Febbre da Cavalla

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Febbre da Cavalla

Luca aveva una casetta, su in paese. Anche se probabilmente sarebbe più corretto dire che i suoi l’avevano.
Comunque, spesso capitava di riunirci, magari fare una una cena tutti assieme e fermarci li per la notte.
Quella volta, la voce si era sparsa e si sa, da cosa nasce cosa, ben presto la rimpatriata era diventata una vera è propria festa.
C’era Paolo, Simone, Dario, Luca, ovviamente, e io.
Poi c’erano Marco, il fratello di Simone, col suo gruppo, fidanzate comprese, Andrea e Federico del calcetto, Erica e Sara accompagnate da due tipi poco raccomandabili con cui stavano uscendo in quel periodo, Valeria con le sue amiche Giulia e Noemi, più una serie di imbucati il cui nome nome s’è ormai perso nei giorni che son trascorsi da allora.
Vista la partecipazione anche di maggiorenni come il fratello di Simone, reperire l’alcool non era stato affatto un problema.
C’erano birre per tutti e diverse bottiglie di alcoolici: vodka, whisky, rum e via dicendo, insomma un po’ per tutti i gusti.
Nonostante il freddo e la neve che cominciava a scendere, la festa si era scaldata presto, forse anche dato lo spazio ristretto.
Verso mezzanotte però, un po’ chi per un motivo chi per un altro molti avevano deciso di rimettersi in macchina e tornare a casa, piuttosto che passare la notte sul divano o sul tappeto.
Nel giro di mezz’ora, la casa si era praticamente svuotata.
Delle trenta o quasi persone che c’erano prima, rimanevamo io, Luca, Dario e Simone.
In oltre c’era Paolo con Valeria e le sue due amiche.

Paolo stava con Valeria da un paio di mesi.
Le avevamo affibiato l’etichetta di nave scuola nel nostro gruppo, dato che era più grande di lui di due anni.
Era una bella ragazza, con lunghi capelli neri e occhi del medesimo colore. Forse il suo viso, un po’ spigoloso non era il suo punto forte, ma era alta, slanciata e molto “femmina” dal punto di vista fisico.
Complessivamente si può dire che dimostrasse qualche anno di più di quelli che in realtà aveva, da quì la nostra presa in giro.
Una “cavalla”, la definivamo spesso tra di noi quando ci passava davanti e credo che la suggestione fosse piuttosto efficacie nel descriverla. Una cavalla comunque di quelle non tanto facili da domare. Si era fatta bocciare per ben due anni di fila, e a scuola era nota come una “problematica” tra i professori. Di certo era una ragazza con un carattere un po’ particolare, con una famiglia un po’ sbandata alle spalle.
Vestiva e si truccava in modo piuttosto alternativo rispetto alle maggior parte delle ragazze della scuola: portava sempre tanto mascara intorno agli occhi, jeans strappati e anfibi erano sempre parte del suo abbiliamento. Proprio in quel periodo aveva aggiunto un piccolo piercing al naso al suo look, quasi uno scandalo per il nostro piccolo liceo di provincia.

Paolo dal canto suo era pure lui un bel ragazzo, alto, sportivo, che poteva tranquillamente dimostrare qualche anno di più fisicamente, anche se con il viso pulito da ragazzino e un look decisamente più ordinario di quello di lei.
Come si fossero presi l’uno con l’altro era un mistero per chiunque li conoscesse, ma formavano tutto sommato una bella coppia e si vedeva che erano presi l’uno dall’altra.
Ma si sa come si dice, spesso chi ha il pane non ha i denti, e nonostatante questa mistica compatibilità fisica ed emotiva, i due, dopo due mesi che stavano insieme, ancora non avevano consumato.
L’argomento era spesso al centro delle nostre discussioni fra amici, dato che noi altri non eravamo esattamente quello che si dice intraprendenti con l’altro sesso, e in quel periodo specificamente nessuno di noi aveva il benchè minimo straccio d’una ragazza.
La curiosità per il nostro “fortunato” amico, era quantomeno normale, senonochè a tratti quasi morbosa.
E Paolo all’inizio si era lasciato andare a racconti piuttosto dettagliatti di petting più o meno spinti, finanche a quelli di qualche sega ricevuta di nascosto nell’aula di educazione fisica e di un pompino frettoloso una sera al parco, poi, forse a causa del sopraggiungere di un sentimento più forte, aveva cominciato a sottrarsi alle nostre domande, limitandosi nicchiare e sospirare.
Nonostante la reticenza, sapevamo tutti che con Valeria non aveva ancora combinato nulla.
Lo sapevamo, come sapevamo che quella stessa sera, Paolo avrebbe di certo voluto approfittare di casa di Luca per farsi la sua prima sacrosanta scopata, dato che ne la sua ne quella della sua ragazza erano mai disponibili.

Da par nostro noi altri, in qualche modo speravamo di imitare le sue gesta con qualcuna delle ragazze alla festa.
Speravamo questo, fino all’ultimo, quando confusamente cercavamo di convincere Giulia e Noemi, le amiche Valeria appunto, a rimanere anche loro a dormire con noi altri da Luca.
“Ci sono tre camere ragazze, tutte con il letto matrimoniale… Lo spazio c’è, se volete restare”
Sveglia presto, impegni.
“Ma sta già nevicando da un po’, è rischioso con la macchina a quest’ora…”
Nulla. Niente da fare.
Una volta assicuratesi che la loro amica era al sicuro e che non avesse problemi a rimanere da sola col suo ragazzo e altri quattro ragazzi(ni) da sola a dormire, avevano salutato anche loro e se ne erano andate.
Ad ogni modo, oggettivamente, era chiaro che avremmo avuto ben poche speranze con loro a meno di un miracolo. Nessuno di noi era ancora “sbocciato”, per così dire: Luca secco come un chiodo con i suoi occhiali spessi, Simone con la sue acne e la pancetta, Dario con suo nasone e il fisico da lanciatore di coriandoli, e io col mio bell’apparecchio per i denti e la mia timidezza paralizzante; quattro bei soggetti, per dire.
Tutto questo senza contare che anche le ragazze, colpite un momentaneo anueurisma avessero accetattato di rimanere, noi eravamo quattro e loro solo due.
Ben inteso, non avremmo storto il naso, ce le saremmo tranquillamente fatte bastare, ci avessero fatto tanta grazia…

Comunque, dopo un’appena accennato tentativo di riordinare la casa, ci eravamo seduti sul divano, di fronte al camino che ancora scoppiettava, seppur con poca convizione, quasi uno specchio del nostro umore.
Fa sempre un certo effetto credo quando il primo del tuo gruppo di amici, quelli con cui sei cresciuto, finlmente ha l’opportunità di scopare e tu stai li a domandarti quando e se mai toccherà a te.
Per riflettere meglio sulla questione avevamo tirato in mezzo una bottiglia di grappa che ancora era rimasta e dei bicchieri, giudicati puliti in assenza di prove schiaccianti del contrario, che avevamo riempito.
A nessuno credo, era passata per la testa l’idea che Paolo e Valeria potessero essere in un qualunque altro posto diverso dalla camera in fondo al corridoio a strapparsi i vestiti di dosso e di fatti non li avevamo più cercati dopo aver salutato le sue amiche.
I due invece erano placidamente seduti sul divanetto alla nostra destra, in silenzio, e li notammo in vero solo dopo alcuni istanti quando la mano di Valeria si stese per prelevare un bicchiere dal tavolo.
“La stanza è fredda, volevamo prendere un po di calore, prima di andare a letto…”
“Si, poi magari fare un’ultimo brindisi…”
L’imbarazzo di Paolo era piuttosto evidente, il motivo di questo imbarazzo, altrettanto oscuro e anche Valeria aveva una faccia un po’ scura.
Tutti un po’ sbigottiti sulle prime, avevamo cominciato a bere in silenzio guardando il fuoco.
Poi l’alcool, di cui comunque avevamo già una buona dose in circolo aveva cominciato a sciogliere le lingue e avevamo preso a ridere e scherzare, noi maschi quasi dimentichi della insolita intrusa.

A pensarci bene, prima di quella sera, le conversazioni con Valeria erano sempre state piuttosto brevi e insignificanti. Non si può dire che la conoscessimo bene, se si esclude la conoscenza quasi fotografica delle tasche posteriori dei suoi jeans…
Dopo un po’ che eravamo li a bere e a chiacchierare, qualcuno, non ricordo se Luca o Dario, si era lasciato sfuggire una domanda sul perchè lei e Paolo non avessero ancora scopato.
La domanda era rivolta a Valeria, già di per se questa un’irritualità offensiva nei confronti del nostro amico; aveva provocato un momento di silenzio imbarazzato in tutto il gruppo ma lei, che a quel punto sembrava aver preso calore e confidenza, ridendo aveava spiegato, mimandolo pure con le mani, che Paolo quando erano sul più bello faceva cilecca.
Beh, se la domanda aveva provocato un notevole imbarazzo in Paolo, la risposta era stata un cazzotto nello stomaco. Con un sorso aveva vuotato il suo bicchiere e l’aveva sbattuto sul tavolo.
“Ma che cazzo dici? Sei tu che non sei capace di farmelo venire duro,” aveva mugugnato offeso, poi si era alzato, e dopo aver annunciato che adava a dormire e si era chiuso in camera.

Per un attimo era seguito un rispettoso silenzio, una volta chiusa la porta e appurato che la sua non fosse una finta, eravamo scoppiati tutti a ridere. Lì per lì l’argomento fu lasciato cadere, continuammo a parlare e scherzare tranquillamente, per lo più di scuola, professori e cazzate varie.
Valeria stava li in mezzo a noi senza problemi, anche senza Paolo, cosa insolita. Aveva la fama di essere una scontrosa, capace di venire pure alle mani, con poche amici, ma con l’alcool in circolo era divertente e spiritosa e, a diffrenza di altre ragazze che consideravamo amiche, per niente pudica.
Anche le batutte e i commenti più spinti la facevano ridere e lei stessa non si faceva problemi a rilanciare.

Tutto era proseguito nel segno di una lecita e opportuna conoscenza tra amici del fidanzato e fidanzata finche qualcuno, a traino di una batutta piuttosto sconcia riguardo la rappresentante d’istituto, una tale Claudia nota a scuola tanto per il suo seno abbondante, quanto per la fama di darla ai professori senza troppo farsi pregare, aveva dichiarato di preferire Valeria.
Erano seguiti gli endorsment di tutti noi altri, io stesso avevo dichiarato con nonchalance che lei me lo faceva venire duro tutto le volte la vedevo mettere il motorino sul cavalletto.
La cosa sarebbe potuta finire lì, invece l’atmosfera si scaldò.
Noi facevamo apprezzamenti sfacciati e goliardici e Valeria, divertita e complice e per nulla a disagio, ci rinutazzava, di fatto autorizzandoci a continuare.
Forse la colpa di quello che successe dopo è da attribuire in buona parte all’alcool che continuammo a buttare giù, ma sarebbe da vigliacchi negare la parte di responsabilità che ognuno di noi ebbe.
“Dai, Vale, facci vedere le tette, “ era stata solo una battuta certo, immediatamente si era trasfromata in una supplica collettiva, ripetuta come un mantra.
Per un po’ lei non aveva dato nessuna impressione di voler esaudire questo nostro desiderio.
Poi qualcuno l’aveva provocata, sfidandola a dimostrare che non avesse ragione Paolo, che lei non fosse incapace di fare venire il cazzo duro ad un ragazzo.
A quel punto lei aveva sfilato il maglione da sopra la testa rimaneno in reggiseno e lasciando tutti noi di stucco, probabilmente il suo obbiettivo.
Che dire, una vista incredibile, fantascientifica per noi.
Un cosa del genere avrebbe potuto alimentare mesi di fantasie masturbatorie.
Normalmente ce la saremmo fatta più che bastare, ma invece insistemmo in coro che togliesse anche quello.
Nonostante fosse magra da mostrare lo sterno e le costole, Valeria aveva delle tette praticamente perfette: grandi, dalla forma a goccia, con capezzoli piccoli e rosei, quasi invisibili che puntavano all’esterno.
Il primo a sederlesi a fianco e a sbottonarsi la patta domandando che glielo facesse venire duro fu Simone, lo ricordo bene.
La guardava con l’occhio vitreo e alcolico già da diversi minuti a quel punto.
Valeria aveva fatto una faccia sconcertata, del tipo “ma per chi mi hai preso”, ma era parsa divertita dall’intraprendenza.
S’era voltata a guardare la porta della stanza di Paolo oltre lo schienale del divano, poi senza particolare esitazione aveva infilato la mano dentro patta di Simone.
Solo per qualche secondo aveva rovistato prima di sfilarla dichiarando ridendo che era lui già bello duro, quindi non c’era bisogno che lei facesse niente altro.

C’era stato un’attimo di incertezza negli altri, forse per l’incredulità o per un moto di invidia.
Poi Luca si era andato a sedere dall’altro lato del divanetto di fianco a lei.
Quello che si aspettava era chiaro, la sfida era stata già lanciata e Valeria sembrava pure averla già raccolta: dopo Simone ora toccava a lui.
Valeria stette al gioco fino in fondo. Rideva e di tanto in tanto, come ce ne fosse acora bisogno, beveva.
Quando venne il mio turno a farmi posto fu proprio Luca. Io a differenza degli altri, anche se eccitato, ero stato piuttosto intimorito dalla situazione, un po’ per la mia indole un po’ proprio perchè ero rimasto per ultimo.
La mano di Valeria era fredda, le dita lunghe e sottili. Era stato uno shock sentirle scivolare dentro l’elastico delle mutande.
L’ilarità fu generale quado fece capire agli altri che non c’e l’avevo duro.
Non so veramente in che modo, ma gli altri la persuasero doveva provare farmi una sega prima di dichiararmi spacciato, le dissero che così si faceva.

In quel momento doveva sembrarle tutto un gioco perchè non se lo fece ripetere e quando poco dopo le venne chiesto di togliere anche i jeans, salì persino in piedi sul divano per farlo, come per dare spettacolo.
Le sue gambe erano veramente chilometriche, la pelle bianchissima tranne sulle giocchia, livide e arrossate, forse per il freddo che la grappa le impediva di percepire, fuori nevicava dopotutto e la casa non aveva altro riscaldamento se non il camino. Indossava un semplice paio di slip di cotone bianchi, sotto i quali uno sguardo particolarmente carico di ormoni poteva addirittura intravedere l’ombra più scura del pube.
Nonostante tutto quel ben di Dio il mio pisello non ne voleva sapere di indurirsi, tutta quell’attenzione mi inibiva.
Già perchè Valeria non me lo aveva semplicemente tirato fuori, mi aveva proprio abbassato pantaloni e mutande davanti a tutti.
Mi stava di fianco, spalla a palla, praticamente nuda. Sentivo il suo alito che sapeva di grappa e sigarette e la mano che andava ritimicamente. Sue giù, sù e giù.
Mi venne naturale allungare una mano per toccarle le tette sentendomi sotto pressione.
Accolse il tocco con una ridacchiando. Il suo seno era cosi morbido ed elastico, mi riepiva la mano col suo peso.
Non me ne resi nemmeno conto che gli altri s’erano fatti sotto da principio, lo feci solo quando nella mia esplorazione anatomica incrociai la mano di Dario.
Erano tutti li attorno, Simone, Dario e Luca, col cazzo di fuori, e volevano tutti toccarla e avere lo stesso trattamento chiaramente.

A questo punto uno si sarebbe potuto aspettare che una ragazza in quella situazione prendesse e se ne andassese a chiudersi in una camera, magari proprio quella del suo ragazzo, invece Valeria si alzò in piedi, lasciando a tutti noi libero accesso al suo corpo. Se c’era un limite, lei non ce lo disse: il seno fù la parte da subito più gettonata, ma ben presto visto anche il numero di mani in gioco, cominciammo a toccarla dappertutto, anche fra le gambe.
Inizialmente solo da sopra la stoffa, ma piano piano, tocco dopo tocco, la voglia cresceva e le mutandine finirono per divenire poco più che un disturbo per le velleità speleologiche delle nostre dita. Gradualmente vennero prima sgualcite, poi scostate e infine tirate giù alle ginocchia.
Valeria intanto segava chi gli capitava tra le mani, quasi sempre due per volta.
Non c’era un ordine o una logica: chi era più bravo a catturarsi la sua attenzione toccandola, baciandole il seno o magari solo facendosi sotto in modo più deciso veniva scelto.
Nessuno di noi era alto come Paolo, mediamente ci superava di diversi centimetri, ma la cosa a quel punto non ci intimidiva di certo.
Me compreso, che ormai ero bello dritto e duro come il resto dei mie amici e affondavo le dita nel solco di quel culo sodo e statuario, il primo che avessi mai potuto toccare in quel modo.
Il primo a ottenere un bacio fu Luca. Non ci furono parole, solo i nostri respiri affannati e Valeria che rideva e si lasciava prendere e girare da chi più ne aveva.

Poco dopo eravamo sul divano, il cazzo di Dario era nella sua bocca e nessuno aveva idea di come fosse capitato, primo fra tutti il proprietario a giudicare dalla sua faccia.
Resistemmo ben poco prima di costringerlo a cedere il posto. La bocca di Valeria era probabilmente per tutti noi la prima che avevessimo mai provato. Non aveva una tecnica particolare usava solo le labbra e quasi per niente la lingua, a posteriori posso affermare che il suo fu un pompino piuttosto impacciato e carente, tuttavià ci sembrò il paradiso.
Simone in particolare raggiunse il suo limite dopo appena pochi secondi di quelle labbra che ci parevano semplicemente meravigliose.
Si scosto da lei in tutta fretta, reggendosi il cazzo con la mano come dovesse scoppiare da un momento all’altro mentre andava alla ricerca di un fazzoletto.
Lui lo fece credo per rispetto di Valeria, mi sento di dire con una certa sicurezza che si fosse lasciato andare e le fosse venuto in faccia o addirittura in bocca, la cosa avrebbe probabilmente infastidito più noi altri che quella gran porca, visto quello che successe dopo.

A quel punto Valeria era nuda, stesa languidamente sul divano. Noi eravamo in piedi, tutti senza pantaloni e con il cazzo in tiro, eccitati oltre ogni limite concepibile.
Comunque fosse cominciata quella cosa, come uno scherzo, un gioco golidardico, una ripicca tra fidanzati, era chiaro come sarebbe finita.
A turno ci prendemmo un posto, chi fra le sue gambe, chi davanti alla sua bocca, chi in in piedi in paziente attesa.
La scopammo tutti, uno dopo altro, senza alcun ritegno ne per lei ne per Paolo che dormiva ignaro in fondo al corridoio.
Anche Simone, che aveva già sparato il primo colpo non mancò di dare il suo contributo.
A dire il vero tutti facemmo più di un giro: eccitati ed inesperti come eravamo nessuno duro più di pochi minuti una volta messo dentro. Si pùo dire che il primo turno fù una imbarazzane formalità per tutti quanti.
Fu una prima volta insolita, non c’è che dire. E anche piùttosto da incoscienti, dato a nessuno venne in mente di proporre di usare i preservativi.

La prima volta le venni dentro dopo un minuto scarso. Era terribilmente stretta e bagnata all’inverosimile, io ci aggiunsi la mia bella dose di umori. Mi sembrò di schizzare per così tanto e cosi in fondo che ancora mi meraviglio di non star raccontando com’è nato il mio primo figlio.
La seconda e la terza volta me le godetti molto di più, stetti più attento (per quanto potesse fare la differenza a quel punto) e le schizzai prima tutto sulla pancia e poi nel solco del sedere.
Anche gli altri vennero diverse volte, spesso dentro, in bocca o nella fica, altre volte sul seno o in faccia dove capitava se non riuscivano a tenersi, tanto che dovemmo fermarci più d’una volta ripulirla con i fazzoletti perchè, buffo a dirsi, ci faceva schifo toccare l’uno lo sperma dell’altro.
Valeria invece prendeva, ingoiava, succhiava tutto, con un entusiasmo da medaglia d’oro.

Fu’ solo la nostra inesperienza a frenarci dallo scoparle anche il culo. Nel turbinare di braccia, gambe e cazzi ci mancò veramente poco, vista l’impazienza e l’eccitazione collettiva che ci induceva a provare ogni buco libero. Molto probabilmente, anche fosse stata vergine, cosa di cui lasciatemi dubitare almeno un po’, quella sera Valeria non ci avrebbe negato niente, neanche il culo.

In tutto quel casino, il vero miracolo fu’ non farsi beccare da Paolo con le mani nella marmellata della sua ragazza.
Sfiniti e sazi, ci eravamo infatti addormentai in soggiorno, tutti nudi o quasi, alcuni di noi ancora avvinghiati a Valeria.
Fu solo lo spegnersi del camino e il susseguente freddo assassino a destarci poco dopo’alba.
Dopo esserci rivestiti e aver sistemato il sitemabile (il divano era sporco in più punti) cercando di fare il minimo rumore, ci accordammo per non fare mai parola di quanto successo.
Non fù una promessa che mantenemmo al cento per cento, dato che tra di noi ripercorremmo quella notte epica molte volte nei mesi e negli anni a venire. Paolo comunque venne a sapere della cosa solo molti anni dopo, quando ormai Valeria era solo un pallido ricordo, e a nostra discolpa posso dire che gli risparmiammo gran parte dei dettagli.

Quella mattina quando per primo si svegliò erano circa le undici. Ci trovò a tutti a ronfare nella stanza più grande. L’altra l’avevamo lasciata tutta a Valeria per non destare sospetti.
Non se l’era sentita di andarsi a stedere vicino Paolo per dormire, un po’ per non rischiare di svegliarlo, un po’ perchè senza una doccia aveva paura che stado vicini lui potesse sentire l’odore di sesso anche da sotto il maglione.
Non era stata una richiesta formulata in modo particolarmente gentile, dopo tutto la ragazza era effettivamente molto meno simpatica quando non aveva bevuto e aveva tutti i vestiti addosso, mai noi tutti ci sentivamo molto riconoscenti nei suoi confronti, oltre che molto colpevoli nei confronti di Paolo.
Così facemmo colazione tutti insieme, latte caffe e biscotti, occhi bassi e senza un fiato, poi chiudemmo casa e scendemmo in paese ad aspettare la corriera sotto la pensilina carica di neve. Cinque di noi già mostravano i primi, evidenti segni di una bella bronchite, colpa della nottata passata al freddo.

Paolo e Valeria passarono tutto il viaggio senza rivolgersi la parola, sembra dovessero rompere, ma la settimana seguente il loro litigio pareva già acqua passata.
Per lui di buono ci fù che poco dopo quella festa ci disse di essere finalmente riuscito a scoparsela, forse una coincidenza o chissà.
Rimasero insieme per quasi un’altro anno e mezzo prima di lasciarsi.
A noi rimase il ricordo di una notte epica e irripetibile e di una settimana passata a letto con la febbre a quaranta.

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