Lucy – Soggiogata – quinto giorno

Lucy – Soggiogata – quinto giorno

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Mi sveglio, e un certo dolorino nella zona anale mi ricorda gli stravizi della sera precedente e, soprattutto, che mi aspetta il quinto e ultimo giorno della settimana di sottomissione a cui mi ero resa disponibile per l’accordo con i compagni di Marco.
Mi faccio la doccia, e mi accorgo che due dita insaponate scivolano agevolmente avanti e indietro nel mio sfintere, senza trovare eccessiva resistenza ma anche senza farmi alcun male, confermandomi così l’assenza di ferite che tanto temevo.
E, improvvisamente, mi ritrovo a pensare non a ciò che è successo la sera prima, ma a ciò che NON è successo. Il magazziniere nero del minimarket non ha avuto l’occasione di infilarmi il suo bastone di ebano nel culo, limitandosi a godere nella mia bocca; mi ritrovo a rimpiangere il mancato sfondamento del mio buco del culo da parte di quell’uomo sconosciuto… ma che razza di sgualdrina sto diventando?
Esco dalla doccia con quel pensiero, e fatico a nascondere l’erezione che il desiderio di quel cannone nero mi aveva causato.
Prendo il telefono, e mentre esco di casa, il suo trillo mi annuncia l’arrivo di un messaggio.
L’appuntamento, per oggi pomeriggio, è in una zona della Torino “bene”.
Dopo il lavoro salgo in macchina e mi dirigo con calma al luogo indicato. Sul marciapiede c’è Gianni che mi saluta come un vecchio amico, e mi invita ad entrare con lui nel condominio di fronte; saliamo con l’ascensore al quinto piano, e mi verrebbe spontaneo domandargli se stiamo andando a casa sua, ma so che sarebbe una domanda inutile.
Casa sua, casa di un altro, che differenza fa? Non sono qui per valutare un alloggio, ma solo per prendere cazzi, farmi sfasciare il culo, ingoiare sborra. Sono qui per essere usata.
Entriamo in casa e gli altri due sono già lì ad attenderci. Li saluto e chiedo dove sia il bagno, per andare a compiere la consueta trasformazione in Lucy.
“Cambiati, ma mettiti questo” disse Paolo, indicandomi il bagno e porgendomi un costume intero da donna un po’ demodè. Uno adatto ad una signora di mezza età, dal fisico un po’ giunonico, ricuperato chissà dove, magari dal guardaroba di una delle loro madri.
Obbediente, andai in bagno, mi truccai ed infilai la parrucca, e poi sul corpo nudo misi il costume da bagno. Purtroppo le grosse coppe preformate rimanevano vuote, così, per vanità femminile, appallottolai un po’ di carta igienica e la infilai nel costume a creare una parvenza di seno femminile.
Avevo appena finito quando la porta si aprì (evidentemente mi tenevano sotto controllo dal buco della serratura) e i quattro entrarono.
“Oggi si gioca di qua” esordì Derek “Visto che è l’ultimo giorno, ti faremo un trattamento speciale”
Mi fecero entrare in piedi nella vasca da bagno, e con un brivido vidi Gianni svitare il doccino dal tubo flessibile e spalmare un po’ di sapone liquido profumato sull’estremità del tubo, immaginando già in che cosa consistesse il “trattamento speciale”.
Mi fecero inginocchiare a quattro zampe e poi, scostando il costume, introdussero con estrema delicatezza, per non rischiare di ferirmi, l’estremità del tubo nel mio sfintere.
Sentii l’acqua gelida fluire dentro di me, prima senza dar fastidio, e poi dandomi una sensazione di “pienezza” prima e di dolore poi. “Basta, basta!” Urlai, e qualcuno chiuse il rubinetto. Mi fu tolto il tubo ma, prima che potessi liberarmi dai litri d’acqua che mi riempivano l’intestino, mi fu subito messo un qualcosa, pensai ad un plug, a mò di tappo per obbligarmi a tenere dentro di me il mio doloroso carico.
Mi fecero inginocchiare nella vasca, e mi porsero i loro tre cazzi da succhiare, compito al quale mi dedicai diligentemente, accorgendomi però che l’oggetto infilatomi nel sedere stava inesorabilmente scivolando fuori da me. Di lì a poco sarebbe schizzato fuori come un proiettile e avrei riempito la vasca con l’acqua che mi gonfiava le budella.
Feci pertanto in modo di alzarmi leggermente e spostai un piede sotto le mie natiche, in modo da spingere nuovamente dentro di me l’oggetto con la pressione del tallone.
Continuavo intanto a succhiare i tre cazzi quando il citofono suonò.
Quasi spaventata da quel suono, che poteva preannunciare il ritorno anticipato dei padroni di casa, lasciai andare il cazzo che stavo succhiando in quel momento e quasi mi rialzai dalla posizione “di sicurezza”, riuscendo per un pelo ad evitare l’uscita dell’oggetto.
I tre sembravano comunque calmi, e quando Paolo andò ad aprire la porta non vidi arrivare in bagno i genitori di uno dei tre ma il magazziniere nero del giorno prima.
E mi accorsi di essere felice.
Non felice per aver evitato lo sputtanamento mostrandomi ad altre persone in costume da donna alle prese con tre cazzi e con la pancia dolorante per il carico d’acqua. No. Felice perché avrei avuto ancora la possibilità di giocare con quel bastone nero e questa volta, magari, me lo sarei preso fino all’elsa nell’intestino.
Il ragazzo mi venne a salutare e io, imprudentemente, mi alzai leggermente.
Non l’avessi mai fatto: lo zucchino (perché di questo si trattava) che mi tappava il buco del culo schizzò fuori sotto la pressione dell’acqua e dietro a quello eruttò dal mio ano dilatato un fiotto infinito di acqua fetida che riempì il fondo della vasca.
Le risate dei quattro, unite al rumore dell’acqua che fuoriusciva dal mio culo come una fontana, mi umiliavano più dell’essere a bagno in quel liquido puzzolente; ma era solo l’inizio. Derek, invitando gli altri ad unirsi a lui, suggerì che avessi bisogno di una ripulita, e prese ad orinarmi addosso con il suo membro non più eretto.
Chiusi gli occhi, cercando di ripararmi da quel getto dorato che mi colpì il viso, ma ben presto sentii un secondo getto dirigersi verso il mio petto, poi un terzo che cercava la mia bocca che tenevo, per quanto riuscivo, serrata.
Aprii per un attimo gli occhi, e l’unica cosa che riuscii ad intravedere prima che un bruciore insopportabile mi obbligasse a richiuderli, erano due cazzi, uno dei quali era sicuramente quello del nero, che a pochi centimetri da me spruzzavano orina sul mio volto e sul mio corpo.
Strinsi forte le palpebre e le labbra fino a che anche l’ultimo getto si esaurì.
Dovevo essere uno spettacolo orribile, inzuppata da capo a piedi di liquidi schifosi, a bagno in quegli stessi liquidi.
Con gli occhi ancora chiusi sentii una voce che mi diceva: “datti una ripulita, ti aspettiamo di là” e il rumore della porta del bagno che si richiudeva alle spalle dei quattro.
Mi alzai, mi tolsi il costume gettandolo nel lavandino lì accanto (qualcuno l’avrebbe lavato, dopotutto non ero lì per fare anche la bella lavanderina!) e lanciai nel wc le imbottiture di carta igienica, ormai fradicie. Svuotai la vasca, rimontai il doccino sul tubo e mi lavai accuratamente.
Fortunatamente avevo portato con me in bagno anche la mia “borsa magica”, e in quella avevo una seconda parrucca, nera con un ciuffo bianco stile Crudeila De Mon, che prese il posto di quella rosso vinaccia, ormai inutilizzabile.
Presi un po’ di dentifricio dalla mensola accanto al lavandino e mi sciacquai la bocca, per mandar via il gusto dell’orina che, inevitabilmente, avevo anche ingerito.
Mi truccai e mi agghindai al mio meglio, e uscii dal bagno.
I quattro erano seduti nel salotto, nudi e intenti a tenere come scettri i loro bastoni di carne, atteggiandosi a padroni del gioco. Ma la doccia, oltre alla sozzura, aveva lavato via anche l’umiliazione del clistere e della pioggia dorata che avevo subito poco prima.
“Ah, vedo che in mancanza di meglio preferite fare da soli… o magari tra di voi” dissi, volutamente provocatoria, per ricordare loro che non mi piegavo ai loro giochi perversi per il loro potere su di me, ma per mia volontà.
Volontà di farli godere, certo, ma di godere anch’io nell’essere usata, abusata, stuprata da quei tre, ora quattro giovani maschi.
I quattro si alzarono, e Derek, punto nell’orgoglio, disse: “Non creo proprio, visto che abbiamo una troia a nostra disposizione!”.
In un attimo i quattro mi furono attorno, e sentii un uccello sfiorarmi la pelle nuda delle natiche dandomi una scossa di eccitazione, un attimo prima che una mano ferma ma gentile mi invitasse ad inginocchiarmi al centro di quel cerchio.
Da sempre ci diciamo che l’importante, nella vita, è trovare il proprio posto nel mondo. Bene, io l’avevo trovato. O meglio, Lucy l’aveva trovato. Agghindata di tutto punto come una delle modelle del porno, inginocchiata al centro di quel cerchio di giovani maschi nudi che le porgevano le loro nerchie da succhiare, che le usavano per colpirla sul viso, che di lì a poco avrebbero violato il suo corpo riempiendolo di sperma. Questo era il posto di Lucy nel mondo. Una macchina per scatenare il piacere di quegli uomini ma, attraverso quello, raggiungere anche il SUO piacere. Piacere nell’essere USATA e nell’USARE quegli uomini, nell’essere loro SOTTOMESSA ma allo stesso tempo REGINA del gioco.
Succhio quei randelli bianchi e quello nero, sentendo su di loro il sapore amarognolo dei liquidi prespermatici, me li lascio strusciare sul viso, cerco di prenderne due contemporaneamente in bocca aprendola fino a strapparmela, tutto per godere e far godere i miei aguzzini… o amanti.
I quattro bastoni erano già rigidi come pezzi di legno, quando mi fecero alzare dalla mia posizione ed avvicinare al tavolo del salotto.
“Appoggia la pancia e porta le mani dietro la schiena”, mi dissero, e obbedii.
Mi legarono le mani con una cintura, non tanto stretta da farmi male, ma abbastanza da impedirmi ogni movimento; mi trovavo pertanto completamente in piedi, ma con petto e addome appoggiati al tavolo che comunque non era molto ampio, cosìcchè mentre da una parte offrivo le natiche a chi mi avesse voluto penetrare, dall’altro lato, sollevando la testa, avrei potuto succhiare un secondo cazzo.
Subito uno dei quattro mi infilò l’uccello tra le chiappe, forzando l’ingresso e affondando in me stringendomi i fianchi, facendomi un po’ male.
Prese subito a scoparmi e per un attimo provai ad indovinare di chi fosse quel cazzo che mi pompava nel culo. Pensando ad un criterio di “dimensioni” per un attimo pensai che forse avrebbero dato la precedenza a Gianni e Paolo, i meno dotati, e la cosa mi fu confermata dalla voce del nero, che alle mie spalle si raccomandava: “ehi, non riempitemela come ieri” tra le risate di tutti.
Poi, però, mi accorsi che non me ne importava. Chi mi scopava poteva essere Gianni o Derek. Paolo o Agamennone. Ezechiele o Ludovico. Chiunque.
Per me erano solo e solamente cazzi. Cazzi grandi o piccoli, spessi o sottili. Cazzi senza un corpo, senza un volto, senza un nome.
E solamente per ME.
Per quanto mi era permesso dalle mani legate, cercai di usarle per allargare leggermente le natiche e provocai i quattro sussurrando: “sfondatemi”…
Non che ci fosse bisogno di chiederlo: il mio ignoto sodomizzatore mi scopava con colpi decisi e violenti, affondando il suo arnese nel mio buco che lo accoglieva generosamente, fino all’ultimo centimetro. Evidentemente l’allenamento forzato di questi giorni aveva reso il muscolo anale particolarmente ricettivo.
Improvvisamente il ragazzo sfilò il suo bastone dal mio culo e, rapido come un fulmine, girò attorno al tavolo per venire a schizzare il suo sperma sul mio viso, facendosi poi succhiare l’arnese per ripulirlo, compito che svolsi devotamente nonostante la sborra che mi colava sugli occhi e sulle guance.
Intanto qualcun altro ne aveva già preso il posto tra le mie natiche, e proseguiva l’opera di sfondamento iniziata dall’amico con colpi lenti e cadenzati che mi godevo con tutta me stessa.
Non mi accorsi quasi del cambio tra il secondo e il terzo cazzo, se non fosse stato per gli schizzi che nuovamente mi venirono recapitati sul viso e in bocca, mentre il mio culo era nuovamente otturato da un nuovo membro.
Avrei voluto che quella giostra non finisse mai. Che dieci, cento, mille ragazzi approfittassero del mio sfintere per poi ricoprirmi il viso con il loro sperma lattiginoso.
A destarmi dai miei sogni fu la voce di Derek che, estratto il suo membro dal mio buco (era infatti lui a scoparmi in quel momento) esclamò: “cavolo come è sfondata questa zoccola… passami il telefono”
Il lampo di un flash, e poi mi fu mostrato lo schermo dello smartphone del ragazzo, dove tra le natiche tenute ben divaricate da altre due mani, esibivo una vera voragine nera, dagli orli arrossati, che non accennava a richiudersi.
Mentre contemplavo ancora la foto, però, il buco fu tappato dalla cappella color cacao dell’ultimo aguzzino, che scivolò in me non senza qualche difficoltà dovuta alle dimensioni.
Aprii la bocca in un gemito, ma subito anche quella mi fu occupata da un cazzo duro, quello di Derek che aveva interrotto la scopata prima di venire, come anche i due prima di lui.
Nelle intenzioni dei ragazzi avrei dovuto essere la povera vittima, l’oggetto costretto a subire i loro desideri più osceni. Ma io, infilata davanti e dietro da quei due superbi cazzi mentre altri due giovanotti osservavano la scena masturbandosi, ero al settimo cielo. Godevo, godevo, godevo con tutta me stessa. Piacere fisico nell’essere inculata da quel randello nero e dalle sensazioni che l’altro cazzo in gola mi sapeva regalare. Piacere mentale nel sapere di essere usata, di essere completamente e assolutamente puttana, puttana al servizio di quei quattro ragazzi che in fin dei conti avrebbero potuto anche essere miei figli.
Ad un tratto sentii le mani del nero artigliarmi i fianchi e infliggermi una serie di colpi violentissimi e profondi, fino a che con un urlo mi scaricò il frutto del suo piacere nel culo; contemporaneamente anche Derek mi affondò il suo cazzo fino in gola e mi soffocò con gli schizzi del suo sperma.
Un altro getto caldo mi colpì sul viso, proveniente da uno dei due ragazzi che mi avevano scopato per primi e che non aveva disdegnato di trastullarsi da solo godendosi la scena.
E io me ne venii in un orgasmo senza fine, mentre, al contrario, la mia settimana di sottomissione volontaria a quei ragazzi era giunta al termine…

 

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