Venduta all’asta per essere torturata e abusata

Venduta all’asta per essere torturata e abusata

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Il sentiero sale ripido il fianco della montagna. Io cammino davanti, mentre Claudia arranca alcuni metri più indietro. Non abituata a muoversi su percorsi così lunghi e impervi, inizia a manifestare tutta la fatica sin qui accumulata, e il suo passo diventa sempre più lento e incerto, costringendoci a rallentare la marcia.
Il suo silenzio e la tensione nel volto rivelano la paura per quello che le succederà da qui a poco, e i suoi movimenti rallentati sono evidentemente il tentativo di ritardare il più possibile il compiersi del suo destino.
Claudia indossa dei bermuda e una t-shirt tecnica. Ai piedi porta degli scarponcini e delle calze di cotone pesante. I suoi capelli neri e lunghi fino alle spalle sono raccolti in una coda di cavallo un po’ scompigliata. Sulle spalle sorregge lo zaino contenente la borraccia d’acqua, qualche provvista e una giacca impermeabile, nel caso in cui si venga sorpresi da un temporale estivo. Entrambi ci aiutiamo con dei bastoncini da trekking, che già un paio di volte ci hanno salvato da rovinose cadute.
Pur avendo compiuto cinquant’anni, mia moglie conserva nel viso la freschezza di quando era ragazza. I suoi occhi verdi non hanno perso la capacità di seduzione di quando la conobbi, e il suo viso, sebbene segnato dalla stanchezza della vita e ormai raramente illuminato dal sorriso, rivela ancora il fascino che aveva vent’anni fa. Il suo corpo si è invece un po’ appesantito e porta evidenti i segni delle tre gravidanze, ma nel complesso rimane gradevole ed invitante nella sua abbondanza. Lei però non riesce ad apprezzarsi, e mostrare il suo corpo le crea sempre estremo imbarazzo, tanto che anche quando facciamo l’amore mi chiede di farlo nella penombra, così da celare quelli che secondo lei sono difetti, ma che io considero invece sensuali peculiarità: i seni abbondanti, i glutei ampi e rotondi, il ventre in rilievo, i fianchi morbidi, le cosce pingui. Considero il suo corpo nel complesso “molto accogliente”, e quando facciamo l’amore adoro sprofondare il mio volto nella morbidezza delle sue carni, assaporando gli odori sensuali della sua pelle.
Sebbene ci troviamo a più di 900 metri di quota, il caldo e l’umidità ci fanno sudare copiosamente, e dobbiamo fermarci sempre più spesso per riprendere fiato e bere. Anche se sono le ore più calde del giorno – nelle quali i normali escursionisti eviterebbero di camminare sotto il sole cocente – non possiamo fermarci nella faggeta a riposare, altrimenti rischiamo di non arrivare in tempo al Passo dell’Orso, dove abbiamo appuntamento con gli uomini ai quali la devo consegnare.
I pochi escursionisti che percorrevano il nostro tragitto si sono fermati molto più sotto, alla malga di Petz. Da lì in avanti non abbiamo incontrato più nessuno. Del resto è raro che qualcuno si avventuri da questa parte della valle, che non offre i lievi declivi erbosi e i suggestivi scorci sul lago che regala invece il versante opposto della montagna. Il toponimo di questa località, “Valle Marcia”, rappresenta bene il suo aspetto aspro e un po’ cupo, e ammonisce i pochi escursionisti che vogliano inoltrarsi da questa parte che la fatica richiesta non sarà ripagata dalla scoperta di luoghi ameni o panorami mozzafiato.
Se non è un luogo capace di attirare i turisti, la Valle Marcia è però il posto ideale per chi voglia stare lontano da curiosi ed impiccioni. E gli uomini con cui abbiamo appuntamento è proprio quello che cercano: completa solitudine e riservatezza.
Appena scolliniamo il passo, un fischio in lontananza ci fa voltare verso la scarpata che fiancheggia sulla sinistra il sentiero. Ci fermiamo e poco dopo scorgiamo due uomini in lontananza che scendono a grandi passi nella nostra direzione. Non riesco ancora a distinguere i loro volti, ma sono abbastanza certo che siano loro. E infatti, quando si trovano a poco più di una ventina di metri da noi, quello che mi appare il più anziano mi saluta sollevando la mano, mentre l’altro, che lo segue poco più indietro, si limita a farmi un cenno col capo.
Mi volto verso Claudia, la quale si è fermata alcuni metri più indietro ed osserva immobile e in silenzio i due uomini che le si stanno avvicinando. Quando la raggiungono, lei li saluta con un timido “salve”, sussurrato a voce talmente bassa da rendere improbabile che i due l’abbiano sentita. In ogni caso, è evidente che i due non siano interessati ai convenevoli. La osservano in silenzio per qualche istante e dopo aver scambiato uno sguardo d’intesa tra loro, l’uomo che camminava più avanti le rivolge finalmente la parola: “Spogliati”.
Claudia spalanca gli occhi e si volta verso di me, come per avere la mia conferma di avere capito bene la richiesta assurda di quello sconosciuto.
“Avanti, spogliati”, la incalza ancora l’uomo con voce più decisa. “E’ già tardi e non abbiamo molto tempo. Dobbiamo camminare ancora un bel po’ per arrivare alla baita. Togliti tutto, tranne le calze e gli scarponcini”.
Claudia si volta ancora una volta verso di me con sguardo implorante, in cerca di un mio soccorso. Sebbene entambi sappiamo che arrivati a questo punto non ho nessuna possibilità di influire sull’evolversi degli eventi, le faccio un cenno con il capo per invitarla ad ubbidire all’ordine.
Dopo ancora qualche istante di titubanza, Claudia appoggia lo zaino a terra, accanto ai bastoncini, e si sfila la t-shirt. Si slaccia i pantaloncini facendoli cadere a terra, e dopo essersi tolta momentaneamente gli scarponcini li sfila dai piedi.
Con indosso soltanto il reggiseno e gli slip – oltre agli scarponcini e alle calze di cotone, che si è rimessa – rimane lì ferma ad osservare i due uomini, sperando che si accontentino che rimanga con indosso soltanto la biancheria intima, e che non pretendano davvero che vada oltre. Ma la sua speranza viene subito infranta dalla voce alterata dell’uomo che le aveva impartito l’ordine di spogliarsi: “Mi stai facendo arrabbiare, puttana”. Un ceffone in pieno viso la sorprende all’improvviso, ancor prima che l’uomo abbia terminato la frase. Claudia porta una mano alla guancia dolorante, quasi per voler realizzare che ciò che sta sucedendo sia tutto vero, e che non sia invece un incubo.
“Togliti anche il reggiseno e le mutandine. Ti ho detto che devi tenere soltanto le scarpe e le calze, lurida puttana”. Turbata dalla brutalità di quell’uomo e dall’inaspettata violenza subita, con gli occhi gonfi che trattengono a stento le lacrime, Claudia si slaccia il reggiseno chiuso dietro le scapole, facendolo cadere a terra, ammonticchiato sopra il resto dei vestiti, dopo di che si sfila gli slip, rivelando la peluria che le copre il pube.
“Mi piace che non sei depilata come fanno di solito le troie di città”, interviene l’altro uomo, che era stato fino a quel momento in silenzio ad osservare la scena. A quelle parole, istintivamente Claudia porta un braccio al petto nel tentativo di coprirsi i seni, mentre con una mano cerca di nascondere il pube alla vista di quei due sconosciuti.
Senza darle altro tempo per realizzare la situazione, i due uomini le appoggiano sopra le spalle, in orizzontale, un grosso bastone di legno, simile al manico di una vanga, e forzando la sua resistenza le sollevano le braccia ai lati del corpo. Poi con delle corde le legano saldamente i polsi alle due estremità del bastone. In questo modo, come crocifissa, nessuna parte del suo corpo può essere occultata, e il suo volto paonazzo esprime l’estremo imbarazzo per l’esposizione a cui è costretta.
L’uomo più giovane le fa passare attorno al collo l’estremità di una corda richiusa ad anello, e con questa la strattona, costringendola a camminare trascinata come un mulo dietro di lui. Quello più anziano si carica sulle spalle lo zaino di Claudia, mentre io raccolgo i suoi vestiti infilandoli nel mio, dopo di che ci mettiamo anche noi in marcia.
Camminando dietro a Claudia, percepisco il suo respiro sempre più affannato, e trovandomi a breve distanza da lei posso percepire l’odore a tratti pungente del suo corpo nudo e madido di sudore. Come richiesto dai due uomini, stamattina le è stato concesso di farsi l’ultima doccia, ma con il divieto assoluto di usare qualunque profumo o deodorante. Ammiro i muscoli delle sue gambe e i suoi glutei che si irrigidiscono nello sforzo della salita. Scorgo i suoi seni abbondanti e un po’ cadenti che ondeggiano sensualmente ad ogni passo.
Dopo quasi un’ora di cammino, scorgiamo finalmente la nostra meta: un borgo di casupole in pietra arroccate sopra il dirupo che chiude da una parte la valle, circondato tutto attorno da un fitto bosco di faggi, aceri e castagni.
Ci fermiamo davanti alla porta di quello che deve essere l’edificio principale. Sebbene fatiscente, è l’unico ancora abitabile, essendo gli altri quasi completamente diroccati.
L’uomo più anziano scioglie le corde che legano i polsi di Claudia, la quale può finalmente liberarsi da quel bastone che l’ha trattenuta per tutta l’ultima parte del tragitto e che le ha lasciato un vistoso segno rosso dove premeva sulle spalle. Muove le braccia e le scapole per sgranchire gli arti indolenziti, ma subito torna a coprirsi i seni ed il pube, come ricordandosi all’improvviso di essere nuda in presenza dei due estranei.
“Adesso togliti anche le scarpe e le calze”, le ordina l’uomo più giovane. “Dai, muoviti”, la sollecita il più anziano, “devi restare nuda”.
Questa volta Claudia ubbidisce subito, rinunciando a cercare nel mio sguardo quel conforto che ha capito non posso darle. Si slaccia gli scarponcini e dopo averli sfilati dai piedi li appoggia a terra ordinatamente, uno accanto all’altro. Si toglie quindi le calze, e le dispone sopra gli scarponcini ad asciugare dal sudore. Questa cosa mi appare assurda sapendo anche lei che per i prossimi sette giorni dovrà fare a meno dei vestiti.
Osservandola così nuda, con i piedi scalzi sull’erba del prato, mi appare in tutta la sua fragilità, e mentre la guardo mi accorgo di come i due uomini non riescano a nascondere la cupidigia con cui già assaporano il suo corpo e lo scempio che ne faranno.
Pensando a quello che di qui a poco le succederà, mi chiedo ancora se avrei potuto fare qualcosa per evitare tutto questo. E ancora una volta mi rispondo di no, che non potevo fare nulla per non arrivare a questo epilogo, a meno di rinunciare a tutto ciò che io e lei abbiamo costruito in tutti questi anni: la nostra casa, il nostro benessere economico, i nostri figli… Questo è il prezzo che siamo costretti a pagare per non consegnare la nostra vita agli uomini che con l’inganno volevano portarci via tutto. Ma quella che pagherà il riscatto della nostra libertà alla fine sarà soltanto lei, Claudia, venduta all’asta al migliore offerente, come si fa con un animale al mercato.
“10.000 euro, 13.000 euro, 15.000 euro…”, nella mia mente riecheggia ancora la voce del battitore che sollecita nuovi rialzi del prezzo d’asta di mia moglie, della madre dei miei figli. Rivedo ancora lei in piedi sopra il tavolo con indosso soltanto un misero reggiseno troppo stretto e un perizoma troppo piccolo, che anziché coprire le sue intimità gliele mettono ancora di più in risalto. Immobile, la mano destra che dietro la schiena si stringe nervosamente al polso sinistro, come se voglia aggrapparsi a se stessa per sopportare l’incubo che sta vivendo. Lievi tremiti la scuotono di tanto in tanto, ma non è il freddo della taverna in cui si tiene l’asta clandestina che la fa tremare, bensì l’insopportabile tensione che si sta sforzando di contenere. Rivedo ancora il suo volto paonazzo e gli occhi gonfi di lacrime per la terribile umiliazione che sta subendo, il suo sguardo fisso a terra per non incrociare quello dei tanti uomini che commentano a voce alta le sue fattezze, che la scherniscono ridendo sguaiatamente e criticando ogni difetto, vero o presunto, di quel suo corpo che lei tanto detesta. Quel corpo che denigrano ma che allo stesso tempo si stanno contendendo a suon di quattrini, alzando sempre di più il prezzo che sono disposti a pagare per poterne godere a loro piacimento.
42.000 euro alla fine è stato il prezzo che questi due uomini sono stati disposti a pagare per poterla avere a loro completa disposizione per un’intera settimana. 6.000 euro al giorno, per sette giorni consecutivi, senza alcuna pausa allo sfogo delle loro perversioni.
E così ora Claudia è nelle loro mani. Gliel’ho consegnata com’era nei patti. L’unico beneficio che mi è stato concesso è quello di essere presente ai supplizi e agli abusi a cui verrà sottoposta, ma la mia presenza dovrà essere invisibile e silenziosa come quella di un fantasma. Potrò soltanto assicurarmi che non si vada oltre i limiti. Che poi i limiti che sono stati stabiliti sono soltanto quelli di non lasciarle segni permanenti sul corpo e, ovviamente, di non ucciderla: per il resto, questi due uomini possono fare di lei tutto ciò che vogliono: per sette giorni potranno usare il suo corpo a loro piacimento, sottoponendola alle torture più atroci e agli abusi più depravati, senza che io possa fare nulla per difenderla.
Pensieri irrazionali, sentimenti confusi ed emozioni contrastanti si succedono vorticosamente nella mia mente: rabbia ed eccitazione, curiosità e senso di impotenza, scoramento ed esaltazione, mortificazione e vergogna.
E’ dal giorno in cui c’è stata l’asta che non riesco a dormire più di due ore consecutive. Mi sveglio di soprassalto nel pieno della notte in preda ad incubi in cui Claudia viene rapita, torturata, stuprata… Per settimane mi sono sforzato di allontanare dalla mia mente quelle fantasie assurde e perverse che anziché farmi detestare la situazione in cui ho trascinato Claudia, mi fanno provare eccitazione e desiderio. Desiderio di vedere lei denudata davanti a degli sconosciuti. Eccitazione nell’osservare le mani di altri uomini che percorrono il suo corpo nudo, ispezionandone con le dita tutti i recessi più intimi. Brama di contemplare le loro bocche fameliche mentre assaporano la sua pelle. E poi vederla nuda e legata contorcersi nel vano tentativo di sottrarsi agli strumenti di tortura che le infliggono atroci sofferenze. E ancora, vedere le sue intimità brutalmente violate da altri uomini, che adesso godranno liberamente del suo corpo, finora riservato soltanto al mio piacere.
“Nooo… vi scongiuro, lasciatemi andare…”, la voce di Claudia proveniente dall’interno della baita mi riscuote dai miei pensieri. Entro dentro e vedo i due uomini vicino a lei che stanno armeggiando con delle corde. Ai polsi le hanno allacciato delle polsiere di cuoio con degli anelli metallici attraverso cui fanno passare due corde che poi legano in alto, su una capriata del tetto. Tirando con forza e simultaneamente le due corde, prima le sollevano le braccia verso l’alto e poi, tirando ancora, la costringono a sollevarsi sulle punte dei piedi. Poi infilano altre due corde negli anelli metallici fissati alle cavigliere di cuoio che le hanno applicato, e quindi fanno passare queste corde attraverso due anelli vincolati al pavimento, ai due lati di Claudia. Tirandole, la forzano a divaricare le gambe, fino a farla rimane appesa per i polsi alla capriata, con soltanto le punte degli alluci che toccano il pavimento e che le consentono di scaricare una parte del suo peso a terra. Per impedirle di divincolarsi, i due uomini forzano ancora di più la trazione delle quattro corde, e si fermano soltanto quando la sentono gemere per il dolore provocato dalla eccessiva tensione applicata ai suoi arti.
Come i due uomini, rimango alcuni istanti ad ammirarla. Completamente nuda, appesa con le braccia e le gambe divaricate, come una “X” sospesa a mezz’aria. Immobile, con gli occhi chiusi e il volto rigato dalle lacrime, tiene il mento appoggiato al petto. Solo alcuni sussulti involontari del corpo e dei singhiozzi soffocati fanno capire che non ha perso i sensi.
Osservo i suoi seni prosperosi, così impudicamente offerti al mio sguardo e a quello dei due sconosciuti. Sebbene sia evidente che la situazione non le stia provocando alcuna eccitazione, l’aria fresca all’interno della baita a contatto con la sua pelle ancora umida di sudore le procura un involontario indurimento dei capezzoli, che adesso spiccano sulle areole rosee solcate dai tubercoli di Montgomery inturgiditi.
Le gambe così spalancate fanno sì che le piccole labbra siano leggermente dischiuse, facendo così scorgere tra i peli pubici il vestibolo vaginale, roseo ed inumidito di muco.
Mentre il giovane continua ad osservare la prigioniera con malcelata eccitazione, quello più anziano si porta dietro di lei, le cinge il busto con le braccia e le afferra i seni tra le mani a coppa, iniziando ad impastarglieli con vigore. Le stringe i capezzoli tra le dita e si diverte a strizzarglieli, a torcerli con forza e a pizzicarle le areole. Improvvisamente scossa dal torpore in cui era caduta, Claudia reagisce a quell’inatteso e brutale palpeggiamento rovesciando il capo all’indietro e scoppiando in un pianto dirotto. “Nooo… ti prego, lasciami stare… basta…”.
L’uomo accosta il suo viso al collo di Claudia inebriandosi dell’odore emanato dal suo corpo e dalle sue intimità così esposte, e le lecca avidamente la pelle sudata, per gustarne il sapore salmastro. Mentre assapora gli odori del suo corpo, non riesce a nascondere il piacere che ne trae, ma per umiliarla e godere della sua vergogna la denigra:
“Fai veramente schifo. Puzzi come una scrofa. Da quanto tempo è che non ti fai una doccia, eh? puttana. Senti anche i piedi come ti puzzano, e che odore di merda ti esce dal buco del culo. E questa figa pelosa e bagnata, senti come puzza di piscio! Sei proprio una lurida vacca, buona solo per essere munta ed essere chiavata…”.
Sopraffatta dall’imbarazzo provocatole dalle parole dell’uomo, Claudia si scioglie in un pianto incontrollato, mentre il suo corpo viene scosso da violenti tremiti.
L’uomo più giovane, non potendo più resistere al desiderio di possedere anche lui il suo corpo nudo così aperto e oscenamente offerto, si avvicina a Claudia e inizia a palpeggiarla e a godere di lei con la sua bocca. Le sue mani le percorrono i fianchi fino a raggiungerle i seni, che inizia anch’egli ad impastare con forza tra le dita, come aveva fatto poco prima il suo compagno. La sua bocca succhia avidamente le mammelle della prigioniera, infierendo sui capezzoli che mordicchia con i denti, fino a farla sussultare di dolore. Con le dita le divarica i glutei, mentre con la lingua le forza l’apertura anale; dopo di che passa a leccarle avidamente la vulva, mordicchiandole e succhiandole il glande del clitoride e premendo con la punta della lingua sul meato uretrale.
Intanto l’uomo più anziano, lasciando la preda in balia del più giovane, mi si accosta. “La tua mogliettina è davvero un gustoso bocconcino”, mi sussurra. “Cosa provi a vedere il suo corpo così oltraggiato da altri uomini?”.
“Siete dei grandissimi bastardi”, gli rispondo, cercando di simulare una rabbia che in realtà non riesco a provare.
“Quello che le stiamo facendo non è nulla rispetto a quello che le faremo tra poco”.
“Che ne dici di frustarla?”, propone al suo compagno, sempre più eccitato dalle perversioni che sta sfogando sul corpo nudo e indifeso di Claudia, la quale continua a piangere e a disperarsi, non ancora rassegnata agli orribili abusi che sta subendo.
“Sì, voglio sentire questa puttana strillare come una scrofa a cui portano via i piccoli. Voglio vederla ballare come una troia, con queste belle tette che le ballonzolano ad ogni frustata”.
L’anziano afferra quella che mi appare come una canna da pesca appoggiata alla parete. Mi accorgo che si tratta invece di una frusta, di quelle che si usano per governare i cavalli che tirano i calessi, costituita da una parte lunga, semirigida, all’estremità della quale è applicato un cordino sottile lungo circa un metro e mezzo.
“Questa è la frusta giusta che serve per domare una puledra come la tua donna. Non provoca lacerazioni della pelle, soltanto lievi escoriazioni, ma fa comunque un male terribile. Sentirai come la facciamo urlare questa lurida troia”.
Il più giovane abbandona a malincuore la preda di cui stava godendo con tanta ingordigia, e si allontana da lei di alcuni passi per osservare bene lo spettacolo.
Claudia non capisce subito cosa sta succedendo. Con la testa ripiegata sul petto continua a piangere e a singhiozzare, mentre le lacrime le cadono sui seni, unendosi alla saliva che le scende a rivoli dai lati della bocca.
All’improvviso, il sibilo della frusta nell’aria immobile rompe il silenzio della stanza, immediatamente seguito dal suono secco del cordino che colpisce violentemente la sua pelle e dall’urlo di dolore che la sua bocca non riesce a trattenere.
“Aaaaah…”, Claudia reclina violentemente la testa all’indietro e si aggrappa con tutte le sue forze alle corde che la tengono appesa per i polsi.
La frustata le provoca un dolore lancinante, simile ad una scarica elettrica che partendo dal costato, dove il cordino della frusta l’ha colpita, si diparte in un istante in tutto il corpo.
La seconda frustata la colpisce sull’altro lato del costato, sfiorandole la base del seno e strappandole un urlo ancora più acuto. Tre, quattro, cinque, dieci, venti, cinquanta frustate si abbattono in rapida successione su di lei, colpendola ovunque, fino a quando nemmeno io riesco più a contarle.
Osservo Claudia mentre si contorce nel vano tentativo di sottrarsi alle frustate che la colpiscono dovunque. Le braccia tese verso l’alto e le gambe divaricate espongono alla frusta anche le zone più delicate e sensibili del suo corpo: seni, glutei, ascelle, interno delle cosce, perineo, pube… Il suo aguzzino sembra provare particolare piacere nel colpirla proprio dove le frustate le provocano maggiore sofferenza, godendo dei suoi pianti e delle sue grida disperate.
Come in una delle visioni oniriche che mi facevano svegliare all’improvviso nel cuore della notte, mi accorgo che anch’io sto godendo dei suoi tormenti, non meno dell’aguzzino che la sta torturando.
Ridestandomi dallo stordimento in cui le urla di Claudia mi hanno imprigionato, mi accorgo che l’altro uomo, quello più giovane, osserva estasiato la scena. Con una mano infilata dentro i calzoni, si scuote freneticamente il membro e si masturba, per godere come se stesse guardando un video porno. Ma le urla di Claudia sono provocate da frustate autentiche, e le sue invocazioni di pietà non sono recitazione. “Basta… basta… vi supplico, basta…”. I pianti e le implorazioni della prigioniera, però, anziché impietosire il suo torturatore, sembrano stimolare ancora di più la sua crudeltà, e lui, invece di mettere fine ai tormenti della sua vittima, sembra trarre maggiore vigore dalle sue lacrime e dalle sue urla.
Quando finalmente si ferma, la stanza piomba nuovamente nel silenzio, rotto soltanto dai singhiozzi della prigioniera e dal respiro affannato del suo aguzzino. Il corpo di Claudia, grondante di sudore, lacrime e saliva, è segnato ovunque da striature rossastre e in rilievo, interrotte a tratti da escoriazioni e piccole gocce di sangue.
“Adesso stacchiamola dalla trave e leghiamola al tavolo”. Alle parole del suo compagno, l’uomo più giovane si affretta a ripulirsi con un Clinex dello sperma che gli ha impiastricciato le mani e i pantaloni.
Mentre le corde che la tengono appesa alla trave vengono allentate, non sorretta dalle gambe intorpidite e doloranti per la prolungata trazione, Claudia si piega in avanti accasciandosi a terra. I due uomini la fanno subito rialzare senza troppa gentilezza, e sorreggendola per le braccia la trascinano come un manichino fino al pesante tavolaccio di legno collocato in mezzo alla stanza, dove la fanno distendere sulla schiena. Le braccia le vengono sollevate e portate all’idietro, dopo di che le vengono fatte passare due corde attraverso gli anelli delle polsiere e poi attorno alle gambe del tavolo, in modo da legarla con le braccia aperte. Altri due pezzi di corda vengono infilati negli anelli delle cavigliere, ma anzichè vincolare le sue caviglie alle gambe del tavolo, le estremità libere delle due corde vengono prima fatte passare sulla capriata posta sopra il tavolaccio e poi tirate con forza verso il basso. In questo modo, le gambe di Claudia sono sollevate verso l’alto e divaricate, fino a quando anche il suo bacino si stacca completamente dal tavolo, lasciandola appoggiata soltanto con la parte superiore del busto.
L’uomo più anziano armeggia con le corde per tenderle il più possibile. In questo modo le gambe di Claudia vengono divaricate ulteriormente e le sue intimità messe ancora di più in evidenza.
Penso a quanto deve essere per lei insopportabile trovarsi così oscenamente esposta, soprattutto davanti a degli sconosciuti. Lei che per vergogna cerca sempre di nascondere il suo corpo adesso si trova qui completamente nuda, con le gambe aperte come una puttatana a mostrare il culo e la vagina spalancati.
L’uomo più anziano esce dalla stanza per tornarvi poco dopo con in mano un cofanetto metallico da cui estrae due lunghi aghi da siringa, ancora inseriti nei cappucci di protezione.
Forzando Claudia ad aprire la bocca, le infila dentro tre dita della mano – pollice, indice e medio – e gliele spinge in fondo alla gola, procurandole un conato di vomito. Quindi le estrae gocciolanti della sua saliva, e con le dita bagnate inizia a trastullarle i capezzoli, per provocarne l’indurimento. Aiutate dall’aria fresca della stanza e dalla pelle umettata di saliva, queste stimolazioni non tardano a produrre l’inturgidimento delle areole e dei capezzoli. A quel punto, l’uomo prende uno degli aghi che aveva appoggiato sul tavolo, accanto a Claudia ed estrae il cappuccio di protezione. Afferra con le punte delle dita un capezzolo di Claudia, lo tira con forza verso l’alto e senza esitazione vi affonda alla base l’ago, immediatamente sopra l’areola, trapassandolo da parte a parte. Nell’istante in cui l’ago trafigge la sua carne, Claudia rovescia di scatto il capo all’indietro, inarca il busto verso l’alto e apre la bocca a un urlo straziante di dolore: “Aaaaaaah…”. Subito dopo, la stessa operazione viene ripetuta anche sull’altro capezzolo, e questa volta l’urlo di dolore di Claudia è ancora più acuto e disperato. Questa volta infatti, al contrario di prima, sapendo quello che quell’uomo si appresta a farle, è terrorizzata dal dolore lancinante che si prepara a ricevere, e l’attesa del dolore è più insopportabile del dolore stesso.
Per infierire ancora più crudelmente su di lei, l’uomo muove ripetutamente a destra e a sinistra i due aghi, provocando così la torsione dei suoi capezzoli già molto doloranti. Ma un dolore ancora più intenso di quando le ha conficcato i due aghi nei capezzoli, l’uomo glielo infligge nel momento in cui glieli estrae. Appena gli aghi escono dalla carne, dei piccoli rivoli di sangue iniziano a fuoriuscire dalle ferite da essi provocate, scendendo sui seni, per poi gocciolarle lungo il petto e il costato.
L’uomo più giovane, non riuscendo più a trattenere l’eccitazione provocata da quello spettacolo, si accosta a Claudia e le impasta vigorosamente i seni tra le mani; dopo di che, si china sul suo petto e inizia a succhiarle avidamente i capezzoli martoriati e bagnati di sangue. Non ancora rassegnata a subire gli abusi a cui quegli uomini la sottopongono, Claudia si contrae con tutte le sue forze, tirando le corde che la imprigionano e inarcando il busto nel tentativo di allontanare da se quell’uomo che sta godendo del suo corpo in quel modo così perverso. Ma ogni suo sforzo è vano, e a nulla servono i suoi pianti e i suoi lamenti.
Intanto che il più giovane termina di sfogare le sue depravazioni sul corpo indifeso di Claudia, quello più anziano accosta una sedia al tavolo, di fronte alle gambe aperte della prigioniera e vi si siede. Con le dita le allarga le grandi labbra per ispezionarle l’interno della vulva, mentre con il pollice le tasta il perineo e il contorno dell’ano, come per verificarne la consistenza. Prende quindi uno degli aghi con i quali le aveva torturato i capezzoli e dopo averlo puntato proprio nel centro del perineo glielo infilza senza pietà nella carne, facendolo penetrare fino al beccuccio di plastica. Ancora una volta, Claudia irrigidisce tutti i suoi muscoli in uno sforzo disumano, ribalta il capo all’indietro inarcando il busto e prorompe in un urlo disperato di dolore. Le sue grida diventano ancora più acute quando l’uomo fa roteare l’ago ancora conficcato nelle sue carni, per poi estrarlo gocciolante di sangue. Con lo stesso ago l’uomo inizia quindi a pungerle il contorno dell’ano, facendo penetrare la punta nella carne fino a quando non vede uscire delle gocce di sangue dalle ferite provocate. Si sposta quindi a torturarle la vulva: fa penetrare l’ago per tutta la sua lunghezza nella carne del monte pubico, le trafigge da parte a parte le grandi labbra e poi comincia a pungerle le piccole labbra, il vestibolo vaginale, il contorno del meato uretrale e infine il glande del clitoride, che infilza crudelmente, senza alcuna pietà. L’uomo si alza dalla sedia e con gli aghi inizia a torturarle anche i piedi, conficcandoglieli prima tra le dita, dove la pelle è più morbida e delicata, e poi sotto le unghie.
Osservo Claudia, grondante di sudore, che si irrigidisce, si divincola e si contorce nel vano tentativo di liberarsi dalle corde che la imprigionano per sottrarsi agli aghi crudeli con cui quell’uomo la sta torturando senza pietà, godendo del suo strazio. Il suo viso, rigato di lacrime, rivela tutta la sofferenza che ormai da tante ore, senza alcuna interruzione, sta sopportando. I suoi pianti disperati e le sue grida risuonano all’interno della baita, senza che nessuno all’esterno possa sentirla per venire in suo aiuto.
Oltre ai segni delle frustate che le erano state inferte, il suo corpo è ora rigato anche da sottili rivoli di sangue che si diramano dalle ferite aperte dagli aghi. Mi sorprendo eccitato nell’assistere al suo supplizio, e la mia mano si sposta quasi inconsciamente verso il mio membro, che sento irrigidirsi sotto i pantaloni.
Dopo un tempo che a lei pare senza fine, l’uomo decide finalmente di concedere un momento di tregua alle sofferenze della sua prigioniera. Esce dalla baita e rientra poco dopo portando con sé un secchio colmo d’acqua ed una spugna, con la quale asperge il corpo sudicio e martoriato di Claudia. Al contatto della sua pelle calda con l’acqua gelata, lei si irrigidisce, emettendo gemiti e lamenti, soprattutto quando l’acqua le viene versata direttamente in mezzo alle gambe e dentro alla vulva, per ripulirla del sangue rappreso di cui è insozzata.
“Adesso voglio scoparmi questa puttata. Non resisto più…”, dice il più giovane rivolto al compagno. Questi gli fa un cenno di approvazione con il capo, quindi inizia a sciogliere le corde che la tengono legata.
Quando le vengono liberate le braccia e le gambe, Claudia è talmente sfinita, fisicamente e mentalmente, da non fare nemmeno il tentativo di fuggire. Del resto, sarebbe inutile, e questo sicuramente l’ha capito anche lei.
“Scendi dal tavolo e mettiti per terra a quattro zampe”, ordina il più anziano a Claudia, scandendo le parole e con un tono che non ammette repliche. Lei apre gli occhi che teneva socchiusi come in uno stato di semi-incoscienza. Sa bene che ogni sua resistenza avrebbe come risultato soltanto quello di fare arrabbiare i suoi due aguzzini, che reagirebbero infierendo ancora più crudelmente su di lei. Con grande fatica e lentamente si rigira su un fianco e si mette a sedere sul tavolo con le gambe a penzoloni. Dopo qualche istante, appoggia i piedi a terra e si piega a terra, mettendosi a quattro zampe come le è stato ordinato.
“Brava la nostra puttanella. Vedo che stai diventando proprio una docile cagnolina”, la canzona il più giovane mentre le accarezza con entrambe le mani i glutei generosamente offerti.
“Vieni qui in mezzo”, le ordina ancora il più anziano. Lei, tenendo la testa bassa e camminando sulle mani e sulle ginocchia, si sposta lentamente al centro della stanza, muovendo con involontaria sensualità i glutei. L’uomo, mettendosi in ginocchio affianco a lei, inizia a giocherellare con le sue mammelle che penzolano in modo indecente sotto il suo petto. Gliele accarezza e gliele fa ballonzolare, quindi le stringe con forza i capezzoli tra le dita e glieli tira alternativamente su e giù, simulando i gesti che fanno gli allevatori quando mungono manualmente gli animali. “Guarda che brava la nostra capretta. Sono sicuro che se ti mungiamo così tutti i giorni, alla fine della settimana ti avremo fatto tornare il latte come quando avevi partorito, ah ah ah…”, la schernisce mentre continua a trastullarle le mammelle con sempre maggior vigore, tanto che Claudia, dopo un po’, non riesce più a trattenere le lacrime e si scioglie ancora in un pianto dirotto.
“Adesso facciamo vedere a questo cornuto di tuo marito come facciamo noi a fare lo spiedo”, interviene il più giovane, che sta già abbassandosi i pantaloni e le mutande, rivelando un pene eccezionalmente poderoso. Il compagno più anziano lo guarda sorridendo, e subito si abbassa anche lui i pantaloni e le mutande, scoprendo anche lui il suo pene gonfio e rigido per l’eccitazione.
“Apri bene la bocca, puttana”. Claudia continua a piangere e a singhiozzare, restando immobile nel tentativo di evitare quell’estrema umiliazione, ma l’uomo, spazientito, l’afferra per i capelli e la strattona con forza costringendola ad alzare la testa, e non appena lei apre la bocca per gridare, le comprime il volto contro il suo membro, affondandole il grosso pene nella gola, quasi soffocandola. Questa brutale penetrazione le provoca dei violenti conati di vomito, ma l’uomo continua a tenere il suo volto premuto contro di lui, impedendole di espellere quel corpo alieno e disgustoso dalla sua bocca. Nel frattempo, l’altro uomo da dietro le divarica con le dita le grandi labbra, e dopo averle esposto l’apertura vaginale vi inserisce senza alcun riguardo il suo possente pene, facendoglielo affondare completamente nella vagina, fino ad arrivare a premerle col glande contro la cervice dell’utero. Rimango stupito di come la vagina di mia moglie sia stata capace di accogliere completamente al suo interno quell’enorme palo, pensando a chissà quali sensazioni stia ora provando, poiché in tutta la sua vita l’unico cazzo entrato dentro di lei è stato il mio, di dimensioni decisamente più modeste.
Una volta “infilzata”, davanti e dietro, i due iniziano a muoversi in sincronia: quando uno la spinge in avanti, l’altro la tira indietro e vice versa. In questo modo, Claudia viene continuamente spinta in avanti e indietro mentre i falli dei due aggressori le affondano sempre di più e contemporaneamente nella gola e nella vagina. Trascinate in questo movimento alternato, le sue mammelle oscillano avanti e indietro, ballonzolando oscenamente sotto di lei. L’uomo che la sta montando da dietro, al colmo dell’eccitazione, gliele afferra, stritolandole con forza e senza alcun riguardo tra le sue mani vigorose.
Mentre la sua vagina viene così brutalmente penetrata, mi accorgo che alcuni fiotti di urina, non più trattenuta, vengono spruzzati sul pavimento. Il suo violentatore non sembra accorgersi di quanto sta accadendo, o forse, più probabilmente, la sua perversione è tale da portarlo a godere ancora di più di questo inatteso incidente occorso alla sua vittima. Evidentemente, dopo tante ore in cui è stata costretta a trattenersi, la sua vescica è ora talmente piena che non è più in grado di sopportare le violente sollecitazioni provocate da questa animalesca aggressione.
Mentre tutto questo accade, io sto qui ad osservare con smania crescente lo spettacolo di mia moglie che viene così brutalmente posseduta dai due estranei. Allora mi sbottono i pantaloni scoprendo il mio membro gonfio e pulsante di eccitazione, ed inizio a menarmelo per godere anch’io, insieme a quei due, della inumana degradazione della donna che amo.
“E adesso sodomizzatela”, dico ai due uomini che hanno appena finito di annaffiarla con copiosi fiotti caldi del loro sperma.

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