Giannino

Giannino

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G il mio cugino più giovane, figlio adottivo di una zia.
Gli avvenimenti di cui racconto sono avvenuti molti anni fa, quando io ero trentenne. Un periodo di depressione, quello che aveva seguito la laurea, un po’ come quella post partum: fatto sta che ero ancora a spasso.
Giannino non aveva quasi vent’anni, ma era ancora studente delle superiori, e neanche dell’ultimo anno. Scapestrato e distratto ma molto amato dalla madre, molto di meno da mia madre, che lo riteneva un incorreggibile maleducato.
Una convinzione che le si era formata l’estate in cui Giannino, a quei tempi bambino, aveva soggiornato da noi in vacanza.
Giannino era sempre in movimento, sempre voglioso di divertirsi e di attenzione da parte degli adulti. E per lui il compagno di giochi ero io: l’unico disponibile in casa.
E l’unico paziente: quanti scherzi mi faceva! e quando io lo prendevo in giro a mia volta, e scappavo per non subire la sua vendetta, mi raggiungeva sempre e mi scalciava nel culo.
Mia madre mi diceva: non farti trattare così!
E io minimizzavo: è un bambino.
Beh quello che mi ritrovai davanti dieci anni dopo quell’estate, dopo la quale non ci eravamo più frequentati, non era più tale: ovviamente fatto uomo, un po’ più basso di me, uno snello biondino con barbetta rada, ma con lo sguardo mobile e gli occhi ridenti di sempe.
La sua famiglia si era da qualche mese ritrasferita nella mia città e la zia mi aveva pregato di aiutare Giannino con la scuola e lo studio. Andavo da lui ogni pomeriggio ma non riuscivo a combinare granchè: mi interrompeva, faceva battute, mi prendeva in giro.
E mi faceva anche gli “agguatini” come li chiamava lui. Quando arrivavo al pianerottolo di casa sua
la porta era aperta, entravo e lui, nascosto dietro, mi saltava addosso, strapazzandomi ben bene
prima di lasciarmi andare con un bello scoppio di risa. Oppure si divertiva a farmi spaventare
quando, tornando dalla pausa-bagno a riprendere la seduta con me, mi urlacchiava nelle orecchie,
arrivando silenziosamente da dietro le spalle, per poi buttarsi addosso a consolarmi e a scusarsi per
lo scherzo.
Era fatto così: un giocherellone, che però si permetteva troppe libertà con il suo insegnante privato, anche per la nostra (in verità solo acquisita) parentela.
Quel pomeriggio, solo noi due a casa perché la zia era come sempre al lavoro a quell’ora,
mentre stavo tentando di interessarlo alla filosofia di Kant, mi interruppe improvvisamente e mi
propose: ci rilassiamo un po’ con un poker?
ma sei scemo?
(sue risa) no dai poi prometto di starti attento
ma mi sembri un ragazzino
(sue risa) però a patto che vinci tu
quindi se vinco io ti metti serio? (mie risa) e le puntate non soldi ma minuti di serietà?
(sue risa) o di gioco se vinco io il piatto? no, se vinci tu tutto il pomeriggio di studio, altrimenti tutto di libertà, ma le puntate come a strip poker, che ne dici? a chi resta più vestito in una partita a spogliare l’altro! e chi è smutandato prima paga il suo pegno, ci stai?
Ma sei scemo? (ripetei)
Ripresi a discutere di Kant mentre lui mi guardava serio (ma non ascoltava, pensai comunque).
Una sensazione che già conoscevo, improvvisamente intensa a farmi groppo in gola, mi prese e mi
fece seccare il verbo kantiano in bocca.
Un languore estremo, come quando per esempio in piscina il mio sguardo percepiva
improvvisamente la figura di qualche bel nuotatore con sporgenza da svenimento nelle mutandine.
Allora mi si scatenavano le fantasie, o meglio LA fantasia: quella di essere sedotto dal giovane
maschio, simpatico e forte.
La mia vita sessuale era fatta di queste fantasie.
E ovviamente delle seghe conseguenti. Nient’altro fino a quel pomeriggio: vergine davanti e dietro.
Quel pomeriggio.
Dunque chinai la testa e dissi: hai vinto facciamo sto poker.
ma non ho ancora vinto: vincerò quando tu sarai tutto nudo ed io tutto vestito. Scommettiamo che
andrà a finire così?
E scommettiamo.
Altro che scommettere, ero invaso dalla mia fantasia: mi vedevo in effetti a far solo finta di giocare,
facilitando Giannino a
vincermi invece tutti i vestiti e restare tutto nudo e in sua balia, in balia di un ragazzo, soggiogato da lui
anche se più grande di lui, d’età e di testa (ero convinto).
E così fu: la partita di una schiappa dalla testa vuota, io, contro un maestro del bluff.
Quando mi tolsi anche le mutande lui non si era levato neanche un calzino.
E adesso che fai? paghi? ma aspetta: che cosa è quel coso in tiro? Allora ti è piaciuta la sconfitta? bene quindi paghi due volte: niente studio oggi e la penitenza che decido io per te.
Mi prese per il pistolone e mi portò nelle camera da letto della zia, dove c’era un lettone doppio. Mi
ci fece distendere a pancia in giù e cominciò a ballarmi sopra, a
sculacciarmi, ed a un certo punto mi annusò anche il buco del culo, facendo subito dopo: bleeeeh! E
giù a ridere.
Poi si applicò a rivoltarmi, e naturalmente più io dicevo debolmente: basta dai, più lui allegramente
mi faceva capire che non aveva ancora finito con me.
Mi fece voltare sulla schiena e poi di fianco, lui dietro di me,
aderente alla mia schiena.
Cominciò a farmi andare il coso, stavolta con improvvisa serietà.
Venni in quattro e quattr’otto e subito dopo mi resi conto
dolorosamente di aver sporcato la coperta del lettone.
Altra penitenza per lo sporcaccione, commentò lui senza pietà.
Sai che cosa ti aspetta ora vero?
per favore non farmi male, non l’ho mai fatto finora, hai qualche crema?
va bene verginello, aspetta un momento che vado a prenderla ma tu non muoverti, se lo fai ti sculaccio sul serio.
ok, dissi io.
no, devi dire: ok fai presto per favore.
fai presto per favore.
Fischiettando si alzò dal letto e uscì dalla stanza, che rimase silenziosa e in attesa, come me, immobilizzato sul letto.
Non veniva alcun rumore dalla casa finchè non sentii di nuovo il suo fischiettare, prima lontano e poi in avvicinamento.
Sentivo il cuore pulsare più in fretta, mentre la gola mi si strozzava ed il respiro accelerava.
quel che sarà sarà, sentivo risuonarmi mentalmente nella testa.
Quando Giannino entrò nella stanza io mi voltai solo quel tanto per guardarlo: era nudo e con il cazzo in erezione. Bello e parecchio più grosso del mio. Almeno così mi parve, forse ingrandito dal mio desiderio.
Mi inculò una prima volta, e sentii male.
Dopo la sborrata che mi venne presto dentro ci alzammo per fare una merenda in cucina, e proprio sul tavolo Giannino mi fece appoggiare col culo in aria per prendermi ancora.
Stavolta fu goduriosissimo. Giannino mi pompò per un tempo che mi parve lunghissimo e bellissimo. Prima venni io sulla tovaglia e poi lui dentro di me.
Dopo quel pomeriggio giocammo ancora a strip poker, ma con me vestito da donna con calze, reggicalze, mutande, parrucca ecc. che prendevo segretamente in prestito da mia madre. L’unico pezzo di abbigliamento che dovetti comprare furono le scarpe con i tacchi a spillo, perché naturalmente quelle di mia madre erano troppo piccole.
Il racconto che di quell’acquisto feci a Giannino lo eccitò moltissimo, perchè mi dilungai sugli atteggiamenti lascivi del commesso. Volle anche vedere il negozio e che gli indicassi la persona che mi aveva servito.
Tornando a casa mi fece promettere che avremmo invitato anche quel giovane ai nostri giochi.

 

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