Il chirurgo estetico

Il chirurgo estetico

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Sono appena passate le festività natalizie e bisogna tornare a lavoro. Ho una famiglia tanto rompiscatole che non vedevo l’ora. Fare il chirurgo estetico mi piace molto, del resto: vengono da me donne e uomini da tutta Italia. E’ un impiego che mi dà innumerevoli soddisfazioni. Non è una questione di soldi, è proprio un discorso professionale. E oltre a questo, mi tiene lontano da mia moglie. Ho a che fare con numerose signore e signorine, alcune veramente da aggiustare, ma altre sono ai limiti con la perfezione. Stamani, ad esempio, devo ritoccare una ragazza che vuole lavorare come spogliarellista in un famoso night club della città.
Sono sposato da dieci anni e mia moglie mi ha conquistato a suon di pompini. Nessuna succhia il cazzo come lei. Eppure non lo fa più. Forse non sa nemmeno più com’è fatto, il mio pene. Era una brava donna, ma soprattutto bellissima. Portava sempre abiti comodi, ma aveva due tette da infarto e un viso d’angelo. Un’innocenza apparente dal momento che faceva dei pompini micidiali. Ricordo che quando rincasavo la sera non facevo in tempo a togliere la giacca che me la ritrovavo avvinghiata sul cazzo, come se non l’avesse mai visto, come se non l’avesse preso per mesi. Era fantastica perché non pretendeva chissà cosa. Lei succhiava, accompagnava con le mani il movimento, solleticava le mie palle con le unghie e mi faceva schizzare… Mi arrapava così tanto che quando si rialzava sorridendo, voltandosi per tornare ai fornelli, le tiravo giù di poco la tuta e intravedevo il suo grosso culo stretto nel perizoma di pizzo. A quel punto ero io ad aggredirla e montarla, spingendole il fallo turgido nel buco del culo. Era così bella, fedele e abile nel sesso che la sposai. Adesso ho quarantatré anni e mi sento totalmente frustrato. Se non fosse per il lavoro, probabilmente mi fionderei da un’analista.
Faccio il chirurgo estetico da poco, prima lavoravo all’ospedale. Sarà l’aria di novità, saranno le donne che mi cercano per i vari ritocchi, ma mi sento di nuovo un uomo. Sto riacquisendo sicurezza in me stesso e tutto sommato inizio a pensare di divorziare. In fondo sono ancora abbastanza giovane.
Sono perso nella mia mente quando suona il campanello per la visita. La signorina in questione è una passera tale che non ho preso altri appuntamenti sino all’ora di pranzo. Dal monitor del videocitofono vedo che è proprio lei, l’aspirante spogliarellista. “Terzo piano” le dico nell’apparecchio. “Sì, lo so!” La troietta sembra avere un’ottima memoria, ma sicuramente non è questo il suo lato migliore.
La attendo nello studio cercando di assumere un’espressione tranquilla. Devo fare sempre una buona impressione: fingere di essere praticamente omosessuale e assomigliare più che posso a un professionista. Per carità, sono un professionista, ma la figa è figa. E quella che stava per entrare era un esemplare da esposizione.
La sento gridare in modo inopportuno dalla porta d’ingresso:
“Buongiorno dottor Neve”.
“Venga pure, Carlotta”.
Il profumo la precede. Ha tolto la giacca all’entrata. Ha una minigonna da restar ciechi, che le arriva a malapena sotto alla vagina, le gambe coperte da calze sottilissime nonostante fuori siano appena tre gradi. Gli stivali le coprono quasi le ginocchia. Sopra ha un maglioncino sdrucito.
“Mi mostri la sua cartella, signorina” faccio io con freddezza, mentre sogno di riempirla di sperma.
“Ecco qua”, fa lei.
Esamino le carte.
“Dobbiamo iniettare giusto un po’ di acido ialuronico.” Voglio lavorarla poco, così la faccio ritornare presto.
“Senta, dottore, io vorrei anche sistemare il seno. Devo iniziare a lavorare nel night club più grande del nord Italia. Con un paio di taglie in più sono sicura che non mi manderanno via dopo tre serate.”
“Si tolga tutto e vediamo”.
Mi volto e inizio a preparare le fiale di acido ialuronico mentre lei si sveste. Si libera di maglie e reggiseno, toglie gli stivali e, quando mi volto per guardarla, la sorprendo a sfilarsi il perizoma sotto alla gonnellina.
Deglutisco rumorosamente, tra il panico e l’eccitazione. ho l’uccello che spinge nelle mutande, vorrebbe abbattere i pantaloni. Se non si vede troppo è per merito del camice. Fingo che non abbia fatto niente di strano e procedo:
“Si sieda, mi faccia vedere cosa vorrebbe fare”.
“Semplice: ho una seconda che deve diventare una quarta”.
Le palpo il seno per capire la modalità di intervento più adatta, anche se ovviamente non ce n’è bisogno. Ha due tette splendide, a pera, non grandi ma sode, dalla base larga, con i capezzoli rivolti al cielo.
“Certo che è un peccato – le faccio – comunque per una mastoplastica additiva le posso proporre cinquemila euro come prezzo di fiducia”.
“Beh, i soldi li avrò solo se inizio a lavorare.”
“Mi dispiace ma non posso intervenire se lei non…” La donna, restando seduta, apre le gambe. La sua passera bionda viene fuori come un diavolo, con i peli dritti. Sono in piedi davanti a lei e non riesco più a fingere: le fisso le cosce sottili e sode, la figa rigonfia; inizio ad ansimare. Dopo un attimo mi ritrovo, senza rendermene conto, con il cazzo infilato nella sua bocca bollente. Lo fa per convincermi, quella troia, ma lo fa con trasporto. Lo sbava, lo succhia, sento il glande che sta per scoppiare ma le dico:
“Signorina, non può comprarmi così!”
Allora lei si alza, mi mostra il culo più bello che io abbia mai visto: piccolo e duro, rotondo e sporgente. Si china e mi fa:
“Lo metta dietro”.
Non ci penso un attimo, avrà tutte la mastoplastiche che vuole. Prendo l’uccello in mano e glielo infilo tutto dentro. Sborro subito ma continuo, supero il fastidio e poi ancora, ancora, sempre più forte. Lei è muta come un pesce, ma dallo specchio vedo chiaramente che gode, trattenendo le urla di piacere.

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