Lucy – Il bungalow del sesso – mercoledì

Lucy – Il bungalow del sesso – mercoledì

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Mercoledì.

“Sììì… venitemi addosso… riempitemi di sborra!!”
La mia richiesta echeggiava nella piccola cameretta mentre Marco e Lele, dopo essersi fatti spompinare ed avermi sfondato il culo per un buon paio d’ore si apprestavano a schizzare il loro sperma da quei due cazzi che vedevo sopra di me, nodosi e lucidi di umori e di saliva.
“Toh… prendi, troia, prendilo tutto” e subito una cascata di sborra cadde sul mio viso e sul mio corpetto in lunghi schizzi caldi che io raccoglievo con le dita e portavo golosa alla bocca.
Poi, una volta che si sdraiarono sul letto, salii a cavallo delle loro gambe e ripulii con la lingua i loro due arnesi fino a che ebbi assaporato fino all’ultima gocciolina di sborra, poi mi feci un po’ di spazio e mi sdraiai in mezzo a loro.
“Ma non sei venuta?” mi chiese Lele, stupendomi per la sua premura e soprattutto per essersi rivolto a me al femminile.
“No, tesoro, ma non ho voluto venire apposta… vedi, finchè dura l’eccitazione mi viene facile giocare con voi. Farei qualunque cosa e mi lascerei fare qualunque cosa per ore ed ore provando un piacere immenso. Quando vengo, però, è strano… è come se Lucy ridiventasse di colpo Luca, e mi trovo a disagio in questi panni… in questi atteggiamenti… Non so se riesco a spiegarmi…”
Nonostante il condizionatore, nella cameretta faceva caldo, così Marco si alzò ed andò a dormire nel suo letto.
Prendendo la palla al balzo, continuai il discorso con Lele: “Quindi non venendo rimango sempre Lucy… e se nel cuore della notte qualcuno mi volesse scopare, non ha che da approfittarne!” e scoppiammo entrambi a ridere.
Non era solamente una battuta. L’avrei voluto davvero. Avrei voluto che mi scopassero tutta la notte. Ben sapendo che poi, una volta che io avessi raggiunto il piacere, avrei avuto quell’odioso momento di “down” dove non avrei facilmente sopportato le attenzioni di un altro maschio.
La notte aveva già avvolto il Camping col suo manto silenzioso; Mi svegliai: Lele dormiva nel lettone accanto a me. Contrariamente ai miei propositi non mi buttai su di lui per fare sesso, ma al contrario uscii dal Bungalow nel fresco della pineta. Tutto taceva, per cui mi venne un’idea malsana. Avrei potuto andare a fare una doccia, così da rinfrescarmi ed al tempo stesso sciacquare i miei panni reduci da due nottate di sudore e schizzi di sperma, dal momento che per prendere il detersivo avrei dovuto frugare negli armadietti.
Nessuno attraversava i viottoli del campeggio, per cui arrivai non vista alle docce. Superato il muretto, mi apprestai a darmi una prima sciacquata per poi togliermi la parrucca ed i panni di dosso e risciacquarli meglio nel lavello.
Il respiro mi si mozzò in gola.
All’interno del corridoio delle docce maschili, appena uscito da una cabina, troneggiava un gigante d’ebano. Il corpo coperto di goccioline d’acqua, i fianchi cinti da un asciugamano bianco che faceva ancora più contrasto sulla sua pelle d’ebano.
Mi guardò sorpreso. Sorpreso che fossi in panni da donna nelle docce maschili, sorpreso da quale tenuta indossassi… ma si riprese prontamente.
Sorridendomi con i suoi splendidi denti bianchissimi mi disse: “Ehi bambolina… cerchi qualcosa?” e lasciò cadere l’asciugamano a terra con un movimento rapido.
Un po’ per lo spavento, un po’ per l’imbarazzo, un po’ per il magnetismo che emanava quel bastone nero che ora mi si mostrava seppur a riposo, rimasi paralizzata e senza fiato.
Il gigante nero mi si avvicinò. Il fisico perfetto, probabilmente da buttafuori, e i suoi modi gentili mi affascinavano.
Allungai timidamente la mano verso quell’arnese, che alla prima carezza ebbe una contrazione come un animale che si muove di vita propria. Si ergeva piano, rivelando dimensioni ben superiori a quelle del mio uccello o di quelli dei miei amici.
Con le mani sulle mie spalle mi spinse gentilmente verso il basso. Non c’era violenza, anche se usando la forza avrebbe avuto facilmente la meglio su ogni mia eventuale reticenza.
Il suo non era un ordine, ma una richiesta, alla quale fui ben lieta di acconsentire.
Mi inginocchiai sul pavimento umido delle docce, e portai alle labbra quel bastone nero.
Sapeva di buono, di pulito, di docciaschiuma da uomo.
Ma soprattutto sapeva di UOMO.
E io ero la sua DONNA.
In quella notte eravamo soli al mondo, il primo uomo e la prima donna sulla Terra, anche se i cromosomi raccontavano una diversa verità.
Succhiavo quel bastone senza riuscire ad ingoiarlo completamente, mi sarebbe stato impossibile anche se lo desideravo davvero. E immaginavo come sarebbe stato se avesse voluto incularmi. Quello scettro nero mi avrebbe sfondato irrimediabilmente il culo, mi avrebbe fatto male da morire.
Ma nel cuore sentivo che non gliel’avrei rifiutato.
Mi sarei fatta seviziare, sfondare, dilatare. Forse sarei finita all’ospedale, ma ne avrei goduto da morire.
O forse l’avrei succhiato fino a soffocare. Avrei perso i sensi mentre lui mi scopava la gola impedendomi il respiro, mentre mi avrebbe riversato nello stomaco una sborrata che immaginavo colossale.
Lo succhiavo mentre accarezzavo i testicoli grossi e glabri con la mano. In segno di adorazione abbandonai l’asta, e mi misi a succhiare quelle grosse uova d’uomo, prima una, poi l’altra, per poi ritornare a ingoiare quel bastone meraviglioso.
Lo volevo. Volevo quel cazzo. E dieci, cento, mille altri cazzi che mi coprissero di sperma, che mi riempissero la bocca e il culo.
I primi schizzi di sperma mi arrivarono direttamente nell’esofago, facendomi tossire e costringendomi a lasciar uscire quell’arnese divino dalla mia bocca. Gli altri schizzi mi colpirono sul viso, sul petto, mentre venivo anche io senza neppure toccarmi.
Ripresosi dall’orgasmo, il buttafuori mi aiutò ad alzarmi.
“Tutto bene, bambolina?”
Ma io non risposi. Tenevo il capo chino per non mostrargli il mio viso, dove il trucco, lo sperma e le mie lacrime si mescolavano come colori di un quadro grottesco.
Fuggi verso il mio bungalow lasciandolo lì da solo mentre io scomparivo nel buio con mille interrogativi nella testa…

 

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