Lucy – Lockdown blues (4)

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Lucy – Lockdown blues (4)

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Dopo quell’esperienza sconvolgente restammo a lungo in silenzio, finchè decisi di prendere finalmente la guida di questa situazione che si era venuta inaspettatamente a creare.
Ovviamente era innegabile che, per quanto anomalo e inaspettato, ciò che era successo era piaciuto sia ai miei compagni che a me, e che sarebbe stato ipocrita sostenere la teoria del “non succederà più”, specie considerando che saremmo rimasti segregati tutti insieme in quel piccolo alloggio per chissà quanto tempo ancora.
Vennero pertanto poste due Regole maestre: la prima, secondo cui “ciò che succedeva nell’alloggio rimaneva nell’alloggio” e quindi nessuno avrebbe mai dovuto fare menzione di quanto era successo e che sarebbe avvenuto nei giorni a venire, sia sotto l’aspetto travestimento che, soprattutto, sotto l’aspetto sessuale. La seconda regola era invece che “nessuno sarebbe stato obbligato a fare qualsiasi cosa controvoglia”. Non ero una bambola gonfiabile a loro disposizione, ma avremmo giocato insieme solo se fosse desiderato da tutti. Ciononostante, da quel giorno, presi a vestirmi sempre più spesso da ragazza, affinando anche la mia abilità nel trucco. E se è vero che più di una volta respinsi qualche avances dei miei compagni o rimproverai chi mi palpava inaspettatamente il culo incontrandomi per casa, com’era prevedibile praticamente tutte le sere andai a dormire con lo stomaco pieno di sperma. Per i vestiti non era un problema: come sosteneva Marco, ormai la sorella si era dimenticata di quei capi, e se anche li avessimo rovinati non avremmo dovuto giustificarci.
Con i miei compagni, ormai divenuti a pieno titolo miei amanti, scegliemmo anche un nome per la mia versione “en femme”: partendo dal mio nome, Luca, optammo per Lucy, e quel buffone di Gianni volle impormi una sorta di blasfemo battesimo aspergendomi col suo sperma.
Anche quella sera ero stata impegnata a dispensare pompini con ingoio a destra e a manca, ed ora stavo ricomponendomi in bagno, davanti allo specchio, quando l’occhio mi cadde su di una spazzola per capelli dal manico arrotondato. Prima ancora di rendermene conto, ero già a quattro zampe, e nel segreto della toilette, mi ero conficcata il manico insaponato della spazzola profondamente nel culo, in cui fin dagli ultimi giochi solitari nella mia cameretta torinese non era più entrato nulla.
Grazie al sapone ero riuscito a farlo scivolare in me senza che mi facesse troppo male, anche perché oltre alla mancanza di allenamento dovevo fare i conti anche col diametro del manico, ben più consistente delle striminzite candele a cui avevo abituato il mio sfintere.
Lo facevo scorrere dentro e fuori dal culo assaporando le sensazioni che mi regalava, e un tarlo iniziava a ronzarmi nel cervello…
Nonostante il caldo, ero a letto completamente coperta dal lenzuolo, ma Marco non ci fece caso. Ovviamente non avevo freddo, ma non volevo che lui o altri, entrando nella camera, mi vedessero con addosso un piccolo baby doll nero che avevo ripescato nel famoso trolley di sua sorella. Pensai che avrei dovuto fare un monumento a quella ragazza, prima o poi!
Quando tutte le luci furono spente, e fui pressoché sicuro che tutti dormissero, scostai il lenzuolo, e alla fioca luce della luna mi avvicinai al letto di Marco. Perché Marco? Innanzitutto perché era il mio compagno di camera, e ciò rendeva il mio piano più semplice. Poi perché era il mio concittadino e quello con cui ero più in confidenza. Infine, perché nei nostri giochi avevo imparato che era quello con l’uccello più piccolo, almeno come diametro, quindi il più adatto all’importante compito di cui stava per essere investito.
Delicatamente abbassai i boxer del mio amico, scoprendo l’oggetto del mio desiderio, e inevitabilmente svegliando Marco dal sonno; il mio gesto col dito davanti alla bocca e ancor di più il mio abbigliamento lo convinsero però a mantenere il silenzio e a stare al gioco.

Mi chinai sul suo arnese e presi a baciarlo e leccarlo, sentendolo immediatamente reagire a quelle attenzioni. Non volevo però che tutto finisse, come eravamo abituati, con un pompino ed un’eiaculazione in bocca: quella sera avevo ben altri piani…
Quando lo sentii duro e rigido tra le mie labbra, infatti, smisi di succhiarlo, e mi alzai; presi dal comodino la spazzola che avevo portato con me dal bagno, e mi voltai chinandomi sul mio letto, piegata in modi da offrirgli la vista delle mie natiche, lasciate scoperte dal corto baby doll che era risalito data la posizione.
Scostai il perizoma, mostrandogli il mio ano privo di peli, e grazie alla crema idratante che avevo spalmato previdentemente nel mio buchetto, vi affondai in un sol colpo il manico della spazzola.
L’invito era chiaro e fu raccolto immediatamente da Marco. Mentre infatti mi penetravo con il manico, facendolo scorrere dentro e fuori dal mio culo lubrificato, lo sentii alzarsi dal letto e avvicinarsi, fino a che le sue mani fermarono la mia, sfilarono la spazzola dal mio retto e… oh mio Dio…
Sentii il suo uccello appoggiarsi a quel buchetto socchiuso e poi un forte dolore, che mi costrinse a stringere i denti per non urlare: la cappella di Marco era già dentro di me, e dietro a quella la sua verga stava affondandomi nell’ano centimetro dopo centimetro, fino a che sentii il basso ventre del mio amico sfiorare le mie natiche. Ce l’avevo tutto dentro!
“Piano… piano.. aspetta un attimo…” gli sussurrai, e lui rimase fermo col cazzo profondamente infilato in me, per dar modo al mio sfintere di adeguarsi a quelle dimensioni.
Poi, quando sentii il dolore scemare, fui io stessa a muovermi delicatamente in avanti, come per sfilarlo da me, e poi all’indietro per farmi penetrare nuovamente a fondo.
Il suo membro scivolava in me senza farmi più male, regalandomi una sensazione di pienezza mai provata quando affondava nel mio intestino, per poi uscire costringendo i muscoli dello sfintere a tornare alla posizione più naturale, quella di valvola per la sola “uscita”.
Marco mi prese per i fianchi e iniziò a chiavarmi con colpi cadenzati, sussurandomi apprezzamenti osceni: “Che culo che hai Lucy… è stretto e caldo come una figa… ti scopo, ti scopo tutta…”
Mi sentivo intimamente e totalmente FEMMINA, una femmina vogliosa che si offriva al suo maschio, che voleva essere scopata a fondo, che voleva essere sfondata e riempita di sperma.
Sperma che, dopo pochi colpi ancora, sentii riempirmi l’ampolla rettale mentre Marco mi stringeva i fianchi e mi portò a raggiungere l’orgasmo con lui, schizzando sulle lenzuola sottostanti, cercando di non farmi sentire dai due nell’altra stanza.
Ero stata sverginata a tutti gli effetti.
Mi rannicchiai nel letto accanto a Marco, mentre sentivo il suo sperma colare fuori dall’ano che, intanto, accennava a richiudersi.
“Marco… “
“Sì?”
“Se puoi… non farne ancora parola con gli altri… non fraintendermi, mi è piaciuto molto, ma non so se mi sento pronta a…”
“A farlo con gli altri?”
Volevo mettere subito le cose in chiaro con Marco, temendo che capisse male ciò che intendevo.
“Non pensare male… non è che voglia concederti l’esclusiva per qualche motivo… è solo che una settimana fa ero maschio al mille per cento, ora sono una femmina che ti ha appena dato il culo… ma decidere di farsi inculare da tre ragazzi ogni sera non è una cosa come bere un bicchiere d’acqua. E’ questo che intendevo quando dicevo di non sapere se ero pronta…”
“Non ti preoccupare” disse lui, attirandomi a sé.
Per un attimo ebbi l’istinto di baciarlo… di prendere le sue labbra con le mie… ma pensai che non era il caso, e mi rilassai per addormentarmi nel suo abbraccio.

 


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