Lucy – Un nuovo inizio – Il sogno

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Lucy – Un nuovo inizio – Il sogno

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Ritornato a casa, mi ficcai sotto la doccia, nell’illusione che l’acqua potesse lavare via, oltre all’odore dello sperma, anche l’umiliazione per gli abusi ricevuti e quella, ancora più cocente perché inattesa, per il piacere provato nel subirli.
Mia madre non si preoccupò più di tanto per il mio umore visibilmente nero, pensando che dovevo aver litigato con qualche compagno per il calcio o per un videogame, e mi risparmiai l’imbarazzo di inventare qualche scusa più o meno credibile.
Giunta sera, mi infilai a letto cercando di trovare conforto nel sonno, ma anche lì le immagini di Gianni e dei suoi compari mi perseguitavano.
Ero con Lele in un posto indefinito, forse un giardino, e i tre ci aggredivano di sorpresa. Visibilmente il loro vero obiettivo ero io, dal momento che Lele riuscì facilmente a darsela a gambe.
“Visto, troietta? Il tuo fidanzato ti ha mollata qui da sola e se l’è squagliata”
Lì per lì non mi accorsi del fatto che si era rivolto a me al femminile, e mi limitai a cercare di divincolarmi.
“E ora ce la spassiamo con la sua ragazza” disse un altro.
“Cosa cazzo stai dicendo? Non sono la sua ragazza… non sono una ragazza!” urlai io, e una voce da dietro di me mi rispose: “Non sei una ragazza? E perché allora hai la gonna? E perché hai queste?” mentre le sue mani mi afferravano, da sopra la maglietta, i… seni?
Avevo due seni sodi e prosperosi, appena coperti da una maglietta rigorosamente rosa. Non la leggera rotondità adiposa che mi portavo abitualmente sul torace, ma due seni gonfi e sensibili. E, sotto, una gonna copriva le mie gambe nude e perfettamente tornite, senza l’ombra di un pelo.
Una mano mi strappò le mutandine e, ovviamente, svelò quello che portavo tra le gambe: una figa come quelle che finora avevo visto perlopiù sui giornalini porno.
I tre mi spogliarono e abusarono dei miei buchi, mettendomi i loro cazzi in bocca, in fica e in culo, e ricoprendomi con eiaculazioni che, nel sogno, mi sembravano veri e propri getti di idranti.
E mentre all’inizio mi dibattevo per fuggire, ora lasciavo che mi infilassero i loro bastoni dovunque, che versassero la loro sborra nei miei buchi e sul mio corpo, fino a quando mi svegliai di soprassalto accorgendomi, ahimè, di aver goduto nel sonno impiastricciando i miei boxer di sperma.
Il cuore mi batteva all’impazzata, e mi alzai dal letto per andare in bagno a lavarmi. Sul bidet l’acqua tiepida e il sapone ripulirono il seme sparso sulla mia pelle, ma il loro massaggio unito alle immagini del sogno che mi tornavano alla mente mi causarono ben presto una nuova erezione. Mi rivedevo nei panni di una ragazza formosa che veniva violata da tre ragazzi, veniva scopata in tutti i buchi, e quasi senza accorgermene iniziai ad accarezzarmi l’ano con le dita coperte di schiuma.
Ne feci scivolare uno all’interno e poi, forzando l’anello di muscoli e causandomi un po’ di dolore, ne aggiunsi un secondo.
L’uccello mi si indurì all’istante come mai prima, mentre nella mente continuavo a vedermi come nel sogno, con un corpo da donna e quei giovani maschi intorno a me godendo dei miei buchi caldi.
Senza nemmeno toccarmi il pene, ma soltanto con quella masturbazione anale, raggiunsi l’orgasmo schizzando il mio piacere sul pavimento del bagno, per poi precipitare nuovamente nello sconforto: cosa mi stava succedendo?
Il giorno dopo, a scuola, evitai il più possibile ogni contatto con Lele e cercai di non farmi notare da Gianni, che però quando mi vide attraverso il viale non mancò di sogghignare malignamente al mio indirizzo.
Il giorno successivo il copione si ripetè, ma quando arrivai a casa mi sentii chiamare da qualcuno.
“Tutto bene?” Era Lele, che aveva deviato dalla strada di casa per seguirmi.
Indubbiamente aveva notato il mio comportamento strano e gli atteggiamenti di Gianni e degli altri due, e aveva ipotizzato che fosse successo qualcosa.
Gli risposi sgarbatamente, visto che in fondo quello che mi era successo era stato causato indirettamente da lui… e poi perché, per una frazione di secondo, mi erano tornate in mente le immagini del sogno, con lui che fugge abbandonando la mia copia femminile in balia dei suoi aguzzini.
Mi resi però conto dell’assurdità del mio comportamento: quello era solamente un sogno, e per quello che era avvenuto nella realtà ero stato io a difenderlo spontaneamente, e –seppur ingiustamente- avevo pagato le conseguenze del mio gesto.
Mi scusai con lui, e lo invitai ad entrare. Lì, anche se era ora di pranzo e mamma mi aveva lasciato tutto già pronto prima di uscire, ci sedemmo a parlare sul divano.
Gli raccontai non senza difficoltà di quanto accaduto, tralasciando ovviamente la parte del sogno, e notai che aveva gli occhi lucidi.
“Scusami… è stata colpa mia…” mormorò mettendosi a piangere.
“Ma cosa dici? Quello stronzo meritava una lezione per averti offeso, e poi è stato troppo vigliacco per…”
“Quello ha ragione!” disse senza guardarmi in faccia mentre le lacrime gli rigavano il viso.
“…cioè?”
“Cioè… cioè io non lo so… mi piacciono le ragazze, mi piace stare con loro… ma io… non lo so… mi sento attratto…”
“Dai ragazzi?” conclusi io. Lui non rispose, limitandosi a tirare su dal naso e guardando il pavimento.
“Non puoi capire…” riprese quando con una mano gli sollevai il viso “mi sento così confuso…”
Avrei voluto dirgli che lo capivo eccome, e che in quanto a confusione avrei potuto dargli delle lezioni, ma Lele mi sorprese; dopo avermi guardato in viso coi suoi occhi gonfi di lacrime, mi baciò improvvisamente le labbra.
Per me fu uno choc. Non era il mio primo bacio, ma sicuramente non avrei mai pensato di baciare le labbra di un altro maschio. Però non provavo schifo o repulsione, ma solamente una sensazione strana… non dico piacere, ma comunque sorpresa.
Restammo in silenzio per un lunghissimo secondo, dopodiché Lele si alzò e cercò di scappare verso la porta, temendo la mia reazione; reazione che ci fu, ma non quella che il povero efebo si attendeva.
Lo afferrai per un braccio, fermandolo, mi avvicinai e lo abbracciai da dietro, mentre lui scoppiò in un pianto dirotto.
“C’è qualcosa che non sai…” gli dissi piano. E gli raccontai il mio sogno.
Mentre gli narravo gli abusi sognati in panni femminili, sentivo che Lele si calmava e smetteva di piangere, ma purtroppo sentivo anche che mi stava tornando duro.
E lo feci.
Sentivo che una mia mano, come dotata di volontà propria, si abbassava fino al suo basso ventre, fino a stringersi intorno a quello che al tatto, attraverso la stoffa leggera dei pantaloni, mi sembrava un cazzo già rigido di dimensioni anche superiori al mio.
Lo impugnai, e per quanto mi era permesso dalla stoffa, iniziai a muovere la mano lungo l’asta in un gesto che centinaia di volte avevo fatto su me stesso, ma che per la prima volta eseguivo sul pene di un altro maschio.
Lele cercò di voltarsi verso di me, e questa volta fui io a baciarlo, mentre la sua asta ebbe un sobbalzo nella mia mano, che ben presto sentì un calore umido attraverso la stoffa…
 


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