La psicoterapeuta

La psicoterapeuta

Una persona senza scopo. Con quest’affermazione abbandonai la terapia e la psicoterapeuta. Come poteva pensare di curarmi una che non sa neanche stringere la mano? Con quell’aria da studente che ha sempre studiato a memoria. Ignava degna di una punizione.
L’aria era fresca grazie alla pioggia appena andata via. Restai a respirare l’odore del cemento bagnato mentre pensavo a come ottenere quel corpo tornito. La sua pelle bianca … tutto quello a cui riuscivo a pensare era solo l’effetto della cinghia o meglio ancora della terga. Sublime toccare i segni subito dopo averli inflitti. Si riesce a sentire il calore del sangue che defluisce in fretta.
Spensi la sigaretta e cercai di concentrarmi sull’obiettivo senza distrarmi dalla voglia mentre mi dirigevo all’auto.
Tornai a casa a malincuore.
Passò qualche giorno, una settimana o forse due e mi arrivò un messaggio dalla psicoterapeuta. Che ingenua. Credeva sul serio che le mie scuse fossero vere e mi chiese quando volessi ritornare da lei. Le risposi che in questo momento non mi sentivo pronta per intraprendere una terapia. Gli studi medici peggiorano la mia situazione. Sarei molto a mio agio in una casa. Lei rispose che poteva ricevere anche a casa. Nel leggere quelle parole si materializzò nella mia mente l’immagine di un salmone afferrato a volo da un orso.
Quella casa la rappresentava a pieno: vuota e piatta.
Mi chiese cosa volessi da bere, le risposi un bicchiere di vino.
Mobili bianchi, divano grigio. Le chiesi se dovessi sdraiarmi come da terapia freudiana. Disse che potevo fare quello che volevo. Sorrisi, e mi sdraiai sorseggiando il mio bicchiere di vino mentre lei sempre sullo stesso divano mi osservava e cercava di entrare in empatia con me come negli altri incontri. Anche se, stavolta si sforzava di più. C’era qualcosa che la turbava. Continuai con il mio racconto. Il mio turbamento era lui. Il Master. Da quando lo avevo conosciuto tutta la mia vita era cambiata. Ho sempre amato il mondo bdsm. E stavo sperimentando la dominazione. Poi è arrivato lui e mi ha fatto desiderare di essere una slave. Non lo concepisco. Non lo sopporto e più cerco di liberarmi più mi sento intrappolata come in una ragnatela.
Cosa le fa desiderare di essere una slave?
Mi alzai di scatto. Appoggiai il bicchiere sul tavolino di fronte a noi e cominciai a piangere.
Si avvicinò, mi accarezzò la testa. Mi accucciai più vicina a lei. Potevo vedere i suoi grossi seni e la sua pelle così bianca. Alzai la testa e le sussurrai nell’orecchio: Non riesco a spiegarlo. Lei ha mai provato tanti orgasmi da non volerne più?
Scosse la testa.
E’ quello che mi ha fatto provare la prima volta. Ma non c’è solo quello. Magari fosse solo quello.
Ricominciai a piangere. Una mia lacrima le finì tra i seni.
Mi alzai chiedendole scusa e me ne andai.
Con le donne ci vuole molto più tempo. Non sono come gli uomini. A loro basta mostrare un po’ di carne e sono già in ginocchio scodinzolanti a reclamare di godere. Non lui naturalmente. Non il mio Master. Lui è unico.
Noi donne dobbiamo essere prese nell’anima per fare ciò che non avremmo mai immaginato di fare.
Passarono giorni e lei mi richiamò. Si disse soddisfatta dei progressi che stavo facendo e che se lo desideravo sarei potuta tornare a casa sua.
Mi ritrovai di nuovo tra le sue braccia. Questa volta non ero in lacrime. Pensava di recarmi sollievo accarezzandomi. La sua propensione a fare bene i compiti, a seguire bene ogni protocollo per essere una brava psicoterapeuta era adorabile. Mentre mi teneva fra le sue braccia, notai che stavolta non portava il reggiseno. Con un gesto noncurante le sfiorai con le dita i capezzoli. Non indietreggiò.
Ci riprovai, allungai il tempo, un secondo poi due. Non solo non si staccava ma il capezzolo si inturgidiva sempre di più. Sono esausta, le dissi. Le dispiace se restiamo pochi minuti in silenzio? Ho bisogno di riprendermi prima di ritornare a casa. Restammo in quella posizione. Io con la testa sulle sue spalle e la mia mano che saliva sempre meno impercettibile e più sfrontata verso i suoi capezzoli. Il suo respiro cominciò a tradirla. Ora inspirava più a lungo. Capii che potevo spingermi oltre. Continuai a massaggiare solo un capezzolo, con moto circolare, sopra la sua camicia. I suoi inspiri divennero sempre più profondi. Allora cominciai a slacciarle la camicetta. Vennero fuori entrambi i grossi seni bianchi. Sentivo che non potevo ancora guardala negli occhi, si sarebbe ritratta e le avrei dato la consapevolezza di quello che stava succedendo, perdendola così per sempre. Invece, doveva sembrarle ancora tutto un po’ onirico per il momento. Sempre tenendole la testa sulla spalla le premetti la mano delicatamente sul collo in modo da sdraiarsi un po’ di più sul divano. Ora raggiunsi l’altro capezzolo che non avevo ancora toccato mentre mi avvicinai all’altro con la bocca e la lingua. Ora il suo inspiro non era più profondo, ma corto e frenetico. Potevo guardarla ora. Mi misi in ginocchio davanti a lei e continuai a leccarle i capezzoli mentre la fissavo. Gemeva ora. Aveva la gonna e le sue gambe erano già aperte. Quindi abbandonai i capezzoli solo con le mani e mi dedicai a metterle le mani sotto la gonna. Con una le spostai sul lato le mutandine con l’altra andavo su e giù in mezzo alle labbra. Mi soffermai sul clitoride. Lo sfregai più velocemente mentre continuavo a leccarle i capezzoli. Il suo viso così composto e chiaro ora era rosso sulle guance. Poi lo sentii. Come un piccolo guizzo tra le dita. Il suo respiro si calmò, smise di gemere. Prima che entrasse nell’imbarazzo. Le diedi un bacio sulle guance calde e le dissi: A presto, se vorrai.

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