Venga il tuo regno

Venga il tuo regno

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Questo pezzo è una parziale rielaborazione romanzata, per evidenti motivi di privacy, di un racconto vero che mi fece una mia amica alcuni anni fa.

Chiara era una giovane ragazza di una bellezza nascosta: ella possedeva infatti tutti i pregi del corpo della giovane diciannovenne quale era: un corpo dalle forme ben definite, rassodato dalla vita sportiva e attiva che conduceva. Un viso pulito, quello che ti aspetteresti da una studentessa diligente, ed in effetti ha sempre avuto una carriera di studi brillanti: non era certo una persona priva di giudizio. Ma nascosta era la sua bellezza perché nel suo carattere dominava l’essere schiva, distaccata dai rapporti sociali, introversa, caratteri che inevitabilmente si riflettevano nel suo aspetto, quasi sempre dimesso. Per questo forse questa sua bellezza, che io non potrei mai negare e che negli anni della maturità esplose in maniera molto più definita, non la sfruttò e non la vivette appieno nella sua gioventù. Era una ragazza di pochissima esperienza, che poco conosceva la sua sessualità se non per qualche sporadico incontro e relazione di poca importanza.

Queste sue difficoltà relazioni le attribuì sempre alla difficile situazione familiare: con i genitori separati fin da quando era giovanissima, Chiara crebbe con la madre, invero anch’ella di carattere difficile e oscuro, incapace di comprendere con profondità la psiche della giovane, che nell’età adolescenziale entrò in un inevitabile conflitto molto profondo con la genitrice.

Il padre era davvero un bell’uomo anche lui, dal carattere pacifico ma anche forse del tutto privo di polso. Probabilmente questa sua incapacità di affrontare litigi e difficoltà quotidiane, che cercava di evitare ad ogni costo, resero impossibile la relazione con la madre, che aveva bisogno di una guida al suo fianco. In ogni caso, un ruolo tutt’altro che principale lo ebbe nella crescita della figlia, anche perché lui era coinvolto in varie altre relazioni, e gli incontri con Chiara erano quasi tutti di tipo ricreativo più che educativo.

Per Chiara la figura del padre divenne presto un punto di riferimento per sfuggire allo scontro con l’altro genitore, che ben presto venne reputato responsabile di qualsiasi colpa della crisi famigliare.
I periodi trascorsi col padre erano quelli più sereni dell’adolescenza di Chiara. Quando finalmente terminò le scuole superiori, fu scelta scontata quella di trasferirsi nella grande città per frequentare sporadicamente l’Università e andare a vivere col padre.

Chiara raccontava con molto trasporto queste premesse quando descriveva l’episodio.

Fu nei primi tempi di questa convivenza che avvenne l’episodio. Chiara era in una grande città, appena iniziata l’università e quindi travolta dagli stimoli dell’indipendenza e del nuovo stimolante ambiente studentesco.
Il padre, disinteressato od incapace sostanzialmente a dare limiti e confini alla figlia, divenne (o meglio, rimase) ben presto un confidente ed un amico, piuttosto che un genitore.

Quella sera Chiara tornò da una piacevole serata con gli amici: si bevve, ma non esageratamente, si flirtò, e l’umore era particolarmente positivo.
Non era tardi, e il padre propose di guardare un qualche film sul divano, per conciliare il sonno. Idea subito accolta.

Chiara dopo poco tempo, si distese con la testa sulle gambe del padre, deliziata da quei momenti di intimità familiare che certamente non aveva con la madre, e le erano stati privati in gioventù.

Non ricorda esattamente quale fu il momento scatenante. Forse una scena del film un po’ più erotica del previsto. Forse un qualche suo movimento troppo a contatto con il corpo del padre. Ma ricorda con precisione che, con la testa poggiata sulle gambe del genitore, senti ad un certo punto un accenno della sua eccitazione.
In quel momento – lo ricorda bene, senza saperselo spiegare – non provò un sentimento di disagio. Forse perché solo in quel periodo, per la prima volta, sentiva di vivere davvero la sua vita di giovane ragazza esondante femminilità, ne fu… lusingata.
Poteva far eccitare un uomo, persino suo padre. Aveva questo potere.

Il resto, lo ricorda chiaramente, ormai impresso nella sua mente. Si mossa con la testa in maniera… come dire, sinuosa, diceva. Insomma, cercava un qualche strofinamento. Finché sentiva chiaramente che quell’eccitazione non era un momento estemporaneo, ma stava crescendo. Nulla diceva il padre, di cui non vedeva il volto e di cui non sapeva se vi era imbarazzo, paura, trasporto, o chissà cosa altro.

Se fino allora però ciò poteva sembrare quasi un movimento casuale, Chiara decise che era il momento di togliere ambiguità. Spostò la mano sotto la propria testa, proprio sul cavallo dei pantaloni di lui.

Nessun divieto.

Con la mano iniziò a premere, strofinare. Il membro era ormai davvero teso, l’eccitazione innegabile. Chiara temeva, voleva, pensava di essere fermata, ma non successe.

Il confine ormai era varcato, e il resto venne come conseguenza inevitabile, come lo scorrere dell’acqua in un fiume. Si alzò appena, abbassò la cerniera ed estrasse il membro, pienamente eretto. Era la prima volta che vedeva un pene di un uomo maturo: un pene ben formato, dal glande rosso e turgido, per lei attraente come mai, abituata certo a visioni fin troppo giovanili.

Quando raccontava le sensazioni che provava allora, sa che avevano qualcosa di sbagliato, forse di malato, intollerabile, socialmente terribile. Ma non aveva una sola esitazione a raccontarlo.
Adorava che fosse il pene che l’aveva generata. L’eccitava terribilmente sapere che da lì lei era stata creata. Una sensazione che mai avrebbe potuto provare e mai avrebbe provato di nuovo.

Era come un cerchio della vita che si chiudeva quello che si compose quando aprì la bocca e lo accolse tra le sue labbra.

Era grande, turgido ed eccitante da avere in bocca. Lo percorse lentamente con la lingua, dalla base alla punta, e piano iniziò a suggerlo. Si sentiva davvero unita con suo padre in una maniera che ella, per nulla al mondo, riteneva innaturale e che mai aveva provato con nessun’altra persona, nè prima nè dopo.

Suggeva, succhiava con lentezza, ne ripercorreva ogni increspatura della pelle, ogni vena, con la lingua: voleva conoscere quel membro come avrebbe potuto conoscere il volto del suo proprietario. Si soffermava sul glande, che leccava con trasporto e passione: provava davvero un piacere personale nel succhiare quel pene, forse più grande di qualsiasi altro piacere che abbia provato quando era lei ad essere posseduta o penetrata.
La trasgressione, la potenza sessuale di quel momento le trasmisero un orgasmo mentale che le permisero di parlare di quell’evento senza la benché minima vergogna anche molti anni dopo: Chiara aveva conosciuto davvero un piacere di cui non vergognarsi.

Succhiò per lunghi minuti, sentì i suoi gemiti e sentì che anche lui era abbandonato a quel momento e le concedeva il proprio membro come il più grande dono che avrebbe potuto fare come padre.

Gli estrasse i testicoli e lì accarezzò dolcemente, sentendo che essi, gonfi e sodi, erano pronti a svuotarsi dentro di lei.

Pregustava davvero quel momento di svuotamento, mentre la lingua passava veloce sul fallo; il momento in cui il padre le avrebbe donato quel succo della vita che l’aveva fatta nascere. Ne sentiva già il sapore, accennato, forse da qualche goccia che si faceva strada.

Il momento si avvicinò come una cascata: sentiva il suo respiro velocizzarsi, sentiva il sapore amarognolo sempre più intenso, e le sembrava che lei stessa potesse estrarre lo sperma da quel contenitore con il suo solo succhiare.

Non dimenticherà mai il suo orgasmo: il pene si inturgidì in maniera netta, e sapeva che era giunto il momento, il tempo sembrò fermarsi. Si arrestò, cingendo con le labbra solo il glande. Il pulsare del membro le diede un’altra scarica di eccitazione, sentendo come lo stesso, violentemente, quasi le spalancava le labbra per accogliere meglio il seme che le stava donando.

Lo sperma era denso ed abbondante, lei sapeva che era stato riservato per lei, fin dal momento in cui era nata. Le riempì la bocca in pochi istanti, in maniera preponderante, incontrollabile. Lo sentiva ovunque, temeva di non riuscire a trattenerlo.

Stava accogliendo la cosa più preziosa di suo padre, la sua cosa più intima e personale, lo sperma che l’aveva generata. Era per lei un momento di incredibile tensione emotiva: rimase a lungo, poggiata sul suo membro, che lentamente si sgonfiava, ora che aveva donato.

E ricorda perfettamente il momento in cui ingoiò quel denso simbolo del piacere: lo sentì fluire dentro di sè, pervaderla tutta, come se diventasse parte del suo sangue. Aveva compiuto finalmente quel circolo, il padre le aveva dato una parte di sé stessa, il nutrimento più primordiale che lui poteva darle, quasi come il latte materno.

Lei era piena, nutrita di lui, le aveva donato la sua accoglienza e lui le aveva donato il suo piacere. Erano uniti e parte di qualcosa di unico, suggellato dallo scambio di quel fluido che molti considerano osceno, ma che per lei era la cosa più preziosa, divina, pregiata, sacra.

Si appoggiò nuovamente sulle sue gambe, verso la televisione: non una parola fu detta. Muoveva le labbra e la lingua, rigustando quel gusto potente di seme che l’aveva ormai penetrata.
Travolta dalla potenza di quelle emozioni, che solo dopo molto tempo ebbe la maturità per elaborare, Chiara si addormentò

 

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