La Scuola – Parte 1

La Scuola – Parte 1

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La scuola si ergeva davanti a lei in un imponente edificio dalle pareti gialline, accanto all’ingresso principale era situata una piccola chiesa in mattoni, tipico simbolo delle scuole private.
L’umidità e la nebbia di inizio ottobre le solleticavano appena il viso mentre camminava a passo lento e titubante verso l’immenso gruppo di ragazzi pronti ad entrare. Era il suo primo giorni lì.
Aveva dovuto traslocare assieme alla famiglia di punto in bianco, a causa del lavoro di suo padre. E, come se non bastasse la tristezza di abbandonare la città dove era nata e cresciuta, vi si erano aggiunti l’ansia e lo sconforto di dover cambiare scuola e amici.
Avevano optato per una scuola privata perché dicevano che fosse migliore, dicevano che lì le regole avevano un morale, che chi ne usciva era una persona migliore.
A Melania tutto questo sembrava un immenso insieme di stronzate, ma non se ne preoccupava.
Lei era classica brava studentessa. Diciottenne ma con un cervello molto più maturo della sua età. Fin dalle elementari aveva sempre avuto voti altissimi e, già all’inizio del liceo classico, aveva deciso cosa fare del suo futuro. Voleva diventare avvocato.
Ovviamente il cambio di scuola, all’inizio della quinta superiore, non le era d’aiuto, ma la sua costanza e determinazione le avrebbero consentito di andare avanti lo stesso, di superare quella difficoltà.
Lei era una di quelle ragazzine già donne, una di quelle che hanno lo zaino perfettamente in ordine, le penne allineate dentro l’astuccio, i quaderni che non facevano una piega, la divisa scolastica sempre impeccabile e profumata di pulito. Inoltre, era decisamente carina.
I capelli biondi, lisci, lunghi fino alle spalle erano spesso raccolti in una coda alta, gli occhi castani spesso erano costretti a stare dietro ad un paio di occhiali ma, altrettanto spesso, optava per le lenti a contatto. Come quel giorno, quel giorno in cui doveva fare bella impressione davanti ai suoi nuovi compagni e professori.
Si lisciò la gonna scura, alta fin poco sopra il ginocchio e diede una rapida occhiata alla giacca della divisa controllando che fosse a posto.
Facendo un ultimo respiro profondo, raggiunse la massa di ragazzi in attesa e si guardò intorno nel tentativo di trovare qualcuno che ispirasse la sua fiducia. Non conosceva nessuno e non era esattamente il tipo di persona che socializza tanto facilmente.
Pochi minuti dopo un uomo sulla sessantina si fece largo fra la folla iniziando a chiamare le varie sezioni.
“Quarta C!”. Era la sua.
Seguendo la massa si trovò a percorrere un corridoio stretto con pareti tendenti al verde, c’era un vago odore di varechina e di banchi scolastici.
La sua aula era più grande di quanto l’avesse immaginata e, guardandosi intorno, decise di prendere posto accanto ad un ragazzo apparentemente innocuo e banale.
“Oggi abbiamo una new entry fra di noi”, esordì l’uomo sulla sessantina che, prendendo posto davanti alla cattedra, mostrò di essere un professore.
“Spero che ti troverai bene qui Melania. Lasciami solo fare un breve riepilogo di quello che è il nostro regolamento. Punto primo, siamo una scuola privata che punta al massimo, vogliamo serietà e dedizione, so che tu hai avuto ottimi voti in passato, speriamo quindi che tu possa continuare così. Punto secondo, essendo una scuola privata riteniamo molto importante la religione. Tutti i lunedì e i venerdì, all’inizio delle lezioni ci si trova nella chiesetta del cortile per ringraziare il Signore”.
Cristo. Pensò fra se mentre ascoltava quelle parole annuendo.
“Punto terzo. Ci sono due ricreazioni nell’arco della giornata scolastica; una di dieci minuti la mattina e una di mezz’ora dopo pranzo. Durante le ricreazioni è severamente vietato fumare e severamente vietato uscire dalle mura”. “Punto quarto. Durante le lezioni è severamente vietato uscire dall’aula, se stai male e hai bisogno di andare in bagno devi scrivere una nota sul libretto che influenzerà i tuoi voti di condotta”.
Quest’ultima parentesi la lasciò a bocca aperta mentre si chiedeva se fosse finita di una specie di lager.
“Spero di essere stato chiaro, se hai bisogno di qualcosa puoi chiedere a me. Io sono il professor Olmo, il vostro coordinatore”.
Qualche minuto dopo la sua prima lezione di letteratura ebbe inizio.
Aveva due ore, dieci minuti di ricreazione, altre due ore, la pausa pranzo e infine le ultime due lezioni della giornata durante il pomeriggio.
Il ragazzo seduto accanto a lei sembrava praticamente inesistente. Non fiatava, non parlava, si limitava a scarabocchiare appunti qua e là.
“Quindi sei una secchiona?”. Una voce alle sue spalle la fece trasalire. Si voltò in tempo per vedere due dei suoi compagni ridere davanti alla sua espressione stupita.
Era abitata alle prese in giro. Quando ti ritrovi da solo, sei intelligente e particolarmente timido, non sei mai in una bella situazione.
Tanto quanto era abituata al bullismo, tanto era abituata a fregarsene. Ecco perché li ignorò completamente tornando ai proprio appunti.
Al termine delle due ore suonò la campanella che annunciava l’inizio della ricreazione. Girovagando per i corridoi decise di approfittare di quella pausa per andare in bagno. Si guardò intorno cercando di orientarsi e, dopo qualche istante, il suo sguardo si puntò su una porta grigia con la scritta “WC”.
Molte ragazze odiavano usare i bagni della scuola e lei, ovviamente, non faceva eccezione. Quando poteva li evitava. Ma quello era il suo primo giorno, la scuola non era tanto vicina a casa e l’ansia non aveva giocato a suo favore, senza contare che aveva anche tutto il pomeriggio davanti…era decisamente meglio approfittare.
Quando fu davanti alla porta appoggiò la mano sulla maniglia e tentò di aprire, ma non ci riuscì. Era chiusa a chiave.
Fece un altro tentativo pensando di non aver usato abbastanza forza ma nulla. Era veramente chiusa.
Si chiese se ci fosse qualche altro bagno nelle vicinanze ma, per quanto poteva vedere, quello era l’unico.
Sospirando decise di lasciar perdere. Avrebbe resistito fino alla seconda ricreazione, sperando che le bidelle riaprissero i bagni.
Pochi minuti dopo le lezioni ricominciarono.
Nonostante la sua impeccabile resistenza, alla fine della quarta ora, si ritrovò ad avere urgente bisogno del bagno. Non faceva pipì dalle sette di mattina ed era già mezzogiorno e mezzo.
Stringendo le cosce sotto il banco, si ritrovò a fissare il grande orologio appeso alla parete, supplicando le lancette di accelerare il loro ritmo.
Udendo finalmente la campanella, si alzò di scatto raccogliendo le proprie cose. Prima di raggiungere gli altri in mensa, doveva assolutamente fare una sosta in bagno. Stava per seguire il suo istinto quando si rese conto che il suo piano non era attuabile. Non aveva idea di dove fosse la mensa e, se avesse perso di vista gli altri, probabilmente sarebbe rimasta a stomaco vuoto perché non avrebbe saputo raggiungerli.
Sospirando e incrociando appena le gambe, decise di aspettare ancora un po’.
Attraversò il cortile della scuola assieme ad un gruppo di compagni e raggiunse la mensa dove un’enorme coda di ragazzi stava aspettando di entrare.
Oh mio Dio, non ce la posso fare.
La sua vescica continuava a lanciare stimoli minacciosi facendole capire che il tempo a disposizione non sarebbe stato ancora molto.
Si voltò verso il ragazzo in fila dietro di lei e, accorgendosi che era anche il suo compagno di banco, chiese: “Scusa, sai se c’è un bagno qui vicino?”.
“Ce ne sono dalla parte opposta del cortile. Ma ti sconsiglio di perdere la fila, le bidelle sono parecchio incazzose lì dentro. Se non entri ora non so se ti fanno entrare dopo. Servono il cibo solo una volta”.
Davanti a quelle parole si lasciò sfuggire un gemito di disperazione.
“Sono Marco comunque. Scusa, prima non mi sono presentato”.
Lo guardò distrattamente sussurrando un “piacere” appena udibile.
“Ho sentito che sei nuova di qua. Non dev’essere facile cambiare tutto di punto in bianco”.
Finalmente si degnò di guardarlo negli occhi annuendo e passarono i dieci minuti successivi a dialogare del più e del meno, mentre lei, rassegnata, si appoggiava con la schiena contro il muro incrociando le gambe.
Quando fu finalmente il loro turno, passarono la scheda del pranzo davanti ad una macchinetta e poterono accedere alla mensa. Effettivamente le bidelle che servivano il pranzo non avevano un’aria tanto simpatica.
Senza pensare lei e Marco si sedettero allo stesso tavolo e pranzarono insieme. Nonostante l’impellente bisogno del bagno, si ritrovò a suo agio in compagnia di quel ragazzo, tanto che, per qualche istante, si dimenticò della sua gonfissima vescica.
“Cosa pensi di fare dopo la scuola? Hai già qualche idea?”.
“Vorrei studiare giurisprudenza. Mi piacerebbe diventare avvocato”.
“Wow. Penso sia una strada difficile ma se sei determinata otterrai quello che vuoi”.
Sospirò rendendosi conto di quanto le sue parole fossero vere. “Tu Marco, hai qualche idea?”.
“Ehm no. A dire il vero rantolo nel buio per ora…mi piace scrivere ma non penso che si mangi scrivendo libri”.
Risero.
Solo quando ebbe posato la forchetta sul piatto fu costretta a concludere la conversazione: “Scusa, ora ti devo lasciare. Ci vediamo dopo in classe”.
Finalmente fuori dalla mensa si mise alla ricerca del bagno che Marco le aveva indicato poco prima.
Percorse il cortile con passi piccoli e rapidi. Era seriamente sul punto di esplodere.
Quando vide l’indicazione del bagno sospirò di sollievo e si affrettò ad entrare.
Un fila di ragazze si voltò a guardarla. C’erano due bagni, entrambi occupati e una decina di persone in attesa.
Gettando un’occhiata all’orologio si accorse che mancavano pochi minuti alla fine della ricreazione, il che significava che se la fila non si fosse smaltita in fretta, sarebbe stata costretta a tornare in classe.
Le ragazze che entravano nei bagni sembravano non uscire più, si chiese cosa stessero facendo per metterci così tanto tempo.
Cercando di non sbuffare o di dare segni della propria disperazione, mise la schiena contro il muro e appoggiò le mani all’altezza delle cosce sfregandole su e giù producendo un lieve rumore col nylon dei collant.
Inevitabilmente, qualche minuto più tardi, suonò la campanella di fine ricreazione. Le poche ragazze rimaste in attesa del bagno sbuffarono con rassegnazione, costrette a trattenere ancora per qualche ora.
Stava per voltare sui tacchi e andarsene quando uno dei bagni si liberò. Aveva il tempo sufficiente per approfittarne quindi, esultando fra se, fece per dirigersi verso la porta.
Ci era quasi arrivata quando udì dei passi svelti fare irruzione nella stanza.
“Oddio ti prego! Fammi passare..me la faccio addosso, non posso resistere altre due ore!”.
Una ragazza della sua età le si era parata davanti con una mano in mezzo alle gambe.
“Ma..io…”.
“Ti prego!!”.
Vedendola sul punto di scoppiare in lacrime la lasciò entrare nel bagno. Non erano nemmeno passati cinque secondi quando sentì un violento scroscio di pipì colpire la tazza. La povera ragazza doveva essere davvero al limite…
Rassegnata alla prospettiva di dover tornare in classe con la vescica piena, si promise di chiedere al prof di lasciarla uscire, spiegando la situazione.
Avrebbe senz’altro capito.

CONTINUA….

 

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