L’inizio

L’inizio

on sapevo a cosa stavo andando incontro quando ti ho conosciuto. Non ricordo neppure come sono entrata in questo mondo particolare. Cosa abbia fatto nascere tutto. Ma quando ti ho conosciuto ero tutta piena di me. Era chiaro l’ascendente che avevo sugli uomini. Era divertente esercitarlo. Fino da allora avevo conosciuto solo dei feticisti come continua a capitare del resto. Questo mondo è fatto principalmente di feticisti ed erotomani. Tu non fai parte di nessuna delle due fazioni. Tu entri nelle persone, rubandogli l’anima e poi le lasci li prive della consapevolezza che non potranno mai più conoscere uno come te.
Ma quando ti ho conosciuto ero troppo piena di me. Ed è stato sublime guardarti mentre eri impacciato e cercavi di trovare una frase che potesse colpirmi. Ricordo ancora il tuo sguardo quando risposi che mi ero già sentita dire altre volte che sono molto più bella dal vivo che in foto.
La prima volta che ti ho conosciuto ho pensato di averti in pugno ed invece eri tu che avevi già tutto sotto controllo ed io non mi sono resa conto di niente.
Mi hai agganciato al pomeriggio scrivendomi e mostrandomi come avevi legato la tua slave. Era la prima volta che vedevo del bondage. Il mio ruolo mi ha imposto di deriderti sostenendo che mai e poi mai mi sarei fatta impacchettare così da un uomo. Che stupide quelle che si riducono così. Anche un pò ridicole.
Pensavo che tu volessi arrivare ad una fantasia. Sono abituata a giocare fantasticando in chat. Snocciolo storie soprattutto per il piacere dell’altro. Avevo rinunciato a trovare qualcuno che sapesse stuzzicare la mia testa fino a farmi eccitare senza il mio intervento.
Tu quella volta ti sei dimostrato come tutti gli altri. Leggermente superiore alla media. Il tuo scopo però era un altro: quello di convincermi a vederci.
Me lo hai chiesto prima esplicitamente poi al mio diniego mi hai distratto e poi dopo aver scatenato la mia curiosità mi hai convinto a vederci.
Ancora sogno che prima o poi accadrà sul serio. Essere io la mistress come doveva essere. Come sono sempre stata. Il mio animo è quello. E allora perchè quando ti ho incontrato sono bastati 15 minuti per poi essere tua. E’ bastato parlare con te per quel lasso di tempo e già mi ero dimenticata di tutte le mie regole. Di tutto quello per cui ero venuta li. Usarti. E invece eccomi in quell’auto dopo pochissimo tempo in braccio a te. Con la mia guancia a fianco alla tua ad ascoltare il tuo respiro. A guardare la tua bocca sperando in un bacio. Com’eri attento la prima volta a farmi provare tutto il tuo armamentario.
Un pò alla volta.
Ho visto tutto ma non provato. Ponevo delle resistenze. Ero troppo impertinente e tu un padrone apparentemente buono. Che mi osservava divertito dalla mia curiosità e dalla mia incosapevolezza e da mia spavalderia. Ho imparato troppo tardi che l’ubbidienza è fondamentale.
Ma quel giorno… quel primo giorno era tutto basato sul farmi impazzire di piacere. C’è stato pochissimo dolore. Confrontando a quello che ho provato più avanti, sicuramente niente. La prima sculacciata. Lo stupore nel sentire quelle mani forti, decise e sicure. Il calore che lascia dopo. Il bruciore che strepita nell’anima e ti accusa di essere una peccatrice. Una brava ragazza, non fa queste cose. Non tradisce, non prova emozioni forti, non si da così ad un uomo se non per amore. Non si butta via così.. Ma in quel momento. Dopo quella prima sculacciata sentivo di aver varcato la soglia del mondo delle meraviglie come la piccola Alice.
Lì in quella macchina a carponi con uno sconosciuto a cui davo in mano la mia incolumità avevo cominciato un percorso anche se non ne ero ancora consapevole.
Dopo qualche sculacciata tirasti fuori il gioco dei capezzoli. A vederlo sembrava innocquo. Due pinze con le estremità di gomma rosa unite da due fili che terminavano in un telecomando. Le pinze andarono sui miei capezzoli. Si regolavano con una vite. Fossi molto attento a non esagerare, ma era comunque la prima volta e feci fatica a resistere ma ti guardavo con aria di sfida. Ero seduta sulle tue gambe sul lato sinistro. Ci guardavamo negli occhi e tu azionasti il telecomando per far cominciare le pinze a vibrare. Chiedevi in continuazione cosa stessi provando. Era piuttosto fastidioso e premuroso allo stesso tempo. Non ricordo con precisione cosa provai. Volevo dimostrarti che ero una tosta e nel frattempo provavo quelle sensazioni nuove, mentre il pizzichio ai capezzoli era sempre più fastidioso. Mi chiedevo come mai non mi usassi per il tuo piacere. Come poteva essere possibile. Ti piacevo sicuramente. Avevo visto come mi guardavi. E allora perchè?
Stavo impazzendo di voglia. Le mie labbra pulsavano sempre più forte, inoltre ero bagnatissima. Ma tu impassibile mi guardavi e basta mentre mi facevi sempre più male. Poi sentii le tue dita che mi esploravano dapprima accarezzandomi e poi rudi e violente, improvvise dentro di me. Mi facesti cenno di spostarci nei sedili posteriori. Tirasti fuori delle corde. Le sentii passare tra i miei polsi e fissarsi dietro di me in modo da tenere le braccia alzate. Avevo ancora le pinze attaccate ai capezzoli e tu assaporando tutto il mio fastidio e dolore le tirasti lentamente.
Da quella borsa venne fuori un altro arnese; lo guardai incuriosita. Sembrava un microfono. Lo azionasti. Vibrava molto forte. Lo sentii leggermente appoggiato tra le mie cosce e scoppiai di piacere e stupore contemporaneamente. Quello strano attrezzo procurava orgasmi incredibili e istantanei. Mi abbassasti le mutandine e lo usasti ancora. Ripetutamente. Ad ogni orgasmo ti fermavi e mi sorridevi per poi ricominciare di nuovo. “Sei solo un’arrapata, ma non temere piccolina ti farò provare il vero piacere.” Il tuo sguardo così beffardo e le tue mani che mi accarezzavano il viso mentre ancora provavo orgasmi a ripetizione mi fecero innervosire ma non potevo muovermi. Gli orgasmi cominciarono a diventare fastidiosi. L’ultima volta che li contai furono quattordici poi cominciai a pregarti di smettere. Non ne potevo più. “Shhh”, sempre con un tono controllato e pacato, mentre il tuo dito era sulla mia bocca. Un altro paio di volte e poi finalmente quella tortura ebbe fine. Un momento interminabile di silenzio e ancora quella dannata borsa. Ora le pinze erano di ferro ed in mezzo c’era un cerchio. Il cerchio andò nella mia bocca e le pinze sui capezzoli. I tuoi pantaloni si slacciarono e mi mostrarono il tuo cazzo duro che stavo tanto desiderando e che tu aspettavi solo di mostrarmi nel momento in cui non ne potevo godere il piacere. Presi la mia testa e mi tirasti capelli mentre cominciasti ad infilarti prepotente tra le mie cosce. Dolore e bruciore ovunque. Diventasti un animale che mi scopava fortissimo senza contegno, in quel momento scoprii una nuova me che voleva tanto essere usata, abusata. Il dolore era comunque sempre più insistente e le lacrime avanzarono come mai mi era successo. Fu allora che il tuo orgasmo arrivò irruento a riempirmi tutta.

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