UN BEL REGALO PER IL 18° COMPLEANNO

UN BEL REGALO PER IL 18° COMPLEANNO

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Quando ci somministravano le dosi di vaccino ci concedevano una giornata di riposo in branda. Al primo richiamo io ero febbricitante, così un piacevole stato di torpore mi faceva vagare nella mia memoria. Pensavo a come era avvenuta la conferma della mia sessualità dopo anni in cui ero passato dalla confusione iniziale alla convinzione totale.
Mio padre aveva ereditato il laboratorio di falegnameria e l’appartamento sovrastante da mio nonno. Poiché anche lui aveva sempre fatto il falegname, tranne il periodo in cui era stato chiamato alle armi proseguito per tutta la guerra, continuò quell’attività. Al tempo, per un artigiano senza lavoranti era piuttosto faticoso sbarcare il lunario, ma non ci era mai mancato nulla anche se dovevamo essere oculati.
Io aiutavo mio padre ogni volta che trovavo tempo per farlo, anche perché ero sempre stato piuttosto avulso dal perdere tempo con tutte le stupidaggini, così pensavo, che i miei coetanei adoravano. A me piaceva studiare, leggere, dedicare molto tempo all’igiene personale, facendo innervosire mia madre perché d’estate arrivavo a lavarmi e cambiarmi anche più volte al giorno. E per lei era una gran fatica farmi trovare panni lavati così spesso data l’esiguità del nostro guardaroba.
Volevo anch’io fare il falegname. Mi piaceva davvero e ho imparato talmente bene che per anni ho restaurato i vecchi mobili che compravo per me o per qualche amico, finché non ho più avuto né posto dove metterli né sufficienti energie. Mio padre, invece, ha voluto farmi studiare fino al diploma di ragioniere, conscio che il suo lavoro non ci avrebbe dato guadagni sufficienti per tutti.
D’estate scendevo in bottega insieme a mio padre e lavoravo di buona lena, ma il pomeriggio lui pretendeva che facessi un po’ di vita da giovane. Sicché m’incitava ad andare a mare. Amavo molto il mare, ma per me era una specie di supplizio. Vedendo corpi quasi nudi, più o meno tutti maschi e giovani, era difficile restare indifferente. Per capirci, allora era quasi tutta spiaggia libera, le ragazze era raro che la frequentassero e gli adulti erano al lavoro. La domenica era un po’ differente.
Mi sistemavo da qualche parte, nuotavo per circa mezzora oltre la barriera frangiflutti e poi mi stendevo al sole leggendo qualche libro che prendevo in continuazione alla biblioteca. Quando mi stancavo, facevo una lunga passeggiata, dedicando il tempo a stilare mentalmente la classifica dei ragazzi più belli. È ovvio che il concetto di bello era il mio personale. Provavo letteralmente disgusto per chi fosse anche leggermente in sovrappeso o troppo peloso, non mi piacevano eccessivamente bassi o alti, nemmeno quelli con un corpo poco armonioso o un viso sgradevole, giudicavo ributtante chi aveva troppa acne. Insomma, avete capito … cercavo semidei. In verità non ce n’erano tanti, ma l’esplorazione valeva sempre la pena.
Per il mio 18° compleanno, come al solito il regalo era qualcosa di utile, ricevetti una camiciola molto colorata e a pranzo c’erano anche le paste. Ma mia madre, amante dei musical, aveva trasmesso anche a me quella passione trascinandomi con lei a vedere tutto quello che passava nel cinema di ennesima visione vicino casa nostra, mi chiamò in disparte e mi diede la somma necessaria per andare a vedere “West Side Story”, appena uscito e in programmazione nel miglior cinema di città. Certo bisognava che ci andassi in un giorno feriale e di pomeriggio, quando l’ingresso costava meno, ma io ero felice lo stesso.
Così il pomeriggio stesso, 10 agosto, andai al cinema con la mia sgargiante camiciola e l’ansia di vedere com’era la sala di un cinema di prima visione. Entrai al primo spettacolo. Tutte le luci erano accese, così potei godere della vista delle poltrone di velluto rosso, le decorazioni alle pareti, le luci soffuse, il grande schermo. Insomma, nulla a che vedere con le fetide e fumose sale dei cinema di periferia. Per abitudine io mi sedevo sempre in fondo, perché ero convinto che da lontano lo schermo si vedesse meglio e poi era distante dall’assembramento delle decine di ragazzini chiassosi. In sala c’erano pochissimi spettatori ed io valutai che avrei goduto meglio lo spettacolo.
Nell’intervallo fra il primo ed il secondo tempo, a luci accese, un ragazzo mi venne vicino.
“Posso sedermi vicino a te?”
Fui colto alla sprovvista e, prima di rispondergli, per uno strano senso d’inquietudine, lo squadrai per bene. Era piuttosto magro, scuretto di carnagione e con i capelli nerissimi e molto ondulati. Comunque non era né bello né brutto, perciò decisi che potevo sopportarlo. “Va bene, per me non c’è problema, anche se ci sono tanti posti liberi”.
“Il fatto è che non mi piace stare da solo e oggi nessuno dei miei amici ha voluto venire con me perché non amano questo genere di film” mi chiarì e poi aggiunse “Io sono Davide e tu?”.
“Piacere, Federico”.
“Immagino che tu sia uno studente, dato che sei qui al cinema” continuò.
“Si, ho appena finito il quarto anno di ragioneria e oggi compio 18 anni, così mia madre mi ha regalato i soldi per vedere questo film, che è del genere che mi piace molto”
“Auguri! Anch’io sono uno studente, universitario. Frequento il terzo anno di economia e commercio qui in Ancona, ma sono di Jesi” m’informò.
“Che ci fai qui in città ad agosto? Non dovresti essere a casa a Jesi?” interloquii.
“Ma io sono a casa anche qui. E poi mi piace troppo il mare per starmene a Jesi in pieno agosto, tanto più che alla ripresa delle lezioni non avrò più tempo per il nuoto. Comunque a Jesi ci vado sempre per sabato e domenica” mi chiarì.
A quel punto le luci si spensero per l’inizio della proiezione, cosi smettemmo di parlare. Qualche minuto dopo mi resi conto che Davide aveva la sua gamba destra a contatto con la mia sinistra. Al momento non ci badai, pensando che non se ne fosse reso conto e anche per la mia totale inesperienza. Visto che io non reagivo, dopo un po’ la pressione si fece più marcata, sicché mi girai verso Davide e lo fissai. Lui mi disse, denunciando l’intenzionalità del gesto, “Ti da fastidio?”.
Non sapevo cosa rispondere, benché avessi già compreso come poteva andare a finire. E ne ero molto lusingato. Avevo attratto un giovane e forse potevo finalmente capire cosa significassero i turbamenti che avevano accompagnato tutta la mia adolescenza e il recente ingresso nella giovinezza. Così azzardai e risposi un soffocato “No”.
Davide mi sorrise, quasi a tranquillizzarmi, e mosse la gamba in modo da “accarezzare” la mia. Io cominciai a tremare e avevo il respiro corto. Davide mi poggiò la mano sulla coscia e carezzandomi dolcemente disse “Non avere paura. È tutto a posto. Ora smetto e se vuoi me ne vado”
Fui quasi preso dal panico. Neanche l’esordio e stavo già mandando a rotoli la mia prima esperienza. Sicché azzardai “No, mi piace ma non l’ho mai fatto”.
Davide, molto assennatamente, mi propose “Finiamo di guardare il film, sennò una parte del tuo regalo svanisce, e dopo andiamo a casa mia. Sei d’accordo?”
Forse troppo imprudentemente e precipitosamente, risposi “Va bene”.
In verità, il film l’ho dovuto rivedere dopo qualche anno, perché da quel momento il mio cervello era offuscato e il mio stato d’animo passava repentinamente da sgomento a esaltazione. Comunque arrivammo al The end, e Davide mi guidò letteralmente fuori dal cinema con un braccio sopra le mie spalle, talmente ero confuso. Scoprii che aveva già l’auto, una Fiat 500, su cui mi fece salire e guidò velocemente verso la periferia nord della città, in zona Palombina. Arrivati davanti ad una villa d’epoca, sul lungomare, scese per aprire il cancello e portò dentro la macchina. Io ero quasi paralizzato, tento che venne a aprirmi la portiera e mi domandò “Che fai scendi o ti riporto a casa?”.
Fui di nuovo preso dal panico, ma lo vinsi e misi i piedi per terra. Mi guidò verso l’ingresso della villa ed aprì la porta. Così entrammo. Era un ambiente arredato con mobilia di inizio secolo, quasi tutta in stile Liberty, come per altro era anche il fabbricato. Dico ora ciò che rilevai in seguito al quel primo incontro. Al piano terra c’era a destra un grande salone soggiorno, con ampi divani e poltrone, un camino, da una parte c’era un tavolo da gioco e di fronte un pianoforte a coda, e vari tavolinetti, poltroncine e lampade qua e là.
A sinistra, prima uno studio con enormi librerie zeppe di volumi, appresso una sala da pranzo con un grande tavolo e a seguire una grande cucina e un bagno. Le due ali erano separate da un’ampia anticamera/corridoio con in fondo l’artistica scala che portava al piano di sopra, mentre una porta seminascosta portava al seminterrato, dove c’erano i servizi e le cantine. Al piano superiore c’erano due bagni, un salotto, un guardaroba e quattro camere da letto, due matrimoniali e due singole. Era la casa dei suoi nonni materni, ormai defunti, e sua madre, che aveva sposato un famoso commercialista di Jesi, non aveva mai avuto il coraggio di venderla. Così spendevano un sacco di soldi, che alla mia famiglia sarebbero bastati per vivere di rendita, per manutenzione, pulizie e riscaldamento per non fare andare in malora i bei mobili e tutto il resto. Negli anni in cui Davide frequentava l’università era sfruttata da lui.
Davide mi condusse direttamente in cucina, per offrirmi qualcosa da bere o mangiare in modo da farmi riprendere dallo stato di ansia. Scherzando, mi propose “Ti faccio una camomilla?”
“No grazie. Dammi solo un bicchiere d’acqua” mi schernii.
Me lo porse dopo averlo riempito. Ringraziai e continuai a girare il bicchiere fra le mani senza decidermi a bere. Finché dissi tutto d’un fiato “Guarda che io non ho mai fato niente. Perciò, se vuoi ancora provarci con me, mi devi istruire tu”.
“Quanto tempo puoi stare qui prima di rientrare a casa?” mi domandò.
“Massimo alle otto devo essere a casa per cena” lo informai.
“Allora abbiamo solo un’ora e mezza, dopo ti devo accompagnare, sempre che non abiti troppo lontano” disse in tono interrogativo.
Gli spiegai dove abitavo e lui confermò che il tempo era abbastanza. Ci guardammo per un tempo che a me parve eterno, io con titubanza lui con palese voglia. Alfine si mosse, mi tolse di mano il bicchiere ancora pieno, e mi guidò con calma “pressante” al piano di sopra. Aprì la porta della prima camera all’inizio del corridoio e mi sospinse dentro. Notai che il letto era matrimoniale, così dissi scioccamente “Ma è una camera matrimoniale!”
Davide rise, e mi tranquillizzò “Ci sono quattro camere e io amo dormire comodo, perciò ho scelto questa, che era di mia nonna, che chissà come sarebbe infuriata se potesse vedere quello che ci combino io”.
Le sue parole mi inquietarono, ma giusto per una frazione di secondo, dato che Davide aveva incominciato con la sua missione di guida. Accostò il viso al mio, tenendomi fra le braccia, mentre io tenevo le mie paralizzate lungo i fianchi, e mi sussurrò “Apri la bocca”.
Obbedii, piuttosto riluttante, e lui incollò la sua bocca alla mia, facendomi istintivamente ritrarre, per poi tornare sui miei passi, tanto era il desiderio di “imparare”. Infilò la sua lingua nella mia bocca spalancata e iniziò una meticolosa ispezione, che inizialmente trovai disgustosa, ma resistetti e dopo poco tempo, anche a causa delle languide carezze che Davide praticava alla mia schiena e presto anche ai miei glutei, fino ad insinuarsi nel loro solco, risposi con la mia lingua ed iniziai ad apprezzare il sapore e la sensualità del bacio.
Mi forzò a togliermi la camiciola, mi fece sedere su bordo del letto e mi sfilò i sandali dai piedi. Mi sorprese notevolmente quando mi baciò e leccò i piedi, uno alla volta. In quel momento ringraziai mentalmente la mia ossessione per l’igiene. Infine mi slacciò la cintura e sbottonò pantaloni. Ormai ero completamente alla sua mercé e non solo avevo abbandonato ogni inconscia resistenza, ma collaboravo scientemente. Sollevai leggermente il sedere per farmeli sfilare, e Davide, intuita la mia resa, me li tolse insieme alle mutande. Ero completamente nudo, non ancora eccitato per l’ansia che ancora mi attanagliava, ma non provavo nessun imbarazzo. Ero determinato a dare corpo alle mie annose intuizioni sulla mia sessualità. Davide mi guardava con cautela. Voleva capire fino a che punto fossi deciso ad andare fino in fondo. Lo captai, perciò decisi che dovevo essere più partecipe se non volevo che avesse dubbi su un mio possibile ripensamento.
Mi mossi, finalmente, dando moto alle mie braccia e iniziai a slacciargli la camicia. Gliela tolsi. Mi inginocchiai per terra, gli sfilai i mocassini, che portava senza calze, e azzardai a baciargli e leccargli i piedi. Scoprii che doveva essere un amante del sapone anche lui, perché sentivano solo dell’aroma della pelle dei mocassini. Gli tirai giù la cerniera dei jeans, dopo avere slacciato la cintura ed il bottone, dopo, come aveva fatto lui con me, provai a togliergli insieme alle mutande. Con mia sorpresa mi accorsi che non indossava le mutande. Lui mi guardò divertito e commentò “Una cosa in meno da togliere e da lavare”.
Mi fece sdraiare sul letto e si stese accanto a me. Ero un po’ rigido ma lui mi sciolse presto. Mi leccava dappertutto, mi succhiava i capezzoli, i lobi delle orecchie, mi baciava con foga ed io rispondevo, essendo l’unica azione già imparata rapidamente.
Io, quando l’avevo denudato, non avevo neanche guardato il suo cazzo. Ora volevo vederlo, anche perché la mia erezione era finalmente comparsa e sentivo la sua, che si era steso completamente su di me, fare pressione sul mio ventre. Non riuscivo nemmeno a infilare la mano fra i nostri corpi per toccarglielo, tanto stavo cominciando ad essere intraprendente. Allora dirottai la mia attenzione al suo culo. Era piccolo e nervoso, data la sua magrezza, e mi piacque subito impastargli i glutei uno con ogni mano. Poi azzardai di avanzare fino all’ano e provai un lungo brivido nel percepire la bellezza di quel recondito rifugio. Si, lo sapevo che gli omosessuali si facevano infilare il cazzo nell’ano ed avevo fantasticato a lungo su quella eventualità. Davide, finalmente si scostò dal mio ventre ed io gli afferrai il cazzo con una mano, lui si distese sul dorso ed io mi misi seduto per poterglielo guardare bene. Fu un sorpresa inaspettata. Era circonciso e, finalmente, realizzai quale fosse la sua origine. Avevo visto, senza soverchia attenzione, una mezuzah inchiodata sullo stipite della porta d’ingresso e qualche menorah nell’ingresso.
La cosa non mi dava alcun fastidio. Era solo curiosità, forse un po’ morbosa. Davide intuì i miei pensieri e mi chiese “Ti da fastidio scoprire che sono ebreo?”.
“No, assolutamente no. Solo che è una cosa che si scopre col cazzo” risposi e, cogliendo la comicità delle mie parole scoppiammo a ridere all’unisono. Quella risata sciolse la tensione residua che ancora mi impacciava e divenni intraprendente, per istinto.
“Voglio guardartelo per bene, non ho mai visto tanti cazzi e non ne ho mai maneggiato neanche uno. Ora che ho questo raro pezzo per le mani gradisco studiarlo a fondo” dissi, avvicinandomi col viso a quel trofeo che tenevo in mano. Lo guardai ben bene, sotto lo sguardo divertito di Davide, e infine osai baciarlo. Sapeva di buono, non so dire altro, sicché presi a succhiarlo. Ma forse non ero molto abile. Davide, valutata la mia buona volontà, mi propose “Facciamo quello che si chiama 69, così tu potrai imitarmi ed imparare”.
Ci posizionammo, sdraiati sul fianco, e Davide mi fece capire come succhiare, leccare il cazzo, le palle, la cappella, come impastare i coglioni, come stuzzicare l’ano. Ero così immerso nel corso d’apprendimento che non avvertivo più alcun disagio. Per Davide fu sicuramente palese e mi invitò a mettermi in ginocchio e poi poggiare la testa sul materasso. Il mio buco del culo fu totalmente esposto alla vista di Davide, ma io non provavo alcun imbarazzo per essere la prima volta che qualcuno stava a pochi centimetri dalla mia verginità. Sentii prima il suo respiro e poi la lingua che si poggiava, calda e umida, sui miei sfinteri. Ebbi un brivido di piacere accompagnato da un leggero gemito e da una forte contrazione dell’ano, e non pensai minimamente alla mia mania per l’igiene. Ero sicuro che il mio buco del culo meritava quelle attenzioni.
Davide leccava, picchiettava con la lingua e insalivava abbondantemente, ed io sentivo i miei sfinteri sempre più rilassati. Dopo alcuni minuti, Davide interruppe la sua leccata ed io fui fortemente deluso. Sentivo l’abbondante saliva sul buco del culo, ma non feci neanche in tempo a chiedergli perché avesse smesso che sentii qualcosa di caldo che premeva con forza e in men che non si dica mi trovai un cazzo nel culo. Non fu doloroso, poiché Davide era stato molto abile a farmi rilassare adeguatamente, ed io provai subito un piacere indescrivibile, che raggiunse l’acme quando i movimenti avanti e indietro stimolavano la mia giovane prostata. Venni con violenti schizzi prima che Davide raggiungesse l’orgasmo, che fu accelerato dalle violente contrazioni dei miei sfinteri.
Ero felice. Avevo avuto il più bel regalo di compleanno della mia vita ed ero sicuro che avrei goduto di altre repliche. Almeno questo era quello che speravo.
Il tempo era scorso più velocemente di quanto mi immaginassi. Ci sistemammo in fretta e Davide mi riaccompagnò vicino a casa, senza dimenticare di chiedermi quale zona della spiaggia frequentavo, perché voleva assolutamente trascorrere più tempo con me per insegnarmi tutto quello che c’è da sapere sul sesso. Aveva dato corpo alle mie speranze.
A casa, mia madre mi chiese subito se il film mi era piaciuto. Alla mia risposta affermativa, mi anticipò che dopo avrei dovuto raccontarglielo. Ma io, che la seconda parte non l’avevo seguita minimamente, le risposi che il film era molto più bello di quanto immaginassi e che non glielo avrei raccontato per non rovinarle la visione quando anche lei avrebbe potuto permetterselo.

 

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