Una puttana per camionisti.

Una puttana per camionisti.

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A trentadue anni, Claudia era una donna soddisfatta. Insegnante alle medie, sposata con un docente universitario, conduceva una vita veramente morigerata. Bella casa, ottime e importanti amicizie, passava le sue giornate fra la scuola, il volontariato in parrocchia e casa sua, dove accudiva, con amorevoli cure, marito e suocera. Già, la suocera, una donna molto energica, un po’ fissata, autoritaria sia con lei, che con suo marito. Niente figli. A dire il vero erano il desiderio di suo marito e suocera, ma non il suo. Di nascosto da loro, usava un anticoncezionale; il sesso si riduceva ad una scopata di dieci minuti, al sabato sera, al buio, in silenzio, e, alla fine lui, le chiedeva pure scusa, per esserle venuto dentro. Lui, non aveva certo un super cazzo, ma a lei le cose andavano bene anche così, non conosceva altro; lui era stato il primo e unico uomo della sua vita. La sera stava scendendo, improvvisamente un temporale rendeva la guida difficile. Claudia cercava di tenere una velocità moderata, perché la superstrada era un fiume d’acqua. Quei dannati camion, poi, che le sfrecciavano di lato, rendevano tutto molto pericoloso. Disprezzava i camionisti: erano tutti rozzi, volgari e sudici. Una sera, si era dovuta fermare ad una stazione di rifornimento, per mettere benzina, nella sua Golf, e due camionisti avevano fatto pesanti apprezzamenti su di lei. Non che fosse brutta; spesso, dopo la doccia, si guardava nello specchio grande e questa era l’immagine che ne riceveva: alta, terza di seno, fianchi stretti, cosce belle, forse il culo, un po’ troppo evidente, ma lei non faceva nulla per invogliare i maschi ad esprimere commenti. Il suo abbigliamento era sempre sobrio, molto casto, e, da quel giorno, era scappata via, evitando di fermarsi lungo la strada. Quella sera, però, aveva fatto tardi, a causa dei colloqui con i genitori, quando l’ennesimo camion le ruggì di fianco e sollevò un turbine di acqua che le rese, ancora più dura, la guida. Fu costretta a camminare ancora più sul margine desto della corsia, e, ad un tratto, la vettura iniziò a tirare verso destra. A fatica, riuscì a raggiungere un’area di sosta lì vicino e si fermò a ridosso di un piccolo deposito dell’Anas, munito di tettoia. Scese dalla macchina, prese il piccolo ombrello, evitò di indossare la giacca del tailleur, per non bagnarla. Il vento le rovesciò l’ombrello e subito si bagnò la camicetta bianca; cercava di capire cosa era successo, poi vide un pezzo di legno con un chiodo conficcato nella gomma: aveva bucato! Si sentì presa dal panico. Rientrò nella vettura, prese il cellulare, quasi scarico e niente segnale, e, con rabbia, lo rimise dentro la borsa. Che fare? Non sapeva assolutamente come si cambia una ruota. Uscì di nuovo, cercando aiuto. La strada era deserta, pioveva tantissimo, il vento le rigirò di nuovo l’ombrello e lei si bagnò totalmente. Si avvicinò alla carreggiata, vide da lontano un mastodontico bisonte che, illuminato come un albero di natale, arrivava verso di lei; istintivamente fece dei segnali. Lui le lampeggiò e, messa la freccia a destra, entrò dentro la piazzola con un turbine d’acqua, che la finì di inzuppare. Si avvicinò al camion, se ne aprì la portiera e un gigante, alto e grosso, le chiese cosa era successo.

«Ho bucato».

Lo disse con un filo di voce.
Lui scese. Aveva i pantaloni di una tuta e, sopra, solo una maglietta, che evidenziava forti pettorali. Si affiancò a lei e andarono verso la vettura; lui si rese conto sul da farsi, mentre lei tremava come una foglia.

«Vieni con me».

Disse con tono autoritario e la condusse verso il camion, aprendo dal lato del passeggero.

«Sali!»

Lei mise un piede sopra il primo scalino, si allungò e riuscì a salire. Dentro si stava decisamente bene, era più caldo. Tremava come una foglia. I fari illuminarono lui che, con fare esperto, si dava da fare a sostituire la gomma forata. Si guardò intorno. La cabina era pulita. Si girò dietro: c’era una cuccetta, con un materassino e, sulla parete in fondo, una foto di donna nuda, con delle calze nere con pizzo. Tornò a guardare davanti. C’era un portatile acceso montato su due staffe, lo schermo proiettava le immagini di un sito porno. Guardò meglio. Una donna si mostrava con una serie di foto in autoplay. Erano pose oscene, girò lo sguardo, lui aveva quasi fatto, lei tornò a guardare lo schermo. Era così presa dalle immagini, che nemmeno si era accorta che lui aveva finito. Lo scatto della portiera del camion, dal lato del conducente, la riportò alla realtà; lui salì con agilità: era completamente bagnato.

«Fatto, ma tu sei tutta fradicia!»

Si girò, prese una sacca dalla cuccetta, l’aprì e ne tirò fuori un asciugamano e glielo porse. Lei cominciò ad asciugarsi i capelli, lui si avvicinò, lei abbassò lo sguardo: aveva smesso di tremare; lui, con il telo, prese ad asciugarle i capelli. I loro occhi si incontrarono e lei si sentiva tranquilla. Per la prima volta vedeva un camionista gentile, che si prendeva cura di lei. Nel caldo tepore della cabina, lei si lasciò andare a quella carezza che, dai capelli, era scesa giù fino alle spalle.

“Togliti la camicetta, è tutta bagnata».

La voce di lui era calma e gentile. Lei, senza nessun timore, ubbidì, consapevole del fatto che si sarebbe trovata quasi nuda, davanti a lui, che continuava a passare l’asciugamani sul corpo di lei, riscaldandola. A lei sembrava quasi che le fosse praticata una carezza molto dolce e quell’attenzione le fece abbandonare ogni difesa. Così, quando restò con il solo reggiseno e lui continuava a passare il panno sul suo corpo, lei si girò. I loro occhi si fissarono per un breve attimo e, senza dir nulla, le bocche, già molto vicine, si unirono in un bacio così appassionato che a lei venne quasi meno il respiro. La mano di lui si posò sul suo seno e lei non oppose nessuna resistenza, anzi si protese ad abbracciarlo per eliminare ogni dubbio.

«Passiamo dietro».

Ubbidì. Nello spostarsi, si tolse anche la gonna: ora era nuda, ma la cosa, inspiegabilmente, non le creava nessun imbarazzo, anzi, inconsciamente, si sentiva debitrice verso quell’uomo che, a suo parere, l’aveva tolta dai guai. In un attimo, anche lui fu nudo e le tolse anche l’intimo. Lui si distese in giù, rispetto a lei, e quando sentì che lui si insinuava fra le sue cosce, semiaperte, lei lo lasciò fare. Il risultato fu di sentire la lingua di lui, martellare con precisione li suo clito. Un lungo gemito uscì dalla sua bocca, ma era solo l’inizio, di un viaggio verso il Paradiso del piacere, cui lei non era mai arrivata. L’onda di emozioni, che quella lingua le stava dando, era sconvolgente. Un orgasmo la fece tendere tutta e, nello stesso tempo, si sentì svenire. Mai, in vita sua, aveva provato un piacere così intenso. Fu in quel momento, che girandosi, di lato si trovò a pochissimi centimetri da un meraviglioso cazzo. Lungo, duro, nodoso, con una cappella rossa, quasi violacea. Istintivamente si rese conto che, anche lei, poteva in qualche modo, restituire quel piacere, ma non sapeva come. Lei non aveva mai fatto una cosa simile. Lui, quasi istintivamente, le venne incontro.

«Succhiami, dai… prendilo in bocca».

Ubbidì. Si infilò decisamente qual palo in bocca e si mise a succhiarlo con vigoria. Era piacevole: lo sentiva gonfiarsi nella sua bocca e la cosa la stava eccitando tantissimo, finché un altro orgasmo la scosse tutta. Mugolò a bocca piena. Lui si rigirò. La mise di lato e, appoggiata la cappella sulle labbra della sua fica ormai bagnatissima, lo spinse dentro con forza, ma senza brutalità, quasi con lentezza, in modo che lei potesse gustare la penetrazione. Lei era senza fiato. Le sembrava di essere sverginata per la seconda volta o, meglio, forse ora la stavano sverginando per davvero. Quando lui le fu tutto dentro, fino a battere con la cappella il fondo, lei ebbe un orgasmo sconvolgente. Un grido uscì, per la prima volta, dalla sua bocca.

«Vengo! Si, vengo! Dai… ancora… vengo!»

Scossa da mille brividi di piacere, assecondava il lento pompare a cui lui l’aveva sottoposta. Era Bellissimo! Sconvolta, non riusciva più a ragionare, si scatenò come una furia. La femmina, così a lungo repressa, eruppe dal profondo di lei con tutta la sua dirompente energia: era determinata a godere, finalmente, del piacere tenuto troppo a lungo mortificato. Lui la trascinò sopra di sé; era rimasto colpito dalla sua sconvolgente reazione.

«Accidenti, che femmina sei! Ma da quanto tempo non lo fai?»

Lei lo guardò e, poi, ad occhi bassi, rispose:

«Praticamente è la prima volta, che godo così».

Lui la strinse a sé. Le sue mani afferrarono con decisione i suoi capezzoli duri e cominciarono ad impastare quel seno, facendole provare ancora un nuovo piacere, mentre lei, istintivamente andava avanti e indietro, su di lui, mentre il cazzo, dentro, le sfregava meravigliosamente le pareti della fica.

«Dai, muoviti, che questa volta non te la dimentichi più questa scopata. Dai, che ti cavo anche l’anima. Ti riempio di sborra, e sarà così tanta che ti uscirà dalla bocca. Dai, così, brava, muoviti ancora».

Lei, assecondava il suo movimento, con lo spingere il proprio inguine su quello di lui. Un languore incredibile la stava assalendo, togliendole il fiato. Sentiva il piacere salire dentro di lei fino al cervello, per esplodere, poi, in un piacere indescrivibile. Stava godendo ancora! Sconvolta si distese su di lui, che la fece di nuovo girare, la prese di spalle e le entrò dentro, da dietro. Lei impazziva, spingeva con forza il corpo incontro al suo cazzo, che ora la sfondava, con colpi tremendi che la scuotevano tutta. Si sorprese nel chiedergli di essere spaccata, di farglielo arrivare voglio fin in gola! Estasiata dal piacere, sudata, in preda al delirio dei sensi, nemmeno si accorse che lui, spostandosi un poco, le aveva appoggiato il cazzo al culo e, con un colpo deciso, entrò dentro. Lei rimase per un attimo immobile; sentiva che ora lui era dentro di lei, ma non sentiva alcun dolore. Era invasa dallo stupore: sentirsi presa dietro, in un posto dove lei mai, e dico mai, lo aveva preso. Anzi, nella sua cultura perbenista, era una cosa che una moglie mai avrebbe accettato di fare con suo marito. Ora invece, uno sconosciuto le sfondava il culo con decisione e si stupì che ne provava anche tanto piacere. Riprese ad appoggiare le mani contro il fondo della cabina, spingeva e incitava lui a continuare, sconvolta da quel piacere nuovo, inatteso, assolutamente sconosciuto.

«Dai … continua! … È bellissimo! … Dai… ANCORAAAA!»

Per qualche secondo, si rese conto di essere sul punto di svenire. Le forti mani di lui che le torturavano il seno, la fecero riprendere, riconquistando la giusta dimensione del piacere. Lui intensificava i colpi, forse era sul punto di venire, questo almeno lo aveva imparato dalle semplici scopate fatte con suo marito. Impazzì di piacere, quando lui, prese la sua mano e la spostò verso il basso.

«Toccati la fica, voglio che godi di più!»

Contemporaneamente, portò l’altra alla sua bocca, infilandovi due dita.

«Succhia! Immagina che ora hai anche un altro cazzo, da succhiare, mentre godi».

Il suo cervello andò in tilt. Una ondata inarrestabile di piacere, sotto forma di ripetuti orgasmi, la fecero vibrare tutta. Ad un tratto, lui si piantò dentro di lei, restando immobile. Poi, improvvisamente, le esplose dentro, con un fiume di sperma bollente.
Al suo orgasmo, fece eco quello di lei. Un reciproco orgasmo, li sconvolse. Per qualche momento, il silenzio fu rotto solo dal ticchettio della pioggia, che ormai andava ad esaurirsi. I loro respiri tornarono normali. Lui uscì da lei, le offrì dei fazzolettini imbevuti per pulirsi, cosa che lei fece in silenzio. Era frastornata, il suo cervello era assente, per la prima volta, in vita sua, non riusciva a ragionare. Si sentiva invasa da una calma sconvolgente, niente e nulla la preoccupava, sembrava come se, d’un tratto, ogni problema fosse sparito. La voce calma e dolce di lui, la riportò alla realtà.

«Sei stata fantastica. Non ho mai fatto una scopata con una donna come te. Mi chiamo Carmelo, sono di Taormina, passo da queste parti, due volte alla settimana. Ti lascio il mio cellulare, così puoi chiamarmi quando vuoi».

Lei lo fissò. Era ancora in preda ai brividi di piacere provati, ma, lentamente la sua mente, cercava di tornare alla realtà: prese il numero, scritto nel piccolo fazzolettino, lo guardò.

«Mi chiamo Claudia: non so se rifarò mai una simile esperienza, anche se, devo riconoscere che è stata bellissima».

Scese dal camion; aveva smesso di piovere. Risalì in auto, nascose il numero in mezzo alla sua agendina personale e via, verso casa. Sentiva colare la sborra da dietro, un lieve bruciore le ricordava l’accaduto, ma la sua mente si rifiutava di formulare anche una, seppur futile, scusa per giustificare quanto le era capitato. Suo marito l’accolse con preoccupazione, lei riferì solo della foratura e di come, circa un’ora dopo, si era trovata a passare una pattuglia della stradale, che le avevano sostituito la gomma. Si infilò dentro la vasca; un bagno caldo era il meno per riflettere sull’accaduto, ma, per quanto rimuginasse, il suo cervello non trovava un solo motivo di rimprovero per il comportamento tenuto. Nel fine settimana, era impegnata con il trasferimento della suocera che, tutti gli anni, andava trovare una sua cugina al mare. Al ritorno, lei guardava i camion sfrecciare, lui le parlava, ma lei non seguiva i suoi discorsi. A letto lui, quella sera, volle far sesso. Lo assecondò, come sempre. Chiuse gli occhi e le venne in mente l’ultima scena che Carmelo le aveva chiesto di immaginare: un cazzo in bocca ed uno in fica. Le poche pompate di suo marito, la fecero godere, ma dovette mordersi le labbra, per non urlare. Il giorno dopo, chiamò. Si accordarono di rivedersi due sere dopo, un po’ prima rispetto a dove si erano conosciuti: c’era una stazione di servizio, con annesso un piccolo motel. Arrivò con alcuni minuti di ritardo; lui la fece parcheggiare in mezzo a due camion e, quando scese dalla vettura, vide che lui era in compagnia di un giovane camionista.

«Lui è Ciro, è un amico molto fidato, e gli ho parlato di te; se vuoi, ti faremo impazzire di piacere, ti va?»

Rimase un attimo indecisa, loro gli sorrisero e, insieme, entrarono dentro un piccolo appartamentino, che loro avevano già affittato. Appena dentro, la spogliarono e si misero a leccarla, toccarla, la presero in ogni buco, schizzandole dentro, una quantità industriale di sborra, come lei non aveva mai né bevuto né preso dentro. Per quattro ore, la rivoltarono come un guanto. Ma si sa, un vecchio detto recita:

«Il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi».

Il destino ci mise lo zampino. Suo marito, che doveva restare fuori tutta la serata per un simposio, aveva avuto un imprevisto. Il relatore aveva avuto un attacco cardiaco, quindi tutto rinviato. Nel tornare a casa, avendo necessità di dover fare rifornimento, si era fermato nella stessa stazione di sevizio, dove lei si trovava con i due ragazzi. Lo stupore di lui, nel vedere la vettura di lei parcheggiata, fra due camion, era notevole, non riusciva spiegarsi il motivo per cui si trovasse lì. E quando la vide uscire dal motel, in compagnia dei due uomini, la sua gelosia esplose. Rimase immobile, dentro la sua vettura, non visto da lei e, incredibilmente, ebbe un’erezione, quando essi la strinsero e la baciarono, dandole una pacca sul culo.

«Ciao bella troietta! Ci rivediamo una prossima volta e, magari, portiamo anche un terzo amico, così ti sfondiamo ancora meglio».

Le dissero, scherzando, i due. Lui aspettò che lei partisse, poi, lentamente e con il cuore in subbuglio, la seguì. Era sconvolto da ciò che aveva visto, ma lo era ancor di più per il fatto di essersi eccitato a scoprire di essere cornuto. Rientrò in casa in silenzio, e andò direttamente in camera da letto; lei si stava spogliando, aveva ancora le calze autoreggenti, comperate per l’occasione: aveva voluto emulare la donna del calendario, appeso in cabina. Lui la fissò, con occhi di brace:

«Che fai, mi tradisci con due maschi?»
le inveì contro.
Lei si girò: aveva ancora la sborra che colava da ogni buco e guardò suo marito con occhi diversi. Quando lui si avvicinò, notò subito che aveva una, se pur minima, erezione, rispetto ai due splendidi pali che si era goduti fino a qualche minuto prima, e volle giocare il tutto per tutto.

«Certo, mi son fatta sbattere da due veri maschi».

Lui era paonazzo, non sapeva che dire, lei attaccò decisa.

«Senti, guarda come mi hanno riempito e fatto godere. Inginocchiati qui, davanti a me, vieni qui, leccami; puoi ancora sentire la sborra che cola, sia dal culo che dalla fica».

Detto questo, lo spinse in basso, davanti a lei. Appoggiò un piede sul letto e lui infilò la lingua, fra le sue cosce, prendendo a leccare avidamente. Lei, allora, si distese sul letto, gli aprì pantaloni e tirò fuori il piccolo cazzo di lui, lo porto alla bocca, si mise a succhiarlo con passione e lui esplose immediatamente.

«Dai… finalmente! … È così che ti volevo! L’ho sempre desiderato, ma non ho mai avuto il coraggio di dirtelo!»

Nel dire questo, le sborrò in bocca. Lei bevve tutto e, continuando a succhiare, lo fece rimanere duro. Si posizionò su di lui e, infilato dentro il cazzo, che ora ci stava largo, dentro quella fica ben aperta dai precedenti membri, prese a cavalcarlo.

«Scopami, fammelo sentire dentro, anche il tuo».

Il suo grido fu come lo scattare di una molla in lui.

«Vacca! Godi. Dai, fammi godere, muoviti, dai, puttana!»

Quelle parole sorpresero anche lei.

«Ti piace eh, cornuto? Senti come mi hanno sfondato per bene?»

«Certo che mi piace. Era ora che trovassi un maschio, che ti spaccasse bene la fica ed il culo. Ero stufo di dover sempre andare a puttane, per farmi una scopata decente. Eri troppo casta, puritana, ma ora sei perfetta; dai, girati, che ti voglio inculare, prima che si richiuda».

Claudia era incredula, ma, allo stesso tempo, non voleva perdere un’occasione così bella per divertirsi con suo marito. Quindi si girò ed egli le infilò il cazzo, che sembrava anche più grosso del solito, con forza nel culo.

«Aahhhiiii, piano! Loro mi hanno spaccato il culo e mi fa ancora un po’ male!»

«Se ti fa ancora male, vuol dire, che, non hanno ancora finito il lavoro, quindi, vedi di chiamarli di nuovo e falli venire a finire quello che hanno cominciato. Se vuoi, ti porto io da loro, basta che ti spacchino per bene».

A lei sembrava di vivere un sogno. Lo fece schizzare nel culo, facendolo godere tantissimo.
Da quella sera, almeno due volte alla settimana, lui l’accompagnava al motel, dove c’erano sempre almeno tre amici di Carmelo che la scopavano fino a sfinirla, poi il marito, a casa, le leccava tutta la sborra che le colava e la scopava, con estrema soddisfazione, fiero di avere una moglie che era diventata una puttana per camionisti.
7 ore fa

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