Esordi alla scuola allievi

Esordi alla scuola allievi

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Guardavo fuori dal finestrino dello scalcinato treno locale che mi stava conducendo alla stazione dove sarei stato prelevato per essere condotto alla Scuola Allievi Sottufficiali e intanto riflettevo sulla mia decisione di scegliere quella soluzione invece di fare il normale servizio militare. Ormai era troppo tardi per ripensarci, a meno di risultare, volontariamente, inadatto al ruolo per farmi spedire a compiere il mio dovere di soldato semplice in qualche altra caserma.
Avevo scelto la soluzione di fare i 36 mesi da allievo e poi sergente, anziché i dovuti 18 mesi di naia, perché non trovavo lavoro stabile prima del servizio militare e perché pensavo di conseguire una specializzazione utile con quella scuola.
Mi guardavo intorno, nella carrozza priva di scompartimenti, e mi pareva che ci fosse qualche altro con la mia stessa destinazione. Faceva molto caldo, anche per essere inizio agosto, ed eravamo tutti sudati malgrado i finestrini completamente aperti. Una anziana signora, seduta davanti a me, mi guardava sconsolata intanto che si faceva aria con un vecchio ventaglio.
Arrivati in stazione, notai due militari con un cartello che riportava la scritta “Allievi Sottufficiali”. Mi avviai lentamente verso di loro e intanto mi guardavo intorno, notando che un’altra decina di ragazzi si dirigeva verso la stessa meta.
Ci fecero salire sul cassone di piccolo camion e partirono verso la caserma, che si trovava a un paio di chilometri, in piena campagna. Notai che alcuni edifici erano ancora circondati da impalcature e mancava completamente il muro di cinta. Seppi ben presto che ero uno dei membri delle due prime compagnie che avrebbero occupato quella caserma, ancora da completare in alcune sue parti.
Per farla breve, ci condussero tutti a farci registrare e poi a ritirare la biancheria da letto e l’occorrente per l’igiene personale, quindi ci accompagnarono ciascuno al proprio posto letto. Scoprii subito che non eravamo tutti destinati allo stesso reparto e che le camerate, in realtà, assomigliavano più ad ampie stanze piuttosto che all’idea che mi ero fatta, anche a seguito di informazioni di amici che avevano già servito la Patria.
Ogni compagnia occupava una palazzina di tre piani più il piano terra e ad ogni piano era alloggiato un plotone in stanze senza porte a destra e sinistra del corridoio, mentre al piano terra c’erano gli uffici ed i magazzini. Ogni stanza conteneva otto letti con relativi comodini, quattro a destra e quattro a sinistra, in mezzo alla stanza, alternati fronte/retro, c’erano otto piccoli armadi. Tutti gli arredi erano in metallo verniciato beige. Insomma, sembravano camere d’ospedale. Con piacevole sorpresa vidi che i materassi a molle e i cuscini erano ancora dentro le custodie di plastica di fabbrica.
Nella camera in cui mi condussero fui il primo ad arrivare, sicché mi fecero scegliere il letto che preferivo, così optai per uno dei due più vicini alle ampie finestre. Sistemai il letto e mi recai al punto di raccolta che mi era stato indicato, poiché era già ora di cena. Mi resi conto che eravamo già presenti in circa quaranta sui centoventi che ci avevano detto doveva essere l’intera compagnia.
Un sergente, seppi dopo che quello era il suo grado, ci fornì alcune istruzioni su ciò che potevano o dovevamo fare, quindi ci condusse di corsa alla mensa. Eravamo in assoluto i primi giunti in caserma, ma nel giro di tre giorni le due compagnie furono complete con l’arrivo di tutti gli altri.
Anche la mensa era totalmente diversa da quanto mi aspettassi. C’erano dei cuochi civili e l’attrezzatura era avveniristica per l’epoca. C’era un tunnel di cottura della pasta, che arrivava in continuazione cotta al dente in appositi contenitori forati ancorati al nastro trasportatore e chi serviva la condiva al momento per distribuirla nei vassoi multi scomparto che ogni allievo faceva scorrere per ricevere anche il resto del pasto. Confesso che mi trovai meglio che a casa mia, anche perché mia madre non era una gran cuoca e pure le finanze di famiglia non consentivano tutta quell’abbondanza che ebbi modo di godere nella Scuola.
Insomma mi sono dilungato molto a descrivere l’ambiente perché per molti di noi rappresentava molto di più di ciò che avevamo a casa nostra.
Nei giorni successivi, arrivati tutti gli altri, ci distribuirono l’intero corredo ed equipaggiamento, e diventammo militari a tutti gli effetti.
Nella mia camera, proprio per una politica applicata per fare familiarizzare le diverse tradizioni e culture (lo spiegò il sergente), ebbi un sardo a fianco al mio letto, a seguire un mulatto napoletano, lascito di uno dei black boys che con l’esercito USA avevano liberato l’Italia, un toscano, brutto come una scimmia e fascista fino al midollo, nel letto vicino alla porta. I letti dell’altra parete ospitavano un veneto, un romano, un siciliano e un abruzzese. Dimenticavo di dire che io sono di Ancona.
Non ci volle molto tempo per fare emergere quella sorta di spirito di corpo, cameratismo ed amicizia che può crescere così in fretta solo in determinate situazioni e circostanze, tanto più se i soggetti in causa sono motivati dalle stesse aspirazioni. Insomma, diventammo subito grandi amici, anche il “fascista” con il “negro”.
Faceva caldo. Un caldo torrido, esasperato dalle lunghe ore di addestramento e lezioni su materie militari e cultura generale. Nonostante la modernità della caserma, ritengo anche per la mentalità italiana ancora provinciale, nelle camerate non c’erano docce. Ancora, malgrado le copiose sudate per la fatica, la doccia era prevista solo il sabato mattina. Così l’unico modo per togliersi di dosso fatica e fetore era quello di lavarsi a pezzi nei grandi lavandini a vasca continua che c’erano nei servizi igienici. E la lavanderia era prevista settimanalmente, così ognuno lavava calze e mutande personalmente e cercava di imboscarle per l’asciugatura ancorandole di notte alla rete sotto il letto o appendendole su grucce dentro l’armadio, perché era rigorosamente vietato il disordine.
Si dormiva solo con le mutande e senza lenzuolo. Immaginate quale gioia e contemporanea sofferenza era per me la vista di tutti quei giovani corpi seminudi in camerata e nudi nei servizi igienici quando ci si lavava. Facevo uno sforzo enorme a non eccitarmi ad ogni piè sospinto, anche se mi era di aiuto la fatica di tutto il lavoro che facevamo durate il giorno. Spesso ero costretto a mettermi sul letto a pancia in giù per non far notare la mia eccitazione.
Al corso erano ammessi giovani di età compresa fra 16 e 26 anni. La maggior parte, come me, erano ragazzi intorno ai 20 anni, ma c’erano pure dei ragazzini quasi imberbi, maggiormente quelli che erano naturalmente poco pelosi, come il mio vicino di letto sardo. Era proprio un bel bocconcino di diciotto anni. Un moretto piuttosto minuto ma di fisico ben definito. Tutti i muscoli ben disegnati, senza un filo di grasso e muscolatura proporzionata e guizzante. Un bel viso dai tratti regolari, con occhi scurissimi e sopracciglia perfette. Un naso armonioso e labbra da bacio alla francese. E poi, l’avevo visto anche nudo, diverse volte. Due natiche nervose, lisce e un fratellino niente male, perfettamente centrato ed incorniciato da una leggera peluria. Non aveva nessuno sfogo di acne, come spesso accade a quell’età, e sembrava depilato tanto era scarsa la peluria sul suo corpo. Io smaniavo solo per il fatto di averlo nel letto accanto.
Dopo due settimane di addestramento, acquisiti i principi del comportamento militare e della corretta vestizione della divisa, ci concessero la libera uscita. La città era a circa due chilometri, raggiungibile facilmente percorrendo la strada provinciale, ed era ricchissima di memorie storiche e artistiche nonché di tutte le attività adatte allo svago di soldati in libera uscita, poiché già sede di un’altra grande caserma dell’esercito dalla parte opposta a quella degli allievi, appena insediatasi.
Non che avessimo molto da spendere, ma tutto era abbastanza abbordabile persino da chi possedeva poche finanze. Io personalmente mi interessai molto di più all’esplorazione dei monumenti e alla speranza di avere qualche chance di incontri interessanti, ma quest’ultima occasione, lo dico subito, non si verificò mai.
A causa del’eccessivo caldo, il comando della scuola decise di prolungare la pausa pranzo a due ore, spostando il termine delle attività di conseguenza. Così fummo autorizzati a poterci sdraiare sui letti per godere meglio dell’intervallo di riposo. Ma nessuno praticamente dormiva, piuttosto trascorrevamo il tempo a chiacchierare, lavare con più calma qualche capo di biancheria e a scherzare, anche rumorosamente. Qualche volta costringevamo uno dei sergenti al comando del plotone ad intervenire in maniera brusca per riportare la quiete, poiché anche loro alloggiavano nella prima stanza del piano, provvista di porta e di bagno privato.
Un giorno, il sardo, sdraiato sul letto e ridendo, ci chiese se avevano mai visto un cavallo eccitato. Alla risposta negativa, si sfilò le mutande e cominciò a far vibrare il cazzo al vento contraendolo lentamente mentre contemporaneamente imitava il nitrito del cavallo.
Dal nostro lato lo vedevamo benissimo, specie io e il napoletano, mentre dall’altra parte, coperta dagli armadi, sentivano solo i nitriti e noi che ridevamo. Il sardo continuò per qualche minuto e a un certo punto disse anche, due tre volte: Ancona, guarda!
Feci finta di non sentire. Ma dentro di me ero in subbuglio e gli occhi non si staccavano da quella vista.
La cosa diventò routine per qualche giorno, sempre con la chiosa: Ancona, guarda!
Allora decisi di affrontare la situazione. Durante i pochi minuti di un intervallo fra un addestramento e l’altro, in una occasione favorevole in cui eravamo abbastanza lontani dagli altri, gli chiesi: Perché quando fai il gioco del cavallo, ad un certo punto mi solleciti a guardare?
Sardo: Ma dai.. cosa vuoi sapere? È solo per scherzare.
Io: Non mi sembra che sia uno scherzo, dato che lo fai sempre. Voglio sapere che cosa ti passa in testa e stai tranquillo che non mi offendo o arrabbio. Hai la mia parola.
Sardo: Va bene, se è sicuro che non ti arrabbi o ti offendi te lo dico ….
Io: … allora? Ti decidi?
Sardo: Sinceramente avevo il dubbio che il cazzo ti piacesse … specialmente il mio.
Io: Non ti sembra di essere un po’ presuntuoso? Mica ce l’hai solo tu!
Sardo: Se mi sono sbagliato, ti chiedo scusa e ti prometto che la smetto col cavallo.
Io: Non ho detto questo e ammetto che mi piaci, ma questo non ti autorizza a schernirmi davanti agli altri. Può darsi che io abbia delle preferenze particolari ma non mi sembra il tuo un modo elegante di cercare di procurarti i miei favori.
Sardo: Scusa, che cosa stai cercando di dirmi?
Io: Molto semplice. Se ti sei azzardato nella tua esibizione gloriosa a mio beneficio, non sarebbe stato meglio affrontarmi privatamente come stiamo facendo ora?
Sardo: Sinceramente non avevo il coraggio e, oltretutto, sarei stato più in imbarazzo che metterla come manifestazione per gioco.
Io: D’accordo, ho capito. Però ora dimmi sinceramente e in poche parole, dato che già dobbiamo tornare al lavoro, che cosa vorresti da me.
Sardo: Che mi facessi un pompino.
Lo disse così, in modo crudo e semplice, senza lasciare adito ad alcun dubbio. Dentro di me gongolavo, ma lo mascherai bene e gli risposi che non era così semplice.
Riprendemmo l’addestramento e prima di andare a mensa lo affrontai di nuovo.
Io: Ci ho pensato e ci sto, ma in caserma non se ne parla. Lo sai che se ci beccano ci radiano dal corso. Io sarei sbattuto a fare il normale servizio militare, visto che sono nei termini di leva, tu saresti rimandato a casa. Senza contare quello che scriverebbero sulla nostra documentazione. Perciò dobbiamo trovare una soluzione.
Sardo: Va bene. Pensiamoci e il primo che la trova ne parla.
Non ci volle molto, solo un paio di giorni, e fu il Sardo a trovare una soluzione. Si trattava di uscire in libera uscita separatamente, raggiungere un certo punto della strada provinciale, dove arrivavano i margini di un fitto bosco, ed inoltrarsi per un sentiero accidentato verso la sommità di una piccola altura. Il luogo era fitto di cespugli di corbezzolo ma presentava un passaggio fino ad un piccolissimo spiazzo a ridosso di una enorme roccia e dove mancava un po’ di vegetazione poiché anche a terra c’era una lastra rocciosa che ne impediva la crescita. Il posto lo aveva scoperto il Sardo, che aveva esplorato i dintorni per due sere, favorito dalle lunghe ore di luce di agosto, tanta era la voglia che lo spingeva.
Uscimmo separatamente. Prima il Sardo, che mi aveva anche disegnato una piantina per raggiungere il posto, e dopo qualche minuto io. Giunto all’imbocco del sentiero, mi fermai per far finta di allacciarmi una scarpa, giusto per guardare se dietro di me ci fosse qualcuno in vista. Non notando nessuno, mi fiondai nel bosco e in pochi minuti raggiunsi il posto. Il Sardo era in attesa, fumando una sigaretta appoggiato alla roccia. Quando mi vide mi sorrise, ma non si mosse.
Mi avvicinai e lo toccai intimamente. Era già eccitato ed emise un lungo sospiro. Gli sorrisi e mi inginocchiai davanti all’oggetto dei miei desideri. Si sbottonò freneticamente la patta dei pantaloni ed armeggiando con difficoltà, data la prepotente erezione, estrasse il suo bellissimo cazzo in tutta la sua gloria. Era già abbondantemente bagnato di liquido prostatico, perciò mi disse: Aspetta. Prendo un fazzolettino e mi pulisco.
Io: Non ti preoccupare, ci penso io.
Così mi chinai e lo presi in bocca, facendolo scivolare fino in gola. Lui ebbe un tremito e cominciò a scoparmi con foga, mentre io assaporavo il gusto del suo liquido e collaboravo succhiandoglielo con vigore. Durò pochissimo e mi scarico abbondanti fiotti di sperma in bocca trattenendo a stento un forte mugolio, conscio che qualcuno avrebbe potuto sentire.
Io scoppiai a ridere, in sordina, mentre lui mostrò un’espressione delusa.
Io: Che ti succede? Sei durato meno di un coniglio. Nemmeno il tempo di farmi assaporare questo bel cazzo che ti ritrovi.
Sardo: Scusami. Ero arrapato da quando sono uscito dalla caserma. Mi dispiace di non essere stato all’altezza.
Io: Non ti preoccupare. È ancora presto e, se ti va, fumiamo una sigaretta e poi riproviamo. È come l’addestramento, per tenere bene il passo bisogna allenarsi.
Quest’ultima battuta fece sorridere anche lui. Si ricompose e fumammo la sigaretta. Alla fine, gli dissi che potevamo riprendere l’addestramento e lui si sbottonò nuovamente e tirò fuori il cazzo.
Io: Non hai proprio esperienza. Ora t’insegno io. Abbassati pantaloni e mutande e tira su la camicia.
Sardo: Ma a che serve? Non basta avere il cazzo fuori?
Io: Si vede che non sai quasi niente e vai solo per istinto. Fai come ti dico e non ti pentirai.
Obbedì e io mi chinai nuovamente davanti a lui, che era un po’ preoccupato di non essere completamente eccitato. Lo rassicurai, dicendogli che era normale dopo la potente scarica che aveva avuto.
Cominciai a succhiargli delicatamente i testicoli, prima uno, poi l’altro, poi tutti e due, tenendogli sollevato con una mano il cazzo semiduro, che sentivo rispondere progressivamente alle mie attenzioni. Passai quindi all’asta, leccando e baciando in modo avvolgente, mentre con una mano gli stuzzicavo alternativamente i capezzoli, per poi staccarmi dal cazzo per succhiarglieli con delicatezza. Provai a baciarlo, ma si ritrasse e non insistetti per dargli modo di abituarsi all’idea. Tanto, a quel punto, avevo mesi di tempo per convincerlo.
Tornai al cazzo, ormai duro come una pietra, e iniziai a succhiarlo con molta calma e dolcezza, intanto posi una mano a coppa sotto i suoi testicoli e glieli impastavo con molto garbo mentre con movimenti sempre più avanzati usavo il dito medio per sfiorargli leggermente il perineo. Lui fremeva e apprezzava talmente che mi chiese di potere sfilare completamente pantaloni e mutande per potere allargare di più le gambe e rendere il mio massaggio più facile. Questo mi fece capire che aveva una certa predisposizione a potere essere un buon soggetto per le mie mire, ma non volevo precipitare le cose e mandare tutto in vacca.
Ripresi a succhiare il cazzo, a massaggiare i testicoli, mentre con dito continuavo a sfiorare il perineo, ma stavolta, con le sue gambe ben larghe quasi come invito, mi fu facile arrivare a sfiorare il suo ano. Emise un sospiro di piacere e non si ritrasse. Io mi limitai a titillarlo senza tentare di penetrarlo col dito. Non volevo spaventarlo. Era completamente infoiato e aveva cominciato a fottermi in bocca, con calma ma senza sosta, tenendomi la testa ben salda con tutte e due le mani. Non avevo più la possibilità di accedere dal davanti ai suoi testicoli e ano, perciò lo abbrancai per le chiappe, dure come marmo nello sforzo che stava sostenendo per scoparmi in bocca, e iniziai il mio viaggio verso l’agognato ano da dietro. Divaricai con le mani le preziose chiappe, senza avvertire segnali di rifiuto, e cominciai ad esplorare il solco ora totalmente spalancato. Potevo captare le presenza di una leggera e rada peluria in prossimità dell’ano, che sfioravo ora con un dito ora con l’altro. Dopo circa dieci minuti di giochi, mi venne ancora in bocca con meno abbondanza di prima ma con più soddisfazione.
Era sudato, sorridente e rilassato. Quando stava per rivestirsi, lo pregai di non farlo perché io, non volevo chiedergli di farmela lui, ma desideravo farmi una sega e intanto mi sarebbe piaciuto continuare a toccarlo e guardarlo. Lui acconsentì ed io procedetti con foga mentre lo accarezzavo come la cosa più preziosa al mondo. Non mi sfuggì che guardava con un certo interesse il mio cazzo, un po’ più grande del suo, anche perché, non l’avevo ancora detto, sono 10 cm più alto ed ero un bel pezzo di gnocco anch’io.
Ci ripulimmo e ricomponemmo, allontanandoci separatamente e a distanza di tempo, per ritrovarci in una rosticceria di città, dove consumammo pizza al taglio e birra per recuperare le energie, e dopo rientrammo insieme in caserma, con questo gradevole segreto da custodire e le fantasie sui successivi incontri.
L’Anconetano

 

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