Lucy – Voglia di sfondamento (3)

Lucy – Voglia di sfondamento (3)

Il grande giorno era giunto.
Quella sera Davide aveva la casa libera e ci aveva invitati da lui per una serata. Ovviamente, in via ufficiale, il programma era il solito: videogiochi, birra e qualche film, ma in realtà tutti e sette ci auguravamo che si replicasse la serata orgiastica avvenuta qualche tempo prima.
C’è da dire che in tutto quel tempo i miei amici avevano mantenuto il più assoluto riserbo su Lucy e su quanto era successo in quella serata di follie. Era come se, nei panni di Luca, fossi un’altra persona e, come tale, non mi accennassero alcunché, anche se sono più che sicuro che il culo di Lucy fosse al centro dei discorsi che facevano quando due o tre di loro si incontravano.
Così mi portai da Davide il mio fido borsone con dentro tutto l’occorrente a trasformarmi in Lucy, ma una volta arrivato là, mi aspettava una brutta sorpresa.
Paolo, uno dei sei dell’altra volta, non c’era. Ma al contrario c’erano altri due ragazzi: Michele, un ragazzotto né carne né pesce, e Yussef, un ragazzo nordafricano nato in Italia e completamente integrato, al punto di avere assimilato la parlata della regione. Mi aspettavo quindi che, in presenza di estranei, non si sarebbe potuto combinare nulla.
Davide ci mostrò la tavernetta dove, non so se per errore, accese un’illuminazione rossa da bordello, salvo poi passare alle luci normali. Era un messaggio per me?
Giocammo ai videogames, e mi scoprii a pensare, come una vera ninfomane, quali potevano essere le “doti” dei due nuovi arrivati, specie quella del giovane maghrebino.
Stavo per perdere la speranza che la serata potesse prendere una piega “hot” quando Michele ci disse che andava a casa. “Bene!” mi dissi “adesso aspettiamo che se ne vada anche l’altro”, ma con mia grande sorpresa, non appena Michele fu uscito, Davide si affrettò a cambiare nuovamente le luci.
Con l’aiuto di Gianni, poi, aprì il divano letto rivelando un letto matrimoniale. Davanti alla mia perplessità, mi disse: “Non ti preoccupare… quello non c’entrava nulla, ma Yussef è dei nostri… sa tutto”
La mia prima reazione non fu quella da loro sperata. In fin dei conti avevano violato il patto di riservatezza. Per quanto Yussef fosse carino e io stessa poco fa cercassi di immaginare la sua nerchia, non mi andava che i nostri, ma soprattutto miei segreti andassero in giro liberamente.
Non volevo però rovinare tutto, anzi. Sapevamo tutti perché, io per prima, eravamo lì, perciò andai a cambiarmi nel bagno annesso alla tavernetta.
Quando tornai, i ragazzi erano giù mezzi nudi, e la musica, sommata alle luci rosse, aumentava ancora di più la sensazione di trovarsi in uno scannatoio.
Mi diressi immediatamente verso il nuovo arrivato: contrariamente al solito, non avevo messo il perizoma ma anzi, sfoggiavo orgogliosa il mio pene duro ed eretto, come un tacito messaggio: “Sono Lucy, sono una troia assetata di sesso e sperma, e mi farò usare da voi, ma solo perché lo voglio io. Sono io a comandare i giochi”.
“Allora, Yussef… ti avevano parlato di me… cosa ne pensi?” dissi tendendogli le braccia.
Lui non rispose, perlomeno a parole. Mi strinse a sé afferrandomi per le natiche con foga, e mi baciò il collo leccandolo con la sua lingua ruvida, cosa che mi fece sciogliere in un istante. Infilando una mano nello stretto spazio tra i corpi, andai a cercare il suo sesso, che scoprii duro come un ferro sotto la leggera stoffa dei boxer. Mi fece cadere con lui sul letto, ma io scivolai dal suo abbraccio per andare a scoprire quel tesoro della natura, che non appena abbassai l’elastico dei boxer, guizzò quasi colpendomi sul volto.
Il primo bacio su quella cappella color nocciola fu come il colpo di pistola dello starter, perché in un attimo gli altri cinque ragazzi mi furono addosso: mentre ero sdraiata sulle gambe del mio bel marocchino, c’era chi mi prendeva una mano per portarsela sul cazzo, chi mi palpava il culo, chi ci infilava le dita. Qualcuno, addirittura, mi dava furtive carezze sull’uccello, svelando forse curiosità bisessuali.
Ben presto Davide e Gianni si sedettero sul letto ai lati di Yussef, per reclamare le attenzioni della mia bocca, e così mi trovai a passare da un cazzo all’altro, all’altro ancora, saggiandone le diverse consistenze, giocando con le diverse misure e forme. Quello più lungo che mi provocava conati ogni volta che cercavo di infilarmelo in gola fino alle palle, quello più tozzo che mi riempiva la bocca impedendomi di respirare…
Là dietro, intanto, non erano certo rimasti con le mani in mano: mentre le mani di uno mi separavano le natiche, l’altro mi sputava sull’ano e si accingeva ad incularmi.
Presa davanti e dietro, mi trovai ben presto riempita di sperma, come se fossi stata un dolce in cui quelle sac à poche umane pompavano crema. Ingoiavo quella dei tre sul letto, mentre gli intestini mi si riempivano dello sperma dei tre dietro.
Ingozzata di seme umano, e col culo che sgocciolava liquidi perlacei, proposi ai ragazzi di riprendere fiato prima di un secondo giro.
Mentre mandavo giù una birra gelata per togliermi il gusto dello sperma ingerito, flirtavo con i miei amanti; ero come una regina al centro del mio harem, e non vedevo l’ora di ricominciare e di provare quello che per me era diventata una fantasia inconfessabile.
“Ragazzi… l’altra volta tutto è cominciato parlando di allenamenti… e di cosa si riesce a fare… ora vorrei fare davvero una pazzia, se anche a voi va…”
Nessuno, nemmeno il nuovo arrivato, si tirò indietro; perciò mi lubrificai con del gel il buco già dilatato e feci sdraiare Davide, il padrone di casa, sul letto. In realtà non gli davo la precedenza per averci ospitato, ma solamente perché era quello con l’uccello più piccolo. Ma ben mi guardai dal confessarlo.
Seduta su di lui, mi impalai da sola, poi mi chinai per baciarlo sulla bocca.
“Forza Roberto… vieni!” dissi, voltando il capo e abbassandomi il più possibile su Davide.
Subito non capì cosa intendevo, ma quando mi allargai il più possibile le natiche con entrambe le mani l’invito fu chiaro.
Nella stanza calò un silenzio di tomba mentre Roberto si avvicinava col cazzo in mano a quel punto dove si univano già i nostri due corpi. Armeggiò un po’, spinse, spinse ancora fino a che sentii come se qualcosa in me si lacerasse, e la sua cappella scivolò nel mio culo.
Urlai, ma subito dissi a Roberto di aspettare un attimo e, poi, di provare ad entrare ancora, poco alla volta.
I due cazzi erano poco più grandi, come diametro, delle due candele con cui avevo sperimentato la mia prima doppia penetrazione, ma con un’inaspettata delicatezza Roberto riuscì ad affondare in me millimetro dopo millimetro fino a dove l’ingombro dei due corpi glielo permise.
“Roba da matti… ha due cazzi nel culo” sentii dire a qualcuno.
“Sì… vi voglio tutti… tutti…” presi ad incitarli, e subito fui circondata di membri virili.
Due nel culo, che ormai mi scopavano a ritmo.
Due in bocca, che mi impedivano quasi di respirare, ma senza che mi opponessi a quell’abuso.
E due tra le mani, che si accontentavano, per così dire, di una sega.
Era il mio Nirvana, nel quale ricevevo clisteri di sperma, bevevo sperma, ricevevo caldi schizzi da cazzi anonimi che poi, dopo una breve pausa, si scambiavano di posto.
Quelli che avevo spompinato cercavano le mie carezze, Quelli che avevo masturbato mi riempivano il culo, ormai ridotto ad una voragine palpitante. E quelli che mi avevano inculato venivano a farsi ripulire dalla mia bocca, incurante degli umori anali che li ricoprivano. Mi sentivo spostare come una bambola inanimata, sollevare dalle mani di questo o di quell’altro, girare di schiena o di pancia, e non opponevo alcuna resistenza.
Il culo mi bruciava terribilmente, lo stomaco reagiva a quell’ingestione continua di sperma, ma non riuscivo a chiedere ai miei amanti di smettere, fino a che persi i sensi travolta da un orgasmo fulminante, proprio nel momento in cui il cazzo nordafricano mi schizzava il suo piacere sul viso.
Quando ripresi conoscenza, i ragazzi erano tutti intorno a me, chi mi faceva aria, chi mi teneva sollevate le gambe. Una sensazione di bagnato sotto di me mi faceva immaginare che tutto lo sperma depositatomi nel retto era defluito fuori dal mio corpo attraverso quella voragine che era diventato il mio ano.
Mi sentivo indolenzita ovunque, mentre la pelle del viso mi bruciava per lo sperma seccatosi. Mi rialzai a fatica mormorando solamente “Grazie ragazzi…”

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