Carla Raspa – il primo incontro

Carla Raspa – il primo incontro

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E’ stata una storia lunga nel suo evolversi, ma intensamente e rapidamente vissuta quando si è arrivati al dunque.
Lei romana de Roma, io oriundo emiliano. Una sua parentela di mezzo che, inizialmente fu l’occasione per conoscersi, ma poi divenne uno degli ostacoli più grossi.
I nomi sono di fantasia. Tutto il resto no.
Ci siamo ritrovati, con Carla, del tutto occasionalmente tramite Fb dopo una iniziale frequentazione virtuale risalente di quasi 10 anni, durante i quali lei aveva convissuto con un altro dopo il suo primo matrimonio fallito ed io mi ero felicemente fidanzato e convivevo.
Io ero soddisfatto e non l’avevo più cercata, nonostante ricordassi la sua notevole avvenenza. Una femmina di altri tempi rispetto agli standard attuali: formosa (direi un 100 – 65 – 95) e dalle carni sode, con uno sguardo fiero e di sfida. Insomma: una vera pantera, o come usa adesso, una cougar: per qualunque maschio era impossibile vederla passare senza girarsi a guardarla.
Mi ricontattò lei dopo tanti anni, non ricordo neanche più esattamente come, con la banale scusa di una consulenza professionale che le diedi gratuitamente e per telefono.
Ma fu l’occasione per risentirla, ripetutamente ed a lungo.
Poi la cosa cadde per un po’ nel dimenticatoio, preso com’ero dalla mia quotidianità e dalla vita con la mia compagna che era molto felice e soddisfacente.
Ma il pensiero di Carla diventò pian piano un tarlo, molto lentamente insinuandosi in me il desiderio di incontrarla, vederla, toccarla, trasformando quel rapporto, fino ad allora solo virtuale e telefonico, in qualcosa di concreto. Disperavo, però, di poterla avere. Bella e bona com’è, pensavo, figurati se mi si fila!
Entrambi non siamo più giovanissimi, anche se lei ha solo 45 anni.
Lei lavora part time in un’importante struttura sanitaria.
Io sono libero professionista titolare di studio. Lei aveva, quindi, tutti i pomeriggi liberi ed io ero…padrone del mio tempo.
Dopo che ci fummo ritrovati, pian piano cominciai io a stimolarla, nel senso che iniziai con qualche messaggino watshap via via sempre più esplicito…..e lei stette subito al gioco lasciandomi capire senza mezzi termini che non aspettava altro! A parole era una supertroia!
Iniziò così un intenso e frequentissimo rapporto telefonico, fatto di lunghissime sedute di chat pomeridiane durante le quali l’aria era sempre particolarmente calda e Carla non lesinava foto sue in abbigliamento sempre più discinto, finché non riuscii a farla denundare del tutto.
Era molto bella e sexy, una vera bomba sexy, con un seno prosperosissimo e sodissimo nonostante i 45 anni ed un culo davvero da riferimento.
E così, Carla si innamorò, piano piano ma inesorabilmente.
Io cercavo altro, invece, nel mentre rendendomi in breve tempo conto del fatto che, sotto il profilo sessuale ed a dispetto di tanta fisicità, lei era molto repressa ed al limite del bigottismo.
Dopo qualche mese, in occasione di un mio viaggio a Roma, le feci una sorpresa e le messaggiai una domenica pomeriggio, spostando la mia partenza per tornare a casa di qualche ora.
Lei si precipitò per incontrarmi, nonostante una dichiarata paura che “e se non ci piaciamo?” …”e se l’odore reciproco ci infastidisce?”….implicitamente dichiarando che si era innamorata più dell’idea di me che della realtà.
La curiosità, comunque, prese il sopravvento e venne.
La vidi da lontano -nell’atrio enorme e straaffollato della Stazione Termini- che si guardava incontro cercandomi tra la gente. Lei non mi vide, così le arrivai da dietro all’improvviso, appoggiandole la mia virilità -nel frattempo rigogliosamente esplosa nei pantaloni come a un 18enne alla prima esperienza- esattamente dove avrei voluto metterglielo, cioè nel taglio delle natiche che il cappotto che indossava faticava a contenere, e le sussurrai all’orecchio “ben arrivata, cara”. Carla non si scostò, anzi, spinse il culo sul mio membro durissimo e contemporaneamente girò la testa: la baciai e lei ricambiò. Voracemente la sua lingua cercò la mia e mi si offrì apertamente al punto che la penetrai letteralmente con la lingua fino in gola. Sapeva di fumo e solo questo mi impedì di salivarla e lavorarla fin quasi a farla letteralmente venire; era eccitatissima, quasi tremava. Ci avvinghiammo, incuranti della gente e le infilai le mani sotto il cappotto tastandola dappertutto: era sodissima tanto da sembrare quasi finta.
Uscimmo dalla stazione e ci incamminammo per Roma, ma eravamo entrambi eccitatissimi ed io anche estremamente combattuto per un senso di colpa profondissimo che provavo in quel momento: in 10 anni non avevo mai tradito la mia compagna. Ma Carla era una vera bomba, trasudava sensualità da tutti i pori e….non riuscivo a fermarmi, era più forte di me e di tutti i miei sensi di colpa!
Ci sedemmo in un bar ed ordinammo un caffè, intanto parlavamo e…ci stavamo scopando a parole. Lei trasudava desiderio dagli occhi, la salivazione le era aumentata ed era nervosa, nervosissima, cercando di calmarsi aspirando dalla sigaretta elettronica che aveva acceso aspettando il caffè. Intanto le nostre gambe sotto il tavolino si intrecciavano e continuavamo a toccarci dappertutto, incuranti del pubblico. Bevemmo il caffè rapidamente ed uscimmo per strada, alla ricerca di un posto dove appartarci e consumare quella nostra insopprimibile voglia di prenderci l’un l’altro.
Girovagammo per le strade e i vicoli circostanti, io con le mani nei suoi pantacollant a stimolarle il clitoride e l’ano furiosamente; ogni tanto ci fermavamo e la spigevo al muro baciandola languidamente finché non trovammo un portone aperto e ci infilammo nell’androne. Qui la quasi violentai ma senza penetrarla, infilandole dapprima uno, poi due e infine tre dita nell’ano e guardando la smorfia di dolore che le si disegnò sul volto mentre la sentivo ansimare: era bagnata, praticamente un lago, con la figa aperta e colante tanto che le si erano inumiditi i pantacollant. Mi desiderava ardentemente. Ed anch’io la volevo, anche se il senso di colpa mi attagliava continuando a ronzarmi nella testa l’immagine della mia compagna, mentre una parte di me provava schifo per il mio esser debole.
Ma dovevo possederla, lei era troppo….troppo….troppo, non potevo non entrare dentro di lei.
Le abbassai i pantacollant, le alzai il maglione scoprendole l’enorme seno e glielo tastai cominciando a baciarle i capezzoli enormi e durissimi che, stimolati, divennero letteralmente di marmo. Lei continuava ad ansimare, ma non si scioglieva del tutto; e del resto era comprensibile. Eravamo in una situazione estremamente precaria, avrebbe potuto entrare qualcuno dal portone o uscire qualcun’altro di casa in qualunque momento beccandoci in pieno come due ragazzini; e lei era quasi nuda.
Provai a girarla di faccia al muro, ma lei si oppose….mi sbottonai i pantaloni ed a fatica lo estrassi dalle mutande appoggiandoglielo in mano; me lo accarezzò, ma subito la bloccai: volevo penetrarla e glielo infilai in mezzo alle gambe riuscendo, però, solo a strusciarglielo e sentendola bagnatissima e colante. Mentre armeggiavo per penetrarla un rumore proveniente dalla tromba delle scale ci fece trasalire ed in fretta ci riordinammo come potemmo precipitandoci in strada.
Avevamo entrambi una voglia disperata ma eravamo consapevoli che sarebbe stato estremamente difficile farlo in quelle condizioni. Intanto il tempo passava e si avvicinava l’ora di partenza del mio treno. Ci incamminammo perciò verso la stazione ed io, accompagnato sempre da un senso di colpa gigantesco, con la testa completamente nel pallone continuavo a pensare a come fare a lasciarla “marchiata”, a non andarmene via senza averla, in qualche modo, posseduta.
Arrivammo ad una sorta di portico dal quale si accedeva ad un paio di ingressi di palazzi ed in fondo, seminascosti, si intravedevano nella penombra le saracinesche di alcuni sottani che, dalla pubblicità traboccante dalle cassette, parevano sfitti da tempo.
La spinsi la in fondo e mi appoggiai al muro, estraendo il cazzo. La spinsi ad inginocchiarsi.
Non si fece pregare e me lo prese in bocca: ci sapeva fare….ma, praticamene la desideravo troppo e alla fine letteralmente la scopai in bocca.
Si accorse che stavo venendo e mi diede la sensazione che avrebbe voluto non le venissi in bocca ma sul volto; io invece le trattenni la testa, sparandole in gola un quantitativo di sperma che non avrei immaginato di riuscire a produrre; quasi la affogai. Col volto rivolto in alto e gli occhi quasi chiusi tentò di guardarmi, ansimando e divaricando le narici in una smorfia mentre le venivo in gola.
La stavo possedendo, marchiando; dalla faccia che fece capii che ne era consapevole.
Continuai a tenerle la testa bloccata ed a spingerglielo in gola finché non deglutì: le avevo immesso qualcosa di me, ero nel suo dna.
Era una troia; una vera magnifica, bellissima, caldissima e prorompente troia: praticamente tutto quello che un maschio può desiderare di avere come amante perfetta. La sua carne urlava di quel desiderio di possesso da parte del maschio fino ad esserne “devastata”. O, almeno, così sembrava.
Ma s’era fatto tardi.
Abbracciati tornammo verso la stazione quasi senza parlare e sempre quasi senza scambiarci altre parole ci salutammo: lei imboccò le scale della metro e io mi diressi al binario.
Entrambi sapevamo che non sarebbe finita lì.
….continua

 

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