò nella casa semivuota.
“Se non fossimo in inverno aprirei anche la finestra per far sentire meglio a tutti gli inquilini di questo palazzo e di quello di fronte quanto ti piace prenderlo nel culo!”, le dissi.
“Ma non importa, conosceranno presto la troia che sei, è solo questione di tempo”, aggiunsi.
Marta non rispose limitandosi ad ansimare e godere come una cagna in calore.
“Il tavolo mi sembra vada bene…proviamo il divano?”, mi disse durante una piccola pausa che le concessi tra una botta e l’altra.
“Sicuro”, le risposi.
Marta si alzò in piedi e prese posto seduta sul divano.
“Non così”, le dissi facendo ruotare l’indice della mano.
Marta sembrò non capire cosa avevo in mente, quindi la aiutai alzandola di peso e la feci accomodare sul divano a gambe per aria e testa in giù.
Mi abbassai leggermente di fronte a lei, Marta apri la bocca e io glielo infilai dentro spingendoglielo avanti e indietro.
“Lo hai mai preso in bocca a testa in giù?”, le chiesi pochi minuti dopo togliendoglielo per un attimo dalla bocca.
“No…”, disse mentre cercava di riprendere fiato.
“Beh sarà meglio che ti ci abitui sai…mi piace il rumore delle mie palle che sbattono sul tuo nasino da maiala…vedere il mio sperma colare sul tuo dolce visino…”, le dissi riprendendo a fotterle la bocca.
Glielo tirai fuori e mi abbassai ulteriormente consentendole di leccarmi le palle e di prendere in bocca il mio scroto per intero.
Dopo averle liberato nuovamente la bocca le chiesi ripetutamente di sputarmi sulla cappella, guardando divertito i suoi tentativi fallire miseramente e il suo sputo ricaderle sul volto.
“Provaci ancora, dai”, la invitavo ironicamente, ma il suo sputo non riusciva mai a raggiungere il mio membro e la sua saliva finiva inesorabilmente per scivolarle sul viso.
Dopo che si fu sputata per tre o quattro volte addosso da sola le passai una mano sulla faccia riempiendogliela della sua stessa saliva.
“Sei bellissima così”, dissi guardandola negli occhi. Lo pensavo veramente.
“Cosa vuoi provare adesso?”, le chiesi.
“Il letto”, rispose prontamente Marta risollevandosi in piedi.
“Ma certo, il letto…muoviti”, le dissi appoggiandole delicatamente il piede su una natica e dandole una leggera spinta verso la camera.
La precedetti e mi sdrai supino sul letto; Marta si mise in piedi con le gambe spalancate sopra di me, quindi si piegò piano piano, prese il mio membro con una mano e lo indirizzò nella figa cominciando a cavalcarlo come fosse una cavallerizza professionista.
La scopai a smorzacandela per una decina di minuti fino a vederla quasi saltare sopra il mio cazzo; avrei voluto andare avanti per non so quanto ancora ma il tempo non era certo dalla nostra parte; avevamo ancora una ventina di minuti al massimo.
“Non c’è più tempo”, le dissi mentre Marta sfinita smontava dal mio membro.
“Dobbiamo provare ancora il bagno”, disse sudata con un filo di voce.
Scesi dal letto, sollevai Marta e la appoggiai per terra; quindi la presi per una gamba e la trascinai per quei pochi metri che separavo la camera dal bagno.
“Vuoi provare il cesso?”, le chiesi.
Marta fece cenno di sì con la testa.
Nel bagno erano installati per ora soltanto la tazza del water e il bidet.
La tazza era sprovvista della tavoletta, che non era ancora stata montata ed era temporaneamente appoggiata alla parete del bagno.
Sollevai nuovamente Marta e la feci appoggiare sulla tazza con la schiena appoggiata al muro.
Le sollevai quindi le gambe e dopo averle afferrato entrambi i piedini con le mani li utilizzai per farmi una sega.
“Non è che si rompe?”, disse lei alludendo alla tazza.
“Il tuo culo?”, replicai io.
“Quello è rotto già da un pezzo…intendevo il cesso”, disse Marta ridendo.
“Se si rompe dirai a Davide che l’hai rotto sedendoti sopra con il tuo culone da troia”, le risposi io. Lei sorrise.
Utilizzai il termine “culone” non tanto perché Marta avesse un culo esageratamente grande ma semplicemente perché aveva i fianchi un poco allargati che le rendevano il culo leggermente sproporzionato alla vita.
Dopo essermi segato con i suoi piedi presi in mano il membro e glielo spinsi ancora un po’ nel culo.
Il tempo stringeva sempre più; le chiesi quindi di alzarsi e di sedersi sopra il bidet.
Presi in mano il cazzo e lo maneggiai all’altezza del suo viso preparandomi a venire.
“Pulisciti la figa, battona”, le dissi.
Marta apri il rubinetto del bidet finché il getto raggiunse il suo ano arrossato e cominciò a far scorrere l’acqua in mezzo alle gambe accarezzandosi la vagina con le dita.
Le misi di nuovo il cazzo in bocca, quindi lo tirai fuori per venirle copiosamente sul viso.
La guardai soddisfatto terminare il suo bidet con il volto gocciolante di sperma, quindi tornai rapidamente in salotto a rivestirmi.
Marta socchiuse la porta del bagno per sistemarsi a sua volta, o almeno credevo; ne aveva di lavoro da fare in così pochi minuti!
Fortunatamente mi ricordai anche che dovevo svitare le viti dal tavolo.
“Come va?”, gridai dal salotto a Marta quando ebbi finito con le viti.
“Vieni qui…c’è una cosa che non hai provato!”, disse Marta dal bagno.
“Cosa?”, risposi io preoccupato. Secondo i nostri calcoli avevamo ancora una decina di minuti scarsi al massimo.
“Aspetta”, disse Marta.
Attesi un minuto circa, quindi mi diede il permesso di entrare.
Quando aprii la porta non potevo credere ai miei occhi.
Vidi Marta inginocchiata nell’angolo del bagno; aveva deciso di auto umiliarsi mettendosi sulle spalle la tavoletta del cesso che stava appoggiata alla parete, da cui sbucava la sua testa; non si era ancora ripulita il viso dagli schizzi del mio sperma.
Pensai di rimproverarla, il rischio era veramente alto ma ci misi solo pochi istanti per capire che il gioco valeva decisamente la candela.
Mi avvicinai a lei; Marta spalancò la bocca senza dire nulla.
Sapevo quello che dovevo fare.
Slacciai la zip dei pantaloni, tirai fuori il membro, glielo sbattei tre o quattro volte sulle guancie e senza perdere altro tempo orinai dirigendo il getto verso la sua bocca.
“Non ingoiare”, le dissi; “voglio che la tieni in bocca”, aggiunsi.
Marta obbedì; quando la sua bocca fu piena il piscio cominciò a fuoriuscire come l’acqua da un tombino intasato, scendendole dal mento lungo tutto il corpo.
Quando ebbi terminato la guardai con aria soddisfatta.
“Sciacquati la bocca”, le dissi portandomi una mano vicino alla bocca e mimando con la mano il gesto utilizzato anche come esultanza da un noto calciatore.
Marta chiuse la bocca e se la sciacquò come si fa con il collutorio finché non le diedi il permesso di riaprirla.
Le presi quindi la coda e tirandola leggermente simulai il rumore dello scarico.
Marta capì che era arrivato il momento di mandare giù tutto e dopo aver ingoiato si passò soddisfatta la lingua tra le labbra.
“Alzati, lurida latrina; il tuo ragazzo sarà qui a momenti”, dissi riponendo l’uccello nei pantaloni.
Recuperai i vestiti di Marta e glieli appoggiai sulla tazza del cesso, quindi tornai in salotto, accesi la tv e mi sedetti sul divano.
Dopo una decina di minuti Marta uscì dal bagno. Sembrava in condizioni presentabili, un po’ meno truccata rispetto a come l’avevo trovata al mio arrivo ma non dava certo l’idea di una ragazza che fino a dieci minuti prima si stava facendo sfondare come la peggiore delle puttane.
“Prendi le viti, sono sul tavolo”, le dissi.
“Dove le metto?”, rispose lei.
“Non lo so, sei tu che le hai nascoste. Buttale via, o mettitele nel culo, vedi tu”, replicai io.
Marta mise in tasca le viti.
Proprio in quel momento suonò il citofono; non poteva che essere Davide.
Marta andò ad aprire; “Abbiamo fatto giusto in tempo!”, sospirò prendendo posto sul divano al mio fianco.
“Avete già pensato a dove posizionare la cuccia?”, dissi io.
“Quale cuccia?”, rispose Marta.
“Quel posto dove di solito dormono le cagne come te”, replicai io.
“Coglione”, disse lei; “la prossima volta però mi piacerebbe essere trattata come una cagna…”, aggiunse.
“Sarà fatto”, le risposi sorridente; “voglio che ti sentano abbaiare così tanto da chiedere al tuo fidanzato di riportarti al canile”, replicai.
Le presi quindi di nuovo tra le mani la treccina e la tirai simulando nuovamente il rumore dello sciacquone; Marta si mise a ridere.
“Stronzo!”, mi disse.
“Stupida latrina rottainculo”, le sussurrai all’orecchio prima che Davide entrasse dalla porta con un nuovo sacchetto di viti in mano.

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