Prologo: Un’orgia di paese

Prologo: Un’orgia di paese

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La neve cominciava a sciogliersi nel piccolo paesino di Jàndrovike e con l’arrivo della primavera, il clima si faceva più sereno, più mite.

Miske respirò a pieni polmoni l’aria secca e fredda. Era appena sgattaiolato fuori di casa, cercando di non svegliare nessuno, incuriosito dal vocio insolito persino per un giorno di festa.
Arrivato nella piazza principale notò un capannello di persone che borbottavano tra loro; decise di farsi avanti, sgomitando a destra e a manca fino a quando non giunse al centro.
Lì vide un mercante grassottello che stava parlando ai cittadini con tono solenne e dietro di lui una quindicina di figure avvolte in mantelli neri. Miske intuì si trattasse di schiave pronte per la vendita e le guardò incuriosito.

Non si vedevano molte schiave a Jàndrovike, era un paesino di provincia, freddo, chiuso dalle montagne e isolato. Gli abitanti stessi erano bigotti e introversi, tuttavia quello era un giorno speciale: si festeggiava la ricorrenza della nascita del loro imperatore.
Miske intuì che il mercante stesse parlando proprio di quello anche se il discorso era in greco e lui ne capiva a stento qualche parola, infine sentì le ultime parole proferite nella lingua indigena “festeggiate e accorrete, provate queste splendide schiave cittadini!”

Ad un suo cenno tutte le ragazze slacciarono il mantello, rimanendo completamente nude ed esposte ai commenti stupefatti della folla, tre ragazzi accorsero decantando le doti delle schiave facendole voltare, mostrando culi e tette e invitando gli spettatori.
“Guardate che seni splendidi che ha questa ragazza!” diceva qualcuno stringendole le tette e i capezzoli.

“Guardate che bel culo quest’altra!” diceva qualcun altro infilando le dita nell’ano della ragazza “Venite! Provatele solo per oggi!”

Quei discorsi eccitavano alcuni e sconvolgevano altri, si sentivano i borbottii delle mogli e dei mariti, e i commenti osceni dei ragazzi più giovani.

Alcuni tra i più intraprendenti si avvicinarono alle donne. Miske vide un suo amico, il più donnaiolo del paese prendere per i capelli una schiava dai capelli rossi e infilarle il pene in bocca, completamente.

Il ragazzo spalancò gli occhi strabiliato, vedeva chiaramente il collo della ragazza gonfiarsi al passaggio del pene, le labbra irrigidirsi intorno all’asta e la saliva colare giù, bagnare completamente le palle del suo amico e scenderle sul collo e in mezzo ai seni, rendendoli più lucidi, bagnati e appetitosi.

Sentì il cazzo indurirsi nei pantaloni fino a diventare insopportabile. Arrossì. Miske non aveva mai fatto sesso, né visto una donna nuda fino a quel momento.
Da ogni parte si sentivano le risate e gli incitamenti degli uomini e delle donne: la festa di paese si era trasformata in una bolgia dove ognuno faceva sesso e godeva.
I pochi che si erano mostrati restii continuavano a dire ogni genere di cattiveria, ma continuavano a guardare come ammaliati quella gente che godeva e provava le schiave straniere, dedite ad ogni pratica, smaliziate e perverse.

Si mescolò anche lui in quella confusione adocchiando una donna matura, dai capelli biondi e dalle forme giunoniche che inginocchiata sulle pietre di cui era lastricata la piazza faceva un pompino ad ogni uomo che le si metteva di fronte; ne aveva fatti molti a giudicare dalla quantità di sperma che le ricopriva il viso e il corpo: ne era completamente ricoperta e gocciolava fino a terra formandole una pozzanghera in mezzo alle ginocchia.

Miske si avvalse della propria stazza fisica per spintonare il fortunato che stava godendo della bocca della schiava e mettersi al suo posto, infilando il pene in quella bocca bagnatissima dove lo sperma altrui si mescolava con la saliva.

La donna era molto esperta, prendeva tutta l’asta in bocca roteando con la lingua intorno alla cappella e stuzzicandone il buchino in cima, mentre con l’altra mano carezzava il perineo fino all’ano, vi portava la saliva in eccesso e massaggiava il buchino senza forzare.
Il ragazzo era eccitatissimo e intorno a lui fioccava ogni tipo osceno di incitamento, sentì il suo amico di prima distintamente “Scopatela quella troia Miske!”

Decise di accettare il consiglio dell’amico uscendo dalla bocca della schiava inginocchiata e la alzò in piedi, facendosi dare il sedere rotondo e carnoso sostenuto dalle gambe tornite. La tenne poi ferma per i fianchi non dandole alcun tipo di fuga e la montò selvaggiamente, voglioso di raggiungere infine quella goduria tanto desiderata.
Era una sensazione meravigliosa per lui entrare per la prima volta nelle carni di una donna. Sentì un leggero dolore all’inizio che poi passò sostituendosi al piacere di sentire il proprio cazzo stretto in una calda guaina che lo ricopriva da tutte le parti.

La schiava lanciava degli urletti strozzati di tanto in tanto lamentandosi per la furia con la quale veniva fottuta.
Non poteva effettivamente gemere per bene visto che la sua bocca era occupata dall’ ingombrante pene di un altro uomo. Stava facendo evidentemente una fatica immensa in quella posizione scomodissima e cercò un appiglio sulle gambe dell’uomo di fronte a lei, il quale impietosito la tenne per le spalle spingendo ancor più a fondo nella gola della schiava.

Miske venne urlando e spruzzando i primi schizzi dentro di lei, poi uscì e i successivi le finirono sull’ano già sicuramente aperto e sulla schiena.
Fu come una liberazione, si sentì completamente esausto dopo e guardò il prezzo scritto con un colore rosso proprio sopra le grosse e polpose natiche della donna.
Pensò con rimpianto che non avrebbe mai potuto comprarla mentre con l’indice spingeva il proprio sperma all’interno del culo di lei che gemeva e sembrava apprezzare quel trattamento.
Si allontanò infine dalla bolgia infernale, stanchissimo e con il terribile pensiero di non poter mai più affondare nelle carni così succose di quella schiava.

Allontanatosi dalla piazza si sentì chiamare “Miske, Miske! Vieni qui!” era Meris, una sua coetanea molto bella e carina, tutti la desideravano e anche lui. Ma non aveva mai avuto il coraggio di avvicinarsi a lei.
Il ragazzo si spaventò molto all’idea che lei avesse potuto vederlo mentre scopava la schiava in piazza.
“Ti ho visto alla festa ti sei divertito molto” gli disse impassibile afferrandogli un braccio e tirandolo con sé dentro un fienile.
Lui balbettò delle frasi sconnesse, cercando di arraffare qualche scusa, ma non ne ebbe il tempo: la ragazza si sollevò velocemente la veste togliendola da sopra la testa e mettendo in mostra il corpicino ben fatto e le tette sode. I lunghi capelli chiari e liscissimi le ricadevano lungo il corpo e lo guardò severa con quei suoi occhi chiari e i lineamenti delicati e perfetti.

“Fai divertire pure me adesso” disse slacciandogli i pantaloni e afferrando l’oggetto desiderato. Strinse forte una mano intorno alla base del pene per poi circondandolo con la bocca, lui ebbe l’impressione che sorridesse mentre lei succhiava tanto avidamente da sembrare che volesse staccarglielo.

Il membro ci mise pochi istanti ad essere di nuovo dritto e durissimo e lei una volta soddisfatta si appoggiò ad un cumulo di fieno porgendogli il culetto in bella mostra.
Miske si non perse tempo puntando la cappella alla fighetta di lei già umida e bagnata “No!” esclamò lei sentendo la cappella cercare di farsi strada “Dammelo nel culetto! Sfondamelo Miske” disse agitandolo invitante davanti agli occhi ancora esterefatti di lui.

Quando Meris sentì la cappella farsi strada nel suo buchetto strettissimo percepì dei brividi intensi in tutto il corpo e rilassò ancor di più i muscoli per permettere a quel cazzo che l’aveva fatta eccitare così tanto di farsi strada dentro di lei. “Vai più forte! Non mi fai male stupido!” lo incitò incoraggiandolo a sfondarla per bene.

Poi allungò una mano sotto di sè stuzzicando il clitoride e aprendosi la figa per bene. Infilò alcune dita dentro cominciando a masturbarsi per amplificare al massimo il piacere che Miske le stava dando.

Lui invece, sull’orlo del piacere dopo pochi colpi, la sentiva gemere e urlare, inarcarsi fino a prenderlo nel culo così tanto che credeva che da un momento all’altro entrassero pure le palle. “Sto venendo Meris!” urlò accelerando il ritmo il ragazzo.
“Dento! Vienimi dentro bastardo!” disse lei di rimando con voce soffocata dai gemiti di piacere e dall’orgasmo che arrivava velocemente.
Poi arrivò, lo sentì scoppiare come una bomba dentro di sé facendole tremare le gambe. Percepì distrattamente il pulsare del cazzo dentro il suo culo e lo sperma schizzare dentro.
Poi ancora scossa dai brividi sentì Miske uscire e lo sperma colarle giù dal culo “Che stai facendo scemo!? Raccoglilo!”

Il ragazzo interdetto cominciò a leccare via il proprio sperma che colava lentamente da quel culetto che tanto lo aveva fatto godere. Muoveva la lingua in moto circolare, infilandola a volte nell’ano di lei, ancora oscenamente dilatato e lucido.
Quel trattamento fece gemere la ragazza ancora sottosopra a causa dell’orgasmo potente che l’aveva colta. Poi si rilassò completamente accasciandosi per terra.
“Ci vediamo Miske” disse poi una volta rivestita, si sistemò i capelli arruffati e uscì sorridente e soddisfatta dal fienile, lasciando il ragazzo con ancora i pantaloni slacciati e i capelli che parevano un cespuglio arruffato.

~ ~ ~

Unnico faceva un bagno caldo in una tinozza, soddisfatto di come erano andati gli affari per quella giornata. Aveva venduto più schiave di quanto si sarebbe mai aspettato in quel paese del cazzo, adesso finalmente dopo aver sbarazzato un po’ di peso inutile sarebbe potuto partire alla volta della Capitale.

Sorrise di felicità, pensando al clima mite e tiepido dell’eterna città Splendente. Si avvicinava la vera vendita in cui avrebbe guadagnato una fortuna, un intero lotto di schiave barbare, tutte bellissime.
Il mercante aveva girato un anno intero per tutto l’impero, scegliendo le migliori, le più belle. Le si riconosceva a prima vista, innanzitutto avevano un marchio speciale, un cerchio sulla caviglia, e poi non parlavano greco, nè latino, nè arabo.
Alcune, quelle che erano lì da più tempo parlavano il greco, spesso male e con un accento terribile tipico delle terrestri.

Ma si disse che non era un problema, le schiave barbare erano tanto richieste soprattutto quando ignoravano la lingua comune. Gli uomini che le acquistavano le volevano ignoranti e spaurite, tuttavia Unnico dovette riconoscere che dopo un po’ di addestramento diventavano formidabili. Ne aveva conosciute alcune che vivevano con il solo scopo di esaudire ogni minimo desiderio del proprio padrone.

Tutti le volevano e lui era famoso in ogni luogo dell’impero per il commercio di queste vere e proprie rarità. Persino i nobili quando ne volevano qualcuna nel loro harem chiamavano lui.
Il mercante sorrise anche l’imperatore in persona ne desiderava una, l’uomo sperava di poterlo incontrare personalmente ma non si faceva troppe illusioni. Sarebbe venuto qualcuno per suo conto. In fondo le terrestri erano ritenute merce di contrabbando, anche se ogni uomo che se le poteva permettere le desiderava.

Unnico pensò alla richiesta particolare che gli era arrivata. L’imperatore la voleva vergine, e lui ne aveva una perfetta che era da poco entrata a far parte del suo lotto.
Una bella ragazza mora, dagli occhi verdi. L’aveva trovata sul ciglio della strada svenuta, aveva probabilmente appena attraversato un portale casuale tra il loro mondo e quello dei terrestri. Balbettava delle frasi confuse e non ricordava nulla, aveva parlato in italiano chiedendo aiuto, ne era quasi sicuro avendo avuto già un’altra italiana rivenduta poi al principe di Persia.

Il mercante sorrise, l’imperatore era un ragazzo molto giovane, e vista la sua esperienza i ragazzi giovani preferivano schiave esperte, magari più grandi.
E le terresti specie quelle giovani erano spesso ribelli e poco felici di compiacere il padrone a cui venivano vendute. Richiedevano pazienza e tempo le due cose che sicuramente un imperatore giovane e indaffarato non aveva.

Avrebbe dovuto prendersi una come la sua schiava rossa, veniva dall’Islanda, non parlava bene il greco, ma era estremamente disponibile e sinceramente non le serviva a granché capire tutto quello che veniva detto.
Unnico la adorava, brava da morire e con quell’aria sempre sperduta.
La guardò negli occhi grandi da cerbiatta poi si alzò e uscì dalla tinozza “Succhiami il cazzo schiava” le disse tranquillo, era l’unica frase che lui le aveva insegnato e che le serviva conoscere.
“Succhiacazzi” recitava il suo collare in Islandese, era il suo nome, ma lei non poteva leggerlo.

Io sono Fairy Land e questa è la mia storia di fantasia. Ogni riferimento a fatti o a persone realmente esistenti è puramente casuale.
Scrivetemi per critiche, consigli e suggerimenti all’indirizzo email [email protected] :p

 

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