Il più bel cazzo della mia vita

Il più bel cazzo della mia vita

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È bello starsene qui, distesi sotto le stelle. Fa freddo, è vero, ma chi rinuncerebbe a questo immenso cristallo nero che brilla di lontanissime candele tremolanti? Toglie davvero il respiro.
È bello starsene qui dopo una serata come questa, una serata folle, una di quelle che non dimenticherai mai. Lo so, ne sono certa, probabilmente perché sarà impossibile cancellarla anche dalla mia memoria.
La cena sì, prima di tutto c’è stata la cena. Anzi, tutto è iniziato anche prima, in quella febbrile attesa della cena di fine anno. È un’usanza un po’ stupida ma i ragazzi, in ufficio, ci tengono così tanto. È l’occasione per togliersi di dosso il grigio del lavoro e brillare, almeno per una sera.
Come queste stelle.
Che è bello stare qui a lasciarsele cadere addosso, come se qualcuno avesse rovesciato il cielo. Vorrei chiederti se piacciono anche a te, se non hai freddo ma so che non mi risponderai. Sei sempre stato di poche parole, figuriamoci adesso.
Ma forse questa è la cosa che più mi è piaciuta di te, fin dalla prima volta in cui ci siamo visti. L’ironia sottile, intelligente. Il tuo modo misterioso di uscire ed entrare nelle discussioni fatte durante la pausa caffè. Era come se tutti parlassero aspettando le tue frasi, le tue domande, mai banali, sempre affilate.
Mi piacevi, non ancora in quel modo ma so che mi piaceva averti accanto. Ascoltarti e farmi ascoltare. Esiste un modo più efficace per far avvicinare un uomo e una donna?
E so che anche io ti piacevo, me lo hai detto proprio stasera, quando il vino ha iniziato a scioglierti la lingua. Lo sanno tutti che queste cene sono “pericolose” che il livello alcolico è sempre alto e c’è il rischio di fare qualche cazzata.
Beh, sai che c’è? Io credo che quella del vino sia un po’ una scusa, alla fine succede solo quello che ognuno desidera. Quindi non mi pento. Ero dove dovevo essere, anche adesso lo sono, qui, sotto le stelle, con te.
La nostra cazzata era nell’aria, ad afferrarla siamo stati noi. Come scivolare su un piano inclinato, niente avrebbe potuto fermarci. Se non fosse successo stasera, alla cena aziendale, sarebbe successo in un altro stupido momento.
E poi i colleghi hanno fatto la loro parte, una serata intera a ridere su quelle scemenze da ragazzini, ti ricordi?
Argomento della cena: il signor pisello e la signora patata.
Che dementi!
E giù a dire che sono nomignoli così teneri, parole che usano anche i bambini e quindi perché non possiamo farlo noi? Enrica, tu come ce l’hai la patatina? Risate. Risate di tutti perché in serate come questa anche alle donne piace fare un po’ le sceme. Magari non c’è un secondo fine ma è bello lasciarsi andare, almeno per una sera, lontani dalla famiglia, bere un bicchiere in più e sentire Enrica che dichiara a voce alta: la mia è bellissima, ve lo assicuro.
Risate, ancora e ancora risate. Risate che ricorderemo per sempre, lo so.
Ma forse tutto è successo fuori dal ristorante, mentre ancora si sghignazzava sul pisello del direttore. Secondo me ce l’ha piccolo diceva Tommaso. No no, secondo me invece è messo bene, rispondeva Luciani, quello dell’amministrazione. Un nanetto del genere? Beh, non ditemi che non conoscete quella storia sui nani!
Non la smettevamo più di sbellicarci. E anche tu, eri bello carico, non ti avevo mai visto così, non ti avevo mai sentito ridere così tanto. Ti ho guardato e ho pensato una cosa, sarà stato il vino, ma ho pensato chissà che pisello ha uno che ride così bene.
L’ho pensato e adesso potrei dirtelo, chissà se a questo risponderesti.
In realtà tutto è successo quando ci siamo salutati, dovevo tornare a casa con Simona e invece tu mi hai detto: ti accompagno io?
Lo hai detto così, mandandomi letteralmente per aria. In quel momento ho davvero smesso di pensare, la mia testa ha iniziato a volare e non ho più smesso, di volare.
Sapevi che sono sposata, lo sapevi bene. Per questo hai usato l’interrogativo. Non fossi stata sposata avresti detto qualcosa come: tu vieni con me, e mi avresti portata via senza bisogno di chiedere il permesso.
Sapevi che sono sposata e lo sapevo anche io. Sapevo bene che a casa ho un marito e un figlio che mi aspettano.
Eppure ho detto sì.
Il problema con l’alcol è solo dovuto alla lucida consapevolezza di aver bevuto, siamo noi a decidere, ma scarichiamo a lui qualsiasi responsabilità.
Ho detto sì.
E mi ricordo lo sguardo di Simona, quel sorriso acceso che valeva più di mille parole.
“Te l’avevo detto” c’era nel suo sorriso ma anche “stai attenta” scritto nello sguardo.
Sto attenta, mi faccio solo accompagnare a casa, avrei dovuto dirglielo anche io con un’espressione del viso ma ho abbassato di colpo gli occhi, non sono riuscita a mentire.
Poi in macchina, nella tua macchina, in quel silenzio improvvisamente colmo di imbarazzo, a guardare la notte scorrere via lungo la strada.
Ci voleva qualcosa, qualcosa che riportasse improvvisamente leggerezza e non hai trovato niente di meglio che tornare a quel buffo discorso: ma come fa Enrica a essere così sicura?
Sicura di cosa? – Ti ho detto io stando al gioco.
Beh, di avere una bellissima patata, cioè, ha fatto dei concorsi di bellezza?
Di nuovo siamo scoppiati a ridere – Miss Patata? – Hai aggiunto sghignazzando.
Ti ho risposto che non lo so, che io non l’ho mai vista e che forse non sono così esperta di “estetica della patata”. Ridere, ridere ancora, quanto sei bello quando ridi. Ancor di più quando sono io a farti ridere.
Tu lo sei? – Ti ho provocato a un certo punto.
Beh, non so, non ricordo di aver dato quell’esame all’università.
Mi girava la testa, mi sentivo leggera, mi sentivo una ragazzina.
Avrai dei canoni estetici – ti ho detto – delle preferenze, avrai una tua patata ideale!
Di nuovo l’esplosione del riso, di nuovo grazie a una mia scemenza filosofica: il concetto di patata ideale. Anche io ci so fare con le parole, caro mio.
Senti però – hai detto facendo improvvisamente il serio – posso dirti che non ne posso più di chiamarla così? Mi sa troppo di ragazzina.
E come vuoi chiamarla allora? Vagina?
Ah no, come si fa? – Hai sentenziato severo, – te lo immagini: cara, posso leccarti la vaaaagiiiinaaa? Allungando tutte le vocali per rendere quella frase ancora più ridicola.
La passione segue strade spesso incredibili, la nostra si stava srotolando su un tappeto di sciocchezze alcoliche.
E allora come dobbiamo chiamarla? – Ti ho incalzato io, ormai seriamente presa dalla problematica.
Beh – hai risposto tu – meglio andare sul diretto, anche a costo di essere volgari.
Cioè??? – Ti ho fatto con finta curiosità.
Lì ti sei ammutolito, col taglio di un sorriso sornione stampato sul tuo bel viso. Lo sapevi dove stavamo andando a finire, lo sapevo anche io.
Poi hai fatto la tua mossa.
Ho una gran voglia di leccarti la fica!
E non si capiva se era un esempio o se lo stavi dicendo proprio a me. O forse si capiva benissimo.
Non suona meglio? – Hai aggiunto.
La fica? – Ti ho detto io stupita. – Ma “fica” non è così volgare dai, chissà a cosa avevo pensato.
Bambini. Due veri ragazzini dispettosi che giocano a provocarsi.
Di nuovo sei rimasto in silenzio, come uno scacchista che cerca nella strada buia della notte suggerimenti per la prossima mossa.
È che ci sono tanti modi per chiamarla – hai detto all’improvviso – è un’ingiustizia se ci pensi, il nostro amichetto ha decisamente meno nomignoli.
E giù a ridere di nuovo.
Quando rido tanto mi vengono i crampi alla pancia, anche quando mi eccito troppo succede.
Amichetto non si può sentire! Comunque non cambiare discorso, quale sarebbe questo modo così volgare per rivolgerti alla mia patatina?
Che stronza che sono, non solo continuavo a stuzzicarti ma sottolineavo il fatto, scontato, di avercela proprio fra le gambe, la problematica della nostra discussione. Ed era una faccenda che già iniziava a solleticarmi, umida e reattiva. Il corpo ci mette molto meno a farsi sentire, non ha bisogno di stupidi giochetti.
Beh, tipo… – sei rimasto sospeso, quasi a chiedermi di nuovo il permesso.
Tipo???
Tipo: sai che ho una gran voglia di leccarti la fregna, tesoro mio?
Ho riso, un po’ meno forte, consapevole di averti dato io l’assist per un colpo così incisivo.
Beh – ho dovuto ammettere – così suona decisamente più forte.
Troppo forte principessa?
Ora eri tu a stuzzicarmi. Io non ho risposto, non subito.
A lei non piace quando le assaggiano la “fregna”, cara la mia principessa? Quando l’accarezzano con la lingua e ne degustano il sapore, senza alcuna fretta?
Una dichiarazione di guerra, fatta a gran voce, con le carte ormai tutte scoperte. Non ti avevo mai sentito lasciarti andare così e ho scoperto un’altra cosa: mi piace quando ti sbottoni e diventi volgare, quando ti esce da dentro un maschio così rude. Questo, però, non te lo dirò mai.
Smettila! – Ti ho detto, solo per farti sobbollire ancora un po’. Eri lanciato ormai, io avevo aperto le difese, hai capito che dovevi osare di più.
E tu? – Hai aggiunto dopo un po’ – ce l’hai un “pistolino ideale”?
Di nuovo ho scaricato la tensione nel fragore di una risata – pistolino??? – Ho chiesto prendendoti in giro.
Non lo chiama così la principessa? Come allora?
Un duello. Era quello che stavamo facendo, in quella macchina che sfrecciava nella notte, sempre più vicini a casa mia, con sempre meno tempo per nascondere le nostre intenzioni.
Mi piace grosso, questo è certo. Ma non è importante la lunghezza eh, piuttosto le proporzioni, il rapporto fra le misure, dev’essere armonico, deve trasmettere una sorta di prepotenza, non so se mi spiego. – Sembravo d’improvviso una maestrina.
Sei stata chiarissima, ma non ho ancora capito di cosa stiamo parlando. Cos’è che deve essere grosso e prepotente?
Messere – mi sono lanciata facendoti il verso – stavamo disquisendo del Cazzo! Ha presente?
Mossa irruente, lo so ma la strada correva e io mi sentivo leggera, leggera ed eccitata. Chissà se lo eri anche tu.
Hai fatto quel gesto, dimostrando di essere un giocatore più incosciente e abile di me. Hai preso il telefonino mentre guidavi, hai iniziato a scorrerci il dito sopra, poi me lo hai passato.
Tipo questo?
Mi sono trovata davanti agli occhi un colosso, un pene così grande e robusto che avrebbe potuto davvero partecipare a un concorso di bellezza: Mister Cazzo! Non avrebbe avuto rivali.
Sono rimasta a bocca aperta, trovando la più sciocca e inutile delle cose da dire: e questo?
Non sai cos’è? – Mi hai detto diventando tu il maestro.
Lo so cos’è – ho risposto io – ma non so di chi è!
Di nuovo silenzio, un silenzio che vale più di mille risposte.
Ti sei fotografato il pisello? – Ti ho chiesto senza riuscire a staccare gli occhi dal telefonino.
Tu sorridevi, guardavi la strada e poi guardavi me, studiando le mie reazioni.
Potrebbe essere un trucco – ho detto mentre ingrandivo l’immagine sullo schermo e con quel gesto sembrava quasi di poterlo sfiorare con le dita.
Cioè?
Potrebbe essere la foto di un pornoattore, magari presa da internet.
E perché dovrei avere il cazzo di un pornoattore sul telefono scusa?
Magari la mandi alle donne, per convincerle a venire a letto con te.
Quindi mi stai dicendo che ti piace? – Ecco, così mi hai messa decisamente al muro.
Ti sto dicendo che il tuo è un trucchetto da ragazzino. – E ti ho restituito il telefono.
Poi lo hai fatto.
Ti sei mosso, sul sedile, una mano sul volante e l’altra sulla cintura dei pantaloni.
Che cazzo fai? – Ti ho detto sbalordita.
Non mi piace che mi si dia del bugiardo, voglio solo dimostrarti che non ho bisogno di trucchetti.
Stai attento alla strada, ti credo, non c’è bisogno che.. – ma il danno era ormai fatto.
Adagiato fra le tue gambe, se ne stava il tuo sesso già abbastanza duro: Mister Cazzo ho pensato senza dirtelo.
Sono tornata a guardare la strada, in assoluto silenzio. Sghignazzavo ogni tanto, sei proprio matto continuavo a ripeterti scuotendo la testa.
Allora? – Mi hai detto tu – era una bugia?
Beh, non ho visto bene e poi, nella foto era in condizioni leggermente diverse.
Solo in quel momento mi sono accorta che la strada non ci stava più portando verso casa mia, che avevi imboccato una direzione diversa. – Dove vai? – Ti ho chiesto con la voce improvvisamente piccola.
Mi sono voltata verso di te, te ne stavi lì a guidare coi pantaloni aperti e quella meraviglia che pareva guardarmi in silenziosa attesa.
Vuoi tornare a casa?
È stata l’ultima domanda che mi hai fatto.
Una domanda a cui non ho risposto, non a parole almeno.
Il piano di cristallo continuava a inclinarsi e io ci scivolavo sopra, ubriaca e eccitata, a pochi centimetri da ciò che desideravo di più.
Non ci siamo detti più niente. Non abbiamo più parlato.
Ho solo allungato la mano, l’ho messa sulla tua coscia, saggiandone la muscolatura, quanto sono belle le gambe degli uomini, perché nessuno lo dice mai?
Col dito poi, ho iniziato ad accarezzarlo, era caldo e pareva sussultare. Sfrecciando nella notte, lontana da mio marito e da mio figlio, lontana da me stessa e da qualsiasi capacità di capire cosa sarebbe stato “giusto” fare.
In quel silenzio surreale mi sono voltata e ho visto che le mie carezze ti piacevano, che il tuo colosso stava lentamente prendendo la stazza che avevo visto su quella foto. Non c’erano dubbi, eri decisamente tu.
La naturalezza istintiva del gesto mi ha portata ad afferrarlo con la mano, incredula e palpitante. Dovevi avercelo anche così grosso? Non solo mi stravolgi la testa, mi porti su una strada deserta di notte a toccarti fra le gambe, non basta questo? Dovevi per forza essere anche il più bel cazzo che avessi mai visto?
Ho preso a muovere la mano, godendo di quella carne dura stretta fra le dita, quanto può essere dannatamente bello un uomo che si eccita di te? Quanto ti fa sentire desiderata?
Forse a quel punto avrei dovuto chiederti di parcheggiare, trovare un posto sicuro e consumare la scopata che avevamo entrambi in testa da mesi.
Ma il nostro gioco era la provocazione, il rischio, la follia!
Per questo mi sono piegata verso di te.
Per questo sono scomparsa fra le tue gambe, mentre guidavi.
Per questo mi sono ritrovata il colosso davanti agli occhi, a pochi centimetri dalle labbra dischiuse. Era quello che volevo, la mia risposta alla tua audace provocazione.
Non mi piace perdere, non mi è mai piaciuto, ti sei divertito a fare l’esibizionista? Ho voluto dimostrarti che non ero scandalizzata, ero esattamente nel punto in cui volevo essere: ad accarezzarti il cazzo, già lucido di eccitazione, che brillava nella notte.
Più lo stringevo e più sembrava ridestarsi, come avesse vita propria, sembrava una sfida, un qualcosa che mi scuoteva da dentro, come un animale da domare con la rabbia che solo una femmina impazzita ed eccitata può avere.
Non avevo mai avuto a che fare con una bestia del genere, non ho esitato, mi ci sono avventata famelica.
È lì è partita la musica.
Questo, magari, è un pensiero da ubriaca, ma io ho sempre pensato che il cazzo da succhiare è come uno strumento musicale.
Un concerto di voci sussurrate, ansimate e dolci risate strozzate.
Le note acute prima, poggiando le labbra sulla cappella, lasciandoci sopra i più morbido fra i baci, dio che buon sapore che hai. La discesa lungo l’asta, con la punta della lingua, graduale scala di mezzotono alla volta.
L’accordo pieno delle palle, strizzate dai pantaloni, assaporate con dispetto, col tempo che inizia ad accorciare i battiti.
È quando poi te lo infili tutto in bocca che il tema musicale si infiamma, come certi capricci di violino singhiozzante. Quel verso che fate, quando una donna vi spompina come si deve, quel ringhio trattenuto vale più di ogni cosa, sorprendervi e addomesticarvi, farvi suonare la melodia del maschio che si fa animale, mentre le labbra strette si lasciano scopare con un piacere che è autentico solo se reciproco. Perché nei tuoi ululati da animale io mi scioglievo fra le cosce, più godevi e più mi bagnavo, libera finalmente, libera di essere donna e porca, femmina e puttana.È triste, lo so, ma non posso negare a me stessa che tutta quella voglia di succhiare il cazzo di un uomo non ce l’avevo da un sacco di tempo e mi mancava. Dio se mi mancava.
Ho sentito la tua mano che mi accarezzava la schiena, che scendeva a stringermi il culo. Ti piaceva, lo so che ti piaceva.
Era il preludio, sapevo già che poi ti avrei costretto a fermarti, ti avrei portato nel primo campo disponibile e mi sarei presa la mia parte, guardando le stelle.
L’ho sentito vibrare contro la mia guancia deformata, grosso e prepotente, chissà quante donne lo avevano avuto prima di me e adesso era tutto mio, solo mio.
Tutto giù fino in fondo e ancora tanto ne restava fuori, sono fuori allenamento, scusami, avrei voluto dirti ma ti piaceva possedere la mia bocca, ti piaceva sempre di più.
Meccanica folle della memoria, rivederti in quel momento, in uno qualsiasi dei nostri caffè presi in ufficio, rivederti ed eccitarsi ancora di più per averti prima desiderato e infine avuto.
Tradire mio marito per un capriccio.
Chissà cosa dirà quando mi rivedrà.
Poi hai iniziato a muovere il bacino, come volessi soffocarmi, quasi mi facevi male ma non avrei smesso per niente al mondo, volevo il tuo piacere.
E l’ho avuto.
Tutto in bocca.Ricordo poco di quello che è successo dopo.
È stato tutto così forte, così intenso.
L’urlo roco che annunciava il tuo orgasmo.
Il tuo sapore sulla lingua, cercare di prenderlo tutto, senza perdere una goccia.
La tua voce che si accende in un grido di incomprensibile terrore.
E la macchina che sbanda, lo stridore delle gomme sull’asfalto.
Poi ho volato.
Non so quanto ho volato.
Leggera.
Incredibilmente leggera.È bello stare qui a guardare le stelle, fa freddo ma resterei qui per sempre, in un campo, nascosta agli occhi del mondo.
Forse perché non posso sopportare che mi vedano.
I dottori quando arriveranno.
Mio marito.
Non riesco a smettere di pensare alla sua faccia, quando mi vedrà.
Mio marito è un brav’uomo, uno di quelli che indossa sempre la cintura di sicurezza in macchina. Io, evidentemente, sono molto meno brava di lui.
Non voglio, non voglio che mi veda così, con gli occhi sbarrati e le labbra ancora sporche di te.
Chissà, come lo racconterà, a nostro figlio.Riesci a sentirmi?
No, non puoi, anche perché questo cielo nero si è portato via il mio ultimo respiro.
Te ne stai lì, in silenzio da un sacco di minuti, steso a terra poco lontano da me.
Hai ancora il colosso di fuori.
Ed è assurdo pensare che il tuo bellissimo cazzo sarà l’ultima cosa che vedrò nella mia vita.
 

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