Valentina

Valentina

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La storia di Valentina, femmina per forza.
Io ero un tipino remissivo, timido e piagnucoloso, un po’ viziato, arrossivo per un nonnulla, per questo venivo a scuola anche preso in giro dagli altri ragazzini, anche perché non mi piacevano i loro giochi ma amavo le bambole.
Accadeva solamente lì, dove ero ancora un maschietto.
Questo nasceva principalmente dal fatto che in casa mia avevano sempre voluto una femmina, soprattutto mia madre che mi trattava come se fossi di sesso femminile.
Quando mio padre era deceduto nell’incidente aereo Io e la mamma avevamo cambiato città, trasferendoci molto lontano e lei si era un po’ esaurita per tutto questo, si era fissata e mi vestiva e mi truccava come una bambina, chiamandomi Valentina, abbreviato in Vale, mi portava anche in giro, per negozi ed a fare la spesa, agghindata in quel modo. I capelli lunghi e boccolosi, i lineamenti fini, gli occhioni grandi e le labbra carnose contribuivano in maniera determinante.
Le persone erano ingannate e le facevano i complimenti per la bella principessina.
La grande città favoriva questo comportamento, mia mamma era figlia unica, i suoi genitori non c’erano più, non aveva parenti importanti, eravamo riservati con il vicinato e non conoscevamo molte persone e queste erano convinte che io fossi una bambina.
Maurizio aveva solamente tre di anni più di me, però era grande e grosso, in tutti i sensi. Sua madre era una delle poche amiche della mia e ne condivideva il segreto. Di conseguenza anche Maurizio sapeva, perché era venuto a casa nostra, quando ci eravamo conosciuti io indossavo una vestaglietta Rosa, mutandine col fiocchetto, le ciabattine di Hello Kitty e stavo giocando con la Barbie. Successivamente iniziammo ad uscire assieme, con le mamme, io rigorosamente Rossella.
Maurizio era rimasto colpito dal mio aspetto, dalla mia bellezza e femminilità.
Forse fu anche per questo che non appena arrivai nella sua stessa scuola mi prese sotto la sua ala proteggendomi dai bulli e divenne praticamente il mio “capo”, mi disse che essendo più grande comandava e che dovevo fare tutto quello che voleva.
Tra l’altro, Maurizio oltre che essere “avanti” fisicamente, sapeva già cosa fosse il sesso ed in particolare l’orgasmo, io, invece, non sapevo ancora assolutamente nulla di queste cose.
“Qui ti vesti come un maschio ma io lo so, sei una femmina, con me ti devi comportare di conseguenza, sarai la mia fidanzata e mi obbedirai sempre”.
Questa cosa mi stette subito bene, lui mi stava simpatico ma non capivo bene perché dovevo obbedire e cosa dovesse fare una “fidanzata”.
Me lo spiegò lui.
Dovevo salutarlo con un bacetto sulla guancia, poi passammo alle labbra e mi disse che lo dovevo chiamare amore ma solamente quando eravamo soli, poi, un giorno, durante la ricreazione: “Oggi ti faccio vedere come si baciano i fidanzati”, mi prese per un braccio e ci chiudemmo nel ripostiglio delle scope.
Mi abbracciò e mi spinse contro al muro: “Dai apri un po’ la bocca!” io la socchiusi e Maurizio ci infilò dentro la lingua cominciò a muoverla. Lui era parecchio più alto e doveva chinarsi, avvertii qualcosa di rigido che mi spingeva sullo stomaco, era il suo cazzo ma lì per lì non realizzai, però mi sentivo strana ed anche il mio minuscolo pisellino era venuto duro.
Per un po’ andammo avanti con i baci, sempre più profondi, adesso, però, mi appoggiava una mano sul culo e mi diceva anche lui amore e fighetta.
Si strusciava sempre di più, ci prendeva sempre più gusto anche perché ormai, strusciandosi, veniva.
Glielo presi in mano, la prima volta, in casa sua.
Ero andato lì con mia madre, quel giorno ero particolarmente carina, portavo una abitino rosa che si allargava sopra le ginocchia, sotto una canottierina, la scarpine col laccio, da bambolina, dello stesso colore dell’abito, i calzettini corti col pizzo attorno, un maglioncino nero ricamato, le gambe nude ed un paio di mutandine bianche col pizzo sui bordi. Due bei codini. Un filino di lucidalabbra trasparente.
Le mamme volevano andare per negozi, allora Maurizio domandò se noi potevamo restare, a giocare con i videogiochi. Loro furono d’accordo.
Ci raccomandarono di fare i bravi ed uscirono.
Appena fummo soli Maurizio prese l’iniziativa: “Senti Valentina (anche lui mi chiamava così) oggi facciamo una cosa nuova, è ora perché è da parecchio che sei la mia fidanzata”.
Mi fece sedere sul divano, poi: “Togliti le mutandine, io ora te faccio vedere e tu mi fai vedere il tuo”.
Mentre mi alzavo il vestitino e tiravo glù i graziosi slippini lui si abbassò i pantaloni, allora ebbi un moto di sorpresa, era il primo cazzo di un altro che vedevo e mi parve grossissimo. In effetti Maurizio possedeva già una bella fava, erano almeno dodici o tredici centimetri (ora ce l’ha il doppio).
Il mio era decisamente più piccolo, insignificante.
“Amore, che bel pisellino che hai” mi disse ridendo.
Ero seduto o, meglio, “seduta” vista la situazione, con il vestitino tirato su e gli occhi sbarrati fissi su quel coso. Lui era in piedi e mi ordinò: “Dai, toccalo!”. Io ero titubante, allora prese la mia mano e delicatamente la appoggiò sul suo cazzo che era durissimo.
Lo afferrai, all’inizio timidamente, poi con movimenti un po’ più decisi, istintivamente facevo avanti e indietro con la mano, per me era un gioco, mi divertiva vedere la cappella che appariva e scompariva.
Maurizio, invece, prese ad ansimare e mi mise, per l’ennesima volta, la lingua in bocca.
“Si, bravo, muovilo… amore”.
Quella fu l’ultima volta in cui si rivolse a me al maschile.
Infatti: “Così… fai su e giù… dai Vale che sei brava. Hai già imparato”.
Venne abbastanza velocemente, con uno schizzetto che mi arrivò sulle coscettine scoperte.
Io automaticamente mi ripulii con la mano, e lui: “Dai, leccala!:
Inizialmente non volevo farlo, mi faceva un po’ schifo, ma lui insisteva ed io mi decisi. In effetti sapeva di poco.
Da quel momento fu un crescendo di seghe, gliele tiravo di continuo, in qualsiasi luogo, si appoggiava il giubbotto sulle ginocchia ed io andavo sotto con la mano.
Era ancora facile, perché il liquido che usciva quando veniva era ancora poco, per far scomparire le tracce bastava una leccatina alla mano che avevo imparato e tenergli davanti alla cappella per evitare le macchie, adesso lo facevo ogni volta.
Le cose andavano avanti così, l’unico luogo dovevo continuare a mostrare una parvenza di mascolinità era la scuola.
Maurizio, ovviamente, faceva tutte le cose che fa normalmente un ragazzo, fra queste quella di entrare in una squadra di calcio, era un discreto giocatore, qui si fece un amico piuttosto importante, Lucio, suo coetaneo che cominciò ad incontrare assiduamente anche lontano dagli allenamenti.
Come succede fra ragazzi questi iniziarono a confidarsi, parlando anche di cose intime, Maurizio finì col raccontargli tutto di me, del mio look, dei baci e delle seghe.
Quando Lucio lo prese in giro perché si faceva toccare da un maschio, lui: “Non si può dire che è un maschio. Dovresti vederla, è una femmina, in tutto e per tutto. Sua mamma la veste come una bambola. E’ bellissima, una principessa. Poi non mi dice mai di no, mi bacia e me lo prende in mano quando voglio, sempre… ti sfido a trovarne un’altra così disponibile, in genere quelle così carine mica te le fanno le seghe”.
Conobbi Lucio al centro commerciale, lui arrivò assieme Maurizio ed alla madre di questo, io ero per mano alla mia.
Vi dico come ero vestita, perché Lucio rimase colpito, avevo un paio di stivaletti bassi si camoscio, una gonnellina grigia a metà coscia (mia madre non voleva assolutamente che indossassi pantaloni, solo a scuola perché era costretta) che esaltava le gambe già lunghe ed affusolate, una maglietta con un cuoricino stampato sopra, sotto ad un giubbottino di jeans, i capelli sciolti ed ondulati fermati da un cerchietto ed il solito lucidalabbra.
Maurizio me lo presentò, ci baciammo sulle guance.
“Ciao Vale, sono Lucio, lui mi ha parlato di te”. Arrossii perché mi immaginai cosa poteva avergli raccontato.
Infatti Lucio approfittò del fatto che le mamme stavano parlano tra loro e mi sussurrò nell’orecchio che sapeva che io ero la fidanzata di Maurizio.
Dissero che volevano andare in giro da soli e domandarono se potevano portarmi con loro, le mamme acconsentirono, raccomandando di stare attenti, che ci saremmo ritrovati lì dopo un’ora.
Mentre camminavamo assieme nel grande corridoio centrale eravamo, evidentemente, una ragazzina molto carina, accompagnata da due ragazzi più grandi. Nessuno poteva pensare neppure lontanamente che, sotto, sotto, la cosa era leggermente diversa.
Gironzolammo qualche minuto, poi Maurizio mi disse a voce bassa che gli era venuta voglia. Io gli risposi come potevamo farlo, indicando Lucio e lui: “Beh… che problema c’è? Gliela fai anche a lui una sega”.
Rimasi interdetta ma non dissi nulla.
Ci recavamo abbastanza spesso in quel posto e nel corso delle sue esplorazioni Maurizio aveva scoperto uno stanzino dove nascondersi, una sorta di intercapedine fra due pareti che dava su un passaggio di emergenza che conduceva al garage sotterraneo. Utilizzato un tempo come locale caldaia, adesso ripostiglio, c’erano delle scatole tutte impolverate. Vi si accedeva tramite una piccola porta, praticamente invisibile e quel posto sembrava dimenticato da tutti. Era bene illuminato perché la lampada all’interno funzionava perfettamente. Ricoperto di materiale isolante ed ignifugo era praticamente insonorizzato, nessuno poteva sentire cosa accadeva lì dentro.
Appena dentro Maurizio si calò i pantaloni, subito imitato da Lucio. Quest’ultimo aveva un bel cazzo, più grosso e lungo di quello dell’altro, del resto era più alto, quasi un uomo fatto. Era il secondo che vedevo in vita mia.
Io mi accovacciai davanti a loro, per fare questo dovetti tirare su l’abitino, ritrovandomi con il culo di fuori, ricoperto dalle sole mutandine che, però, si erano incastrate nel mezzo lasciando le chiappe in piena vista.
Il movimento turbò Lucio che rimase colpito, gli venne immediatamente duro: ““Valentina, con quel culetto faresti resuscitare i morti…”.
In quella posizione avevo la faccia all’altezza dei loro cazzi, uno in uno mano ed uno nell’altro, facevo avanti e indietro alternativamente.
Ma Lucio si dimostrò particolarmente furbo: “ Bellina potresti fare una cosa, visto che ce l’hai lì davanti così perché non ci baci il cazzo a tutti e due?”.
“Mi fa senso! Poi non so come si fa, non l’ho mai fatto!” mi schernii.
“Dai, amore, solamente un bacetto, in punta”, insistette Maurizio.
Probabilmente i due si erano già accordati per questa cosa.
Mi accostai timidamente e li baciai appena appena.
“Si, ma scappellali, baciali un po’ più forte!”, mi riprese Lucio.
“Apri la bocca, falli entrare un pochino, su, bella, vedrai che ti piace!”.
Allargai le labbra e ce li feci scorrere in mezzo, prima uno e poi l’altro, cercando di non toccarli con la lingua. Lo feci per qualche istante, ma mi faceva abbastanza schifo, li sentivo viscidi e puzzolenti.
Piagnucolai: “No… dai, non mi piace, in bocca basta…”.
Ma loro erano infoiati come caproni e Maurizio: “Vale su, tutte le ragazze lo fanno, ancora un po’!”.
Mi sforzai e continuai, praticamente gli stavo facendo una sega con la bocca, muovevo la testa su e giù aiutandomi, però, anche con la mano, provando a non sentire il sapore che ancora non mi piaceva.
Il primo a venire fu Maurizio, che, un attimo prima si sposto e schizzò verso la parete. Lui sapeva bene che non doveva sporcarmi.
Anche Lucio sapeva che non doveva sporcarmi perché l’altro gliel’aveva spiegato ma seguì una strada diversa, mi afferrò i capelli, mi bloccò e mi sborrò in gola, io, per non soffocare dovetti ingoiare per forza, tra l’altro era tantissima e mi passò anche dal naso.
Appena riuscii a sfilarmi mi misi a piangere e gli dissi che era stato cattivo, che mi aveva fatto mancare il respiro, che mi veniva il vomito.
Mi rispose che non era nulla, che mi dovevo abituare perché chissà quanti pompini avrei dovuto tirare in vita mia.
Dopodiché tornammo dalle mamme e la vita riprese normale.
Io segavo Maurizio a tutto spiano, però adesso, come aveva predetto Lucio, quasi ogni volta glielo prendevo anche in bocca, avevo affinato un pochino la tecnica, lo succhiavo e lo leccavo, non mi faceva più così schifo, anzi, quasi ci stavo prendendo gusto.
Andavo anche con Lucio, ma più di rado e sempre in presenza di Maurizio. Ovviamente succhiavo anche lui.
Entrambi mi venivano, ogni tanto, in bocca, generalmente mi avvertivano ed io sputavo, qualche volta buttavo giù. Questa era, però, una mia iniziativa quasi mi sembrasse inevitabile che dovesse succedere così, che quella sarebbe diventata la normalità e mi dovevo abituare.
Continuai a sputare ed ingoiare fino al termine dell’anno scolastico.
Tornai nel centro commerciale che si stavo rivelando un luogo particolarmente significativo nel mio percorso per diventare una vera troietta.
Era arrivata l’estate, in quel giorno particolarmente caldo ero quasi nuda, la gonnellina cortissima tipo tennis di colore celeste e la canottierina fucsia che indossavo mi coprivano appena. Bastava il minimo movimento per mostrare i minuscoli slippini bianchi che portavo sotto.
Ero andata lì con mia madre per acquistare alcuni costumi, dei bikini da mettere al mare, dove ci saremo recate prossimamente, assieme al tizio che usciva con lei.
Erano arrivati anche Maurizio e Lucio ed io ero andata a fare il solito giretto, questa volta con la scusa di prendere un gelato con loro.
Sapevo benissimo quale “gelato” avrei leccato, anzi, leccati.
Andammo subito nello stanzino, dove faceva piuttosto caldo, lì non c’era l’aria condizionata.
Per questo, siccome lì ci sentivamo particolarmente sicuri, ci togliemmo praticamente tutto, sfilate la gonnellina e la canottiera io rimasi a torso nudo e slippini, anche loro tolsero la maglietta e abbassarono le mutande assieme ai bermuda.
Limonammo un po’, ci toccammo abbondantemente.
Questa volta mi dedicai prima all’uno poi all’altro, mi feci sborrare Lucio in bocca, sputai tutto per spostarmi da Maurizio, che si smanettava da una parte.
Ero in ginocchio sopra alcuni cartoni e gli stavo baciando il cazzo che tenevo nella mano destra, quando la porticina si aprì improvvisamente.
“Ma, che cazz…!” esclamò il tizio che si presentò sull’entrata.
Indossava l’uniforme degli inservienti e stava spingendo un carrellino con sopra un grosso bidone di vernice: “Chi…. che state facendo? Un pompino… Ma lei è una ragazzina… adesso chiamo la sicurezza!” aveva un walkie-talkie alla cintura e si apprestava ad usarlo.
Fu Lucio, come al solito, a prendere l’iniziativa: “Aspetti, aspetti, anche noi siamo ragazzi… perché chiama, non si vuole divertire un po’? Ce n’è anche per lei, vero, Vale, che fai qualcosa anche con lui?”.
Io, spaventatissima, ancora in ginocchio e col cazzo di Maurizio, che si era fatto moscio dalla paura, sempre in mano, piagnucolando blaterai qualcosa: “Ma… non lo so… cosa gli faccio?”.
“Si Vale. Gli fai tutto quello che vuole” continuava Lucio.
Il tipo sulla quarantina aveva, effettivamente, la faccia da maiale libidinoso, alto, grassottello, calvo e con i baffetti bisunti. Stava valutando la situazione.
L’uomo adesso si stava divertendo, capiva di avere il coltello dalla parte del manico, eravamo nelle sue mani. Si era reso conto che avevamo paura e godeva di questa cosa.
“Mhh, potrei anche non chiamare la sicurezza… Ma cosa le posso fare… non ha tette, a me piacciono le tette” stava dicendo, mentre, comunque, si avvicinava ed aveva lasciato perdere la radio.
“Che importa se non ha le tette” disse questa volta Maurizio “non conta, ha una bella bocca e la usa bene… visto il culetto che bello?”.
Il vecchio porco si stava eccitando “Hai ragione, che mi frega, tanto è una troietta” e si rivolse a me: “Dai togliti anche le mutande!” io esitavo e lui: “Sbrigati, fai come ti ho detto!”. Nel frattempo chiuse la porticina d’entrata con la chiave che portava con lui.
Mi rialzai e le sfilai rassegnata, però girata di schiena. Mostrandogli il culo.
“Proprio un bel culetto, voltati!” mi intimò.
“Stiamo scherzando! E’ un maschio! Merda che roba!” esclamò esterrefatto.
“Ma che le frega, ha visto che pisellino che ha. È una femmina sbagliata e fa tutto come una femmina”.
Ora era vicino a me, mi accarezzò il culo, lascivamente, passando il dito fra le chiappe. Si soffermò un attimo sul buchetto intonso: “Liscio come la seta, proprio una femminuccia, ma ora vediamo se fa tutto come una femmina” disse l’inserviente mentre si slacciava i pantaloni di tela che, piuttosto larghi, scivolarono a terra assieme ai boxer che aveva spinto giù.
Era pelosissimo, un orso. Ai miei giovani occhi sembrava un mostro, se avessi potuto sarei fuggita come un razzo, ma ero completamente nuda, con le sole infradito a fiori ai piedi, dentro una stanza chiusa a chiave.
L’uomo possedeva un cazzo tozzo, non molto lungo ma grosso che, già balzotto, sbucava fuori dalla folta peluria.
“Fammi quello che stavi facendo a lui, su frocetto, usa quella bella boccuccia”.
Ero di nuovo in ginocchio, lui si era seduto sul bidone che aveva tirato giù dal carrello, glielo presi in mano ed abbassai la testa.
Il porco puzzava di sudore rancido, il suo cazzo ancora di più, all’odore del corpo si sommava quello di innumerevoli pisciate e della scarsa pulizia, era carico, ora ce l’aveva durissimo, eccitato forse più dalla mia repulsione e dalla mia paura che dal mio corpo.
Dovetti aprire completamente ala bocca per farlo entrare.
“Succhia fighetta, leccalo, lavalo per bene che è un po’ che non faccio il bidet… ah ah ah!”
L’uomo rideva, mi aveva appoggiato una mano sulla testa, con l’altra mi accarezzava il collo e la schiena.
Gli altri due ragazzi guardavano, come ipnotizzati, masturbandosi perché la situazione li stava eccitando.
Questo lo gasava: “Vi piace eh! La sistemo io femminuccia… “, me lo spinse in gola, fino in fondo.
Ebbi un conato di vomito e mi tirai via, alzandomi in piedi tossendo.
“E no carina, ora devi farmi venire. Ora ci penso io.”
Prendendomi per i fianchi con le mani robuste strinse come una morsa, mi tirò verso di se, facendomi sedere inizialmente sulle sue ginocchia pelose.
“Gliel’avete fatto il culo al fringuellino qua? A parte che se anche gliel’avete fatto non c’è paragone fra il mio cazzo ed i vostri pisellini” Rise ancora sguaiatamente.
“No, lascia perdere non glielo mettere nel culo, non l’ha mai fatto, gli fai male” adesso i miei due amichetti sembravano piuttosto preoccupati ed erano passati dal lei al tu.
“State zitti, altrimenti ve lo faccio anche a voi il culo” sibilò mentre si sputava sull’uccello.
Mi spostava come un fuscello, mi afferrò da dietro per le cosce, tirandomi su le ginocchia verso il petto, in questo modo il buchetto vergine era aperto e facilmente raggiungibile.
Io sapevo appena cosa fosse “fare il culo” ma non ne ero pienamente consapevole, fino a quel momento.
Reggendomi in quel modo mi fece scendere verso il suo cazzo, che appoggiò un momento allo strettissimo pertugio.
Spinse col bacino e senza la minima preparazione pretese di penetrare. Inizialmente vi fu una certa resistenza poi la cappellona si fece strada per qualche centimetro.
Un fuoco, una lama incandescente.
Iniziai a piangere e lui muovendosi avanti e indietro: “Shhh, poi ti passa, ti abitui”.
“Ti prego, mi fai troppo male. Te lo succhio, te lo lecco, ti bevo tutto, tutto quello che vuoi, ma levalo!”.
Lo stavo implorando mentre mi scendevano i lacrimoni.
Lui continuava a muovere me ed i suo cazzone, andando sempre più dentro. Mi lamentavo come una pazza.
“Uffa come strilli! Va bene, dai, finisci con la bocca”.
Mi alzò su e lo tirò fuori, poi mi depositò ai suoi piedi.
Restai ferma qualche istante, il dolore non mi permetteva di muovermi.
“Datti da fare, non ho tutto il giorno”.
Di nuovo in ginocchio lo ripresi in bocca, oramai non ne sentivo quasi più il sapore, di certo non migliorato dall’escursione nel mio culo.
Mentre lo succhiavo domandò come ci chiamavamo e dove abitavamo e come fessi Lucio e Maurizio glielo dissero.
“Mi raccomando, se raccontate a qualcuno di oggi vengo a casa vostra con i miei amici delinquenti. Stupriamo le vostre madri, vi inculiamo poi ammazziamo tutti”, ci minacciò in quel modo.
Dovetti leccargli le palle, sotto, sopra e tutto attorno.
Poi me lo fece appoggiare alla labbra e stare lì con la bocca aperta, dovetti masturbarlo fino a sborrare, quando me la schizzò tutta in bocca. Sembrava un litro.
“Bevi! Butta giù tutto, se ne esce una goccia la lecchi per terra!” con qualche sforzo riuscii a farlo, deglutii e mandai giù.
“Quasi quasi vi lascio chiusi qui, così quando ho voglia torno, questa volta lo inculo, non mi tiro indietro, magari anche voi, ah ah ah” rivolgendosi a Lucio e Maurizio.
“No, dai, sua madre ci sta aspettando, viene fuori un casino” disse Maurizio indicandomi mentre mi rivestivo.
Ci fece uscire e scappammo via di corsa.
Riuscimmo ad andare nel bagno più vicino, dove vomitai la sborra dell’energumeno e mi sciacquai il culo che mi bruciava sempre come se ci fosse dentro un tizzone ardente.
Ero arrabbiatissima seppure consapevole che i miei amichetti nulla avrebbero potuto contro quel tipo, solamente che mi avevano usata per limitare i danni.
In compenso mi pagarono il gelato.
Mia madre mi disse che mi trovava piuttosto strana, gli dissi che avevo vomitato, forse per l’aria condizionata troppo forte. Mi rimproverò perché, comunque, avevo mangiato il gelato.
Nel corridoio incrociammo l’orso peloso che spingeva il suo carrello, mi strizzò l’occhio, io risposi al saluto, il buchetto infuocato ebbe un sussulto.
Dopo quanto accaduto al centro commerciale la vita riprese il suo corso normale.
Andai al mare con mia madre, fu un tripudio di costumini, parei, abitini corti, canottierine ed invisibili gonnelline.
Sculettavo felice sulla spiaggia.
Fu lì che imparai a nascondere il mio pistolino fra le gambe in modo che con le mutandine del costume non si notasse.
Io mi ritrovavo a guardare i ragazzi e le ragazze, tutti ovviamente seminudi, con uguale turbamento.
I primi perché sapevo come erano fatti e come avrebbero potuto usarmi per il loro piacere, le seconde perché erano belle, nonostante non fossi una di loro dovevo e volevo fare di tutto per diventarlo.
Aldo, il compagno di mia madre, ci raggiunse.
Questo, quando si era accorto che la bella ragazzina che lei si portava dietro con orgoglio era, in realtà, un ragazzino, aveva provato a farla desistere dal suo progetto, poi, siccome pendeva dalle sue labbra (mia madre era veramente una donna di classe) fece di tutto per aiutarla.
Lui era un importante dirigente amministrativo nell’ambito della sanità, conosceva un sacco di medici.
In particolare uno di questi che aveva la fama di essere senza scrupoli, molto bravo ma attaccato al denaro ed un po’ depravato.
Al ritorno dalle vacanze lui e mia madre mi portarono nel suo studio, il medico mi fece spogliare completamente e mi visitò, scattò delle foto, poi disse loro che intervenendo così presto si sarebbero senz’altro ottenuti dei risultati importanti, quindi mi prescrisse delle pilloline che, però, andavano assunte sotto stretto controllo medico e frequenti analisi. Consigliò che per le visite seguenti venissi accompagnata dal solo Aldo che poteva lasciarmi lì mentre svolgeva le sue commissioni, così non avremmo dato nell’occhio. Nel frattempo mi fece l’occhiolino sorridendo a trentadue denti e mi scattò un altro paio di foto.
Quando gli fu chiesto a cosa servivano le foto lui asserì che erano necessarie per seguire i progressi che ci sarebbero stati.
Iniziai ad assumere le pasticchine, continuando a tirare seghe a Maurizio e Lucio ed a succhiargli in cazzo.
Ero diventata piuttosto brava, sia con le mani che con la bocca. Succhiavo, leccavo e spesso ingoiavo, adesso non mi faceva più schifo niente, la puttanella imparava.
Avrei potuto tirare seghe e pompini a chiunque senza problemi.
In quel periodo conobbi Gregorio, che si aggiunse ai miei fidanzatini e paradossalmente sarebbe diventato il più importante ed il più grande dei tre.
Si trattava del figlio di un collega di Aldo col quale uscivamo ogni tanto, che me l’aveva fatto assaggiare la prima volta durante una cena a casa sua.
Era successo che mentre i genitori si trattenevano a conversare, questi gli avevano chiesto di dedicarsi a me e lui, gentilmente, mia aveva portato in camera sua dove teneva ancora la playstation.
Gregorio era piuttosto carino, alto e con un bel fisico, chiaramente come tutti lì era convinto fossi una femmina e nonostante la differenza d’età ci provò, forse perché anche se ero piccola gli avevo dato inconsapevolmente l’impressione di una che ci stava, una troietta. Infatti mi ero accostata a lui, seduta in maniera scomposta sul suo letto, avevo tirato su le gambe abbronzate ed avevo le cosce di fuori e tanto per cambiare, le culottes pizzose in bella vista.
Osservò la scena, mi appoggiò la mano sulle gambe nude, poi disse che ero carina e mi domandò se anch’io lo trovavo carino. Io risposi di si.
In effetti era proprio un bel ragazzo.
Allora si avvicinò per baciarmi, lo lasciai fare e ci scambiammo un paio di bacetti sulla bocca, poi lui azzardò la lingua, quando si accorse che avevo socchiuso le labbra e che, già pratica, collaboravo attivamente si infoiò.
“ Baci bene!”
“Beh… si, col mio amichetto…”.
Allora mi chiese di sfilare le mutandine: “Chissà che bella passerina che hai! Dai, fammela vedere”
Arrossendo, gli risposi che era meglio di no. Lui insisteva, allora gli dissi che non potevo fargliela vedere perché non ce l’avevo.
Anziché desistere a questo punto lui si incuriosì e divenne veramente insistente, praticamente mi costrinse ad abbassare le spalline dell’elegante tubino svasato che indossavo, farlo scivolare via ed a calare le mutande.
“Porca vacca, hai il cazzo, sei un maschio! Ho limonato con un maschio, non ci posso credere!” Come sempre piagnucolai, mi scusai e dopo lo supplicai di non dirlo a nessuno. In effetti ero stata catechizzata in questo senso, ovvero mi era stato raccomandato, anche dal medico che adesso mi stava seguendo, di non dire a nessuno quello che stava accadendo, altrimenti ci sarebbero state delle gravi conseguenze per mia madre.
Non si adirò, ne mi insultò anzi: “Però non lo sembri proprio. Sei bellissima… Okay, io mantengo il segreto, però facciamo una cosa” ed a quanto pareva gli andavo benissimo così com’ero, si mise una mano sul pacco poi: “Me lo tocchi un po’”.
Quello, per me, ormai indirizzata sul percorso per diventare una grande troia, era proprio il male minore, l’importante era che stesse zitto.
“Io faccio come vuoi se mantieni il segreto, anche in famiglia. Giura”.
“Giuro” rispose Gregorio, mi baciò ancora e mi leccò i capezzoli poi: “Hai mai toccato qualcuno?”.
Io non risposi. Gregorio era seduto sul letto, io mi accomodai a fianco davanti a lui, in ginocchio sopra il cuscino che avevo fatto cadere a terra.
Già questa operazione lo colpì, perché si vedeva che non era certo la prima volta che mi abbassavo davanti ad un maschio.
Se l’era tirato fuori, lo presi in mano, feci colare della saliva sulla cappella e iniziai a masturbarlo lentamente.
Un cazzo lungo e nervoso, venoso, durissimo. Gregorio ansimava e gemeva: “Ahh… Vale, certo che le sai fare le seghe… Uhh… ma a chi le hai già tirate?” per sommi capi gli raccontai di Maurizio e Gregorio.
“Ganzi i tuoi amici, ti hanno insegnato proprio bene… dai continua… così… “ poi mi fece ancora delle domande: “Ma certo che anche tua madre è strana… vuol fare di te una femmina… ah… dai… dai… bravo… scusa, brava… accarezzalo… ma tu sei d’accordo?”.
“Si, sono d’accordo, lei è la mia mamma” risposi.
“Mhhh… che manine morbide… ma ti piace il cazzo? ah…”.
“Mi piace far godere i miei amici”.
A dimostrazione di quello che stavo dicendo, tirai giù la testa e con la bocca aperta mi accostai a quel coso pulsante, c’era in cima una gocciolina sulla quale appoggiai la lingua prima di farlo entrare.
“Oddio… ma fai già anche i pompini… ahhhhh…. Mamma mia che zoccoletta che sei! Scusa non volevo dirlo… però… Uhh… siii… succhia…”.
Per concludere in bellezza, anche perché così eccitato non ci mise molto a finire, mi feci sborrare in bocca facendogli vedere che mandavo giù tutto.
Dopo restammo ancora un po’ lì a chiacchierare. Mi raccontò che gli avevano già fatto dei pompini e che, tutto sommato, visto che io ero agli inizi ci sapevo già abbastanza fare.
Mi chiese anche cosa si provava ad essere come me, io risposi che non provavo nulla, che ero cresciuta così e che mi sentivo una femmina in tutto e per tutto, mi piacevano i ragazzi, le Barbie ed i vestitini eleganti, però avevo il pisello e comunque me lo tenevo stretto.
Il tempo trascorreva veloce, io prendevo le pilloline e mentre crescevo il mio corpo, grazie a queste, cambiava ma in maniera diversa rispetto ai veri maschi. Mi ero arrotondata, non c’era un pelo a pagarlo oro, solo un minuscolo ciuffetto chiaro e civettuolo sul pube, avevo messo un po’ di adipe nei punti giusti, sui fianchi e sul culo, ed avevo due belle tettine, due piccoli coni con un appetitoso capezzolo in cima che nulla avevano da invidiare a quelli delle mie coetanee. Erano spuntati i primi reggiseni, misura zero ma comunque pizzosi e sexy.
L’unica cosa che non cresceva era il mio pisellino che, anzi, sembrava rimpicciolire.
Anche i tratti si erano ulteriormente femminilizzati, così come le movenze e la boccuccia a cuore completava l’insieme.
Rividi Gregorio dopo circa un anno, non c’era stata più occasione perché Aldo ed il suo collegai, al lavoro in sedi diverse, non avevano avuto più modo di ritrovarsi. Avevo saputo che era fidanzato e pensavo che non gliene sarebbe fregato più nulla di me.
Mi sbagliavo.
Ovviamente nel corso di quell’anno avevo fatto godere molte volte Maurizio e Lucio, ero sempre più brava anche se mi ero fatta anche delle amiche femmine, con una di loro, Sara, che sarebbe diventata la mia migliore amica, mi ero anche confidata ed era al corrente del mio segreto. Con lei, che si era arrapata per la mia situazione, “lesbicavo”, avrebbe avuto un ruolo importante nel proseguo della mia carriera di puttanella, ma questa è un’altra storia.
Ma torniamo a Gregorio.
Avremo trascorso alcuni giorni tutti assieme, nel grande casolare di Aldo. Era una fattoria nella campagna toscana che apparteneva alla sua famiglia, composta da vari edifici.
Ci salutammo calorosamente, Gregorio mi abbracciò: “Accidenti che figa che sei diventata, Valentina!” mi sussurrò nell’orecchio. Io, probabilmente, arrossii, lusingata e felice. Mi toccò furtivamente il culo, infilandosi per un attimo sotto la gonna. Mi si strinse lo stomaco e mi venne subito voglia di stare da sola con lui.
Quella sera non ci riuscimmo.
Sarebbe successo presto.
La sua ragazza non c’era, lui stesso mi avrebbe spiegato che aveva praticamente scelto lui quel periodo, perché lei dove a andare in Inghilterra con i suoi.
Il giorno dopo faceva un gran caldo, avevamo mangiato tutti assieme e dopo pranzo mi ero stesa sopra il vecchio divano del salone, l’afa consigliava di non muoversi, era il momento della pennicchella e tutti dormicchiavano qua e là.
Tutti tranne Gregorio, che mi teneva d’occhio. Infatti, ad un certo punto, mi fece cenno di seguirlo, con la testa e solamente muovendo le labbra mi disse “Andiamo”.
Mi alzai e con noncuranza mi avviai verso l’uscita.
“Ma dove vai con questo caldo?” mi chiese mia madre, che riposava sopra una poltrona lì accanto.
“Faccio un giretto qui attorno con Gregorio, cerchiamo un posticino fresco” risposi.
Lei annui e si assopì, non potendo neppure immaginare cosa volesse dire per noi “fare un giretto”.
Ma io e lui sapevamo già dove andare. Un edificio dietro le stalle era occupato dal vecchio appartamento del fattore, ora disabitato.
Ci procurammo la chiave, fu facile, era attaccata ad un gancio assieme alle altre, del resto nessuno ci avrebbe fatto caso.
Avevo addosso il microscopico copri costume a fiorellini che mi ero comprata al mare, di cotone, fine fine che esaltava le appuntite tettine, con due fili come spalline ed il bel culetto rotondo che spuntava fuori per metà.
Appena girato l’angolo della grande aia, Gregorio mi avvolse le spalle con il braccio che poi fece scivolare sulla schiena, fino ad intrufolarsi con la mano sotto il minuscolo straccetto fin dentro le mutande.
Ebbi un moto di sorpresa, innegabilmente piacevole, quando mi spinse un pochino il dito dentro al buchino, mentre mi baciava l’orecchio.
Dal quel giorno al centro commerciale più nulla era entrato nel mio culo.
Entrammo nella vecchia casa e Gregorio pensò bene di richiudere a chiave, la esplorammo un attimo, trovammo subito la camera da letto principale. Al centro torreggiava un alto letto in ferro battuto, ottocentesco, di quelli con la testata dipinta.
Tirai via il telo che copriva i materasso, mi arrampicai subito sopra e mi spogliai.
“Cazzo, quando ti ho visto non ci potevo credere, hai il culo più rotondo di Martina (la sua ragazza). E hai le tette. Piccole ma belle… ma come può essere?”
“Ti piacciono?” feci io, civettuola, senza spiegare niente.
“Certo che mi piacciono”, me lo dimostrò subito, infatti si avventò sui capezzoli e cominciò a leccarli ed a succhiarli. Si era già spogliato anche lui ed il bel cazzo, che mi sembrava ancora più grosso e lungo dell’ultima ed unica volta che l’avevo visto, penzolava giù ma già si stava inturgidendo.
Era giovane ma era già un amante scafato, si vedeva che aveva già avuto delle esperienze.
Poi, inaspettatamente, andò giù, mi leccò la pancia e l’ombelico, si avvicino al mio fringuellino che, sebbene non fosse più grande di un rossetto, era durissimo.
Lo prese timidamente in bocca e fece su e giù, poi si staccò per alcuni istanti per dirmi che a Martina leccava regolarmente la figa, ma anch’io, carina e dolce come ero, lo meritavo e quindi voleva darmi piacere come faceva con lei, avevo il pisello e lui si dedicava a quello. Ero felice che ragionasse così, veramente un tipo figo (forse era una scusa perché gli piaceva anche un po’ succhiare il cazzo, da quel giorno lo fece ogni volta che stavamo insieme, ma andava bene lo stesso).
Andò avanti con la bocca ancora un pochino, nel frattempo si era bagnato un dito e delicatamente me l’aveva infilato nel culo. Godevo, come mai avevo goduto, una sensazione nuova e strana, a sentirmi succhiare e penetrare così, dolcemente.
Ora toccava a me, a cavalcioni sulle sue gambe lo masturbavo lentamente, poi mi sdraiai in fondo al letto in modo da aver il suo cazzo davanti alla faccia e presi a succhiarlo e leccarlo.
Lui, però, si allungò, mi prese sotto le ascelle mi tirò verso si lui, mi infilò un metro di lingua in bocca e poi: “Sai Valentina, mi piacerebbe fare all’amore con te, certo, anche così è bello ma vorrei… beh… vorrei…”
“Vorresti mettermelo?”.
“Emh… si…, ma tu non l’hai mai fatto, vero?” mi chiese guardandomi negli occhi.
Dalla mia espressione si accorse che qualcosa non andava: “Okay, scusa, come non detto”.
“Anch’io lo vorrei fare, però…” gli raccontai dell’energumeno al centro commerciale. Di come mi aveva fatto male, che avevo un po’ paura. Che da allora provavo un sorta di rifiuto per le inculate, i miei amici ci avevano provato ma io, anche se in realtà avrei voluto farlo, mi ero sempre rifiutata, spaventata da ciò che avevo provato quel giorno.
“Dovevi denunciarlo quello stronzo. Dai, non guardarmi così, con quegli occhioni tristi… non ti farò male, te lo prometto, sarà bello. Devi superare la cosa se vuoi essere una vera ragazza” Mi baciò ancora, adesso ero veramente creta nelle sue mani.
La camera era fresca, lì si stava bene, ci baciammo ancora poi io da sola e senza che lui dicesse nulla mi misi, tremante, sulle ginocchia, alla pecorina. Lui era dietro, si sputò sulle dita, non avevamo altro lubrificante, prima me ne infilò dentro uno, poi, quando questo si era fatto strada ne infilò piano piano anche un altro. Provavo un leggero dolore ma una cosa da nulla, mi piaceva, la ghiandolina rispondeva perfettamente, nonostante le pilloline. Li mosse per un po’ avanti e indietro fino a farli scorrere abbastanza facilmente.
Li tirò fuori lentamente, sputò sul buco, avvertii qualcosa di decisamente più grosso che tentava di forzare l’apertura.
Trattenevo il fiato e rilassavo i muscoli anali, spingendo leggermente, come per cagare. Mi venne così, istintivamente come se lo avessi sempre fatto.
Fremente come una sposina la prima notte di nozze mi sentivo pronta, un ragazzo che mi piaceva davvero stava prendendo la mia verginità, l’approccio del ciccione schifoso non contava, questa era la mia vera prima volta.
Entrò.
Lentamente si fece strada, bruciava, ma sopportabile, lui ansimava leggermente, come me, e mi parlava: “Brava, amore, piano piano, vedi che è bello, se non ti va più dimmi basta”.
Faceva avanti e indietro, ogni volta più profondo. Ora gemevo, in realtà mi aveva fatto male ma adesso stava passando ed era veramente bello, lo volevo, in quel momento avrebbe potuto farmi tutto quello che desiderava. Ero sua.
“Ahhh…. Che bello…. Oddiooooo…. Ahhhhh!” Venni quai subito, strillai, il primo vero orgasmo della mia vita, un rivoletto di liquido biancastro usciva dal mio cazzettino, sporcando il letto.
“Hai visto Valentina! Hai goduto, ti è piaciuto!” gridò lui.
Ora mi sbatteva prepotentemente, sbatteva col ventre sulle le chiappe, ciack ciack! fuori dentro, fuori dentro, fuori dentro, ero una giovane puledra cavalcata senza freni.
Il dolore era piacevole, voluto ed accettato.
Venni ancora, io non lo sapevo ma da quel giorno sarei venuta quasi solamente in quel modo, con il culo.
L’orgasmo più potente arrivò quando lui mi sborrò dentro, fu bellissimo avvertire contemporaneamente Gregorio che si scaricava dentro di me, il suo seme nel profondo.
Pochi ma importanti schizzettini dal cazzo, ora moscio perché il piacere nasceva dall’interno, come una vera femmina. Sarebbe stata la mia fregatura, anche per il futuro, orgasmi multipli, anche più volte nel corso della stessa scopata, che quando terminava mi lasciava sfinita. Avrei finito con farmi sbattere come una cagna, inculata di continuo, da chiunque lo desiderasse, alla ricerca di quel piacere continuo così potente…
Una tipa facile facile. Una prostituta.
Non contemplai mai la masturbazione solitaria, segarsi era troppo da uomo.
Restammo lì sul letto abbracciati, io glielo presi in mano mentre ci baciavamo ed in breve fu di nuovo duro.
Scopammo di nuovo, questa volta ero sulle schiena con le gambe su e lui mi guardava negli occhi mentre pompava. Si muoveva lentamente, per gustarsi meglio il momento, senza smettere di baciarmi.
In quella posizione andava ancora più profondo, premeva da qualche parte, ancora lì dentro non ero ovviamente abituata completamente. Cazzo! Provavo dolore nel punto dove colpiva la cappella ma non dicevo nulla e la mia espressione un po’ sofferente lo eccitava ancora di più.
Nonostante tutto eccitava anche me guardare la sua faccia mentre mi inculava, questo superò il dolore e venni un’altra volta, quasi piangendo.
Lui, invece, restò nel mio culo per parecchio tempo, non finiva mai. Oramai non sentivo più il dolore, il cazzone si era fatto spazio, la curva del retto si era adattata e sarebbe rimasta per sempre così.
Venne ansimando come un toro, ancora dentro, mi crollò addosso e restò lì. Eravamo appiccicati dal sudore.
“Cavolo, Valentina, non avrei mai immaginato, che uno, cioè una, potesse venire così tante volte, solo col culo!”.
Finalmente si rialzò, ci ricomponemmo alla meglio ed uscimmo fuori.
Mentre camminavo mi tremavano le gambe.
I familiari ci stavano cercando per una passeggiata nell’antico paese vicino.
Mia madre, trovandomi particolarmente allegra, mi chiese dove eravamo stati. Io dissi la verità, rispondendo che eravamo entrati nella casa del fattore, che c’era fresco e ci eravamo riposati sul lettone.
Ci fu un inconveniente perché dovetti correre in bagno, sentivo la sborra che mi usciva dal culo e mi colava sulle gambe, era usa sensazione che mi piaceva, da femmina fidanzata, coperta dal suo uomo, ma dovevo porvi rimedio altrimenti non sarei potuta andare in giro.
Restammo lì ancora alcuni giorni. Ogni occasione fu buona per farmi inculare, infrattati dove capitava. Andavo a cercarlo e lo volevo dentro. Anche durante le frequenti gite, nei bagni dei posti dove ci fermavamo e bere ed a mangiare. Gli facevo qualcosa, qualsiasi cosa, però adesso lo volevo sempre dentro, troppo bello, non mi bastava più succhiarlo o segarlo.
Rischiammo anche, perché la notte io mi intrufolavo nella camera dove dormiva Gregorio, fortunatamente da solo, mi sbatteva a bestia fino al mattino, ci avrebbero potuto beccare in qualsiasi momento.
Veniva sempre più di una volta, in culo ed in bocca. In questo caso lo tirava fuori un attimo prima di sborrare, me lo facevo spingere in gola, incurante del fatto che mi fosse entrato nelle viscere e mandavo giù tutto.
In seguito sarebbe stato complicato incontrare Gregorio, in città ogni tanto mi sarebbe venuto a prendere in macchina, di nascosto, mi scopava, ma sarebbero stati momenti piuttosto rari, arrivai a pregarlo di farsi vedere più spesso, ma mi disse che era difficile.
Per me ogni volta sarebbe stata una festa.
Con Gregorio avevo sfatato il tabù del culo e mi era piaciuto tantissimo, da quel momento, ancora non lo sapevo, non mi avrebbe fermato più niente. Era nata una sorta di smania che mi divorava, che mi avrebbe fatto diventare una maialina indemoniata e che non sarebbe mai passata, una ninfomane del culo che per me avrebbe rappresentato veramente l’organo sessuale principale.
Telefonai io stessa a Maurizio, in quella fase, con gli ormoni in subbuglio avevo voglia, un cosa che mi faceva impazzire di desiderio, un farfallio allo stomaco che non capivo. Siccome Gregorio non si faceva sentire ed io non mi masturbavo dovevo trovare uno sfogo, gli dissi che quel pomeriggio fino a tarda sera sarei stata sola in casa, mia madre era fuori con Aldo e noi potevamo “giocare” un po’. Mi informò che era in compagnia di Lucio, dovevano andare al negozio di articoli sportivi a provare le scarpe da calcio, io risposi che non c’erano problemi, potevamo fare in tre come sempre.
Maurizio era un po’ interdetto perché generalmente erano loro che organizzavano la cosa, però anche felice ed arrapato perché era passato del tempo dall’ultima volta che ci eravamo visti ed aveva voglia di sborrare.
Mi passò Lucio al telefono, al quale, più porco dell’altro, dovetti dire che ero troia ed avevo voglia di cazzo e non vedevo l’ora che arrivassero a casa mia, che li avrei aspettati in mutande e con la bocca aperta. Questo li divertiva, la principessina che diceva quelle cose era veramente arrapante, mise il viva voce ed entrambi sghignazzavano. Mi obbligò a farlo, in caso contrario minacciò che non mi avrebbero fatto visita (non era vero ma lui me lo fece credere) ed io, invece, quel giorno volevo il loro cazzo ad ogni costo.
Dopo alcuni minuti Maurizio mi richiamò: “Sai, Valentina, purtroppo non siamo soli. C’è un altro della squadra che deve venire con noi… di vista lo conosci, l’hai visto giocare (alcune volte ero andata a vedere la partita) è quello marocchino, Ahmed”.
“Non c’è problema, porta anche lui”, il ragazzo rimase alcuni istanti senza parole, era un’idea perversa che era venuta a lui ed a Lucio quella di farmi andare col ragazzo scuro e che sapevano ben dotato, ma pensava che avrei fatto storie. Anch’io ero sorpresa da quello che avevo appena detto, però non desistetti, infatti: “Ma sei sicura?” fece lui ed io: “Certo che sono sicura, ci vediamo dopo”.
Mi resi conto che mi ero comportata proprio come una piccola puttana, ero talmente arrapata che lo avevo invitato a portare con se un ragazzo che praticamente non conoscevo, col quale avrei dovuto mettere in pratica le stesse cose che facevo con lui e Lucio.
Anzi, questa volta ci sarebbe stato di più, lo volevo nel culo, però avrei dovuto darlo a tutti e tre.
Dico letteralmente “dare il culo” perché mentre con Gregorio era diverso, facevamo all’amore, mi prendeva come la sua fidanzata, gli altri mi avrebbero scopata senza alcun scrupolo o ritegno. Il gioco si faceva pesante, del resto una che va con tre maschi tutti assieme non può aspettarsi altro che essere coperta come una cagnetta. Questa sarebbe diventata una cosa piuttosto frequente, per loro un grande divertimento mettere in pratica queste ammucchiate, usare come sborratoio la sofisticata principessina che vestiva come una bambola, insospettabile troia. Andando avanti gli incontri multipli divennero un’abitudine, portarono altri amici, anche più di uno ogni volta, io mi non tirai mai indietro. Questi impararono a cercarmi anche a prescindere da Maurizio e Lucio, la mia fama di puttanella assatanata si allargò.
Volevo solo il cazzo.
Forse tutta questa smania, il subbuglio ormonale, nasceva dalle pillole che assumevo.
Nell’attesa indossai il completino intimo col piccolo reggiseno imbottito che mi piaceva tanto.
Mi spazzolai i capelli e ci infilai un cerchietto bordeaux, usai il rossetto di mia madre ed il mascara sulle ciglia. Ai piedi le sue décolleté col tacco dieci a stiletto, che mi stavano appena lunghe, solo una misura.
Forse, in realtà, per me era anche un gioco, a tutte le ragazzine piace infilarsi le cose della madre.
Elegante anche così.
Il look da vera, piccola, battona.
Andai ad aprirgli la porta con l’accappatoio che copriva tutto, non volevo che qualche passante mi vedesse così conciata, appena richiusi la porta mi voltai verso di loro e lo feci scivolare giù, con una mossa che pensavo fosse da vamp civettuola.
“Accidenti, che fighetta!” esclamò Ahmed, ma anche gli altri due, che pure mi avevano già vista nuda e vestita, apparvero piuttosto sorpresi.
“Quando ti ho incontrata al campo non mi avevi fatto questa impressione” continuò.
Era a suo agio, aveva l’aria di uno scafato, dei bei lineamenti, la pelle olivastra. Non era affatto male.
Maurizio mi domandò: “Lo sai, Valentina, che devi farci godere tutti e tre?”. Io annuii.
Certo che lo sapevo.
Lucio andò avanti con il gioco che aveva iniziato al telefono: “Dicci che vuoi i nostri cazzi… anzi, mentre lo dici tiraceli fuori”
Io giocavo volentieri, completamente calata nella parte: “Si li voglio, cavalieri datemi i vostri cazzi e la vostra sborra, sono la vostra sguattera”, mi avvicinai, mi inginocchiai e gli slacciai i pantaloni, glieli calai assieme alle mutande, poi lo feci con gli altri due.
Ora lì davanti a me c’erano questi cazzi penzolanti, mi soffermai a guardare quello di Ahmed. Era proprio grosso, ma soprattutto scuro, uno di quel colore non l’avevo mai visto prima.
Allungai le mani per toccarle però, Maurizio: “Sei la nostra serva quindi vai a prenderci da bere, dai, sbrigati!”.
Incespicando sui tacchi corsi in cucina, presi una bottiglia di bibita assieme a tre bicchieri e tornai di là.
Ahmed protestava, diceva che lo avevano portato lì per scopare non per bere.
Gli altri due gli spiegarono che bisognava giocare un po’, così era più bello ed io ero contenta.
Generalmente mi piacevano queste cose ma quel giorno ero come Ahmed, volevo scopare.
Fu proprio lui a prendere l’iniziativa: “Basta con queste stronzate, dai, puttanella, vieni qui, tieni!” ce l’aveva in mano e praticamente me lo porse.
Glielo afferrai subito , poi tutti e tre si buttarono seduti sul letto, io mi ritrovai accovacciata.
“Su, servetta, lava il cazzo ai tuoi padroni!” ordinò Lucio con tono di comando.
Tirai fuori la lingua, una perfetta cagnolina, iniziai a leccargli il cazzo, a tutti e tre, in cima, sotto, sopra, le palle, tutto attorno. Li spostavo con le mani, per arrivare dappertutto.
Il cazzo di Ahmed, per confermare gli stereotipi sui ragazzi di colore, era veramente grosso. Era circondato da peli neri e riccioluti, il corpo, però quasi glabro.
Però, accucciata, mi si allargava il culo, mi prudeva e mi ritrovai a fantasticare su una serie televisiva, una puntata nella quale, dopo aver vinto l’assedio, i soldatacci entravano in città e si scopavano a forza tutte le femmine che trovavano. L’avevo vista da sola in camera mia e già mentre la guardavo mi ero eccitata immaginando di essere una di quelle.
Mi ero trastullata col pisellino, ovviamente non mi ero fatta una sega, però mi ero stuzzicata il buchino con un dito.
Immedesimata nella parte mi tirai su, mi piegai sul letto, spostai da una parte il filo del perizoma, mentre mi allargavo le chiappe con le mani.
“Prendetemi nemici crudeli, fate quello che volete!”.
I tre sobbalzarono, soprattutto Maurizio e Lucio, dopo la storiaccia al supermercato non gli avevo mai voluto dare il culo, nonostante me l’avessero chiesto parecchie volte.
Mi preoccupava un po’ il tarello di Ahmed, anche se con Gregorio mi ero abbastanza allenata, loro non ne sapevano nulla.
“Ahh! Oggi lo vuoi dentro… era ora, bello farti il culetto!” esclamò Lucio, che fu il primo ad appressarsi.
“Si, ma fai piano” risposi, preoccupata dalla sua irruenza.
Il ragazzo sputò sulla cappella, l’appoggiò all’orifizio e spinse con forza, vrooom! Tutto d’un colpo, fino in fondo. Inizialmente mi fece un male cane.
“Ahi! Fai piano, piano!”.
“Zitta schiava!” fece lui ansimando e pompando avanti e indietro senza alcuna accortezza, come fossi di plastica.
Ovviamente tutto diverso dalla delicatezza di Gregorio, ma mi piaceva lo stesso, anzi!
Infatti venni quasi subito: “Ahi… pian… ah… ahhhhhhhh!”, come ogni volta in cui lo prendevo dentro al culo.
Gli altri osservavano, come ipnotizzati, menandoselo lentamente: “Cazzo, gode come una porca…” mormorò Maurizio. Presi dalla scena non gli venne in mente di infilarmelo in bocca e cose del genere, in seguito, diventando più esperti, lo avrebbero fatto.
Lucio mi sbatteva da paura, sembrava un forsennato, quasi volesse dimostrare la sua forza agli altri due.
Però arrivò in fondo alla svelta, sborrandomi dentro gemendo.
Si tirò indietro senza pronunciare una parola. Il secondo fu Ahmed, che fece le cose con più calma. Con meno confidenza.
Forse consapevole delle dimensione del suo membro lo infilò lentamente, tenendolo in mano.
Lo sentivo scorrere dentro, centimetro dopo centimetro, largo, mi dilatava di più e faceva male, ma meno di Lucio, anche perché ora ero bagnata come una cagna, un lago.
Piagnucolavo, per il misto di piacere e dolore che provavo. Anche lui, comunque, non me ne risparmiò nemmeno un centimetro, non si fermò fino a che le sue palle non si appoggiarono alle mie.
“Brava Vale, brava” disse Ahmed dopo aver visto che era entrato completamente.
Ora mi cavalcava, galoppava, come la fantasia.
La principessina era diventata la schiava sottomessa del crudele moro dal grande cazzo, posseduta senza pietà di fronte alle truppe schierate (gli altri due), pronte a prendere il suo posto ed alle damigelle piangenti (le Barbie) destinate anche loro alla stessa sorte!
Scavava ed era molto più ritmico di Lucio, lento e regolare, mi bastò concentrarmi alcuni istanti sul movimento che venni.
E poi venni un’altra volta, non finivo mai, un deliquio.
Un grande piacere ma poche gocce di liquido uscivano fuori dal mio pistolino ciondolante.
“Non le sborrare dentro Ahmed, cazzo! Dopo ce lo devo infilare io e non mi va di nuotare nella tua sborra!” strillò Maurizio.
“Mhh… io ce l’ho messo anche se c’era venuto Lucio… Uhhh… nell’umido entra meglio… è più facile…”.
Sguish… sguish… in effetti il palo scuro sciacquettava dentro al buco, con un rumore di bagnato.
“Non mi interessa, quando sei in fondo tiralo fuori!” insistette comunque Maurizio.
Ahmed obbedì in parte, infatti lo tirò via proprio all’ultimo: “Ahhhh!”, schizzando sull’orifizio aperto, in quel momento una tana, nel solco e sulle chiappe. Si stese da una parte, piuttosto provato.
Ora toccava a Maurizio, che anche se un po’ contrariato dal mio deretano così imbrattato, non vedeva l’ora di incularmi anche lui.
Ora toccava al fido scudiero, al quale il re conquistatore aveva concesso di prendermi davanti a tutti.
Io ero abbandonata su letto, lui mi salì letteralmente sopra, stendendosi, mi penetrò facilmente e prese a montarmi.
Un rapidissimo su e giù.
“Era tanto che volevo scoparti Valentina, da quel giorno al centro commerciale, quando quello te lo ha messo un pochino” mi disse queste cose nelle orecchie, sbuffando.
Mi piaceva avere Maurizio dentro, ce l’aveva appena più piccolo degli altri ma era piacevole e lui era stato il primo a cui avevo toccato il cazzo, adesso era nel mio culo.
Mentre pensavo questo sentii arrivare l’ennesimo orgasmo, ora non ne potevo veramente più.
“Ihhhhhhhhhh!” Gridai mentre le onde del piacere dalle mie interiora si dipanavano fino al cervello.
Maurizio si fermò spaventato ed io: “No! Dai, ancora! muoviti, sbattimi, finisci!”.
Allora riprese a trapanarmi e finalmente eiaculò mugolando, colmandomi l’intestino.
Io non avevo la forza di muovermi. Neppure lui che rimase lì disteso sopra di me.
Fu Lucio a spingerlo via, io non battei ciglio, ero distrutta.
Stesa sualla pancia, le gambe aperte, larghe, un rivolo di sperma usciva dal buco spanato in bella vista.
Poco dopo mi rialzai e tornai ad essere la principessina civettuola: “Vi è piaciuto, ragazzi?”
“Si, tantissimo”, risposero tutti e tre.
Mi diressi verso il bagno dove mi diedi una sommaria ripulita.
Sculettando tornai da loro e poco dopo li spompinai tutti e tre, ingoiando tutto quanto con fare altezzoso, era tornata la solita, insaziabile, principessina troia.
La sera la mamma e Aldo mi domandarono se era arrivato Maurizio: “Si mammina, è “venuto” con i suoi amici, sai, abbiamo giocato alla play e mi sono divertita, anche loro si sono divertiti. Sono contenta. Sono stata brava, gli ho offerto una bibita e poi tutto il resto e all’ultimo ho bevuto anch’io”.

 

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