UNA CIUCCA PROVVIDENZIALE

UNA CIUCCA PROVVIDENZIALE

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Premessa: questo è il secondo racconto che pubblico. Mi piacerebbe conoscere il vostro parere, ricevere critiche e indicazioni su quanto ho scritto. Ogni vostro suggerimento mi sarà gradito e determinerà la mia futura attività narrativa. Grazie.UNA CIUCCA PROVVIDENZIALEDoveva essere una tranquilla serata da trascorrere in ozio. Mia moglie era fuori città per lavoro e non sarebbe rientrata che l’indomani sul tardi. Teresa era uscita con le amiche.
Scorrevo con il telecomando i canali televisivi ma non trovavo niente di interessante. Decisi di rivedere in dvd uno dei miei film preferiti.
Si era fatta l’una quando sentii aprire la porta d’ingresso. Le andai incontro e me la trovai davanti, sorretta da due amiche, in uno stato disastroso.
“Deve aver bevuto qualcosa che le ha fatto male. Continua a vomitare”. Teresa si sganciò dalle amiche e si diresse verso di me ma, nel tentativo di rimanere in piedi, mi si gettò addosso.
Dall’odore che emanava era chiaro che era ubriaca.
“E’ proprio tardi – disse una delle due accompagnatrici – Se non avete bisogno di noi, ce ne andiamo”. Al mio cenno affermativo si dileguarono in un istante.
Restai a sorreggerla stringendola tra le mie braccia. Tenevo il suo corpo esile contro di me e quel contatto arrendevole mi donava una piacevole sensazione.
Cercavo di capire cosa era meglio fare quando lei bisbigliò:
“Portami in bagno o ti vomito addosso”.
“Ci mancherebbe anche questo. Ce la fai a camminare?”
Sorretta da sotto le ascelle arrivammo in bagno giusto in tempo perche si piegasse sulla tazza del wc in preda a conati.
Le condizioni non erano certo le più piacevoli, ma la mia attenzione era tutta per le sue natiche, che fuoriuscivano da sotto la gonna rimasta sollevata. Una visione imperdibile. Bastava che allungassi la mano per accarezzarle e in quello stato non se ne sarebbe neanche resa conto. Ma essendo un inguaribile assertore della lealtà mi trattenni.
“Quanto hai bevuto per ridurti così?”
“Non ho … bevuto molto ma …. ho mischiato un pochino”.
Finito di rimettere l’accompagnai al lavandino dove lei cercò al meglio di sciacquarsi la bocca e il viso.
Guarda come sono conciata – commentò guardandosi allo specchio – non posso andare a dormire in queste condizioni. Aiutami, devo farmi assolutamente una doccia”.
“Con molto … piacere” …. pensai, e così l’aiutai a spogliarsi ma, quando tentò di chinarsi per togliere l’intimo, perse l’equilibrio e dovetti sorreggerla nuovamente.
“Vuoi farti male? Mi hai chiesto di aiutarli e allora lasciamelo fare”.
Mentre si sosteneva appoggiata al lavabo mi presi il privilegio di sfilarle le mutandine (operazione che eseguii con la dovuta lentezza) e a mettere completamente a nudo il suo adorato culetto. Potei godermi un panorama di dolcezza che partiva da quel buchino oscuro tra le natiche, per scendere più in basso sulla patata pelosa. L’istinto era di coprire quella carne di baci, di assaporare la sua natura, ma dovetti ancora frenarmi.
L’accompagnai alla doccia e restai a controllare che andasse tutto bene. Attraverso le trasparenze del box seguivo i suoi movimenti e provavo a immaginare di essere quella spugna con cui si sta insaponando.
Si risciacquo e rimase ferma a lungo sotto il getto d’acqua.
“Tutto bene?”
“Si, va meglio. Ho finito”.
Quando uscì gocciolante dal box l’avvolsi nell’accappatoio.
“Lascia che ti aiuti”
“Si … grazie”.
Presi una salvietta e mi inginocchiai davanti a lei iniziando dai piedi per poi salire verso su.
Le aprì l’accappatoio per agevolare la mia opera. Giunto sopra i ginocchi i miei movimenti rallentarono e diventano quasi carezze. Mancavano pochi centimetri dall’inguine ed il contemplavo il suo pube, lo sentivo profumare di umido e di bagnoschiuma. Mi sarebbe piaciuto proseguire la in mezzo e asciugare quel bel ciuffo di peli corvini, che ho sempre paragonato a quello delle ragazze giapponesi. A quel punto lei prese l’asciugamano tra le sue mani per completare l’opera.
“Vado a letto. Con una buona dormita mi passerà tutto”.
Sembrava un po’ più sicura nei movimenti. La precedetti lungo il corridoio e aprii la porta della sua camera.
“No, non voglio dormire da sola. Preferisco dormire nel lettone con te”.
Entrammo in camera ed io dissi premuroso: “Vado a prenderti le mutandine e il pigiama”.
“No, dormo così, se non ti da fastidio”.
“Come preferisci”.
Si distese coprendosi con il lenzuolo ed io, spenta la luce, andai in bagno a mettere in ordine. Raccolsi i suoi vestiti rimasti per terra per metterli in lavatrice, ma non potei fare a meno di soffermarmi ad accarezzare le sue minuscole mutandine. Cercai il punto dove fino a prima aveva coperto la sua natura. Annusandole riconobbi il suo odore agrodolce.
Tornando in camera trovai la luce accesa.
“Non spegnerla – dice – come si fa buio mi sembra che giri tua la stanza”.
L’assecondai e dopo essermi svestito mi distesi al suo fianco.
Teresa, rigirandosi nel sonno si liberò di quella leggera copertura. Mi dava le spalle ed io l’accarezzavo con lo sguardo in tutta la sua lunghezza. Avevo cercato a lungo di nascondere la mia erezione ed ora che lei non guardava mi misi ad toccarmi il membro mentre immaginavo di baciarle la schiena e di accarezzarle le natiche con movimenti sempre più audaci e profondi. L’eccitazione saliva.
A un certo punto, inaspettatamente, Teresa si rigirò ancora verso di me. Ebbi un tuffo al cuore e ritrassi di scatto la mano.
Adesso la sua testa era poggiata sul mio petto ed il suo braccio abbracciava il mio bacino. Sperai che restasse a lungo in quella posizione, mi inebriai del profumo dei suoi capelli. Sentivo il suo seno poggiato sul mio addome. Piegai il braccio e avvolsi la schiena sudata. Gliela accarezzai dolcemente. Non so se è dipeso da questo, ma la sua mano iniziò a muoversi lenta fino a trovare il mio membro. Lo ricoprì e prese ad accarezzarlo. La punta delle sue dita si attardavano sul glande per poi scendere giù fino alla radice dell’asta per poi tornare in punta. Non so se era sveglia o stesse dormendo, non mi interessava, ma mi lasciai andare a quel lento massaggio inaspettato. Il mio corpo vibrava e l’erezione si era fatta ancora più potente. Cercai di calmare il mio respiro affannato. Poi la sua mano si fermò, come se studiasse le contrazioni del mio sesso ormai pronto a scoppiare.
Non riuscivo più a trattenermi e la sorte volle che, con un’altra rotazione, lei tornasse a voltarmi le spalle.
Mi sentii libero di gestire il mio orgasmo e con poche carezze venni. Lo sperma schizzò caldo a fiotti dentro i miei slip.
Aspettai che il respiro si calmasse e mi alzai lentamente per andare in bagno a lavarmi e cambiami.
Il resto della notte trascorse in tranquillità e i primi raggi del sole, penetrati dalla finestra ci inondarono svegliandoci lentamente.
“Come stai?” le chiesi.
“Ho un po’ di mal di testa e un po’ di nausea – commentò portando la mano al naso – per il resto va bene”.
Con espressione interrogativa annusò le dita poi mi guardò con un sorriso beffardo.
“Ho messo tutto in lavatrice. Quando tornerà tua madre sarà già tutto asciutto.”
“Non dirle niente, non ho proprio voglia di sentire le sue menate” .
“Non preoccuparti, quello che è successo resterà un nostro segreto”.
Lei, grata per la mia complicità, mi dette un bacio sulla guancia.
Tutto faceva sottintendete che il nostro complice silenzio non riguardava solo ed esclusivamente quella “provvidenziale ciucca”.
 

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