Umiliare il mare

Umiliare il mare

Saluti, caro lettore, cara lettrice.
Prima di iniziare, una precisazione: il linguaggio è di proposito colloquiale.
Ad ogni modo, avendo io una parlata nordica, potrei non accorgermi di alcune espressioni particolarmente aberranti; nel caso ne troviate, non mancate di farmelo sapere.

È un racconto di tre parti, quindi piuttosto lungo; questo non significa che non sia stato inteso per essere letto in una volta sola.

. . . . . . . . . . . . .

Oh, ecco il mare. Durante questo viaggio, si intravedeva a tratti, tra gli alberi e gli edifici che sfrecciavano rapidi appena al di là del finestrino del treno. Quando le porte si sono aperte sul paesaggio della mia destinazione, mi sono fatta trovare davanti all’uscita, assieme alla mia valigia bianca, assiepata di disegnini neri, vagamente antipatici. Avete presente quelle grafiche banali e irritanti? Ecco, la mia valigia è così: è piena di soli sorridenti, cuoricini, gatti, ombrelloni e così via. Ovviamente, non è una valigia che ho scelto io; o per lo meno, se l’ho scelta quando ero più piccola, ora non mi piace più. Ad un certo punto ho preso a riempirla con adesivi di qualche band che ascolto e scarabocchi vagamente psichedelici: cose che hanno fatto arrabbiare mia madre e dirle: “Luna, perchè cazzo devi rovinare così le cose?”. Ora inizierò a metterci degli adesivi dei luoghi che visito. Penso proprio che inizerò a viaggiare un po’ di più dopo questa maturità. E per viaggiare, intendo viaggiare senza la famiglia: un po’ alla volta, inizia ad arrivare la consapevolezza di avere un po’ più di libertà.

Scendo dal treno e, cellulare alla mano, mi dirigo all’indirizzo che mi aveva fornito la mia amica. Beh, venire qui in effetti è stata una decisione un po’ affrettata. Ero tra le ultime a fare la maturità e non avevo programmato praticamente nulla per queste vacanze, visto che il pensiero degli esami occupava ogni prospettiva, come se al di là di quelli non fosse esistito nient’altro. Da quando ho saputo il voto sono passati due giorni, prima che Angelica mi chiedesse di raggiungerla in Liguria. Lei aveva già preso un appartamento lì e mi aspettava. La prospettiva di raggiungerla al mare non era male, sicuramente meglio che restare a casa abbracciata al ventilatore. Nel momento in cui ho ricevuto quel messaggio, ho scrollato l’afa dal mio corpo, mi sono diretta al computer, ho afferrato la carta di credito dei miei e ho preso il biglietto del treno. Erano al lavoro, nemmeno ho chiesto il permesso, ma tant’è. Mi sono appena maturata, me lo perdoneranno. E poi il mio voto non era nemmeno malaccio, che cazzo. Tempo un quarto d’ora le avevo risposto: “Domani sono lì, mandami l’indirizzo, zoccoletta”.

Mentre cammino per questo paesino, sono leggermente accecata dal sole del primo pomeriggio; sfodero i miei nuovi occhiali da sole: non sono ancora abituata ad averli, la miopia mi ha impedito di portarli per molti anni. È pieno di case assiepate l’una contro l’altra, quasi addossate alla spiaggia sassosa e noto con un discreto piacere la particolarità di questo luogo: poco chiasso, nessun bambino strepitante in giro, qualche turista tranquillamente appostato all’ombra e la spiaggia semideserta. Mentre, mi dirigo verso la casa attraverso quella che evidentemente è la piazza principale: su di essa si affaccia l’edificio comunale e i pochi negozi e bar che ho incontrato fin’ora. Inoltre, al suo centro sfoggia una grande fontana, con una specie di altare al centro, attualmente priva di acqua, ma in un certo senso comunque piuttosto bella. Mentre cammino, bado alle occhiate che si rivolgono verso di me, alcune di sfuggita altre un po’ meno. In fondo, non posso nemmeno biasimarli troppo; sono abbastanza contenta del mio corpo: piuttosto alta per essere una ragazza, pelle bianca e delicata, dei fianchi invidiabili, un sedere tondo al punto giusto e un seno sicuramente non importante, ma che può dare certe soddisfazioni – e che, compiuti i diciott’anni, non ho mancato di adornare segretamente con un bel piercing sul capezzolo destro.

Controllo l’indirizzo sul cellulare, mentre una porta verde mi si para davanti. Non è un condominio; è una casa posizionata in centro al paese, con un unico campanello. Lo suono. In effetti, ha senso parlare di centro in un paese tanto piccolo? Venendo dall’hinterland Milanese un po’ mi ritrovo a ragionare sempre per queste categorie. Poco male.

“Sì?”, una voce metallica proviene dal citofono.

“Ciao! Sono Luna!”

La porta si apre con un Clock rumoroso, mentre entro, ritrovandomi delle scale ripide ad accogliermi. Mentre le salgo, trascinandomi dietro la valigia, una porta al primo piano si apre e una signora sulla quarantina, dai capelli scuri, corti, portati a caschetto, si affaccia e mi scruta: “Buongiorno, lei dev’essere la nuova arrivata, giusto?” La guardo sorpresa, la bocca semi aperta e la valigia che penzola dietro di me, stirandomi il braccio. “Entri pure, cosa aspetta?”. Mi trascino affannosamente fino all’ultimo gradino, ansimante e confusa. Lei mi aspetta sull’uscio, con le braccia conserte. Certo, non sembra una buona accoglienza.

“Buongiorno… Lei…”

“Buongiorno, com’è stato il viaggio? Entri, così le spiego un po’ com’è fatta la casa, dove trova le varie luci, il gas, eventuali coperte, anche se non serviranno, immagino. Ah, mi scuso per il fatto che ultimamente abbiamo avuto qualche problema con il bagno, si sta rompendo la tazza. Dovrà fare un po’ attenzione, fino a che non l’avremo sostituita…”

“Sì, certo…”. Nel frattempo ho ripreso fiato. “Scusi, ma lei chi è? In questa casa non è già ospitata una ragazza… Angelica?”

“Oh, mi scusi. Io sono la proprietaria dell’appartamento, la sua amica mi ha pregato di accoglierla, perchè è dovuta andare in una città qui vicino, non so per quale motivo… Ad ogni modo, le consegno le chiavi; avevo già un impegno a quest’ora e la richiesta della signorina Angelica mi ha preso alla sprovvista”. La guardo sconcertata, mentre sottolinea quella parola, “signorina”, con un certo fastidio, se non addirittura con una vena polemica.

Mostratami la casa -un bell’appartamento, piccolino, adatto ad un gruppo di poche persone- la padrona, Mariangela, mi lascia sola, coi miei pensieri, parecchio infastidita per essere stata abbandonata così, senza preavviso, dalla mia amica Angelica. Provo a chiamarla, ovviamente non risponde, il telefono sembra spento. Perchè diavolo non c’è mai campo in questi posti? Non posso che mettermi il cuore in pace e mettere a tacere il mio nervosismo per la situazione. Certo che nemmeno chiamarsi durante il viaggio per mettersi d’accordo non è che sia stata un’idea brillante. Valigia alla mano, entro nella camera da letto: c’è un letto a castello e visto che quello inferiore si direbbe occupato – non è stato rifatto e alcuni vestiti di Angelica lo occupano – decido di occupare quello superiore. Mi isso sulla scaletta non senza qualche fatica, che se ci fosse qualcuno qui si ribalterebbe dalle risate. Mi stendo sul letto, ancora vagamente irritata e chiamo casa, per avvisare i miei dell’arrivo.

“Ciao… Sì… Tutto bene, tutto bene… Sì… Sì, sì, siamo qui assieme. Ciao”. Chissà perchè, non ho deciso di far parola di quello che è successo. Guardo instagram, tanto non so che fare, chissà quando mi arriveranno notizie di quella là. Anzi, guardo proprio il profilo di Angelica, chissà che non riesca a capire dove è andata a cacciarsi. Minimo, avrà conosciuto qualcuno e sarà andata a spassarsela sul letto di quello, mi ci posso giocare le ovaie. Certo che però avvisarmi… Il suo profilo è sempre il solito, nulla di nuovo. Le ultime foto che ci sono, ancora la ritraggono a Milano; e questo e un po’ strano. Almeno una foto del mare l’avrebbe messa, no? Anzi, ne avrebbe messa anche una che la ritrae in costume, conoscendola. Nel momento in cui sto pensando così, mi arriva un messaggio proprio da lei:

“Ciao Luna! Scuuuuusaaaaa se non ti ho avvisata, ma sono dovuta andare da mio Zio, qui vicino che alla fine si è rotto il piede e ho dovuto stare con lui in ospedale, visto che altri parenti non ce ne sono qui… Comunque niente di grave, domani lo accompagno a casa e ritorno lì di sera. Ho provato a chiamarti, ma qui non si riesce proprio… Non so quando ti arriverà, spero presto!! Intanto goditi la casa libera ahahahah”

Ah, ecco. Ora si spiega tutto, è proprio come pensavo: è imbarazzata, altrimenti non mi avrebbe scritto, mi avrebbe mandato un messaggio vocale. E poi, quello “Scuuuuusaaaaa”? È falsa come Giuda. Ha conosciuto davvero qualcuno e si è gettata sul suo cazzo a capofitto. Questo messaggio me l’avrà scritto tra una cavalcata e l’altra, quella troia. Che cazzo.

Tiro pugni e calci contro il materasso sotto di me, tendendo il corpo e soffocando un urlo rabbioso. Che nervi. Passo qualche istante così, poi mi rendo conto che mi sto pisciando addosso. In effetti, mi sono alzata presto e son stata tutto il tempo sul treno. E chi ha il coraggio di usare i bagni dei treni? Me la sono tenuta e amen. Ah già, il gabinetto. Devo stare attenta. Seduta con cautela sulla tazza, mando Angelica teneramente affanculo. Beh, in fondo, come biasimarla? Una buona scopata come si può rifiutare? Forse ho una punta di invidia che mi rode. Mi calmo e torno sul mio letto, addormentandomi; in fondo, ero davvero stanca per il viaggio. Era solo il nervosismo a tenermi sveglia.

Sogno pure. Più che un sogno, una specie di incubo: ho gli occhi chiusi, ed è tutto buio. Una sensazione di calore mi invade tutta la parte superiore del corpo, come se fossi distesa a prendere il sole; la parte inferiore invece è come se fosse stata appoggiata su una superficie dura, che scotta parecchio. Provo ad aprire gli occhi, ma è tutto buio. Provo a muovermi, ma è come se fossi immobilizzata. Ho paura. Urlo.

Mi sveglio urlando, e mi sollevo dal letto in panico, sbattendo la testa contro il soffitto. Merda. Chi si ricordava di essere su un letto a castello. Mi massaggio la testa nel punto in cui è stata colpita. No, dove l’ho colpita… Ah, chissenefrega. So solo che mi fa malissimo. Massaggiandola, mezza stordita, mi avvio verso il bagno, per osservarmi allo specchio, e guardo la mia fronte. Oh, uscirà un bernoccolo, sicuro. Mentre esco dal bagno, non posso non notare che il sole sta per iniziare a tramontare. Ma che ore si sono fatte? Afferro, il cellulare. Le otto? Certo che ho dormito. L’ora mi viene confermata dal mio stomaco, che brontola lievemente. Massaggiandomi la testa, mi dirigo verso il frigo. Lo apro solo per trovarlo vuoto. Ah, quell’Angelica… Ormai, a quest’ora non potrei nemmeno far la spesa e in fondo non ho nemmeno intenzione di cucinare. O digiuno, o esco a cena. Spero solo che nessuno trovi strano trovare una diciannovenne in un pasto solitario.

Poco, male. Afferro le chiavi di casa, e mi dirigo in paese, nella piazza principale, girovagando. Provo a guardare su internet se c’è qualcosa, tipo qualche recensione, che so, ma non trovo nulla. La mia impressione iniziale è confermata: in fondo, è proprio vero che questo luogo è poco frequentato. Poche persone girano per strada, e ti osservano, come se fossi davvero uno straniero. Evidentemente non sono troppo abituati ai turisti. Il che è parecchio strano, essendo in Liguria. Mi guardo attorno e trovato un luogo abbastanza tranquillo, una piccola trattoria, mi ci ficco. Ci saranno una quindicina di tavoli, il posto è abbastanza riservato. Quattro signori siedono ad un tavolo, con davanti dei piatti davvero invitanti. Il mio ingresso è salutato dai loro sguardi di sottecchi e da un cenno breve fatto col capo da uno di loro. Un cameriere con qualche anno in più di me mi accoglie e mi invita a scegliere il tavolo che preferisco. Scelgo uno lontano dagli altri clienti, in un angolo, in modo da non essere osservata. Almeno, mentre mangio, mi piacerebbe farlo tranquillamente. Mentre mi siedo e mi porge il menù gli dico:

“Ho già scelto, in realtà… Penso che prenderò una pasta al pesto”. In fondo, sono in Liguria, mi sembra il minimo iniziare la vacanza con questo piatto.

“Certo, ma devo avvisarla che il nostro pesto è speciale. Non è esattamente quello tradizionale, c’è un ingrediente segreto”. Dice sorridendomi. Beh, è anche carino. “Desidera del vino?”

Medito un attimo. Beh, in fondo sbronzarmi potrebbe essere il modo giusto per andare a letto tranquilla da sola: “Sì, beh. Una bottiglia di vino bianco… Fermo”.

“Del Vermentino può andare?”. Non ho la minima idea di cosa sia, ma rispondo che sì, può andare, cercando di sembrare il meno impacciata possibile, per via della mia incompetenza in materia.

Mi lascia sola e appena arriva la bottiglia di vino, mi verso il primo bicchiere, e al primo sorso i miei nervi si distendono subito. Sarei una perfetta candidata per l’alcolismo, se mi impegnassi un po’ di più. Quando arriva il mio piatto di pasta, capisco che in effetti ha qualcosa di speciale, ma che al mio gusto risulta incomprensibile. È probabilmente il piatto più semplice e buono che mi riesca a ricordare di aver mai mangiato. Evidentemente la mia faccia è piuttosto eloquente, visto che il cameriere mi guarda sollevando un sopracciglio e con un sorriso soddisfatto, come per dirmi: te l’avevo detto. La mia cena procede tranquillamente, tra una forchettata e un bicchiere solitario, al punto che senza rendermene conto, alla fine di questo piatto abbondante, il livello del vino è ben sotto la metà della bottiglia. Il cameriere, tra qualche convenevolo e l’altro, porta via il mio piatto di pasta, chiede se voglio il dolce, che rifiuto e si allontana. Sarà il vino che inizia a fare effetto, ma più lo guardo più mi rendo conto che il sorriso che gli rivolgo mentre mi parla lascia intendere qualcos’altro; magari è un sorriso da scema, ma la leggera sbronza che ho mi fa sentire attraente. In fondo, ho delle belle labbra rosse e ben delineate, degli occhi grandi, forse con uno sguardo un po’ saccente. I capelli castano chiaro mi arrivano a metà schiena e le mie orecchie sono adornate da dei dilatatori. Beh, certo non a tutti piacerò; almeno, fino a quando non mi passo la lingua tra le labbra, guardando il mio interlocutore dritto nelle pupille.

Sorrido soddisfatta a questo pensiero e mi alzo per pagare il conto. Da come traballo e da come la testa mi gira, direi che sono un po’ più che leggermente sbronza. Mi avvicino la cassa e il cameriere è dietro di essa. Di fronte a lui, ci sono ancora quei quattro signori, con i quali lui sta intrattenendo qualche discorso in un mezzo dialetto che non mi è proprio chiaro. Mi posiziono tra lui e il tavolo di quei clienti, dando loro le spalle. Indosso dei pantaloncini abbastanza corti, che mi fasciano il sedere molto bene. Sicuramente lo stanno fissando. Mi faccio dire la cifra dovuta e porgo i venti euro al cameriere, sfiorando leggermente la sua mano. Non faccio in tempo ad agitarmi al pensiero che già sto facendo il mio gioco: lo guardo negli occhi, porto il busto leggermente in avanti, dischiudo appena la bocca e, ringraziandolo per la cena, mi passo rapidamente la lingua sulle labbra – è in fondo un gesto quasi innocente, non così esplicito come potrebbe sembrare. Ad ogni modo, lui rimane di stucco: ha funzionato. Decido che per il momento è abbastanza, giro sui miei tacchi e prendo l’uscita, salutando allegramente.

Eccitata per la mia performance e ridacchiando da sola, ritorno nella piazza principale, mentre sento da dentro la trattoria provenire una fragorosa risata degli uomini. Avranno fatto qualche battuta su di me, minimo. La serata è buia, il sole è tramontato da un pezzo. Mi fermo davanti alla fontana, pensosa: è di pietra bianca, liscia; ha un’energia particolare: si colloca a metà tra il bello e l’inquietante. È strano vedere questo tipo di architettura in un paese così. Di certo, è una costruzione moderna: contrasta troppo con gli edifici circostanti. Tra questi pensieri, il vino che mi annebbia la mente, la fronte che mi pulsa dove sicuramente il bernoccolo mi sta uscendo – sempre che non sia già lì – mi dirigo verso l’appartamento. Apro la porta verde, la chiudo alle spalle e arranco sulle scale ripide; raggiungo la camera da letto. In qualche modo, piolo dopo piolo, arrivo al letto superiore. Quante scale. Chiudo gli occhi. Ho i pensieri confusi. Senza rendermene conto, mi addormento di sasso.

………….

La mattina mi saluta con la luce che entra intensa dalle finestre. Ieri non ho chiuso le tapparelle, così il sole mi ha svegliata. Intorpidita dal sonno, leggermente intontita, mi precipito in bagno, sedendomi sulla tazza senza troppa delicatezza. Lo scricchiolio che ne proviene mi ricorda che le sue condizioni passate sono state migliori. Per fortuna, sembra che nessuna parte sia rimasta compromessa. In casa manca anche il caffè. Maledetta Angelica, nemmeno delle cose fondamentali riesce a preoccuparsi.

Giro il rubinetto della doccia verso il freddo e lo sollevo. Non c’è afa come a casa, ma di sicuro fa già caldo, un po’ di acqua fresca è perfetta. Mi spoglio: alla fine ho dormito coi vestiti che indossavo ieri; effettivamente, più di mezza bottiglia per me è decisamente troppo. Vincendo la reticenza iniziale, apro l’anta e mi butto sotto il getto. Brrr. La temperatura mi scuote tutta e mi sveglia. Di sicuro ora sono meno rincoglionita. Mentre mi lavo rapidamente, penso che in effetti non c’è possibilità di fare colazione; quindi, sono più che giustificata ad uscire per un cappuccino e una brioche, giusto? Esco dalla doccia e con passo svelto mi dirigo verso la camera, dove ho lasciato il mio accappatoio, segnando il pavimento della casa con una scia di gocce d’acqua e impronte. Lo afferro e abbasso lo sguardo sul mio corpo per un attimo. La luce entra dalla finestra, facendo brillare le gocce che mi ricoprono. Sulle braccia, sulle gambe e su tutto il resto del corpo, ho la pelle d’oca; la sfioro leggermente, rabbrividendo. Osservo i miei seni, non molto grandi, ma che mi piacciono molto. Sento l’aria che li avvolge, fresca. I miei capezzoli svettano, dritti, come se fossero pronti ad attirare lo sguardo di qualcuno. Ci soffio sopra; mentre diventano ancora più duri, ho un nuovo brivido e ridacchio. Con una mano, sfioro il destro, quello perforato dal piercing; lo prendo tra l’indice e il pollice e, con un certo piacere, inizio a tirarlo piano. L’altra mano avvolge il seno sinistro e lo stringe, facendomi sospirare. Se avessi un ragazzo, sarebbe la situazione perfetta per renderlo partecipe della situazione, una foto, un piccolo video… Purtroppo, o per fortuna, non ce l’ho. O meglio, qualcuno c’è, ma ho deciso da qualche settimana che in questo momento della mia vita, dopo averci avuto a che fare per dei mesi, dopo essere stata sfruttata solo per le sue esigenze carnali, è meglio non averci più niente a che fare. Che poi, per essere onesta, anche le mie esigenze carnali sono state soddisfatte; ahimè, solo quelle. Non c’era da parte sua nemmeno la voglia di frequentarsi al di là delle scopate, per non parlare dell’assenza totale di attenzioni e di affetto.

Sollevo lo sguardo, fuori dalla finestra aperta, incontrando, dentro la finestra dell’edificio di fronte, gli occhi di un uomo. Colto in flagrante, si è allontanato subito; nemmeno sono riuscita a distinguere il suo volto. Avrei potuto anche continuare questo spettacolino per lui, forse; ma corro a tirare le tende. Iniziavo ad eccitarmi, non posso negarlo. A volte, accarezzo il mio corpo, raggiungo il piacere, il desiderio; poi, me ne privo. Mi fermo. È come se rimandare l’orgasmo, continuare la giornata con il clitoride gonfio, che reclama attenzioni, mi regalasse una dose di sofferenza, diventando un piccolo piacere, che mi distrae durante la giornata, mentre cammino, durante le conversazioni. Mi asciugo e mi vesto, con un bel vestitino nero, fatto come di carta velina. Esco, alla ricerca di un posto al sole dove godermi la colazione.

Giungo nella piazza principale e mi siedo ad un tavolino di un bar, collocato nella parte ovest, dunque illuminato al mattino. Ordino alla cameriera un cappuccino e una brioche con della marmellata ai frutti di bosco. Dopo poco, il mio agognato primo pasto arriva. Mentre lo consumo, osservo le persone che mi circondano: pochi turisti, principalmente coppie e piccoli gruppi di amici, nessuna famiglia e qualcuno che evidentemente è del posto, rendono l’atmosfera tranquilla, l’aria che vibra solo di qualche mormorio. Chissà come sta Angelica. Sarebbe meglio vedere se riesco a comunicare con lei, giusto per sapere se sta bene e se ha la fica ancora tutta intera. Estraggo il cellulare e la chiamo. Spento o non raggiungibile. C’era da aspettarselo… Definitivamente, dovrò gestire la mia giornata in autonomia. Finisco la colazione, pago e decido di avviarmi verso il mare, senza tornare a prendere il salviettone. Tanto ci sono solo sassi, mi siederò da qualche parte, senza fare il bagno. Mentre sono in cammino per la via che dalla piazza porta alla spiaggia, sento dei passi affrettati alle mie spalle, quasi di leggera corsa. Non faccio in tempo a voltarmi, che il cameriere di ieri sera è già al mio fianco sorridente.

“Buongiorno”, mi fa allegro.

Indossa dei sandali, dei pantaloncini corti, una canottiera. Trasporta in spalla delle corde, alcune più sottili, altre più spesse, che fisso con aria interrogativa. Per la verità, più che le corde, fisso le sue spalle, che sono magre, ma ben definite, con muscoli guizzanti. Mi viene già l’acquolina, complici le carezze che mi sono riservata appena uscita dalla doccia. Ad ogni modo, sente di dovermi dare delle spiegazioni:

“Le sto portando al porto… Quando non lavoro alla trattoria, sono quasi sempre in barca”

“In barca. Che cosa carina. Una di quelle a remi? Non ci sono mai andata, mi piacerebbe”, gli dico onestamente – non che la mia intenzione fosse ricevere un invito ad andarci con lui, ci mancherebbe…

“Sì, a remi. Non si arriva molto lontano dalla costa, ma è piacevole”. Più che alle sue parole, sono interessata alle sue spalle in questo momento. “Passa dalla trattoria oggi a pranzo, così se vuoi ci possiamo mettere d’accordo per fare un giro nel pomeriggio, ti va? Ti offro anche il dolce.” Dice, facendo l’occhiolino. “Ora, scappo ti saluto!”, dice, mettendosi di corsa in direzione delle banchine e allontanandosi da me. Non ho fatto in tempo a rispondergli; che carino, dev’essersi imbarazzato ed è scappato via. Ovviamente, mi va, di fare un giro sulla sua barca… Spero solo che il giro non si fermi lì. Sarebbe divertente anche un giro sul suo divano, tutto sommato. Sghignazzo al pensiero: che pervertita che sei, Luna.

Mi siedo vicino al mare, con le onde a farmi compagnia. I sassi sono abbastanza grossi, ma nemmeno troppo scomodi. Passo così, le ore che mi separano dal pranzo. Da sola, penso alle mie superiori, ad Angelica, al mio ex, sempre che possa chiamarlo così. Alterno l’osservazione dei pochi passanti e del paesaggio al cellulare, scatto qualche foto, mando qualche messaggio annoiato. Mi sdraio e riposo. Appena sento che il sole inizia a scottarmi la pelle, mi sposto. Ormai si è fatta quasi ora di pranzo. Passo in un piccolo negozietto di alimentari, dove una signora cordiale mi accoglie: prendo qualche pomodoro, un po’ di frutta, del formaggio, della pasta, un sugo pronto, il caffè – fondamentale – e qualche schifezza – altrettanto fondamentale. Mi dirigo verso l’appartamento e sulla strada incrocio una farmacia. Meglio essere previdenti; questi giovani d’oggi, sarebbero capaci di andare ad un appuntamento senza preservativi. Che indecenza. Entro e ne compro una scatola da dodici. Meglio abbondare, penso ridendo sotto i baffi, mentre il commesso mi guarda con una vena di malizia malcelata. Arrivo alla porta verde, faccio quelle scale ripide e sono in cucina.

Da quando sono uscita dalla farmacia, profilattici alla mano, in un sacchetto anonimo, l’agitazione ha iniziato a farsi strada nel petto. Più che agitazione, è una sottile eccitazione, come un pregustare quello che arriverà. Spero solo di non restare delusa. E se poi la cosa non andasse in porto? No, impossibile, è stato troppo esplicito. E se ce l’avesse minuscolo? Il pensiero delle sue braccia, delle sue mani e delle sue spalle mi consola. Preparo il pranzo e mi metto a mangiare, mentre, seduta da sola al tavolo di legno in centro alla sala, un formicolio, un piccolo calore, inizia a riempirmi il basso ventre. Finisco di mangiare; la finestra è aperta, ma le tende sono tirate. Un po’ di vento entra da lì e viaggia fin sotto al mio vestitino, facendomi venire i brividi, quando si infila tra le mie gambe. Devo essere proprio bagnata. Non sparecchio, mi butto sul divano, sollevo un po’ il mio abito fin sopra i fianchi e mi tolgo le mutandine: un filo di umori, unisce il loro centro e la mia intimità. Sono davvero bagnatissima. Mi sfioro delicatamente e una scarica di piacere mi attraversa. Durante questa mattina in spiaggia mi ero calmata, ora il desiderio è tornato più forte di prima. Infilo piano un dito, con un lieve mugugno: entra facilmente. Saggio leggermente il mio interno, accarezzo le labbra esterne; poi non resisto: le mie dita cercano il clitoride, lo premono, ci girano attorno, causandomi brividi crescenti. Non riesco a fare a meno annunciare a voce alta il mio piacere; chi si trovasse a passare sotto alla mia finestra, mi sentirebbe, ma non mi importa nulla. Magari anche l’uomo di stamattina mi potrebbe sentire e ora, per quanto ne so, potrebbe essersi messo benissimo vicino alla finestra, ad accarezzarsi il cazzo da sopra i pantaloni, per poi infilare la sua mano dentro i boxer, estrarlo durissimo, stringerlo nel pugno e percorrerlo in tutta la lunghezza… Questo pensiero mi fa alzare il tono dei miei mugolii ancora di più. Vorrei proprio che mi sentisse e che si segasse ascoltandomi, fino a venire, tra gemiti soffocati, pensando al mio corpo nudo, ai miei capezzoli duri e vogliosi che ha visto stamattina. Le mie dita si muovono sempre più velocemente, non riesco quasi più a trattenermi dall’emettere un urlo liberatorio; il mio corpo si contrae, si inarca verso l’alto, mentre le mie dita premono furiosamente e si muovono in cerchio attorno alla mia fica. Quando la vista annebbia, so di stare per venire. Sollevo le braccia, mi interrompo. Mi nego quell’ultimo piacere, respiro sofferente, graffiando il divano. Gli occhi si inumidiscono di lacrime, per il desiderio negato. Voglio venire, voglio venire. Ma non vengo. Questo è masochismo puro; non riesco ad immaginare una sofferenza maggiore, una necessità così grande lasciata insoddisfatta. Come vorrei che ci fosse qualcuno che potesse spingermi oltre il limite della sopportazione, perché da sola non riesco a farlo: ad un certo punto è impossibile. Devo cedere e abbandonarmi all’orgasmo. Voglio qualcuno che mi stuzzichi all’infinito, giorni e giorni, e poi ancora, fino a quando non sono costretta ad inginocchiarmi disperata, a pregarlo di lasciarmi venire, di farmi il regalo di un orgasmo, anelato e finalmente liberato potentemente.

Riprendo il respiro, la fica pulsante, gonfia di desiderio. Cerco di calmarmi. Ora sono pronta per andare dal cameriere. Vado in bagno, guardandomi allo specchio: ho il viso arrossato, delle gocce di sudore mi imperlano la fronte, decorata ormai da una zona più scura: il bernoccolo di ieri. Lo tasto leggermente. Fa proprio male. Entro sotto una doccia fredda, sperando che mi possa placare. Di certo non potrei presentarmi in questo stato: sarei capacissima di aprire le gambe in qualche vicoletto e farmi riempire seduta stante da qualsiasi uomo fosse abbastanza fortunato da trovarsi lì in quel momento. Esco dalla doccia. Ha funzionato. Per lo meno, ho ripreso a respirare normalmente, i battiti del mio cuore si sono calmati. Mi vesto, mi guardo allo specchio prima di uscire: ottimo, sembro una ragazza normale, quasi per bene. Scendo le scale, apro la porta, mentre la calura del primo pomeriggio mi investe il viso.

Mi incammino in direzione della piazza principale. Appena incrocio la trattoria, vi entro diretta. Tutti i tavoli sono vuoti, le luci sono spente. Solo la luce che entra dalle finestre infilandosi tra le imposte accostate illumina debolmente l’interno. Provo ad annunciare la mia presenza: “È permesso?”, dico in tono allegro. Qualche suono metallico, parecchio inquietante, proviene da qualche angolo della taverna. Un brivido di paura mi attraversa il corpo. Non so perché, ma sono fortemente tentata di girare i tacchi e darmela a gambe. Provo a ripeterlo: “È permesso?”. Questa volta, la mia voce risulta leggermente tremante. Una risposta, proviene dalla stanza dietro la cassa.

“Oh, salve, salve! Sono qui in cucina!”. È la voce del cameriere: “stavo finendo di preparare il dolce per te.” Da quell’uscio, fa capolino la sua testa, con due fila di denti splendenti che si rivolgono a me. Lo sento armeggiare in cucina; dopo qualche istante, ne esce con un piattino colmo di dolci marroni, piccoli e tondi. Sembrano dei baci di dama, di primo acchito, ma sono completamente marroni.

Mi viene vicino, scosta una sedia di un tavolo, appoggia i dolci e si dirige verso la finestra per fare entrare un poco di luce: “Siediti, siediti, cosa fai lì imbambolata?”, mi dice, mentre si piega in avanti per fissare le ante. “Come va, tutto bene?”

“Non vedevo nessuno e credevo che mi avessi dato buca”, gli faccio, nel modo più dispettoso che riesco ad esprimere: “Comunque sì, tutto bene… Li hai fatti tu quindi?”

“Sì, certo. Sono dei dolci al cioccolato e alla nocciola, con all’interno una crema di panna e cioccolato. Serviti pure”, mi invita sorridente.

Non me lo faccio dire due volte. Fanno una gola quegli affari. Ne afferro uno e me lo infilo in bocca intero. Certamente, non è stata una performance di migliore eleganza, ma mi saprò far perdonare. Sono eccezionali. Ho la bocca piena, ma non riesco a non emettere un miagolio di approvazione.

“Son buoni, vero?”, afferma, mentre si siede vicino a me. È visibilmente soddisfatto del suo dolce. “Si chiamano baci di Alassio. Beh, non siamo proprio ad Alassio, ma rimangono comunque buoni!”, dice ridendo forte. “Ah… Io sono Alessio, molto piacere. Non ci siamo mai presentati”. Dice tendendomi la mano.

Faccio finta di non aver capito che quello era uno squallido gioco di parole: Alessio-Alassio. Aiuto. Gli tendo la mano, sorridendo: “Piacere, Luna”.

Ci stringiamo la mano, con visibilmente una certa emozione. Poi, lui si alza dal tavolo, si dirige verso la cassa e mi versa un bicchiere di una sostanza leggermente densa e paglierina. “Tieni, assaggia”. Porto il bicchiere alla bocca. È come vino, ma è dolcissimo ed è piuttosto forte. Beh, anche questo è buono. Ci sa fare il ragazzo. Mi racconta qualcosa, che non intendo pienamente. Mentre parla, sono più concentrata sul suo volto che sul suo discorso. Mi racconta del giro in barca che ha fatto stamattina. Poi ne facciamo un altro, se voglio, mi dice. Nel frattempo, divoro letteralmente quei dolci. Sono buonissimi. Bevo anche quello che lui mi ha offerto, mentre lo ascolto. In realtà, più parla, meno riesco a seguirlo. Il vino sta facendo un certo effetto. Mi racconta del giro che faremo, delle promesse del panorama della costa vista dal mare. Allungo con calma una mano verso un altro bacio di Alassio; meglio, a questo punto sarebbe direttamente un bacio di Alessio, per l’appunto. Mi sento leggermente stordita dal vino. Ha una bella voce… Mentre parla, la mia vista si fa un po’ più annebbiata. Quasi come se avessi sonno. Improvvisamente, la testa si fa pesante e mi accascio sul tavolo. Sento il rumore che fa contro il legno, come se il mio corpo non mi appartenesse più. La vista si annebbia e diventa tutto buio.

La voce di Alessio mi chiama: “Luna? Tutto bene?”. Non riesco a rispondere.

……………..

È tutto buio. Sento il calore del sole scottarmi il corpo intero. Ho sempre avuto una pelle sensibile, di sicuro diventerò rossa come un gambero. All’improvviso, un calore sotto la schiena, trasmesso da una superficie dura, mi fa trasalire. Urlo. Cazzo, lo stesso sogno di ieri. Apro gli occhi, ma è sempre tutto buio. Provo a muovermi, ma non ci riesco. Sento come se i polsi, caviglie e busto fossero immobilizzati completamente. È una sensazione reale, un incubo incredibile. Provo a dimenarmi: la schiena, il sedere e le gambe sono appoggiati contro questa superficie di pietra rovente.

Sento una voce di uomo, profonda: “Cari soci. Finalmente eccoci giunti all’evento che tutti aspettavamo con trepidazione. In questa location esclusiva, affittata esclusivamente per il vostro personale gradimento, avete potuto osservare la signorina Luna, in questi giorni.”

Ma che cazzo sta dicendo. Che razza di sogno. Continua: “Potete osservare ora la sua bellezza, distesa su questo altare, in mezzo alla pubblica piazza.” Ma come diavolo parla questo qui?

“Inizieremo con uno spettacolino, ammirerete la performance del nostro professionista qui presente. Vi preghiamo di mantenere una certa compostezza durante questo evento.”

Che vuol dire questa cosa? Ho paura: urlo, ma esce solo un suono soffocato; la mia bocca è costretta a rimanere aperta, perchè riempita da qualcosa di ruvido che non riesco ad identificare. Intanto, mi ripeto: è un sogno.

Il silenzio: quello dell’attesa e della trepidazione, palpabile nell’aria. Ora sono in ospedale, ho avuto un colpo di caldo. Lo sapevo che non dovevo stimolarmi così tanto, mi è venuto un giramento di testa. Si sente solo il suono del vento. Bagnando il tessuto che mi copre gli occhi, la lacrime mi scendono a fiotti, sia per la paura, sia per il calore eccessivo contro la mia schiena; cerco di trovare posizioni diverse, di girare un poco sui fianchi, per trovare un po’ di pace, ma questo ha solo l’effetto di ustionare parti del corpo che ancora non lo erano. Ora mi sveglio, mi sveglio. Più passa il tempo, meno questa superficie è calda, per fortuna. Non so quanto tempo è passato, ma ormai ho rinunciato a dimenarmi e il mio pianto è un semplice singhiozzo, alla ricerca di qualcuno che mi aiuti e mi consoli. Quando mi sveglio? Odio quando rimango intrappolata nella mia mente. L’unico modo per farmi forza è cercare di capire cosa sta succedendo. Provo a tendere l’orecchio e sento qualche lievissimo mormorio. Ci sono davvero delle persone attorno a me. È un pubblico? Mi stanno guardando? Dove sono? Provo a ruotare gli arti; percepisco qualcosa di ruvido che gratta contro la mia pelle: sono sicuramente delle corde; delicata come sono, mi rimarrà il segno. Tutti i miei arti sono distesi e divaricati. Qualcosa di spesso e duro mi cinge all’altezza dei fianchi, facendomi aderire a quella superficie dura. Ora, che la mia mente non è occupata completamente dal calore che mi avvolge, capisco anche di essere nuda: sento ogni centimetro di quella superficie, sotto le mie spalle, la mia schiena, il mio sedere e le mie gambe. È quasi come se stessi prendendo il sole in una spiaggia nudista, sdraiata su una pietra liscia. Peccato che sia legata. Finalmente, una consapevolezza: sono qui per essere osservata. Sicuramente ci sono delle persone attorno a me. Non so quante siano, la loro identità, se siano più uomini o più donne. Più ci penso, più percepisco il loro sguardo su di me. Quale punto del mio corpo stiano guardando, quale centimetro di pelle stiano analizzando, ovviamente non posso saperlo. Non posso sapere se stiano guardando le mie labbra lasciate aperte da quello che ora comprendo essere una specie di straccio, come a formare una “O”, o se si stiano chiedendo il significato dei due piccoli tatuaggi al di sotto del mio braccio destro. So solo che sotto i loro occhi, il mio corpo ha una lieve contrazione, mentre il calore che prima era solo sulla pelle, ora si diffonde lentamente all’interno del mio ventre. È come se i loro sguardi mi dessero la sensazione di tante matite che disegnano sulla mia pelle, percorrendo seni e fianchi.

Poi, un suono metallico. Dopo qualche istante, una striscia di dolore si diffonde improvvisa appena al di sopra dei capezzoli. È un nuovo bruciore, un ustione inaspettata e pulsante. Ora mi sveglio. Ancora un ustione, ora appena al di sotto del seno. Sento il suono che fa, come se della carne fosse stata messa a cuocere su una griglia. Sono io. Altre due ustioni sul mio corpo, sempre più in basso. Il mio corpo si contrae, boccheggio alla ricerca d’aria. Sono in una successione troppo veloce. Una fitta arriva, si placa un momento e l’altra segue a ruota subito, senza che abbia il tempo di riprendere il respiro tra una volta e l’altra. Ancora un bruciore proprio all’altezza del mio pube, sfiora la mia intimità. Questa fitta non accenna a diminuire. Il suono della mia pelle bruciata continua a riempirmi le orecchie. Qualcosa di duro, metallico, rimane appoggiato alla zona premuto con forza. Urlo e mi dimeno, il corpo che si inarca verso l’alto.

Poi, quello che mi infliggeva questo dolore, si stacca e non si appoggia più. Finalmente, il mio corpo può riprendersi. Cinque strisce di bruciore mi attraversano il corpo orizzontalmente. Sono stata davvero ustionata, posso percepirlo nettamente. L’ultimo calore, così vicino alla mia intimità, è stato il peggiore. Annaspo, gli occhi pieni di lacrime. La mia bocca viene liberata da quello che la occupava. Aria. Respiro. Non mi sembra vero che l’aria possa essere così tanta, così fresca. Singhiozzo incontrollatamente, abbandonandomi alle fitte pulsanti che mi ricoprono. Attorno a me, qualche risata mi circonda. Chi mi osserva, certo si sta divertendo. Sono spossata; le lacrime impregnano ciò che mi benda. Delle mani armeggiano attorno al mio corpo, sto venendo slegata. È finita.

La stessa voce di prima, interrompe il momento di ilarità della piazza: “Bene, il nostro riscaldamento è finito. Divertitevi liberamente.”

Vengo afferrata da tre paia di mani e sollevata. È come se fossi un sacco di patate, un pezzo di carne: mi trasportano a peso morto, senza che opponga alcuna resistenza. Un altra voce dice: “Mettiamola qui per terra, così riusciamo a stare comodi”. Vengo posata prona su un pavimento fatto di sanpietrini: sento che mi graffiano la pelle, sono di forma quadrata, un po’ sfalsati l’uno rispetto all’altro. Non possono essere che i sanpietrini della piazza del paese. Sento diverse mani toccarmi, tutte assieme. Sono le persone che prima mi guardavano; li sento sghignazzare, eccitati.

Ripenso a quello che avevo fatto prima di incontrare Alessio. All’orgasmo che mi ero negata. Ora, saranno queste persone a riempirmi, a obbligarmi a godere. Non voglio venire. Le loro ombre mi coprono dal sole. Si muovono attorno a me, mormorando. Voglio che continuiate a guardarmi, mentre arrivo vicino all’apice senza mai raggiungerlo. Potete usarmi come volete, ma non voglio venire. Un dito, mi penetra senza nessuna grazia. Sono un lago. Entra ed esce da dentro di me, senza riguardi. I miei liquidi fuoriescono e si riversano attorno alla mia intimità, spalmati sulle mie cosce, gocciolando a terra. Il dolore che mi è stato inflitto prima è ora più sordo, costante, sta diventando un piacere fastidioso. Piango, non voglio venire. Chissà se si può avere un orgasmo in un sogno. Poi, il dito mi abbandona. Per un attimo, sembra che il mio desiderio venga ascoltato: spero che continuino a provocarmi, a fermarsi prima che possa godere, per poi riprendere e fermarsi ancora, fino a quando non sarò costretta a pregarli. Invece, qualcosa si appoggia alla mia fica. Scorre lentamente sulla mia fessura, poi mi riempie, con facilità. È un cazzo, duro, pronto, grosso. Sento le sue anche sbattere contro il mio sedere, arrivando a fine corsa, le sue mani che mi stringono i fianchi, la sua cappella premere con forza contro il collo dell’utero. Si ferma per un attimo, sento le sue contrazioni dentro di me. Rimane fermo. Chissà, forse è quello che mi ha spiato stamattina e che magari mi ha sentita gemere all’ora di pranzo. C’è silenzio, tutti mi stanno fissando, lo sento; stanno aspettando che il primo inizi a fottermi. Sospiro. E lui inizia a scoparmi con forza, tenendomi salda, mi svuota e mi riempie completamente, ogni volta facendomi male. Risate soddisfatte attorno a me. Inizia ad arrivarmi qualche insulto, per la mia bocca semiaperta, che rilascia dei piccoli gemiti, con la saliva che incontrollabile esce dalla mia bocca e si riversa sul pavimento, bagnandomi la guancia. Spinge ancora più violentemente e viene, potente, con un grugnito, incitato dalle altre persone, voci maschili e femminili: le contrazioni del suo membro premono contro le pareti della mia fica. Vorrei poter vedere quanto è grosso, le sue vene, la sua forma e le sue irregolarità. Vengo anche io. Grido, svuotando completamente i polmoni di tutta l’aria; piango: non dovevo venire. Resta dentro di me un tempo interminabile. Infine, mi abbandona lì. Vengo voltata e mi ritrovo supina. Una pinza, stringe il mio capezzolo sinistro, quello senza piercing; serro i denti, mentre un ago incandescente lo perfora e il mio urlo riecheggia nella piazza, improvvisamente ammutolita.

È come se questo avesse liberato la frenesia di quelli che fino ad ora sono stati solo un pubblico divertito dalla scena, che si erano limitati a deridermi, affibbiandomi gli epiteti di troia, cagna, puttana, pezzo di carne per svuotarsi i coglioni. Più mani si avventano su di me. Mi stringono e mi graffiano prepotentemente, mi schiaffeggiano; entrano nella mia bocca, afferrano la mia lingua e mi torcono le labbra; mi penetrano, senza curarsi dei miei lamenti. Continuo a venire, contro la mia volontà. Persone diverse mi riempiono. Mi sollevano, mi fanno cambiare posizione, mi penetrano contemporaneamente, in ogni orifizio, obbligando la mia bocca ad aprirsi più volte, forzando il mio sfintere, che si contrae dolorosamente, cercando di opporsi a questa invasione. Mi fottono in gola, nel culo, nella fica; mi aprono senza che io riesca ad opporre resistenza, io, che in questo momento non posso far altro che godere per ogni orgasmo che mi provocano. Uno dopo l’altro raggiungono il loro piacere, venendo nella mia bocca, tirandomi i capelli e obbligandomi ad aprire la gola oltre le mie possibilità. Vengo inculata selvaggiamente, a turno. Alcuni scaricano il loro orgasmo dentro di me, altri sul mio corpo e sul mio viso, ricoprendomi di fiotti caldi e viscosi. Mentre diverse lingue si avventano su di me, sui miei capezzoli e sul mio clitoride, il mio ingresso posteriore viene violato da un oggetto freddo, ancora più doloroso degli uomini che mi avevano riempita precedentemente, accompagnato da una risata femminile. Istintivamente mi contraggo, rendendo le fitte ancora più intense. Urlo. Ancora, altre persone vengono su di me, stimolati dal mio dolore, ricoprendomi nuovamente con gocce di sborra bollente. L’oggetto continua ad entrare sempre più a fondo nel mio corpo, ignorando la mia resistenza; si muove furiosamente al suo interno, lo sento dentro la pancia. Basta, non ne posso più, voglio svegliarmi. Mi lamento, piango e prego confusamente. Un misto di dolore, umiliazione, desiderio mi riempie il petto e il ventre; sento i miei occhi sbarrarsi, la mia bocca aperta, sorpresa, il mio corpo ancora una volta preso alla sprovvista, si inarca e si contrae, in un intenso orgasmo che mette a tacere le mie suppliche. L’unica cosa che riempie la piazza è il mio piacere, gridato fino allo sfinimento. Mi trasformo in tremori, gemiti, singhiozzi, mentre la coscienza si affievolisce. Ridono, mi insultano ancora. Infine, mi abbandonano.

Come in un dormiveglia, mi viene tolta la benda. Ho gli occhi annebbiati, non riesco a vedere nulla. Vengo sollevata, nuovamente. Mi trasportano. Inizio a sentire il suono delle onde. No, Alessio, non voglio fare un giro in barca ora, non so se me la sento…

Vengo posata sulle pietre della spiaggia, rivolta verso il mare, nuda, col sole che mi illumina. Non saprei dire per quanto tempo rimango in quella posizione. Un poco alla volta la mia vista diventa più nitida. Attorno a me, l’unico suono di esseri viventi è quello di qualche gabbiano. Mi sollevo un poco. Ho una sensazione appiccicosa addosso, sono un dolore unico, intenso, diffuso. Non riesco nemmeno a capire quale parte del corpo è quella che trasmette più fitte. La mandibola è indolenzita, le mie intimità bruciano. Mi guardo intorno, non c’è nessuno. Vorrei alzarmi in piedi: ci provo, ma non ci riesco. Con qualche sforzo, mi osservo: sono piena di lividi, cinque strisce di un rosso vivo, che attraversano il mio corpo orizzontalmente, iniziano a formare come delle piccole vesciche. Sono letteralmente ricoperta di sperma, che in alcuni punti è raccolto in piccoli grumi e in altri forma delle strisce spesse, lunghe e viscose sul seno e sulle cosce, colando dalla bocca e dai miei buchi, completamente aperti, violati e doloranti. Mi tasto il viso, sembra tutto intero, anche se completamente impregnato di liquidi.

Con fatica, a gattoni, mi trascino verso il mare. L’acqua inizia a bagnarmi i polsi. Mi sdraio sul pelo dell’acqua. Il sale brucia le ferite, ma sono troppo stanca per oppormi. Uso quest’acqua per lavarmi. Perdonami, mare, se ti uso così, non sentirti umiliato. Rimango con le onde che mi colpiscono così e perdo di nuovo i sensi, privata di ogni energia.

Apro gli occhi. Il sole entra dalla finestra. Mi guardo attorno, confusa e stordita.

“Buongiorno, bella addormentata.” Una voce femminile mi sorprende. Riconosco il letto su cui sono, o meglio, riconosco il soffitto: è quello dell’appartamento, dove ho sbattuto la testa il primo giorno.

Giro lo sguardo attorno e la vedo: “E io che pensavo di farti un favore, lasciandoti la casa libera. Ero qui dalla mattina, ho sbirciato dentro la stanza: credevo di trovarti assieme qualcuno, di dover girare sui miei tacchi e andarmene in punta di piedi. Invece, guarda te: ti trovo addormentata come un sasso. Hai una minima idea di quanto russi?”. Il viso di Angelica mi fissa allegro.

“Stai bene? C’hai una faccia.” Evidentemente sono sconvolta. Era davvero tutto un sogno? Quando è iniziato? Davvero, è incomprensibile. Ho mangiato davvero i dolci di Alessio? Miseria. Mi gratto la testa, con un espressione corrucciata in volto. Tasto il mio corpo, in silenzio. Davvero, nessun dolore. Mi tocco la fronte. Ah, ho davvero un bernoccolo. Merda, alla fine ho sempre dormito qui nel letto. Scoppio in una risata incontenibile.

Riprendo fiato, mi asciugo le lacrime: “Sì, sto bene. Ho solo dormito un po’… male. No, cioè. Ho dormito bene, ma davvero ho avuto un incubo assurdo che non puoi capire.”

Scendo dalle scale del letto a castello, non senza qualche fatica. Angelica si scompiscia dalle risate: “Quanto cazzo sei goffa, Lu”.

Mi racconta dello Zio. La moka è già sul fornello.

“Senti, intanto che sale il caffè vado a farmi una doccia. Devo un attimo riprendermi dal sonno”

Mi guarda con un sorriso a settantasei denti: “Certo, si vede che sei rincoglionita”

“Zoccola.”

Mi dirigo verso il bagno. Giro il rubinetto dell’acqua verso il freddo e lo apro. Mi spoglio e osservo il mio corpo: davvero, nessun segno. Mi accarezzo tutta, ancora incredula. Stringo le mie gambe, sfioro la mia intimità, mi palpeggio le natiche, mi passo le dita sulle guance. Osservo il mio volto allo specchio. Sono sempre io, col corpo ancora tutto intero. Entro in doccia, sorridendo. Mi spalmo del sapone liquido sulle mani e inizio a lavarmi. Mi lavo le braccia e il petto, mentre inizia a prodursi della schiuma. Stringo leggermente i miei seni: voglio avere già ora lo stimolo giusto, un po’ di piacere senza orgasmo. Ora che in casa c’è anche Angelica sarà anche più divertente trovare un po’ di eccitazione di nascosto, furtivamente, mentre si gira di spalle per un attimo.

Accarezzo i miei capezzoli: come mi piacciono. Sempre pronti, duri, che svettano, come per richiamare la mia attenzione. I miei polpastrelli li tirano un poco. Incontrano due oggetti metallici: quello solito sul destro e un nuovo anellino che decora il sinistro.

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Ebbene, aspetto un vostro parere: [email protected]

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