Non sei ciò che voglio

Non sei ciò che voglio

Non sei quello che voglio.
Non sei quello che cerco.
Tu non sei quello che avrei voluto.
Tu.
Ogni giorno mi sono negata a te.
Ho rifiutato i tuoi messaggi, per metterti alla prova, nella speranza che tu la superassi.
Domina e sub: un gioco, per dare sfogo alle mie inclinazioni segrete, inconfessate.
E così ti vidi: umiliato e ridicolizzato, avvolto nei tuoi stivali, fino alle cosce, mal fermo sui tacchi dodici. I muscoli in tensione e il respiro corto. Eccitato e spaventato dal mio sguardo severo, che premeva su di te, come una morsa sempre più stretta, sempre più forte.
Come sei arrivato ad umiliarti così?
La mia mente ritorna alla prima volta che sentii la tua voce, al telefono.
Bramoso di servirmi, ti eri sganciato i pantaloni, eri già in mutande pronto a toccarti ad ogni mio ordine, ad ogni mio insulto.
“So che vuoi diventare la mia cagna” ti dissi.
La mia voce ti arrivò come un pugno allo stomaco. Un diretto, che ti lasciò senza fiato.
Essere schietta e irriverente, accendeva un fuoco dentro di te.
Un fuoco che ti ha costretto, naturalmente, ad inchinarti ai miei piedi. Leccare le mie scarpe sporche di fango, indefessamente.
Che lingua parsimoniosa, hai.
Ed ogni volta che ti porgevo il piatto per sputare il fango, la tua saliva diminuiva. La tua bocca asciutta si ritrovò con il mio tacco infilato fino in fondo. Mi facevi quasi pena. Una piccola parte di me voleva gridare:
” Fermati, non andare oltre, potresti farti male”. Era una reminiscenza della crocerossina che ogni donna si porta dentro. “Smetti di succhiare il mio tacco come fosse un cazzo” pensavo.
“Sei ridicolo e insignificante” Dissi, esplodendo.
“Grazie, Signora, Grazie Signora” ansimavi, contorcendoti a terra. Era inverno, eri nudo. Tremavi e gemevi. Ma non ho mai capito se per il freddo o per il piacere.
Il tuo corpo: imponente e virile, ridotto ad un mucchietto di muscoli all’angolo dei miei piedi.
Hai una schiena forte e resistente, ma, la cera che colava, come lava da un vulcano, quella volta d’estate, ti fece vacillare. Indifferente al tuo dolore, continuavo a torturarti: la crocerossina era sparita, ormai, aveva lasciato spazio alla sadica capricciosa, che, godeva nel vederti soffrire.
E nel frattempo ti concedevo di masturbarti. Quante concessioni immeritate.
Ma io ero stregata dal tuo masochismo, affascinata dalla tua remissione e incazzata. Mi incazzavo da morire quando sparivi per giorni, settimane. Perché preferivi la tua vita normale da marito, da padre, da dirigente.
Ed ora guardalo: “Il dirigente dei vermi, sei diventato! Il capo delle cagne vogliose”. Boom. Un altro pugno allo stomaco. Diretto. Improvviso. E il tuo pene che pulsa e diventa turgido.
Mi sentii invincibile quando, per la prima volta, vidi un uomo nudo e legato davanti a me, eccitato dalle mie parole. Avevo sempre pensato di dover seguire dei corsi da femme fatal, e invece no.
L’unica cosa che dovevo fare, era rimettere gli uomini al loro posto: ai piedi di una donna. Ai miei adorabili piedini bianchi. Il tatuaggio sul mio piede sinistro è la manifestazione del mio vero essere. Ma nessuno lo hai mai capito, ed io non te l’ho mai spiegato. Non ti ho mai stimato, tanto, da spiegarti i simboli, il mio credo, e la vera essenza della mia energia sessuale. Tu volevi, alla fine, che ti scopassi il culo. Tutto qua.
“Grazie Signora, Grazie Signora”. Eri solito dirmi così. Dovevi torturati i genitali, e, solo dopo il dolore, potevi esplodere di piacere.
I primi schiavi al mio servizio, li torturai personalmente; poi la Sadica capricciosa ebbe un lampo di genio: siano loro stessi a torturarsi; che si provochino dolore con le loro stesse mani.
“Vediamo quanto sei masochista, fammi vedere se sei davvero capace di obbedire”.
Lo sguardo smarrito e indeciso del sub, mi ha sempre suscitato piacere, non solo eccitazione fisica. Parlo del piacere del Potere. Quella manciata di secondi in cui capisci che lui dismetterà i panni dell’uomo che non deve chiedere mai, per indossare la nudità e la remissione totale.

La tua remissione totale: in piedi vestito, se così si può dire, da puttana di bassa leva. Il perizoma rosso che hai comprato, in gran segreto, all’automatico del sexy shop della città vicino a dove vivi, lontano dalla tua vera vita.
Non ho più voglia di ridire con te. Lo facevamo ai nostri primi incontri tra imbarazzo e curiosità, scoprendo e scopando ogni nostra fantasia. Non ho più voglia del facile sarcasmo di quando ti piscio in faccia. I brividi. Mi ubriacavi di dominio rimanendo sdraiato, eccitato e vibrante sotto la pioggia dorata, che schizzava sul tuo naso, sugli occhi chiusi, e la bocca aperta. Le mie gocce che bagnavano il pavimento e la tua avidità che leccava. Stavi per abbandonare per sempre la tua dignità. Ma non potevi immaginare fino a che punto ci saremo potuti spingere. Fino a che punto ci saremo potuti spingere?
“Inginocchiati”.
Mal fermo, sui tuoi tacchi dozzinali, guardavi invidioso le mie scarpe argentate, che vestivano perfettamente l’oggetto dei tuoi desideri.
Stava tramontando dalla finestra della stanza d’albergo ad ore, al primo piano, tra i palazzi, il sole, a stento, si scorgeva.
Appena entrati, ti eri lamentato, come tuo solito, perché c’era poca luce. Ma, adesso in penombra, tutto era perfetto: il silenzio, il rumore dei miei tacchi che ti giravano intorno, i tuoi occhi bendati.
In sottofondo si poteva sentire il sibilo dei tuoi polmoni da fumatore, ed un occhio attento, poteva vedere, in silhouette, la saliva che colava dalla tua bocca imbavagliata.
“Inginocchiati”. Gridai fermando i tacchi alle tue spalle. Cadesti pesante sulle ginocchia. Stremato dall’attesa, farfugliasti una supplica.
“Che schifo, non sputare, verme”.
“Stupido”.
Io schietta ed irriverente, il tuo essere languido e arreso.
Lo presi dalla tasca del mio cappotto, che avevi ordinatamente poggiato sul letto, e il frusciare del tessuto, ti donò nuova linfa, riaccese il desiderio del tuo corpo stremato dall’ attesa.
Le mie mani gelide sfiorarono il tuo collo ingrossato dall’ emozione, e scivolò audace il collare che richiusi sulla tua nuca, stringendo la pelle nella fibbia, per il piacere del tuo dolore.
“Adesso sei mio. Adesso sei il mio vero schiavo. Si solo mio, potrai obbedire solo a me e dovrai farlo. Questo collare non è il simbolo del possesso” dissi sfilandoti il bavaglio. “Questo collare è il nostro legame” E i tuoi occhi incontrarono i miei. Un attimo che durò in eterno. “Questo collare è la nostra appartenenza”.
E così ti vidi: gli occhi rossi, gonfi di lacrime che rigarono il tuo viso. Nudo, ridicolo, inerme. Non eri più l’uomo che incontrai, ora finalmente sei l’uomo che desidero, che desideri.

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