Il primo pompino di Debora

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Il primo pompino di Debora

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Non so spiegare esattamente com’è cominciato. Forse per gioco, forse per caso, forse per un suo errore. Forse a cercare troppe risposte ho dimenticato persino di godermi il momento.
Debora non è una ragazza come le altre. Intendiamoci, non ha nulla di sbagliato, nulla di diverso. Non ha problemi ecco, non vorrei pensaste male. Però non ha nulla in comune con le altre ragazze. Sarà per via della sua famiglia, della sua religione.
Non abbiamo mai parlato tanto, giusto qualche saluto di sfuggita, non è una che da confidenza agli altri. Soprattutto ai maschi. Sarà per via della religione.
Eppure sembra simpatica, ha quel viso paffutella, quelle belle guanciotte piene di vita e rosse come ciliegie , quei bei lunghi capelli ricci che le cadono leoncini sulla schiena. Non è bellissima, o almeno non lo da a vedere, è sempre casta nel vestirsi, anche se si notano due belle tette sotto i vestiti.
Con me invece è sempre stata schiva, taciturna, intimorita dal mio aspetto.
Ogni tanto la vedo in compagnia delle amiche o dei suoi familiari , è sempre sorridente, loquace, ride e scherza.
Con me se perde un “ciao” quando mi incrocia è già un miracolo.
Ultimamente poi si è fatta anche più bellina, ci tiene molto più al suo aspetto, si trucca, cerca di mettersi un po’ in “tiro”. Ho saputo da una vicina di casa che si è fidanzata e che deve sposarsi. Forse vuole rendersi più attraente per questo motivo.
So che la sua famiglia è molto religiosa e bigotta, sappiamo tutti nel palazzo che sono convinti testimoni di geova. Di quelli bachettoni, quelli sempre con la puzza sotto il naso. Per questo non ha mai attaccato bottone con me.
Io sono di quelli che loro con disprezzo chiamano “del mondo”. Eppure non sono un cattivo ragazzo. Lavoro, non faccio del male a nessuno. Fumo, è vero, ma nessuno è perfetto.
Una sera siamo tornati a casa alla stessa ora. Capitava spesso, ma quella sera era diverso. C’era qualcosa di diverso nell’aria.
Abitiamo sullo stesso piano, l’ultimo, di un palazzo a 8 piani. Necessariamente dobbiamo prendere l’ascensore. Io era tornato un po’ allegrotto dall’ufficio, avevo fatto happy hour coi colleghi ed ero ancora abbastanza brillante.
Lei era tutta seriosa, imbronciata, quasi incazzosa. Tornava da quella che loro chiamano predicazione. L’ho vista qualche volta insieme a sua madre o ad altre ragazze della sua comunità, in giro, a suonare i citofoni. Quella giornata deve esserle andata storta, era particolarmente incazzata.
Avevo appena chiamato l’ascensore, lei era entrata nel portone poco dopo di me e stavamo aspettando.
Schiacciai il pulsante dell’ottavo piano, in religioso silenzio.
Cercai di rompere il ghiaccio.

– ho saputo che ti sposi…

Lei continuava a stare in silenzio, con lo sguardo fisso nel vuoto. Non mi aspettavo una risposta, ma nemmeno questo gelido imbarazzo.
Poi…
Poi si è girata verso di me, squadrandomi da capo a piedi. Pensavo mi avrebbe risposto di farmi i cazzi miei, invece allungò la bocca sulla mia e mi diede un bacio, mentre con la mano sinistra andò a cercarmi il rigonfiamento dei pantaloni e iniziò a massaggiarmi delicatamente l’uccello.
Arrivammo al nostro piano, l’ultimo, l’ottavo. Si aprirono le porte.
Mi invitò a seguirla, aprì la porta del suo appuntamento e mi fece entrare.

– I miei non sono in casa oggi. Son da amici e tornano stasera. Ho la casa libera.
– Ma Debora… È la prima volta che mi fai entrare in casa tua… Cosa c’è di diverso oggi?

Mi portò nella sua cameretta. Era la classica cameretta di una ragazza poco più che ventenne. Mi raccontò di com’era triste e depressa a causa della sua religione. Stava impazzendo. I suoi erano oppressivi e bigotti. Non le permettevano di fare nulla, le avevano reciso di netto ogni ambizione lavorativa e l’avevano costretta a mollare la scuola per dedicarsi al servizio di predicazione di casa in casa. Mi confessó di sentirsi svuotata. Non aveva un lavoro vero, doveva arrangiarsi a fare piccoli lavoretti, doveva passare le sue giornate in giro per la città a suonare i citofoni e non aveva un attimo di tempo per sé. I weekend poi erano dedicati alle adunanze e a stare coi fratelli della sala del regno, quindi i suoi vent’anni stavano passando in mezzo a cose che detestava. Si sentiva di aver sprecato i suoi anni migliori.
Cercava continuamente il contatto con me, col mio corpo, con la mia bocca, mentre eravamo seduti sul letto. Ci teneva a sfogarsi. Aveva bisogno di qualcuno con cui sfogarsi. E capivo che si era repressa per troppi anni, aveva le pulsazioni sessuali alle stelle.
Mi raccontò di questo fratello che aveva conosciuto e con cui si era fidanzata, anzi, con cui i genitori l’avevano obbligata a fidanzarsi.
Non era un fratello molto interessante ma le aveva dato qualche attenzione e si erano scambiati il numero. Quando suo padre lo seppe andò su tutte le ferie, anche perché era anziano di congregazione e ci teneva che nessuno potesse fare pettegolezzi su sua figlia.
Lì controllava, lì seguiva, stava sempre con loro. Era arrivato al punto di controllarle il telefonino per guardare le sue chat, per vedere che messaggi mandava a questo ragazzo. Era una vita di inferno. Suo padre la opprimeva, era ossessionato dall’idea che i due giovani avrebbero potuto scopare prima del matrimonio. Lei in effetti, mi confessó, aveva un forte desiderio di cazzo ma lo reprimeva. Lui invece era uno di quei bambocci con gli occhiali e la tipica pettinatura da leccaculo degli anziani. Voleva la fidanzata per trasformarla poi in una moglie sottomessa e ubbidiente, ma non osava quasi sfiorarla, aveva più voglia di far colpo sul padre di Debora, che era un anziano di congregazione che voglia di fare quello che tutti i giovani vogliono, ovvero il sesso.
Dopo tre mesi che si erano conosciuti, suo padre li obbligò a fidanzarsi, per non far parlare la congregazione e fissò già la data del matrimonio per l’anno successivo.
Debora non era innamorata di questo ragazzo, ma non poteva più uscire da questo impiccio. Non era mai nemmeno stata da sola con questo fratello, i suoi lo impedivano categoricamente. Dovevano sempre e solo vedersi in mezzo agli altri fratelli. Dovevano essere sempre alla vista di qualcuno, per non creare scandali o chiacchiere.

Le ossessioni del padre la stavano demolendo. Era arrivato al punto da controllarle le mutandine prima che lei uscisse e a ricontrollarle quando tornava, per essere sicuro che la figlia non avesse scopato o non se le fosse cambiate. Mi disse Debora di come si sentisse umiliata, suo padre veniva lì e annusava sia le mutandine che le due parti intime.
Il padre era convinto che annusando le mutandine della figlia le avrebbe trovate sempre linde e pulite, così lei non si sarebbe mai azzardata a scopare o anche a baciare il ragazzo. L’eccitazione per un bacio l’avrebbe fatta bagnare e lui avrebbe potuto sgridarla. Per lei era davvero umiliante avere il naso di suo padre quasi infilato nella figa per scoprire che odori avevano i suoi indumenti intimi.
Fu in quel momento che le chiesi se avesse voglia di farmi un pompino.
Mi disse che non l’aveva mai fatto, che aveva sentito parlare di questa pratica, ma non aveva idea di come si facesse. Su vedeva dagli occhioni che moriva dalla voglia di toccare il cazzo per la prima volta.
Si sentiva impacciata ma voleva provare questa esperienza. La rassicurati con dolcezza, le dissi che l’avrei aiutata a sentirsi a suo agio e che la cosa le sarebbe servita sposandosi, per far felice il marito.
Le dissi di inginocchiarsi e di tirare indietro la folta chioma leoncina. Sorrise imbarazzata, poi si legò i capelli con l’elastico.
L’aiutai a slacciarmi la patta dei pantaloni, si vedeva che non era molto pratica coi corpi maschili.
Sorrise e mi disse che non aveva mai visto un cazzo dal vivo e che non sa com’era riuscita a trovare il coraggio di toccarmelo in ascensore.
Tirò fuori il mio cazzo, tenendolo in mano con cura. Puzzava un po’ di piscio, non avevo potuto pulirlo bene dopo l’ufficio, ma lei sembrava non darci troppo peso.

– Adesso debora, apri la bocca e io infilo il cazzo dentro. Tu devi aiutarti con la mano e intanto ciucci, ok?

Annuì tutta felice. Mi sentivo davvero bene in quel momento. Stavo aiutando questa giovane testimone di geova a diventare una vera donna. Sulle prime aveva difficoltà a tenersi il mio cazzo in bocca, non era abituata né al sapore né a quell’odore. Probabilmente le dava anche fastidio alla mascella, il mio cazzo era di notevoli dimensioni e capisco come l’inesperienza possa rendere il tutto più difficile.
Dopo qualche minuto di apprendimento era già diventata abbastanza capace, è nel DNA di una donna saper spompinare un uomo. Devo ammetterlo, il pompino si stava rivelando eccitante ed efficace. Si, aveva un metodo ancora un po’ grezzo, ma la sua lingua riusciva a toccarmi proprio il punto più eccitante in punta e l’idea di farle provare l’ebrezza di un primo bocchino me lo faceva indurire a dismisura. Più succhiava e più cercava di deglutire l’intero cazzo fino alle palle, soffocando l’istinto di rimettere.
Accompagnavo la sua testa riccia sul mio cazzo, e chiudevo gli occhi, stavo godendo da matti. Lei si capiva che questa cosa le piaceva, aveva oltre vent’anni e non aveva mai provato. Si sentivano davvero l’emozione e la passione della sua bocca mentre ciucciava, letteralmente mi divorava il cazzo come una che non voleva mai più farne a meno. In quei minuti, del suo primo pompino della vita stava recuperando tutto ciò che si era perduta. Quando alzava gli occhi verso di me cercava la mia approvazione e io per farle capire che mi stava piacendo come succhiava le stringevo sempre più la testa sul mio cazzo, facendo in modo che le andasse fino in gola. Cominciai a muovere il mio bacino a tempo con la sua bocca, avevo voglia di penetrarle le labbra come fosse una vagina. Si prese qualche secondo per respirare poi tenendole la testa da dietro le orecchie cominciai a ficcarglielo con prepotenza in bocca. Uscivano liquido e schiuma ai lati delle labbra, lei era diventata tutta rossa in viso, gli occhi strabuzzati e le mascelle le facevano male per lo sforzo. Io godevo, godevo, godevo, avevo tanta di quella eccitazione in corpo che tenevo si sborrarle in bocca prima del previsto. Continuavo ad andare avanti e indietro, ripetutamente, con la punta del pisello le avevo toccato le corde vocali. Lei ogni tanto reprimeva qualche conato di vomito, e la schiuma che usciva dalla bocca le aveva coperto gran parte del viso ed era scivolata giù nel collo e nel reggiseno, bagnandole la camicetta. Avrei voluto strappare la sua camicetta e farmi fare pure una spagnola, vista da quella posizione aveva proprio due belle tettone gonfie. Peccato nessuno le avesse ancora provate.
Infine venni. Venni copiosamente, un po’ bella sua bocca, un po’ sul viso, qualche schizzo di sperma le andò a conficcarsi tra i capelli ricci. Mi ero svuotato, sentivo l’odore acre della mia sborra che si era riversata su debora.
Era lì sorridente e soddisfatta, in ginocchio, sotto di me. Era così bella con la faccia sporca del mio liquido. Dallo sforzo e dallo sperma le si era anche sciolto quel po’ di trucco che si era messa intorno agli occhi. Ma era lì, felice, soddisfatta, finalmente donna, finalmente porca. Aveva finalmente fatto il suo primo pompino. Col cazzo ancora per aria cominciai a menarmelo sulla sua faccia, volevo che le rimanesse l’odore del mio cazzo nelle narici, le sbattevo il pisello ancora sporco sulle guance, cercavo di farle annusare il mio cazzo ancora. Mi piaceva tenerle la testa, comandare ogni suo movimento, metterle il cazzo dove io volevo.
Feci il porco come non avevo mai fatto e lei nella sua ingenua voglia di cazzo mi lasciava fare. Passai il cazzo sulle sue labbra, la obbligai a leccarmi le palle. Passai ancora il cazzo sulla sua faccia sporca, le misi il cazzo a contatto con le orecchie, con gli occhi, col naso. Ero pronto a venirle ancora addosso e lei si lasciava fare. Le dissi che avrei voluto vederla bere ancora il mio sperma, le avrei riempito un bicchiere e avrei guardato mentre buttava giù la sborra tutto d’un fiato.
Avrebbe dovuto portarselo nel segreto dei suoi sogni il mio cazzo. Mi baciò la punta del pisello e sempre sorridente mi chiese di annusare le sue mutandine. Profumavano di orgasmo, era venuta pure lei. Le leccai la figa, ci infilai pure le dita dentro e lei gemeva. Stringeva forte i pugni dal piacere.
Poi mi alzai nuovamente in piedi, tenendola inginocchiata e col cazzo ancora duro le insegnai a fare le spagnole. Aveva due belle tettone, prese il mio cazzo tra i seni e iniziò a strofinarselo. Aveva capito subito come si faceva. Tenere il mio cazzo fra le sue tette era un’oasi di pace.
Mi ero rivestito e uscii da casa sua, feci pochi passi ed ero nel mio di appartamento.
Prima di uscire ci scambiamo una occhiata maliziosa e complice.

– Il tuo primo pompino è stato meraviglioso. Diventerai una moglie incredibile. Se le testimoni di geova son tutte così brave a succhiare il cazzo, Son fortunati i vostri uomini. Devi continuare ad allenarti.

Mi sorrise birichina e ci lasciammo con la promessa di rivederci, di nascosto, per qualcosa di più di un solo pompino, alla faccia di genitori bigotti e del suo fidanzato. Era davvero bella con la faccia piena di sborra, con il mio odore sulla sua pelle.
Se solo avessero saputo i suoi genitori com’era porca debora…
La mattina dopo era in piazza, in predicazione, al carrellino con gli espositori in bella vista, bella linda, casta e profumata. Ci salutammo.

 


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