Lucy – Il bungalow del sesso – venerdì

Lucy – Il bungalow del sesso – venerdì

Venerdì.

Sul solito lettone, a quattro zampe, mi stavo facendo inculare selvaggiamente da Marco, mentre Lele, che gli aveva appena lasciato il posto per prendere fiato, mi porgeva il suo uccello per godere della mia bocca.
“Te lo succhio, ma non ti azzardare a venirmi in bocca… dopo voglio che mi scopi di nuovo” e presi a succhiarlo devotamente, stando attenta a non sollecitarlo troppo, mentre da dietro Marco mi continuava a sfondare il culo. Sentivo i suoi colpi violenti e ripetuti dentro di me, e con il ritmo che mi imponevano imboccavo e risputavo il sesso di Lele.
Ormai, dopo giorni di trattamenti ripetuti, mi lasciavo sodomizzare senza provare più alcun dolore. I muscoli anali si erano abituati in fretta alle dimensioni dei miei amanti che, dandosi il cambio, mi stavano scopando alternativamente da un tempo che ormai mi sembrava infinito.
Ad un certo punto sentii Marco che, dandomi alcuni colpi fortissimi, mi veniva nel culo depositandovi il suo sperma. Si sfilò da me e, prima che si richiudesse il buco, il suo posto fu preso da Lele.
Complici le dimensioni leggermente minori del suo arnese, Lele entrò di me senza incontrare resistenza, e andò avanti ancora un buon venti minuti a limarmi prima di ululare il suo orgasmo e mescolare il suo sperma dentro di me a quello dell’amico, mentre io con le mani mi allargavo le natiche come per permettergli di arrivare ancora più a fondo dentro di me.
Il lampo di un flash illuminò la stanza.
“Come sei sfondata, Lucy”
Chiesi a Marco di farmi vedere la foto che aveva scattato. Sullo schermo del telefonino c’era un primo piano delle mie natiche, ancora tenute aperte dalle mie mani, al centro delle quali il mio povero ano martoriato appariva come un anello rosso fuoco intorno ad un piccolo buco nero che stentava a richiudersi, e dal quale colava fuori un liquido marroncino.
Guardavo quella foto e pensavo che a modo mio avevo chiuso un cerchio. Nella mia vita precedente guardavo le riviste porno e nello stesso tempo immaginavo le sensazioni di quegli stalloni che scopavano bellissime modelle e quelle delle ragazze violate, sfondate in ogni buco. Ora guardavo quel culo oscenamente dilatato e stavolta IO ero la modella.
Mi alzai a fatica, e corsi in bagno. Seduta sul piccolo bidet cercai un po’ di refrigerio con l’acqua fredda, che mi smorzò immediatamente l’erezione e mi lenì le irritazioni anali.
Inserii un dito nell’ano, sia per lavarlo meglio, sia per controllarne lo stato, e quello entrò come un coltello nel burro. Provai ad inserirne due, e scivolarono in me e poi fuori senza grande fatica, ripulendomi dalle ultime tracce di sperma.
Non mi cambiai, e andai a letto nei panni di Lucy. I due ragazzi erano già andati nei loro letti, il caldo della serata non consigliava certo di dormire insieme nel lettone.
Ero lì, a fissare il soffitto del bungalow, nella mente mille pensieri si affollavano.
Guardai la sveglietta sul comodino e mi trovai curiosamente a pensare che alle tre la posizione delle lancette avrebbe formato sul quadrante una “L”. “L” come Lucy. Un segno del destino, forse. Chi può dirlo.
Arrivata l’ora, mi alzai. Andai silenziosamente in bagno e mi ripassai un velo di rossetto sulle labbra. Mi sistemai la parrucca e poi, preso il flacone dell’olio solare, ne versai un po’ sulle dita e con quelle mi massaggiai l’ano.
Uscii nel salottino. Sul mobile c’era ancora la bottiglia della sera precedente con un po’ di liquore.
Ne bevvi un sorso, poi un altro. Volevo darmi coraggio? Volevo non pensare a ciò che stavo facendo?
Scivolai furtivamente fuori dal bungalow e ripercorsi come due sere prima il tratto di strada che lo separava dalle docce.
Nessun rumore di acqua corrente, nessun segno di presenza.
Mi sedetti a terra in quella cabina, cercando di mettere ordine tra i mille pensieri, quando ad un tratto udii un rumore di passi. Feci per nascondermi, ma ad un tratto sentii distintamente una voce maschile che, in una lingua a me sconosciuta, scambiava quello che mi era parso un saluto con un altro uomo che gli rispondeva nella stessa lingua.
Fingendo un coraggio che non avevo certamente, mi alzai e stetti in piedi, fiera e orgogliosa nella mia tenuta da sgualdrina, al centro del corridoio.
“Cerchi qualcosa, bello?”
Il gigante d’ebano mi guardò sorpreso. Sicuramente non immaginava di trovarmi lì.
“Sì, ma sembra che l’ho trovato” mi rispose con un sorriso. Si avvicinò a me e mi prese tra le braccia, e mi accorsi di quanto, in quel momento, desiderassi un suo bacio.
Come se mi leggesse nel pensiero, mi baciò avidamente, riempiendomi la bocca con la sua lingua, e sentii le mie ginocchia farsi di gelatina.
Cercai con la mano il suo arnese, e mi affettai a liberarlo dagli indumenti, sentendolo caldo e vellutato nella mia mano.
Mi inginocchiai in adorazione di quell’obelisco marrone, lo presi con la mano e me lo strusciai su tutto il viso, per poi leccarlo dalla base fino su, alla cappella, che ingoiai avida. Il profumo di quel cazzo non era quello dell’altra sera, fresco di doccia, ma non mi dava fastidio. Lo volevo, e continuai a succhiarlo cercando di farne entrare più che potessi nella mia bocca per poi risputarlo fuori, ricoperto di saliva e dei suoi liquidi prespermatici.
Lo leccavo, e scendevo ad onorare anche i grossi testicoli, che aspiravo nella mia bocca golosa.
Forse il mio gigante immaginava che anche questa volta l’avrei fatto venire dentro alla mia bocca, per cui si stupì quando interruppi di colpo il pompino.
Mi alzai… mi appoggiai alla parete della doccia con entrambe le mani ed inarcai le reni verso di lui.
“Dammelo… ti prego… dammelo…”
Si avvicinò a me, si versò un goccio di docciaschiuma sulle dita e prese a massaggiarmi l’ano con quelle, facendole scivolare sulla rosetta e al suo interno, mentre io ripetevo come in trance: “dammelo… dammelo…”
“Adesso arriva, bambolina…” mi disse, un attimo prima di appoggiare la sua cappella al mio sfintere viscido di schiuma.
Dolore. Un dolore lancinante, la sensazione di essere squarciata da quel palo di carne che si faceva strada nel mio intestino, mentre il mio urlo veniva soffocato da una mano dell’uomo che mi tappava prontamente la bocca affinchè non svegliassi tutto il Camping.
E poi il dolore piano piano lasciò il posto ad una sensazione strana, quando sentii distintamente i suoi lombi a contatto delle mie natiche.
L’avevo preso tutto. L’avevo tutto dentro di me.
E mi sentii stranamente felice.
“Come stai?” Mi chiese all’orecchio, liberandomi la bocca affinchè potessi rispondergli.
“Mi hai fatto un male cane… ma ti ho tutto dentro?…”
“Sì, piccola… te lo sei preso tutto… lo senti?” e iniziò piano piano a sfilarlo per poi reintrodurlo nuovamente.
Mi faceva ancora male, ma ora il dolore era sopportabile. Lo sentivo scivolare dentro e fuori di me ogni volta più agevolmente, e iniziai a muovermi anche io in sincronia con lui, ad andare incontro a quel bastone che mi riempiva l’intestino.
Ad un tratto lo sfilò completamente, lasciandomi con la sensazione che mi stesse risvoltando l’intestino dall’interno come la manica di una maglia.
Si sedette per terra nella cabina doccia, e non potei non soffermarmi ad osservare quel bastone nero, lucido, che svettava tra le sue cosce muscolose, e mi chiesi come avessi mai potuto averlo completamente dentro di me.
Mi misi a cavalcioni sopra di lui, viso a viso, e appoggiai l’ano sulla sua verga; piano piano mi abbassai, aiutata anche da lui che premurosamente mi sorreggeva con le sue braccia, fino a sentirla di nuovo scivolare in me.
Centimetro dopo centimetro risaliva in me, immaginavo che mi avrebbe trafitto da parte a parte e mi sarebbe uscito dalla bocca… bocca che invece fu presa dalle sue labbra gonfie in un bacio sensuale.
Succhiavo la sua lingua, che mi riempiva completamente la bocca, e intanto danzavo su quel palo devastandomi completamente l’ano, fino a quando dal basso mi arrivarono due, tre, quattro colpi tremendi.
Mi stava riempiendo di sperma le budella, e anche io me ne stavo venendo godendo come non avevo mai goduto prima.
Mi tenne stretta ancora un attimo tra le sue braccia, mentre il suo serpente nero perdeva consistenza e scivolava fuori da me. Mi aiutò ad alzarmi, perché le gambe non mi reggevano più.
“…grazie… grazie di tutto” fu l’unica cosa che trovai la forza di sussurrargli. E nonostante sentissi il maledetto “periodo refrattario” iniziare ad impossessarsi di me, gli diedi un ultimo bacio.
Arrivai malferma al bungalow, dove mi aspettava una sorpresa.
Sulla porta, illuminata, c’erano Marco e Lele.
“Dove cazzo eri? Ci hai fatto prendere un colpo” mi rimproverarono.
“No, no, tutto bene, ragazzi” dissi, mentendo. Ma le mie bugie furono subito smentite; accarezzandomi le natiche, Lele si ritrovò la mano completamente bagnata dello sperma del nero.
Vuotai il sacco, raccontando la storia di entrambe le sere in cui avevo incontrato il buttafuori, e mi aspettavo il loro disprezzo.
“Ma sei proprio una gran troia” mi dissero entrambi. Ma i loro sorrisi mi riscaldarono il cuore.

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