Roberta, incesto con sborra e piscia

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Roberta, incesto con sborra e piscia

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La telefonata si era appena conclusa con un nulla di fatto. Franco non aveva voluto sentir ragioni. Quanto prima li avrebbero disassociati. Era inammissibile per l’intera comunità dei testimoni di geova avere tra le proprie fila una famiglia incestuosa, incurante del giudizio divino e della sensibilità dei fratelli. Non si potevano tollerare simili cose in congregazione. Dovevano solo aspettare la fine della quarantena per potersi incontrare come anziani e allontanare Giovanni e la sua famiglia.

Roberta non era preoccupata, aveva per la testa altri sbattimenti.
L’ultimo dei suoi pensieri era doversi giustificare per quel che era successo.
La primavera fioriva a vista d’occhio dalle finestre che davano sul giardino condominiale.
Come ogni settimana toccava lei far le pulizie di fino in casa, sua madre invece si occupava di spesa, pranzo e cena. Gli unici a non fare un tubo erano i maschi di casa.
Enrica era uscita, il frigorifero era troppo vuoto per poterli sfamare durante il week end. Roberta era rimasta in casa da sola con il padre ed il fratello.
Faceva troppo caldo e Roberta era costretta a far le pulizie in mutandine e reggiseno, incurante degli occhi maliziosi ed eccitati dei familiari.

“Roberta vieni qui un attimo che devo chiederti una cosa” disse Giovanni alla figlia.
La ragazza si avvicinò al padre con il mocio per lavare ancora in mano. Era sudata e affaticata, tutta mattina che spolverata, puliva, lavava mentre il fratello e il padre oziavano.
“Che vuoi?” chiese la ragazza al padre.
“Abbiamo amuchina in casa?” chiese Giovanni.
“No papà, mi sa l’abbiamo finita, perché me lo chiedi?”
“Vedi Roberta, sarebbe il caso usassi l’amuchina per disinfettarti le mani prima di pulire tutta la casa. È più igienico”
“Ma papà, se non abbiamo il disinfettante per le mani che ci posso fare?”
“Me ne occupo io, aspettami”

Giovanni si alzò dal divano lasciando Roberta nel soggiorno, in mutandine e reggiseno con il mocio a farle compagnia.
Dopo una ventina di minuti il padre era tornato in soggiorno, con un barattolino colmo di prodotto disinfettante.
“Ora puoi sanificarti le mani Roberta” disse Giovanni alla figlia.
La ragazza prese la boccetta e versò un po’ di liquido sulle mani, quindi le strofinó fino al gomito.
“Che strano odore ha questo disinfettante papà, dove lo hai preso?” chiese Roberta.
“Sapessi figlia mia…”
“Ha davvero un odore strano, dimmi dove l’hai trovato. Lo avevi comperato e nascosto in bagno?”
“No Roberta. L’ho prodotto io”
“Come? Non capisco. Hai trovato una ricetta su internet?”
“Prova ad assaggiarlo Roberta…”
“Ma papà, non ci casco a questi stupidi giochi, ho trent’anni. Mica si ingurgita il disinfettante… È velenoso”
“Fidati figlia mia, assaggiane un goccio”.

Roberta vinta dalla curiosità e dall’aria divertita del padre accettò il gioco con malizia e simpatia. Chissà che scherzo le aveva preparato il paparino. Magari il disinfettante lo aveva preparato col limone o con qualcosa di puzzolente.
Prese il barattolo e ne versò una goccia sulle dita, poi si portò il dito alla bocca.
Dopo averlo assaggiato guardò il padre. Quello non era disinfettante. Era sborra. Il padre le aveva riempito il barattolo di sborra e lei si era cosparsa mani e braccia di quel prodotto.
“Ti piace?” chiese Giovanni.
“Insomma papi” rispose Roberta. “Non pensavo mi facessi disinfettare con lo sperma”.
In salotto entró pure Salvatore.
“Allora Roberta, ti è piaciuto il nostro disinfettante?”.
Il padre e il figlio se la ridevano per come avevano preso in giro la ragazza.
Roberta voleva continuare a giocare, si erano drizzati i capezzoli ed era stufa di pulire.
“Che ne dite se mi disinfetto tutta?”
La ragazza si spalmó per bene il corpo con lo sperma, si lavó persino tutta la faccia con quel liquido appiccicoso.
“Son abbastanza disinfettata così o volete di più?”
Giovanni e il figlio tirarono fuori i cazzi all’unisono. Roberta meritava una bella lezione di igiene. Lo sforzo per produrre il barattolino di sborra aveva prosciugato le loro palle di tutto lo sperma ma c’era pur sempre un bel corpicino da annaffiare.
Roberta si tolse il reggiseno e si inginocchiò. Salvatore e Giuseppe sapevano esattamente cosa fare. Le avrebbero pisciato addosso.
“Ora ti disinfettiamo per bene” disse Giovanni a Roberta.
La ragazza stava lì, nuda, con le tette al vento e i capelli biondi raccolti dietro la nuca, aspettando una bella pioggia dorata.
Salvatore non si fece attendere. Si avvicinò col cazzo bello dritto in faccia alla sorella, le aprì leggermente la bocca e lasciò sgorgare una lunga pisciata gialla nella boccuccia di Roberta. L’urina colava dalla bocca al collo fin sulle tette e il resto del corpo. La ragazza bevve tutta la piscia del fratello, eccitata come una troia in calore. Il corpo puzzava di piscio e della sborra che si era spalmata.
Giovanni non volle esser da meno, voleva lasciare un bel ricordino sul corpo della figlia.
Si avvicinò alla ragazza e le mise il cazzo tra i capelli, vicino all’orecchio destro. La piscia spruzzó I bei capelli biondi di Roberta, le entró nelle orecchie, nelle narici, nella bocca. Giovanni ne aveva di piscia e presa la testa fradicia della ragazza la obbligò a ingoiare la piscia che gli era rimasta nel cazzo. Roberta era tutt’uno con i liquidi seminali e le urine di padre e fratello

“Non vedi come si è sporcato il pavimento? Puliscilo” disse Salvatore.
Roberta allora si strusció sul pavimento, asciugando col corpo la piscia. Giovanni e salvatore la presero per i piedi usandola come un mocio. Roberta era visibilmente divertita ed eccitata. Mentre il padre la trascinava per il pavimento, pulendo la piscia coi suoi capelli Roberta si era messa tre dita tra le mutandine e si stava sgrillettando. Salvatore si buttò sulla figa della sorella, che puzzava del suo piscio maleodorante e iniziò a ravanare tra le mutandine, le strappò via e messa la lingua nella carne cominciò a strapazzare la caverna arrossata di Roberta senza dare idea di fermarsi. La lingua di salvatore entrava così in profondità che Roberta toccava il cielo. L’orgasmo di Roberta fu un fiotto di umori che riempì la lingua di Salvatore. Giovanni osservava la scena con invidia, voleva lui leccare la figa della figlia. Levò Salvatore da Roberta e si mise a leccare con forza la figa, poi girò la figlia con le tette sul pavimento e infilò la lingua pure tra le chiappe della ragazza, leccandole con ardore tutto quel buco del culo.
E il culo di Roberta è un culo che non si dimentica.

 

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