Le scelte di Michelle. Seconda parte

Le scelte di Michelle. Seconda parte

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Uscirono, lui le aprì la macchina e si avviarono verso casa. Restarono in silenzio per tutto il tragitto, poi davanti a casa quando stava per scendere lui le disse:
«Mi dispiace io non sapevo…»
Ma lei non lo ascoltò. Rientrò dentro casa, cominciò a strapparsi i vestiti di dosso come se stessero bruciando, arrivò al bagno nuda, si mise sotto la doccia cercando di lavare lo sporco che si sentiva dentro, ma non ci riuscì. Bagnata entrò nel letto, era andata quasi bene, ma poteva finire malissimo. Michelle sei una stupida, devi stare attenta o finirai male. Le lacrime le rigarono il viso, poi la stanchezza ebbe pietà di lei e si addormentò. Si risvegliò a sera, stava un po’ meglio, si alzò e si mise a raccogliere i vestiti che aveva sparso per casa, li mise dentro una busta, li buttò via, Michelle la puttana decise di cessare l’attività, basta! Rovesciò la borsa sopra il tavolo contò i soldi, due milioni e duecento mila, che sommati agli ottocento facevano tre milioni tondi, bastano, li farò bastare, mangiò e poi tornò a dormire. Durante la settimana vide Paolo solo il giovedì, lo informo che sarebbe andata casa sua, i miei vogliono vedermi. Lui non la prese neanche in considerazione, prese la sua roba ed uscì. Al sabato andò a trovare Luca, quel bimbo cresceva ed era bellissimo, era tutto il suo orgoglio. Disse ai suoceri che sarebbe andata via per qualche giorno, sua suocera era una donna intelligente, la guardò negli occhi e parlando piano le disse:
«Qualunque cosa tu stia facendo per vivere smetti, ti stai ammazzando.»
Non volle sapere nulla, ma aveva capito. Di ritorno passò a prendere il biglietto per il treno, e uscendo dalla stazione vide dall’altra parte della strada suo marito mano nella mano con una bionda ossigenata, sciatta e pesantemente truccata teneramente abbracciati, loro non la videro e lei si guardò bene dal chiamarli, ritornò verso casa ancora più triste. La stazione era affollatissima. Michelle salì sul vagone letto, indicato sul suo biglietto e cercò lo scompartimento assegnatole. Entrò, sistemò la sua valigia, si tolse la giacca, e guardò fuori dal finestrino. Un altro posto era riservato, meno male, perché viaggiare sola, e di notte, non era mai rassicurante. Era contentissima di andare a Parigi e nello stesso tempo era arrabbiatissima, e nervosissima, Prima di partire aveva per l’ennesima volta litigato con suo marito, lui le aveva rimproverato di partire senza averlo avvertito, che bastardo! Per quale motivo lo aveva sposato? Lei, ragazza emancipata, libera, lei che sognava un lavoro interessante che l’avrebbe portata in giro per il mondo, lei, i suoi sogni, proprio lei, era caduta nella trappola del matrimonio abbandonando tutti e tutto, gli affetti, gli, studi, il suo paese. Adesso era triste, infelice, soffocava, ma non ci voleva pensare. Il bimbo era sistemato dalla nonna, e loro gli volevano un bene dell’anima, era la sua ragione di vivere, le dava la forza di guardare avanti, ma adesso partiva, al ritorno avrebbe deciso sul da fare. Puntualissimo il treno partì. Michelle guardò sfilare il paesaggio per un po’, poi decise di leggere. Aveva comprato al volo un paio di riviste all’edicola della stazione, ma la sua mente era altrove. Il buio calò, sistemò la sua cuccetta. L’altro posto riservato non era ancora stato occupato. Cullata dal treno si addormentò. All’improvviso fu svegliata da rumori provenienti dal corridoio, l’aprirsi e il chiudersi della porta dello scompartimento. Si alzò sui gomiti. Torino. Poi la porta si aprì di nuovo, e entrò un uomo, bellissimo, alto, dai capelli scuri. Portava con se una 24 ore. Si levò il cappotto, si accorse di lei e si scusò per averla svegliata. Michelle si girò, poi si rigirò, il sonno le era passato. Pensava a questo bellissimo sconosciuto e la sua mente fantasticava. Che le stava succedendo? Lui di nuovo si scusò per la luce accesa. La sua voce era calda, e sensuale.
«Non si preoccupi.»
Disse Michelle. Lo guardò, quant’era bello! Un brivido attraversò il suo corpo. Il treno aveva ripreso la sua corsa.
«Va a Parigi?»
Chiese lui.
«Si e Lei?»
«Anch’io, per affari.»
«È Francese?»
«Si, ma vivo in Italia.»
Si girò. Lui si scusò ancora e spense la luce. Poco dopo quando si era quasi riaddormentata, sentì una mano che la sfiorava. Lì per lì non si rese conto. Poi vide lo sconosciuto inginocchiato vicino a lei, la stava guardando, e l’accarezzava. Michelle si irrigidì ed ebbe paura, il cuore le batteva forte, avrebbe voluto gridare ma nessun suono uscì dalla sua gola, si calmò. La mano di lui percorreva il suo corpo e le procurava brividi di piacere, si eccitò. Si sentì umida fra le gambe. Lui si sistemò accanto a lei che cominciò a sua volta ad accarezzare lo sconosciuto. Era attratta da lui, sentiva il suo odore, profumava di buono. La sua mano scese, lenta, lenta un po’ insicura, sentì che il cazzo era diventato duro, come il marmo, gli aprì la patta dei pantaloni. Allora si accese in lei una voglia violenta, una voglia di scopare. Lui si lasciò accarezzare, scansò i lunghi capelli di lei la guardò in silenzio e la baciò. Con l’altra mano la palpava, esplorava il suo corpo sotto la maglietta. Accarezzò i suoi seni dai capezzoli induriti, e si sfilò i jeans, lo sconosciuto era molto eccitato. Infilò le sue mani morbide tra le cosce di lei, la sua fica era un lago, gonfia e bagnata dal piacere e dalla voglia di possedere quest’uomo. Michelle non pensò più a niente, voleva solo fare sesso. Sesso con quest’uomo venuto dalla notte. Non si parlarono, erano i loro corpi a parlare, lei prese il membro di lui, era duro, anzi, durissimo e se lo infilò in bocca. Lui sussultò, la lasciò fare. Lo sentiva molto eccitato e ciò aumentava il suo desiderio. Ad un tratto smise di succhiarlo, lo voleva nella fica che intanto lui con le sue dita stava esplorando. Quasi le fece male ma il dolore le procurò piacere, e veniva, veniva, una vera fontana. Godeva come una piccola troia, e quel pensiero la eccitava di più.
«Dai voglio sentirlo tutto dentro.»
Supplicò Michelle. La sua passera era bagnatissima. A gambe spalancate lo accolse dentro di lei. Gli attorcigliò le gambe dietro la schiena per sentirlo dentro tutto. Godeva come una pazza. Emetteva piccoli gemiti incontrollati mentre lui glielo sbatteva dentro sempre più forte. Aumentò il ritmo, poi all’improvviso venne dentro di lei con un lungo gemito. La magia del momento svanì. La luce del giorno cominciò a filtrare dal finestrino, ancora un’ora e sarebbero arrivati Gare de Lyon. Esausti, sudati, senza scambiarsi una parola si ricomposero. Lei uscì per andare alla toilette a darsi una sistemata, era proprio sconvolta. Quando tornò al suo posto lo scompartimento era vuoto. Nessuna traccia di lui, era scomparso. All’arrivo a Parigi mentre scendeva dal treno lo cercò con lo sguardo tra la folla ma non lo vide, si diresse verso la metropolitana, e pensò a quante cose avrebbe avuto da raccontare all’amica che l’aspettava, ma dentro di lei qualche cosa era cambiata, ora per la prima volta, dopo tanto tempo aveva scopato solo per il gusto di farlo, l’aveva fatto godere e ne aveva goduto solo come donna, e basta! Lui venendole dentro non aveva solo riempito la sua figa di sborra, ma le aveva trasmesso una vera e propria iniezione di fiducia, era una donna capace se lo voleva di far godere un uomo solo per il gusto di farlo. Nadine l’accolse benissimo. Passarono due giorni a raccontarsi tutto ma proprio tutto anche le situazioni più dure, lei rimase senza parole ma si complimentò con l’amica.
«Io non sarei stata capace.»
Confessò l’amica.
«Ora devi guardare avanti devi decidere il da farsi.»
Passò con lei dieci giorni poi passò a trovare i suoi, ma non vollero nemmeno vederla. Prima di ripartire Nadine la fece parlare con sua cugina che lavorava all’Ambasciata francese a Roma. Le disse che forse poteva trovarle un lavoro, se lei se la sentiva di trasferirsi li. Lei non volle perdere questa occasione, arrivò direttamente a Roma da Parigi. Fu ospitata dall’amica che il giorno dopo la fece parlare con il proprietario di un hotel situato vicino all’ambasciata dove cercavano una persona capace di parlare bene il francese. Ebbe il posto, sia per la conoscenza della lingua sia per l’aspetto splendido che aveva. Divorziare fu relativamente facile, non chiese i soldi, ma solo Luca. Lui pur di avere la sua libertà gli lasciò mano libera, poi andò a Roma, trovò un piccolo appartamento vicino al lavoro, niente di che, solo un sotto tetto, due camere con salottino, bagno e angolo cottura, ma a lei sembrò una reggia. Passò cinque anni durante i quali rigò dritto, si era comperata una macchinetta usata che gli permetteva di andare a trovare Luca quando voleva. Quando voleva farsi una sonora scopata andava via cambiava città, nome falso, niente legami, sesso, sesso, e basta. Poi un giorno al lavoro si trovò davanti Pierre, un quarantenne capelli brizzolati, bello. Aveva bisogno di una persona che parlasse francese e la direzione l’aveva affidato a lei. Professionalmente lei fu ineccepibile, ma lui iniziò a farle una corte serrata ma memore del passato lei non cedeva.
«Niente storie, gli diceva, vivo bene così.»
Ma lui un giorno la prese in contro piede:
«Ok, niente sentimentalismi, allora facciamo così: tu ti metti a mia disposizione per una sera intera, dalle 20 alle 8 di mattina, come se stessimo lavorando, se accetti ti pago un milione di lire.»
Lei memore di certi scherzi del passato rispose:
«Mica sono scema, tu mi paghi poi magari saltano fuori amici, amici, ecc. e magari mi levano anche i soldi e mi danno anche quattro schiaffi! No caro non mi fido.»
«Ti do due milioni, sei giovane bella li vali, e te li do anticipati, oggi per domani sera.»
La cifra era notevole, l’ultima volta che aveva visto due milioni se li era sudati tutti, in fondo questo era solo uno, sempre che fosse vero, così accettò. Lui le lasciò scegliere il posto dove andare, lei lo portò in un piccolo alberghetto dove una sera era stata con un suo amante occasionale, pulito, discreto un po’ fuori Roma. Le aveva veramente dato i soldi il giorno prima, e quella sera lei decise di mettersi in tiro, capelli a posto vestito comodo, un tubino senza maniche tanto faceva quasi caldo, autoreggenti, tacchi a spillo, e niente intimo non serviva, come era sua consuetudine quando faceva sesso. Entrati in camera lei si mise seduta sul letto e in un momento si spogliò, lui fece le cose con più calma. Quando si denudò il petto lei vide un fisico che doveva aver avuto in passato una vita da atleta o militare, era perfetto, poi quando si levò pantaloni lui si girò il culetto era stupendo, ma quando si girò lei rimase di stucco.
«Merde … Merde …»
C’era caduta di nuovo. Lui aveva un cazzo enorme, saranno stati circa venticinque cm. e non era ancora eretto! Ripresasi dalla sorpresa cercò ancora una volta di fare buon viso a cattivo gioco. Lui si distese sul letto al contrario. Iniziarono a fare un 69. Lei la cappella riusciva a mala pena a tenerla in bocca, ma il resto niente. Invece lui era veramente bravo con la lingua, le provocò subito un piacere che la mise a suo agio. Dopo che l’ebbe fatta venire alcune volte, lui si mise sopra di lei e lentamente cominciò ed entrare in lei, era enorme. La fece impazzire di piacere tutta la notte, la prese ripetutamente sia davanti che dietro, le dette tutto il tempo per abituarsi alle sue dimensioni, la scopò in maniera continua, ma delicata. Verso l’alba, lei sfinita, sfondata, piena di sborra in ogni buco alzò le braccia.
«Basta mi hai uccisa, non ce la faccio più.»
Lui la tenne stretta fra le braccia.
«Ok, va bene, sono soddisfatto, sei una delle poche persone che sia riuscita a resistere tanto, mi sei piaciuta molto, vorrei rivederti quando torno qui.»
Lei lo guardò.
«Tu vuoi ancora rivedermi? E perche? Io non faccio di solito la puttana.»
Lui si tirò su, la guardò e disse:
«Non voglio rivederti perche ti considero una puttana, altrimenti ti averi chiesto quanto costava scoparti ancora, ma lo vorrei perche la tua compagnia mi piace, non sarai obbligata a venire a letto con me se non lo vorrai tu, e io non ti darò i soldi se lo farai, mi piaci tu.»
Da quel giorno incominciò la loro storia, quando veniva a Roma loro stavano insieme, volle che lei si trovasse un appartamento.
«Non puoi abitare in una soffitta.»
Per cinque anni si vedevano quattro o cinque giorni al mese, lei ne era felice, sapeva che lui aveva moglie, ma andava bene così, tanto più che lui le diceva di essere libera di trovarsi chi voleva, ma lei scopava oramai solo con lui. Una volta a marzo la chiamò:
«Non vengo questo mese, ti spiego dopo, non temere, va tutto bene.»
Lo rivide alla metà di maggio, lui le raccontò tutto; sua moglie era stata uccisa da un giovane con cui aveva una relazione, la polizia aveva voluto solo vederci chiaro, ora era tutto finito. Nei tre mesi successivi lui vendette tutte le sue attività in Francia, poi le disse di prendere le ferie, la portò in Corsica vicino a Porto Vecchio dove lui aveva una villetta con vista sul mare e le disse:
«Rimani qui con me, io sono stanco di lavorare, mi posso permettere di smettere e ne ho abbastanza per vivere bene per due.»
Lei chiamò Luca, ne parlò a lungo con lui. Suo figlio non solo era contento, ma si rese conto che per sua madre era una scelta decisiva, quindi la incoraggiò al massimo. Quella sera fecero l’amore, lei lo sentiva dentro. Il piacere fu immenso. Godettero entrambi poi lui urlò sborrando dentro di lei. Lo strinse a se, abbracciandolo forte, una lacrima di gioia le rigò il viso, forse, questa volta aveva fatto la scelta giusta.

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