Halloween – 4 – Finale

Halloween – 4 – Finale

Salimmo in macchina, ma come per un accordo preso tra i due maschietti (potevo considerarmi ancora tale al 100% dopo la precedente esperienza?) le posizioni furono invertite. Lele prese il volante con me al suo fianco, mentre il proprietario del veicolo con la sua preda occupò il sedile posteriore, dedicandosi al pomiciamento lungo il percorso.
Guardavo dal finestrino le luci della città, interrogandomi su quanto appena avvenuto, e non facevo caso alla mano di Lele che, di tanto in tanto, si appoggiava sulla mia coscia scoperta.
Giunti a casa di Tania, i due colombi scesero dalla macchina, lasciando soli me e Lele. Probabilmente l’accordo tra i due prevedeva di lasciare “il povero Marco” dalla ragazza, vedendo se poteva capitare qualcosa di più, mentre noi avremmo lasciato la macchina a casa mia o di Lele (comunque vicine a quella di Marco), infatti la macchina stava dirigendosi in quella direzione. Non feci caso, quindi, quando Lele andò a parcheggiare nella piccola via privata alle spalle di casa di Marco.
Stavo per scendere, quando la sua mano mi afferrò la coscia. Non era più un “appoggiarsi distratto” come durante il viaggio. Era proprio un palpeggiamento sfrontato, quasi prepotente, di chi sa che può permettersi quel gesto e oltre.
“Allora alla fine ci hai preso gusto, eh?” furono le sue parole, che mi fecero gelare il sangue nelle vene.
“Ma che cazzo dici? Dai, ci vediamo domani…” provai a metterla sul ridere, facendo per uscire dalla macchina.
“Dico quello che ho visto nel locale”
“Ballavo con Tania e abbiamo fatto un po’ le cretine, tutto qui” dissi, tentando una difesa disperata.
“Fotte sega del ballare, non mi prendere per il culo… parlo di dopo il ballo”
Scoperto. E sputtanato per sempre. Senza possibilità di rimediare in alcun modo.
“Ho visto quello che hai fatto a quel tipo, non sono scemo. Certo che non pensavo ti piacesse il cazzo”
“No, non è vero… io… no… “ farfugliavo in preda al panico, mentre la sua mano era risalita lungo la mia coscia e ora accarezzava la parte di pelle che la calza lasciava scoperta, scendendo poi verso le natiche, appena coperte dalle mutandine della madre di Tania.
Con la mano libera mi costrinse a voltarmi verso di lui, e poi iniziò a slacciarsi i pantaloni.
Potevo scappare, è vero. Ma dove? Avrei evitato quello che stava per succedere, ma non sarei sfuggito certamente a ciò che mi aspettava dal giorno dopo, sarei stato riconosciuto da tutti come la chicca, il finocchio, il frocio.
E così lasciai che la sua mano mi spingesse, come quella dello sconosciuto in discoteca, verso il suo uccello. E lo presi in bocca, mentre Lele sospirava per quelle sensazioni che gli regalavo.
Visto che non opponevo resistenza, anzi, sembravo felice di succhiare il suo uccello, smise di premermi in basso il capo e diresse nuovamente la mano verso le mie natiche, che nella nuova posizione erano ancora più agevoli da raggiungere; sollevata la gonna, si infilò sotto le mutandine e andò a cercare il mio buchetto.
Un suo dito, poi due, ne forzarono l’ingresso, strappandomi gemiti di dolore che furono soffocati da quel bastone di carne che stavo succhiando sempre più partecipe. Non potevo più nasconderglielo, e soprattutto non potevo più nascondermelo. Mi piaceva. Mi piaceva succhiare quel cazzo, mi piaceva quella piccola penetrazione anale, mi piaceva tutto. E quando di lì a poco, per la seconda volta in poche ore, sentii quel calore liquido in bocca, mi piaceva e ingoiavo tutto come una vera femmina in calore.
Continuai a succhiare, a strusciarmi quell’uccello sporco di seme e saliva sul viso mentre le sue dita continuavano a sondarmi imperterrite l’ano; ma le sorprese non erano ancora finite.
Mentre l’uccello di Lele, infatti, perdeva l’erezione, alzai il viso per guardare il mio amico divenuto il mio amante e vidi attraverso il finestrino accanto a lui il volto di Marco che ci fissava stralunato.
Immaginavo, come in un’esperienza extracorporea, ciò che doveva vedere attraverso il vetro: due suoi amici di vecchia data, uno dei quali con l’uccello all’aria (e fin qui tutto bene) e l’altro conciato come una sgualdrina, con la bocca e la faccia impiastrate di sborra, intento a leccare quell’uccello.
Mi sentivo come in un incubo, e proprio come in un brutto sogno vidi i due ridere, Lele che usciva dall’auto aiutandomi a seguirlo, Marco che estraeva dai calzoni il suo uccello, più grosso e lungo di quello dell’amico e mi invitava a fare anche a lui lo stesso omaggio di bocca mentre si sedeva sul sedile posteriore dell’auto.
Mi fecero inginocchiare sul sedile, in modo da esporre all’esterno della macchina le mie natiche, che furono immediatamente scoperte da Lele, mentre la mia bocca fu riempita dal cazzo di Marco che, evidentemente, era andato in bianco con Tania e non voleva perdere quell’occasione per sfogarsi.
Avevo perso ogni cognizione e ogni ritegno, non mi importava più nulla di cosa sarebbe successo l’indomani. Succhiavo quel cazzo che mi veniva offerto mentre il mio culo veniva visitato dalle dita di Lele, prima uno, poi due, poi –non senza fatica- tre lunghe dita affusolate che ruotavano nel mio buco allargandolo. E in tutto questo, il mio uccello era duro come la pietra. Stavo godendo di quel trattamento che solo un paio di giorni prima mi avrebbe fatto ribrezzo.
Poi, ad un tratto, una fitta di dolore. Lele aveva deciso di alzare l’asticella e aveva sostituito le dita con il suo cazzo, che intanto aveva ripreso turgore.
“Che culo… Marco, dovresti sentire che culo che ha questo…” diceva, pompandomi avanti e indietro il suo uccello duro in quel buco che stava rapidamente adeguandosi alle misure del nuovo corpo estraneo.
“Perché, la bocca no?” gli rispondeva l’amico; “Mi sa che abbiamo perso tempo a cercare i pompini delle nostre amiche quando avevamo una bocca così a disposizione”
I loro commenti, le loro risa sguaiate e quei due cazzi che entravano e uscivano dal mio culo e dalla mia bocca avrebbero dovuto umiliarmi, ferirmi oltre ogni immaginazione; e invece scoprivo che mi eccitavano, ad ogni affondo di quei due uccelli nella mia gola e nei miei intestini, ad ogni elogio del calore e della morbidezza dei miei buchi sentivo un perverso senso di eccitazione, di piacere. Mi sentivo TROIA.
Presi così a spingere le chiappe verso il mio sodomizzatore, come per ricevere ancora di più il suo pene dentro di me, mentre dall’altra estremità succhiavo e leccavo quell’altro bastone con la voglia di sentirli presto venire dentro ai miei buchi. Non per far finire quel momento più in fretta possibile, ma per sentire ancora il loro godimento, il loro sperma schizzato in me e su di me, e godere con loro.
Non dovetti aspettare a lungo. Le mani di Marco mi immobilizzarono la testa, affondando per quanto possibile il suo sesso nella mia gola infiammata, mentre Lele mi artigliò i fianchi dandomi due-tre colpi fortissimi dentro al culo. E mentre caldi schizzi perlacei mi riempivano la bocca e l’ano, anche io venivo, mugolando il mio piacere e spruzzando il mio seme senza nemmeno toccarmi…

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