Napoli e Gianfranco

Napoli e Gianfranco

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Con il Sardo il proseguo non fu come avrei sperato. Nel luogo dei nostri incontri riuscivamo ad andarci due/tre volte la settimana. Vuoi perché uno dei due era di servizio, vuoi perché gli altri amici non ci lasciavano l’opportunità di svignarcela, vuoi perché non riuscivamo a sgattaiolare facilmente dentro il bosco per le eccessive presenze di altri allievi sulla strada.
In ogni modo, dopo qualche pompino, giusto per fargli aumentare la dipendenza da me, mi feci inculare dal Sardo. Gli piacque molto questa nuova modalità. Prima succhiargli il cazzo, leccargli ogni centimetro di pelle, impastargli i coglioni, carezzargli l’ano e poi farselo mettere nel culo. Lo gradiva molto, ma io dovevo darmi soddisfazione masturbandomi, mentre lui, generosamente si faceva toccare.
Non ci fu verso di convincerlo a farmi alcunché. Nemmeno mi toccava il cazzo, non si faceva baciare, ma gradiva molto che lo leccassi dappertutto, finanche l’ano per fargli sentire quanto fosse alta la carica erotica in quella zona. Niente da fare. Lui non era ricchione, sosteneva.
In ogni caso ero comunque disponibile, visto che alternative non ne avevo.
Dopo tre mesi, ai primi di novembre, la fase di addestramento e istruzione militare si concluse. Fummo valutati e io fui anche premiato con l’occorrente per la rasatura in confezione di pelle, essendo fra i primi quattro allievi con maggior punteggio. Sicché ci informarono sulle nostre destinazioni. Fu il momento della mia delusione. Avevo chiesto, al tempo della domanda da volontario, di frequentare il corso di radiotecnico, ma è probabile che molti fossero i raccomandati, mentre io non avevo santi in paradiso, così fui assegnato alla specializzazione trasmissioni. Era la più numerosa, com’è facile immaginare, e ci preparammo per essere trasferiti alla Scuola Trasmissioni di Napoli. Ormai non potevo più tirarmi indietro e la specializzazione di marconista da civile non mi sarebbe servita a niente.
Il giorno seguente, dopo avere salutato gli amici che andavano altrove, mi recai nel cortile dove erano pronti i mezzi per portarci in stazione. Così vidi che eravamo una cinquantina di allievi provenienti da entrambe le compagnie. Un paio di sergenti ci accompagnarono fino a Napoli. In stazione c’erano già i mezzi per condurci in caserma. Era una struttura enorme, con diverse palazzine, poiché istruiva anche tutti i radiofonisti e radiotelegrafisti di leva. I mezzi entrarono e ci condussero davanti ad una palazzina più piccola delle altre, dove scendemmo e fummo affidati dai nostri sergenti ad un giovane maresciallo in attesa. L’appello fu veloce, poiché i documenti consegnati da uno dei sergenti contenevano anche la lista con in nostri nominativi, dunque ci condussero al piano superiore per sistemarci.
La camerata era unica, con cinquanta letti singoli e un semplice sgabello ciascuno. Di seguito c’era un grande locale con gli armadietti, un’anta per allievo, e in fondo i servizi igienici, turche ed orinatoi da un lato, lavatoi e lavapiedi dall’altro. Decisamente un passo indietro rispetto alla Scuola Allievi, malgrado fossimo già col grado di caporale. Il maresciallo, conscio della nostra delusione, ci disse con gentilezza “Ragazzi so che qua non è il massimo, ma questo passa il convento. Vi posso solo autorizzare a scegliere il posto letto, così potete sistemarvi secondo le vostre amicizie”.
Sul treno avevo chiacchierato con Gianfranco, che era di Falconara e, ovviamente, conoscevo di vista essendo dell’altra compagnia ma non sapevo che fosse marchigiano. Le selezioni per l’ammissione al servizio, quelli della zona nord delle Marche le avevano fatte in tempi diversi, perciò non l’avevo incontrato allora. Decidemmo di scegliere due letti vicini.
Col tempo scoprimmo di avere molti gusti in comune. Il teatro, la musica classica, la storia, l’arte, i monumenti, la lettura, il cinema. Così, terminate le lezioni nelle aule che erano al piano terra della palazzina, passavamo molto tempo insieme a parlare delle nostre preferenze e a visitare i luoghi storici e i monumenti di Napoli e dintorni, specialmente di sabato e domenica per il maggior tempo di libera uscita.
Eravamo diventati inseparabili, tanto che i commilitoni ci avevano soprannominato scherzosamente i “siamesi”.
Per Natale ci concessero una licenza di dieci giorni. A tutti quanti, per interrompere le lezioni solo per il periodo minimo. Con Gianfranco partimmo per le Marche e ci mettemmo d’accordo per rientrare un giorno prima per potere visitare a fondo gli scavi archeologici di Pompei. Trascorsi i giorni di licenza con un certo disappunto. Davide, che mi ero precipitato a cercare, era in Trentino a trascorrere le vacanze di Natale con la sua famiglia, ed io mi dovetti accontentare di Gino, di cui racconterò in seguito. Non che la cosa mi dispiacesse, dopo due mesi di astinenza, ma con Davide era diverso.
I miei furono molto contrariati quando li informai che sarei ripartito il primo dell’anno perché volevo andare a Pompei e la sera del due gennaio dovevo presentarmi in caserma. Ma compresero il mio desiderio e mi diedero anche una discreta somma di denaro per rendermi la gita più piacevole. Partii con Gianfranco alle prime ore del pomeriggio e, lasciati i bagagli in deposito alla stazione di Napoli, al tardo pomeriggio raggiungemmo Pompei. Ovviamente gli scavi erano chiusi e lo sapevamo, così visitammo il Santuario e dopo ci adoperammo per trovare una pensione per la notte. Non avevamo provveduto ad informarci per tempo e fu con qualche difficoltà che alla fine trovammo una stanza con bagno ma con un solo letto matrimoniale in una pensioncina in prossimità del sito archeologico.
Andammo a mangiare qualcosa e poi ci ritirammo in camera per studiare con cura il volume sugli scavi comprato lo stesso pomeriggio. Passammo un po’ di tempo a studiare e programmare l’itinerario che avremmo fatto e, verso le dieci, decidemmo di andare a dormire. Allora scattò il panico. Avevamo lasciato il bagaglio a Napoli e non potevamo cambiarci, né raderci, né lavarci i denti, né indossare il pigiama. Insomma, era una situazione incresciosa, ma per fortuna la stanza aveva il bagno, la relativa biancheria e sapone e shampoo. Decidemmo di fare la doccia, per avere più tempo la mattina dopo, lavare almeno le calze e metterle ad asciugare sul termosifone, ma Gianfranco propose di lavare anche le mutande, tanto eravamo abituati a vederci nudi. Immaginate la scena. Nessuno indossava maglia o canottiera, avevamo lavato e messo ad asciugare mutande e calzini, facemmo la doccia e ci trovammo con il telo da bagno intorno ai fianchi pronti per andare a letto. Restammo indecisi per qualche minuto e poi io dissi “Non possiamo portare sotto le coperte questi asciugamani bagnati, perciò leviamoceli e infiliamoci nel letto”.
Detto, fatto, posai il mio sulla sedia accanto al letto e mi infilai nudo come un verme sotto le coperte. Gianfranco ebbe qualche esitazione e poi fece lo stesso. Spegnemmo la luce e ci augurammo buona notte.
Gianfranco era un pelo rosso, ma senza le frequenti lentiggini tipiche. Capelli ricci e corti da militare, occhi verdi, un viso d’angelo. Poco più basso di me, aveva un fisico armonioso, avendo praticato il calcio come sport, un petto senza peli, ma una linea di leggera peluria partiva sottile da poco sopra l’ombelico e si allargava appena verso il pube, dove si congiungeva con una corona riccioluta intorno ad un cazzo roseo e liscio.
Non riuscivo a prendere sonno, percependo la presenza di un corpo nudo a pochi centimetri dal mio e stentavo a non toccarmi ed eccitarmi. Sentivo che anche Gianfranco era sveglio, dal suo respiro irregolare, talvolta persino accelerato. Sicché, ad un certo punto, gli chiesi “Come mai non riesci a dormire?”.
Lui mi rispose immediatamente “Ad essere sincero, così nudo ho un po’ freddo e non riesco a scaldarmi”.
Mi parve di cogliere una sorta di richiesta implicita che mi turbava, ma risposi istintivamente: “Se vuoi ci abbracciamo, così ti riscaldi”.
Rispose semplicemente “Va bene” e si accostò.
Gli passai un braccio sotto le spalle e con l’altro, passando sopra il ventre, lo girai verso di me infilando la mano sotto la schiena. Ebbe un brivido, ma era davvero infreddolito. Perciò lo incollai contro di me, petto contro petto, ventre contro ventre e mentre con i piedi presi a frizionargli i suoi, con le mani gli massaggiavo la schiena e … il sedere. Ben presto la sua erezione si fece strada sopra i miei coglioni e, procedendo, contro il mio cazzo.
Gianfranco, con voce tremante, disse tutto d’un fiato “Scusami … non volevo. Mi dispiace”.
Lo rassicurai subito, anche se non lo avevo mai immaginato in “quel modo”, perché lo vedevo più come un fratello, come ci chiamavano i commilitoni, con affinità su tante cose “A me non dispiace. Se non fossi così spaventato ti accorgeresti che anch’io sono in fase di eccitazione”.
“O Dio, quanto tempo ho desiderato che questo accadesse! Fin dal primo giorno che ci siamo parlati sul treno non ho fatto che immaginare momenti come questo.”
Ormai era persino bollente. Incollò la sua bocca sulla mia e ci scambiammo un profondo e lungo bacio. Ci carezzavamo per tutto il corpo e scalciammo via le coperte. Accesi la luce e potei vedere la luminosità dello sguardo e del sorriso di Gianfranco. Si scostò dalla mia bocca e cominciò a leccarmi e suggermi il petto, i capezzoli, il ventre fino ad impadronirsi del mio cazzo svettante. La sua bocca mi avvolse con una delicatezza inaspettata. Lo lasciai fare qualche minuto, con gli occhi chiusi e tutti i muscoli tesi. Poi lo invitai a girarsi e a posizionarsi in modo da offrirmi il suo liscio e pulsante cazzo. Mi inebriai del suo profumo e iniziai a lavorarlo con uguale gentilezza. Mi allungavo per succhiargli i coglioni e, infine, per leccargli il suo buchetto completamente roseo. Non riuscivo a capacitarmi di quante occasioni avevamo perso. Senza sapere l’uno dell’altro pur vivendo praticamente in simbiosi. Ci penetrammo a lungo, alternativamente, cercando di prolungare al massimo il tempo del godimento, finché io venni in profondità dentro di lui e lui esplose con abbondanti fiotti sul suo petto, restando quasi esanime ancora con le gambe sulle mie spalle.
Ci rimettemmo sotto le coperte e dopo un lungo bacio ci abbandonammo abbracciati in un sonno ristoratore.
La mattina, lasciata la stanza, facemmo colazione e ci procurammo dei panini e dell’acqua per potere dedicare il massimo tempo possibile alla visita degli scavi. Era un giorno feriale e c’erano pochi visitatori, così avemmo diverse occasioni per scambiarci appassionati baci e intime carezze, senza mai osare andare oltre.
Rientrati in caserma sapevamo che avremmo avuto occasioni quasi nulle per ripetere l’esperienza. Però ci impegnammo molto nello studio poiché chi riusciva a mantenere un certo punteggio poteva richiedere ed ottenere permessi di trentasei ore, da sabato a mezzogiorno alla mezzanotte di domenica. Non ne perdemmo neanche uno nei due mesi che restavano alla fine del corso.
Andavamo sempre in qualche località che meritasse di essere visitata. Prendevamo una camera con due letti in qualche pensioncina e facevamo l’amore in uno dei letti e dormivamo abbracciati nell’altro. Così la mattina chi rigovernava non aveva sospetti.
Devo ammettere che approfittai della situazione, ma questo faceva felice anche Gianfranco, perché io non avevo la possibilità di spendere tutti quei soldi ma lui aveva alle spalle il padre con una discreta impresa edile che gli mandava tutti i soldi che chiedeva senza alcun problema.
Fu un bel periodo, ma purtroppo tutto finisce e giunse il tempo della fine del corso e del nostro avvio ai reparti di tutta Italia. Uno per reparto!

L’Anconetano

 

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