'; Halloween – 3 | Racconti erotici

Halloween – 3

Halloween – 3

Salimmo sulla macchina di Marco, diretti alla festa; davanti ovviamente Marco, con Tania accanto a lui, e io dietro con Lele. Il gonnellone, di quelli ampi sul retro ma aperti sul davanti, consentiva al mio amico un’ampia visione sulle mie cosce e sulla balza delle autoreggenti. Ugualmente, immaginavo, Marco si lustrava gli occhi sulle gambe perfette della nostra amica.
Arrivati alla discoteca, iniziammo a girare in lungo e in largo alla ricerca di un parcheggio e fu allora che, scrutando le vie dai finestrini, Lele si chinò verso di me appoggiando una mano “accidentalmente” sulla mia coscia. Che il fatto non fosse proprio casuale mi fu confermato dal fatto che, quando si rialzò per cercare con lo sguardo un posto alla sua destra, la mano rimase al suo posto, provocandomi un sottile piacere.
Una volta parcheggiato, ci avviammo verso il locale; come previsto dal piano, Lele mi cinse con un braccio alla vita, imitato da Marco con Tania, che non parve rifiutare. Tutto sembrava andare per il meglio.
O meglio, quasi tutto. Nel nostro piano ci sarebbe dovuta essere una coppia “vera” e una, quella formata da me e Lele, che doveva essere quasi una parodia. Invece mi trovai ad accettare di buon grado quel braccio che mi stringeva i fianchi, non mi tiravo indietro nemmeno quando, con la scusa di evitare i lampioni, il mio amico sembrava stringermi di più a lui.
Dentro il locale era un’autentica accozzaglia di supereroi, di personaggi dei fumetti o del cinema, ma soprattutto di mostri di ogni sorta.
Ballammo un po’, poi i due ragazzi si diressero verso i divanetti, invitandoci a seguirli; Tania rifiutò, dicendo che voleva ancora ballare, e poi, rivolta a me: “Resti a ballare con me?”
Sarà il buio, sarà l’oggettivo fascino della mia amica, ma non rimanemmo sole a lungo sulla pista: un gruppetto di ragazzi in costume fece presto cerchio attorno a noi, e mi accorsi presto che quelli più vicini alla mia amica approfittavano dei movimenti della danza per strusciarsi contro di lei, per sfiorare una natica o un seno, senza trovare opposizione da parte di Tania, che probabilmente si sentiva lusingata da quei taciti apprezzamenti che, per ora, rimanevano ancora nei limiti di una certa qual discrezione. Quello che non avrei mai pensato, invece, era che una sorte simile potesse toccare a me; invece, con mia grande sorpresa, iniziai a sentire mani malandrine che sfioravano le mie cosce, palpavano le mie natiche, fino a che percepii chiaramente il bacino di uno degli sconosciuti che si incollava al mio sedere, strusciando la sua virilità tra le mie mezzelune.
Un altro degli sconosciuti stava facendo lo stesso con Tania, e rabbrividii a vederlo chinare il capo e baciare il collo della mia amica… Mi accorsi che lo desideravo anche io, che avrei voluto che il mio sconosciuto poggiasse le sue labbra sul mio collo, sulla mia spalla nuda…

Lo sconosciuto dietro di me, prendendo la mia assenza di reazioni come un tacito invito a proseguire, mi teneva ora per i fianchi e strusciava vigorosamente la sua erezione tra le mie natiche, mentre un secondo ragazzo mi accarezzava la coscia risalendo fino a scoprire il pizzo della balza. Davanti a me, intanto, Tania si mostrava altrettanto disponibile ai suoi ammiratori e mi guardava sorridendo maliziosa.
Fu proprio allora che il ragazzo che mi stava accarezzando la coscia prese la mia mano e se la portò sul basso ventre. Il contatto con quel bastone nodoso, ancorchè coperto dai pantaloni, mi causò una scossa elettrica che mi attraversò il corpo.
Strinsi tra le dita quel sesso rigido con tutte le mie forze e presi a muovere la mano su e giù lungo l’asta; lo sentivo fremere e mi accorsi che mi piaceva sentire per la prima volta il sesso di un altro uomo tra le dita, così come mi piaceva sentire gli sfregamenti dell’altro membro tra le mie natiche.
“Tanto è solo per questa sera… e nessuno lo saprà mai” pensai per una frazione di secondo; forse avrei dovuto rimanere lucido, ma la lussuria aveva già soppiantato la ragione e fatto danno. Con le dita abbassai la cerniera del mio ignoto ammiratore e infilai la mano nell’apertura, fino a stringere quel bel cazzo direttamente a pelle.
Lo impugnai, ma il proprietario di quell’arnese mi bloccò subito la mano; “Vieni con me” mi sussurrò all’orecchio, e io pensai che fosse giunto il momento di defilarmi, di sparire tra la folla e riunirmi ai miei amici.
Lo pensai. Ma al contrario mi vidi seguire quel ragazzo, con la mano nella sua, verso un angolo defilato del locale. Si sedette su un divanetto, e protetto dalla penombra, estrasse il suo arnese dai pantaloni, invitandomi a prendere posto vicino a lui.
Ero lì, seduta vicino ad uno sconosciuto, col suo cazzo rigido in mano, e lui piano piano mi spingeva il capo verso il basso, senza che io riuscissi ad opporre una resistenza degna di questo nome, fino all’inevitabile.
Sfiorai col viso quel pene, poi dopo un attimo lo baciai. Lo baciai di nuovo, e poi lo accolsi nella mia bocca. Una spinta più forte delle altre mi fece abbassare il capo di colpo, così che ingoiai quel bastone di carne per tutta la porzione che usciva dalla patta dei jeans.
Stavo succhiando un cazzo. Vestito da donna. Solo l’idea qualche giorno fa mi avrebbe fatto vomitare anche l’anima, invece ora lo stavo facendo senza problemi. Anzi, stentavo ad ammetterlo, ma in fondo mi piaceva, tant’è vero che ora avevo iniziato a partecipare attivamente a quel mio primo pompino, senza che lui mi dettasse più il ritmo con la sua mano.
Sentivo quell’asta dura che mi riempiva la bocca e mi sentivo femmina, mi sentivo zoccola. Mi sentivo come le modelle delle riviste porno che divoravo avidamente nella mia stanza, soffocate da un cazzo mentre un altro maschio le scopava con violenza.
Persa in questi deliri erotici, non mi accorsi che il mio amante sconosciuto stava raggiungendo il limite, e mi trovai improvvisamente la bocca e la gola inondate da uno schizzo caldo e salato.
Ingoiai in parte quel liquido, sputai, tossii, e mi alzai di scatto, cadendo però rovinosamente sul pavimento del locale a causa della mia scarsa dimestichezza con i tacchi.
Lui, ancora con l’uccello di fuori dai pantaloni, si alzò per aiutarmi, ma io fui più veloce e gli sfuggii nascondendomi tra la gente e rifugiandomi nel bagno del locale.

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