Rapita da uno sguardo e schiava del mio compagno di lavoro

Rapita da uno sguardo e schiava del mio compagno di lavoro

Spread the love

Non pensavo potessi arrivare a tanto, ma alla fine sono diventata schiava del mio stesso gioco perverso. Mi chiamo Angela ed ho 30 anni, lavoro come segretaria e sono formosa e secondo i miei colleghi sono una bella ragazza. Sotto il mio completo classico gonna e giacca mi è sempre piaciuto indossare biancheria molto sexy mi eccita averla sulla pelle e mi piace che ogni tanto qualcuno mi guardi con desiderio. Sono timida e non do mai confidenza a nessuno tranne che a lui, Alberto il nuovo arrivato.
Mi piace, ha un fisico statuario e sotto quel completo classico si vede che ha muscoli e spessore. Questa rimaneva solo una mia piccola fantasia, il mio comportamento è stato sempre rispettoso. Un giorno, però è successo quello che non doveva accadere. Alberto mi chiama nella sua stanza. “Signorina, mi prenda immediatamente la pratica numero 342” – mi disse serioso con quel suo sguardo magnetico e accattivante -. Senza batter ciglio corsi in archivio a prendere la pratica nella fretta arrivai tropo di corsa e scivolai nei presi della scrivania a gambe all’aria.
I sui occhi erano proprio sulle mie mutandine di pizzo di seta a perizoma. Il suo sguardo cambio improvvisamente. Chiuse la porta dell’ufficio. Poi mi fece alzare porgendomi gentilmente la mano. Il suo respiro si fece più affannoso mi strinse lamano forte poi con uno scatto violento spinse il mio busto sulla scrivania e sentivo il suo pene gonfio e duro spingere sul mio sedere. Ero ipnotizzata e immobile. Senti il rumore della sua zip e vidi con la coda dell’occhio i suoi pantaloni scivolare sul pavimento. Alzo di scatto la gonna e sentivo il suo pene scivolare fra le natiche. Ero spaventata perché pensavo che da un momento all’altro sarebbe entrato qualche collega.
Ero bagnata all’inverosimile e ansimavo di piacere. Spostò il perizoma ed infilò il pene dentro. Era duro e grosso. Gemevo dal piacere lo sentivo sempre più affannoso e alla fine lo tirò fuori e schizzo il suo sperma sulle mie natiche. Mi alzai di scatto e scappai via come una ladra. Si rivestì immediatamente e provò ad afferrarmi. “Mai fare sesso con un collega” – mi ripetevo – mentre le gambe mi tremavano ancora ed ero ancora sporca del suo seme. Andai in bagno a pulirmi, ma lo sentivo ancora dentro di me. Il giorno dopo sulla mia scrivania trovai un pacchetto e un biglietto con su scritto: “Usami” e la firma di Alberto. Andai in bagno per non far vedere al collega che mi siede accanto cosa stessi facendo. Aprì il pacchetto e dentro c’era un sex toys, un piccolo vibratore ed ancora un suo biglietto: mettilo dentro. Ero eccitata e lo feci immediatamente.
Ancora un suo biglietto in fondo alla scatola: “Indossalo sempre quando vieni in ufficio” Lo feci e mi andai a sedere. All’improvviso sentivo sex toys vibrare e vidi Alberto con un telecomando che dal suo box mi guardava. Era un vibratore con telecomando e lo usava solo per vedermi godere. Io stavo al gioco. Poi mi chiamo nel suo ufficio. Io a dirla tutta non vedevo l’ora. Chiuse la porta e disse: “Ogni volta che sentirai vibrare il sex toys devi venire da me, capito?” Io ero rapita dal suo sguardo e dissi annuì con la testa. Si abbassò i pantaloni e fece uscire l’enorme pene, mi sbottonò la camicetta e strofinava la sua cappella sui capezzoli. Mi otturò il naso, io aprì la bocca per respirare e lo infilò di prepotenza fin dentro la gola ripetendo: “Ora succhia piccola”.
Lo feci immediatamente, poi mi rimise a novanta gradi e visto che nella fica avevo il vibratore, lo attivò con il telecomando mentre il suo pene entrava a fatica tra le mie natiche. Spingeva e sentivo dolore e piacere alla fine riuscì a entrare e sentivo un immenso spasimo, poi piacere e alla fine schizzo tutto il suo seme nel mio sedere. Ero rapita da questo gioco, ero sua e lo sarei stata per sempre.