Che tempi signori,che tempi!

Che tempi signori,che tempi!

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Ah, i bei tempi dell’impresa! E con impresa intendo una srl: la mia (anzi la nostra) impresa di costruzioni.
Con la mia ex moglie c’eravamo buttati dentro ‘sta storia ammazzandoci di mutui con le banche per iniziare con tutto il necessario, soprattutto le macchine. Macchine movimento terra che costano un botto!
Ma la ditta aveva da subito ingranato e i lavori fioccavano alla grande. Ristrutturazioni, demolizioni, appalti pubblici (anche se qui figli di puttana statali ti pagavano a mileduecentoventi anni solari, altro che 30 giorni) e insomma ce la cavavamo. Io mi ero fatto anche un bel fuoristrada e la mia ex moglie un’Audi nera da signora padrona ‘rizzacazzi come si deve!
E dio se me lo faceva rizzare.
Quelli erano gli anni immortali dove io e mia moglie ci divertivamo come si deve. Lei era una a cui piaceva giocare parecchio e non le mancava occasione di spalancare le cosce e farmi dio mio impazzire.
Ci davo fuori di testa a leccargliela!
E mi ci mettevo sempre sotto io la scrivania del nostro ufficio. Io, sempre io, cristo santo, sotto a leccare come un bastardo!
C’erano delle mattine che lei arrivava in ditta (io era già lì dall’alba pronto ad andare in uno dei nostri cantieri a vedere come andavano le cose) vestita di tutto punto e in tiro come una padrona potente che certo tutti gli impiegati lì che avevamo chissà quante volte si segavamo sognando di scoparsela.
Lo faceva rizzare a tutti quella, poco ma sicuro!
Beh, quelle mattine quando arrivava bella pimpante e vogliosa di cazzo io lo capivo subito e dovevo forze di cose posticipare i miei appuntamenti, non potevo assolutamente uscire dalla ditta con le palle che a vederla mi si erano gonfiate come la ruota del pavone. E così lei andava nell’ufficio DIREZIONE e io quasi subito la seguivo e chiudevo la porta. Lei era già seduta alla scrivania che si limava le unghie e sapevo che sotto aveva le mutandine calate. Non mi diceva mai niente e io, come un cane rognoso con l’uccello già in tiro, a carponi mi ci mettevo sotto la scrivania ed eccola lì, la sua bella fica pelosa spalancata contro la mia faccia! E cominciavo a leccare, leccare che spesso ansimavo e quasi piangevo dalla goduria nell’avere addosso tutta quella sorca che mi insozzava il viso.
Una volta eccomi lì di nuovo che leccavo mentre lei sopra di me batteva al pc non so che cazzo di cose burocratiche. Poi si fermava e lanciava dei gemiti e allora io leccavo ancora più forte, e mi tenevo il cazzo in mano. Leccavo e sborravo sulla moquette che a quei tempi andava di moda e poi ancora leccavo mio dio. Ed ecco poi che una volta bussano alla porta: c’eravamo dimenticati che il tizio che ci doveva vendere un escavatore aveva appuntamento proprio a quell’ora. Io di smettere di succhiare tutta quella sorca manco per idea, e neanche mia moglie me l’avrebbe concesso. Quel coglione del rappresentate quindi cosa fa? Entra nell’ufficio senza che nessuno gli abbia detto avanti. Beh, ormai era lì, e mentre io sotto succhiavo e leccavo la fica di mia moglie, lei discusse con il venditore della JCB sul prezzo. Io, lì sotto, stavo impazzendo dal piacere di quella fica che puzzava di estasi e non so perché mi sollevai d’istinto e picchiai una craniata contro la scrivania sopra di me. Non so cosa disse o fece finta di non dire il coglione della JCB, sta di fatto che mia moglie con la fica tutta leccata portò a casa quell’escavatore per un prezzo stracciato.
Che tempi quelli!
L’impresa viaggiava che era una meraviglia.
Una volta ospitammo i numeri due di una grande azienda farmaceutica da miliardi di fatturato che avrebbe da lì a breve dovuto cominciare a costruire la loro nuova sede italiana. E noi eravamo tra le imprese che si potevano aggiudicare quel lavoro che in pratica c’avrebbe sistemato il fatturato non solo di quell’anno ma anche del seguente. Questi arrivano e una nostra impiegata li fa accomodare nella sala per gli appuntamenti e offre i soliti due caffè, mentre io nel nostro bagno privato stavo chiavando la mia ex moglie e socia in affari! Le prudeva la fica quella mattina, e quando succedeva non potevo starle alla larga. Era come se emanasse un profumo, una forza che mi colpiva e mi spingeva il cazzo verso di lei. Non potevo vederla con quella voglia di uccello e lasciarla così. Il pensiero che avesse la fica in fiamme me lo drizzava come uno stronzo!
E così quella mattina mentre il megadirettore dell’azienda da miliardi di fatturato sorseggiava il suo caffè un piano sotto, io chiavavo e lo spingevo fino alle palle nella sorca di mia moglie un piano sopra. La montavo da dietro, mentre lei, che per l’occasione era vestita con tacco alto e gonna stretta, stava con una gamba sollevata e il piede con la scarpa nera col tacco sulla tazza del cesso e io la pompavo come un suino. Ad un certo punto ricordo aveva ancora le sue mutandine strette in una mano. Con un movimento improvviso si staccò da me, lasciando sgusciare fuori dalla sua sorca il mio uccello dritto e venoso, e mi piazzò le sue mutandine in faccia. Io capii quello che dovevo fare e … ubbidii!
Aprii la bocca e lei mi spinse le sue mutandine dentro, fino quasi in gola cristo. Poi si rigirò nella stessa posizione di prima, si sollevò ancora di più la sua gonna e mi mostrò di nuovo la sua fica bollente. E io ricominciai a chiavarla, con la bocca piena delle sue mutandine pregne del suo succo di fica! Ad un certo punto, mentre non ce la facevo più e stavo ormai per schizzarla tutta, mi mancò quasi il fiato. Avevo un po’ di raffreddore e il naso mezzo tappato quel giorno e con quelle mutandine di nylon in bocca che me la riempivano avevo difficoltà a respirare. Ma non me ne resi neanche conto. Presi infatti a respirare più forte per immagazzinare meglio aria e la schizzai tutta dentro. Lei rimase lì ancora un poco, a gemere succhiandosi un dito, mentre una sottile striscia della mia sborra stava sgorgando fuori da quella bella figa.
Quando ci presentammo in sala conferenza io avevo ancora l’odore della sorca di mia moglie che mi riempiva la bocca e lei era rimasta senza mutandine.
Beh, come andò? Prendemmo quel lavoro cazzo, sicuro!
Sono stati proprio tempi memorabili.
Poi cominciò un poco il declino anni dopo, con la crisi dell’edilizia.
Ma noi chiavavamo sempre come due matti, fregava il giusto del grano. Leccare, succhiare, che poi le cose si aggiustano, la pensavamo sempre in sintonia così, noi.
Una delle cose che avevo preso a fare nell’ultimo anno, prima del divorzio e la fine dell’azienda, era sborrare dentro le sue scarpe di vernice tacco dodici. Si presentava in azienda sempre con quelle quando voleva lo facessi, e io, come sempre, la raggiungevo nel nostro ufficio DIREZIONE. Lei allora me lo prendeva in bocca e me lo succhiava ben bene fino a toccare con la lingua le mie palle pelose, poi si toglieva le scarpe e mi segava coi piedi calzati di nylon. Quando capiva che stavo per esplodere di sborra, me lo prendeva in mano, mi metteva la gonfia cappella che c’avevo sotto la sua scarpa e me la faceva riempire.
E poi cristo santo se la rimetteva al piede e continuava a lavorare.
Una volta poi quasi litigai con un mio operaio albanese che pensavo se la fosse chiavata. Ne ero quasi certo, c’erano insomma state delle avvisaglie e lei, la mia ex moglie, non me la contava giusta. Troppe volte che aveva la fica in fiamme io non ero in ditta, e chi c’era invece sempre? Quell’albanese che si occupava del magazzino. Avevo anche saputo che aveva un uccello enorme, molto più del mio. Troppo ghiotto per mia moglie quel piatto, cristo!
Ma non seppi mai la verità. Finì invece che quando la scopavo io ero diventato più violento (e la cosa le piaceva tra l’altro, ah sì!), come dovessi punirla per quel cazzo albanese che s’era preso. Le sborravo poi sempre in faccia e la schiaffeggiavo con la cappella grondante di sperma, con rabbia!
Bei tempi anche quegli ultimi anni, eh già!
E insomma poi il matrimonio naufragò. Si scopava sempre meno e la cosa non poteva essere accettabile. Per entrambi. Non sentivo più la sua fica incendiarsi, non mi ritrovavo più le sue mutandine belle sporche ficcate in bocca. Era insomma tutto finito.
E dopo un anno dal divorzio chiudemmo anche la ditta, che eravamo rimasti a gestire da separati in casa. Meglio così, per la ditta intendo, visto quell’anno in cui non eravamo più insieme e non scopavamo più io ci impazzivo a pensare che qualcuno lì in azienda se la stesse chiavando. Io non potevo fare nulla, visto avevamo solo due impiegate che erano due racchie. Ma lei aveva tutti quegli uccelli attorno del magazzino e operai che andavano e venivano, con braccia gonfie come pagnotte per il duro lavoro e la voglia di chiavare che si leggeva nei loro occhi.
Finirono insomma quei tempi, e che tempi!
L’altro giorno in tangenziale sono passato accanto alla sede della multinazionale farmaceutica che abbiamo costruito: il lavoro più grosso fatto dalla nostra ditta. Non ci crederete ma il gusto della sua fica che avevo in bocca quel giorno mentre imbastivo la trattiva col numero uno di quell’azienda era come se, in quel momento, riaffiorasse in me. Me lo sentivo ancora pregno sotto la lingua.
Che tempi signori, quelli, che tempi ah!!

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