Il mio posto – Parte 1

Il mio posto – Parte 1

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DISCLAIMER: La seguente storia è frutto della fantasia dell’autrice. Tutti i personaggi sono maggiorenni. Ogni riferimento a nomi, luoghi o eventi reali è puramente casuale.


Il suono del campanello risuonò nella casa. Infagottata in un abito bianco, con i capelli scuri raccolti in una coda bassa, guardai in cagnesco i miei genitori, accusandoli silenziosamente di obbligarmi ad un’altra interminabile serata con qualche borioso collega di mio padre. La possibilità di scappare e fare serata con i miei amici mi è stata bocciata ancora prima che l’idea mi salisse sulle labbra

  • Non ti fai mai vedere, esci sempre. Devi crescere, Giulia. Non puoi comportarti come se fossi una bambina – mi aveva apostrofata mamma.
    E quindi per quella sera addio jeans e maglietta, addio birra al pub e benvenuta noia.

Mia madre aprì la porta e preparai il mio cuore ad un’entusiasmante serata.

-Da quanto tempo non ti vedo, Giulia! Ti sei fatta davvero una bella ragazza!-
Quando capii che mi stavano rivolgendo la parola mi concentrai sul mio interlocutore. Un uomo sulla cinquantina, leggermente sovrappeso, con una barbetta ben curata brizzolata. Lo riconosco molto vagamente come una faccia che ho già visto in passato. Sorrisi cortesemente, sicura che il mio disagio fosse palese lontano un miglio.

-Sono Paolo. Ti ricordi?-
-Si, certo- mentii -Scusa, ma ho una pessima memoria con i volti-

Il suo sorriso e il suo sguardo languì per un secondo di troppo su di me, lasciandomi una brutta sensazione addosso. La moglie era una donnina bassa bassa, con una massa di capelli biondi e una cappa di profumo floreale intorno a lei. Era anche quella con la voce più squillante e fastidiosa, con una risata che ricordava sgradevolmente una cornacchia.

Ci sedemmo a tavola. Gli argomenti quella sera toccarono vette come mete turistiche estive, migliori qualità di vino e una lunga disquisizione su come i politici siano tutti fondamentalmente dei ladri.

La donna, che a metà serata capii chiamarsi Orietta, cercò più volte di coinvolgermi nella discussione, ma senza successo.
Dopo il dolce, lei e mia madre si spostarono sul divano in salotto parlottando di pettegolezzi di amicizie in comune, mentre mio padre e Paolo, con un bicchiere di grappa in mano, continuavano a discutere a tavola. Io, sprofondata sulla sedia e con la palpebra pesante da un mix di noia e sonno, ascoltavo pigramente i loro discorsi.

-Non ci sono storie. Le donne sono geneticamente fatte per restare a casa; tutti questi discorsi che si fanno oggi sono fumo negli occhi-
La mia apatia mi impedì di capire come erano arrivati a questo argomento, ma questa frase pronunciata da Paolo mi riscosse. Non sono mai stata attiva in campo sociale o interessate a tematiche simili, ma mi sono sempre considerata femminista e difenditrice della parità dei sessi.

-Prego?- dissi, guardandolo negli occhi. Mio padre assunse un’espressione traducibile in “ecco che ci siamo di nuovo”. Paolo mi guardò leggermente confuso

-Ho solo detto che è normale per voi stare a casa. Dopotutto il vostro richiamo naturale è di diventare madri. Nove mesi di gestazione, più quello che serve al bambino per staccarsi dal vostro seno… Sarebbe molto più facile per tutti se foste a casa a tempo indeterminato-

-E di grazia chi dice che non possiamo essere madri e lavoratrici? E se non volessi avere un figlio?- la mia voce cresceva ad ogni mia parola. Mi accorsi che stavo quasi per urlare sul finale.

Paolo sogghignò

-Ogni donna desidera questo, Giulia. Alcune magari non lo capiscono finchè non trovano l’uomo giusto. Tu sei presa per caso?-

Ringhiottì gli insulti che mi stavano salendo sulle labbra
-Che cazzo di termine? No non sono ‘presa’. E ti posso assicurare che non desidero affatto questo-

Mio padre cercò d’intervenire per smorzare i toni

-Avanti Giu, Paolo si è forse espresso male ma non è il caso che ti metti a fare la matta-

Sentendomi attaccata anche da lui, sbalordita da queste frasi così misogine, mi alzai di scatto.

-Allora non ascolto oltre queste puttanate, visto che non posso dire la mia-

Senza aspettare risposta uscii dalla cucina come un fulmine e chiusi violentemente la porta della mia camera.
Ancora fuori di testa, aprii la finestra e mi accesi una sigaretta, conscia di quanto mia madre si sarebbe incazzata sentendone l’odore. Non riuscivo a capire come, nel ventunesimo secolo, qualcuno potesse ancora avere una simile idea retrograda e degradante della donna.

Sentii bussare alla porta. Non dissi nulla.
Bussarono di nuovo, questa volta in maniera un po’ più energica.

-Tanto non esco, pa. Lasciami in pace- dissi espirando il fumo dalla bocca e scrollando la sigaretta fuori dalla finestra.

-Sono io- la voce era quella di Paolo -volevo scusarmi. Non era mia intenzione offenderti-

Rimasi qualche istante seduta sulla finestra, poi appoggiai la sigaretta nel posacenere e aprii la porta. Sentivo la voce di mio padre che rideva ad alta voce in salotto. Paolo mi guardò con un mezzo sorriso. Una vera faccia da schiaffi

  • Non sono offesa. Solo incazzata. I tuoi sono discorsi dello scorso secolo –

Lui mi guardò con una strana intensità. Sostenni il suo sguardo per qualche istante, ma a disagio distolsi gli occhi, avvicinandomi di nuovo alla finestra e recuperando la sigaretta. Lui entrò nella stanza.

-Li hai male interpretati, Giulia. Non volevo di certo sminuire le donne o te, anzi. Sei giovane e idealista, ma ogni donna cerca stabilità, sicurezza, cosi come ogni uomo cerca una donna che possa essere un angelo del focolare.-

-Si, il sogno di ogni donna è lavare le mutande del marito mentre allatta un bebè, proprio-

-I seni di una donna sono fonte di cibo. I suoi fianchi fonte di vita. E’ una cosa che possedete solo voi. Siete incredibilmente preziose, ecco perchè vogliamo proteggervi. Anche da voi stesse, ogni tanto.-

Mi voltai di scatto, trovandolo a pochi passi da me. Mi resi improvvisamente conto di essere chiusa tra lui e la finestra e il cuore iniziò a battermi furiosamente nel petto. Lui mi posò una mano sul fianco, quasi a voler rimarcare quello che aveva appena detto, mentre l’altra raggiunse la mia mano e mi prese la sigaretta dalle dita. La spense nel posacenere.

-Questa ad esempio ti fa male. Dovresti smettere-

-Cosa stai…- iniziai a dire. Lui mi appoggiò un dito sulle labbra per zittirmi ed io mi bloccai. Sentivo il cuore che mi esplodeva nel petto. Un mix di paura e d’irritazione verso quell’uomo tanto più grande quanto distante dalla mia mentalità, ma anche una strana fitta al basso ventre che non potevo ignorare e che m’infastidiva non poco provare

-Sei così giovane, Giulia. Non hai ancora trovato l’uomo che ti faccia capire quale è il tuo posto. E’ quello il tuo problema-

Avvicinò la sua bocca alla mia. Io ero stretta tra il suo corpo e lo stipite della finestra. La sua colonia e l’odore della grappa che aveva appena bevuto mi punsero le narici.

-No, aspetta- provai a dire, arretrando la testa, mentre le sue labbra toccarono le mie. Le risate dei miei suonavano distanti e ovattate. Scossi la testa liberandomi da quel bacio non voluto, e lui mi prese il mento con la mano.
Ci guardammo negli occhi un secondo. Sentii in quel momento le mie difese venire meno e quando lui mi baciò di nuovo io ricambiai.
Le nostre lingue si intrecciarono fameliche, come se tutto l’astio che provavo per lui in quel momento si fosse convertito in passione. Le gambe mi si erano fatte molli, mentre mi riempivo del suo gusto e del suo odore.
Una sua mano si fece strada fino ai miei seni da sopra il vestito, stringendoli con forza. Mugolai di dolore e di piacere, mentre sentivo i miei capezzoli farsi sempre più turgidi.

Riuscii a liberarmi da quel bacio. Avevo il volto arrossato dal calore e dall’eccitazione. Lui approfittò di quel momento per avventarsi sul mio collo, mentre infilò una gamba in mezzo alle mie.

-Basta- sussurrai -c’è tua moglie di la-

Lui prese a succhiarmi la pelle del collo, salendo fino al lobo dell’orecchio. La sua barba dava un mix di solletico e piacere sulla pelle.

-Non ti preoccupare di lei- disse semplicemente. La sua mano si fece strada sotto la gonna del mio abito, arrivando fino alle gambe. Mi resi conto solo in quel momento di quanto mi fossi bagnata, quando lui iniziò a massaggiarmi sopra le mutandine.

-Vedi cosa intendo Giulia? Facevi quei bei discorsi ma la verità è proprio qua-

Sentii scariche di piacere mentre sfregava le dita contro le mie mutandine, e mi tappai la bocca con una mano.

-Non c’è niente di cui vergognarsi. Hai solo bisogno di un uomo che ti insegni il tuo posto. Potrei occuparmene io-

La sua mano iniziò a spostare la stoffa della mia biancheria intima. Sentii il suo pollice sfiorarmi gli umori tra le mie labbra. Volevo spingerlo via e dimostrare quanto si stava sbagliando, ma in quel momento ogni fibra del mio corpo mi stava pregando di sfregarmi su di lui.

-Paolo?- la voce della donna in corridoio ci fece staccare come se avessimo appena preso la scossa. Mi aggiustai il vestito come meglio potei.

La porta si aprì poco dopo e la testata di capelli biondi ci sbucò dallo stipite, guardandoci con un’espressione sorpresa. Mia madre spuntò poco dopo.

-Ah eccoti qui. Andiamo? Mi è venuto un filo di malditesta- disse, con un’espressione talmente innocente da farmi sentire tremendamente in colpa. Stavo per fare qualcosa di estremamente stupido. La consapevolezza che il mio corpo lo avrebbe fatto se non ci fosse stata quell’interruzione mi riempì di vergogna e di disgusto.

Paolo si voltò di nuovo verso di me dopo aver rassicurato la moglie. Mi sfiorò la mano con le dita, nei suoi occhi ancora il desiderio che mi aveva quasi divorata prima.

-A presto Giulia. Nel frattempo smetti di fumare- mi disse a bassa voce. Il nostro sguardo rimase fisso per qualche minuto, ma di nuovo fui io ad abbassare il capo, cercando di vincere la vergogna che mi stava attanagliando.

Quella sua frase poteva essere una promessa o una minaccia, ed entrambe le eventualità mi atterrivano.

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