In un assolato pomeriggio romano

FACCIAMO SESSO AL TELEFONO! CHIAMA IL 899005022 O CLICCA QUI

In un assolato pomeriggio romano

Spread the love

In un assolato pomeriggio romano ero sola nella grande casa della famiglia, a via Dora dove c’è il lampadario in ferro battuto che si trova in strada e che tutti conoscono, vicino a piazza Mincio, nel Quartiere Coppedé. Il marito al lavoro, i figli a scuola, nessuno di loro sarebbe tornato troppo presto perché avevano ulteriori impegni per quel venerdì pomeriggio. Da tanto tempo mi sento un po’ trascurata dalla mia famiglia, da mio marito, in particolare, ma questo mi comporta molto più tempo libero e in fondo non mi spiace, più di tanto, almeno; le mogli trascurate sanno come farsi apprezzare altrove. Un po’ dormicchiavo qua e là, tra il letto e una poltrona, un po’ leggevo qualcosa, alzando spesso la testa seguendo un raggio di sole che si insinuava tra le liste delle tapparelle e sembrava giocare a nascondino tra le decorazioni e gli stucchi del soffitto. Poi si spostava tra un vaso cinese, la grande pendola di radica fine Ottocento, il pianoforte Stenway nero che suona mia figlia. Fuori fa molto caldo; dopo le diciotto sarei uscita per andare a via del Corso a incontrare mio marito da Aragno oppure da Rosati in piazza del Popolo. Il Caffè Greco non mi piace. Avremmo incontrato i figli a piazza Venezia per andare poi a cena tutti insieme da amici a via Barberini, quasi in largo di Santa Susanna. Prima, però, contavo di fermarmi nella vicina via Bruxelles per salutare la mia inseparabile amica Lia di cui vi parlerò nel prossimo scritto. Ha un piccolo ma elegantissimo salone di bellezza ubicato non lontano da quella che fu, fino al 1943, la sfarzosa villa del Maresciallo Badoglio. Lia riceve le sue clienti, che sono tutte sue amiche, una alla volta e mai più di tre al giorno e, ovviamente, separatamente ed è anche la nostra confidente per alcuni nostri desideri che riesce sempre a soddisfare, non essendovi alcun problema di denaro. L’esercizio, gestito da sua mamma, esisteva da prima della guerra e allora come oggi si basava su due pilastri: prezzi elevatissimi, onde escludere il maggior numero possibile di persone e discrezione ferrea su tutto e su tutti. Entrare in quel posto é come sedersi al confessionale. C’ero stata il giorno prima per sistemare le unghie delle dita di mani e piedi, di colore chiarissimo, e Lia aveva molto apprezzato un paio di sandali bianchi, straordinariamente eleganti quanto costosi, che avevo acquistato in via del Tritone, in un’elegante calzoleria quasi in largo Chigi, sulla destra. Leggevo distrattamente “Settimo Giorno” e la “Settimana Incom” e l’argomento dominante era il processo per il caso Montesi. Che noia, sempre quell’orribile storia gialla intrisa di politica e di incomprensibili stranezze. Apersi un armadio, ove nessuno metteva mai mano, ricordando che conteneva dischi a 78 giri quasi tutti di canzoni romane, che mi piacciono tanto. Così ne scelsi qualcuno da ascoltai dal grammofono, che si trova in sala, comodamente seduta sul divano. Mi piace il bel canto; a qualche centinaio di metri da casa nostra abitava Beniamino Gigli, il grande tenore, che morì di notte per una crisi di cuore. L’ho incontrato quale volta, vicino a casa; persona gentilissima, sempre sorridente, solare. Scegliendo i dischi m’imbattei in un album dalla copertina in pelle, di colore vinaccia , sulla quale era scritta, di trasverso, la parola “Fotografie” in carattere corsivo. Provai ad aprirlo, mentre ascoltavo “Chitarra romana”; era composto da un certo numero di fogli di cartoncino Bristol beige, molto elegante, legati tra loro da una sorta di cordicella di velluto viola. Ogni pagina ne conteneva due, nel formato cm 13 x 18, al tempo in grande voga. Ogni quattro pagine c’era una sorta di busta, che conteneva di tutto. Vi trovai molti fiori essiccati, quali violette e margherite, incarti di caramelle e cioccolatini accuratamente ripiegati, un biglietto del tram dei Castelli, i bigliettini che contenevano frasi più o meno melense e che mi facevano spesso sorridere, contenute negli incarti di certi cioccolatini prodotti a Perugia e ancora in vendita oggi. Le fotografie erano molto nitide, raffiguravano parenti e amici di famiglia, la più parte dei quali non avevo conosciuto, riprese su sfondi della mia amatissima Roma, talune a Ostia e perfino a Nettunia, che oggi si chiama Nettuno. Erano immagini le più recenti delle quali risalivano ad almeno trent’anni prima. Attirò la mia attenzione una stampa in cui erano raffigurate due ragazzine vicine a una delle fontanelle stradali di bronzo ormai quasi sparite; entrambe portavano gli zoccoli di legno e sembrava si fossero lavate i piedi o che lo stessero facendo. Non era possibile, diamine. Chi avrebbe mai potuto riprendere due ragazze in una situazione così poco ortodossa? Ma zio Fabrizio, chi altri! Non l’ho conosciuto ma mi è stato descritto come una persona simpatica, decisamente esuberante, anche troppo, capace di scherzi sovente perfidi. E infatti sotto la fotografia era scritto: “La mia astutissima sorellina Agnese e la sua amica Antonia che, camminano guardando in aria, si lavano i piedi in una fontanella stradale dopo aver pestato una merda di dimensioni impensabili, forse lasciata da un dinosauro”. Prima rimasi stupefatta, poi risi e risi di gran gusto per un bel po’. Altra fotografia vicino alla precedente: zio Fabrizio in divisa da avanguardista o qualcosa del genere. La didascalia originale è cancellata e compare quella vergata da zia Agnese: “Il mio stupidissimo ma adorabile fratellone, fotografo indiscreto”. Neanche zia Agnese ho conosciuto; anch’essa mi fu descritta come persona molto esuberante e simpaticissima. I suoi figli abitano a Milano da tanti anni e li ho visti una sola volta proprio qui a Roma dove erano giunti di sera con il Settebello. La pagina successiva presentava la solita busta: l’apersi e mi trovai nella mani una sorta di lettera, scritta in calligrafia, su quattro facciate. Presi a leggerla, pensando a uno scherzo, e invece rimasi letteralmente folgorata da quel documento tanto vecchio e ingiallito eppure così attuale e palpitante. Ecco quanto lessi. “In quel periodo mi masturbavo sovente, anche perché ero ancora vergine e, quindi, non avevo ancora provato il contatto con il corpo femminile né la stimolazione diretta di una mano di donna sul
mio pene. Le uniche esperienze le ebbi con una mia cugina, più grande di me e già fidanzata, che mi piantò in asso sul più bello mentre stavo per raggiungere il mio primo, e vero, orgasmo. Un pomeriggio d’estate, al tempo della guerra d’Africa, i nostri miei genitori, come la più parte dei Romani, erano andati a vedere Mussolini a piazza Venezia, più che altro per curiosità. In quell’assolato pomeriggio ero in camera mia, intento a masturbarmi; avevo un grande desiderio di una femmina. All’improvviso entrò mia sorella in pigiama e zoccoli. Io le davo le spalle ma lei si accorse egualmente di cosa stessi facendo. Rimisi la verga, ormai durissima, nei pantaloni del pigiama e chiesi, urlando sgarbatamente, cosa volesse; ero preda dall’imbarazzo più frustrante e lei, con le guancie rosse e lo sguardo interrogativo, mi rispose che cercava un libro sul quale studiare alcuni capitoli di filosofia. Le feci osservare che non si entra silenziosamente in camera altrui e lei, di rimando, mi fece notare che calzava gli zoccoli di legno che proprio silenziosi non erano e se ne andò, rossa in viso e visibilmente seccata ma con un sorrisetto enigmatico sulle labbra. Riflettei a lungo su ciò che era accaduto e mi resi conto che potevo profittare dell’occasione per conoscere nuove sensazioni. Visto che saremmo stati soli per l’intero pomeriggio e che si poteva essere certi che i nostri genitori non sarebbero rincasati an-zitempo, presi l’iniziativa di sedurre mia sorella. Mi batteva forte il cuore e avevo paura che in caso di rifiuto, non improbabile, l’avrebbe riferito ai nostri genitori per cui, oltre che ricevere una dose di meritatissime botte, non avrei avuto più il coraggio di guardarli negli occhi. Ma oramai ero in preda al desiderio sessuale che volevo in ogni modo soddisfare e niente al mondo mi poteva far mutare di parere. La mia sorellina stava facendo i compiti nella sua camera dove entrai ll’improvviso, fissandola. Lei continuò a studiare, pensando evidentemente
che fossi entrato per prendere qualcosa. Dopo qualche secondo esclamai: “Allora?”
lei mi guardò rispondendomi :”Allora che?” e il suo volto si illuminò di un grande e solare sorriso. “Hai visto cosa stavo facendo, vero?” “Si, Fabrì, ‘na pugnetta.” “Ma tu che ne sai?” “Me l’a detto Giacomino” “Ah il tuo regazzino!” Era diventata rossa in viso e aveva chinato il volto sul libro. “Avete fatto qualcosa?” “ Ma che, sei matto? Mi ha solo detto che quando ha voglia di me fa come stavi facendo tu, e basta. Solo detto.” La presi dolcemente per un braccio e le dissi: “Vieni” al che rispose :”’ndove? “Ora vedi”. La portai in bagno e la feci sedere sulla tazza e io sedetti sul bidet e le nostre ginocchia stavano una di fronte all’altra, vicinissime.
Le dissi: “Dai giochiamo un po’.” “E’ bello, me piace.”
e lei ridendo: “A Fabrì, ma non lo so fare” e io: “Mo ti faccio vedere come se fa”, Mi abbassai pan¬taloni e mutandine, la verga era fortemente in tiro per la situazione;
le presi la mano e me la portai sopra le palle. Lei rideva con le guancie rosse e sussurrava: “Ao’ Fa¬brì…ma che sei matto?” Visto che rideva, capii che in fondo era curiosa e che forse le piaceva. Al¬lora con gli occhi socchiusi dissi a bassa voce: “Ma che matto!…non te preoccupare.”
Le feci chiudere il pugno sul mio pene e iniziai a masturbarmi con la sua mano. Dopo un po’ tolsi la mia mano e lei continuava con molta disinvoltura e ogni tanto esclamava ridendo: “ma che mi fa fare questo”. Io sorridevo dal piacere e avevo gli occhi appannati dal desiderio.
Usciva già il liquido preeiaculatorio che faceva il suo rumore
caratteristico e lei incuriosita dalla novità continuava a masturbarmi. Non capivo più niente. Lei guardando la mia faccia che rifletteva la mia gioia esclamò ridendo: “Mo vedi come gli piace a sto’ porco…”. Oramai ero vicino all’orgasmo; mi appoggiai con il naso alla sua testa e potei annusare quel profumo di ragazza vergine che mi eccitò ulteriormente.
Staccai un pezzo di carta igienica e glielo diedi raccomandandole di tenerlo a portata di mano e quando gliel’avessi detto di metterlo sulla punta della mia verga per asciugare qualsiasi
cosa ne fosse uscita. Lei incuriosita e senza fare domande prese la carta in mano e disse: “Ah, mo te
devo pure pulire, non basta come stai godendo” e scoppiò a ridere. Mentre mi girava la testa escla¬mai: “Mettilo adesso, subito” e l’abbracciai per i fianchi. Avevo eiaculato come un cavallo e un po’ di seme l’aveva colpita. Continuò a masturbarmi per una decina di secondi e ad ogni movimento continuavo a spruzzare sperma a raffiche e a godere mentre la stringevo e la baciavo sulla testa e gemevo. Dopo un po’ disse: “Vabbene così?” e io: “si si, che bello.” e lei: “sto porco” e sorrideva. Mi voltai verso il rubinetto del bidet e iniziai a lavare il pene. Lei prese l’intimo e disse: “Mo fammi pulire a me tanto ho fatto già tutto” .Me lo insaponò per bene, me lo massaggiò e me lo asciugò con l’asciugamano. Io la guardavo soddisfatto e felice. Si alzò, andò a lavarsi le mani, si tolse gli zoccoli e si lavò i piedi impiastricciati da un getto del mio seme. Tornammo in camera sua e lei mi abbracciò dicendomi :”Fratellone maialone, hai visto che sorellina premurosa hai?” e io:”Grazie” e lei: “Mi piaceva tanto vedere la tua faccia, era bello vedere mentre godevi. Se vuoi ogni tanto lo rifacciamo… Questo te lo posso fare, anche tante volte, tanto non mi costa niente…ma se vuoi altro non ci
contare” “No no,stai tranquilla…ci fermeremo qui come oggi ,magari lo faremo sul letto, se ti piace”“Si si, ti voglio bene, fratellone!” “Anch’io tesoro.” La storia proseguì per qualche settimana: fino all’ultima volta quando fu indispensabile tagliarla, traumaticamente, perché ci eravamo accorti che ci sfuggiva di mano e che Agnese rischiava, prima o poi, di fare un bambino con me. L’ultima volta fu diversa dalle altre; avevamo entrambe un enorme desiderio di accoppiarci, lei era nei giorni più fecondi dopo la fin e del ciclo e questo costituiva di per sé un notevole pericolo. Eravamo sul letto, entrambi nudi: io le ciucciavo i capezzoli, lei si eccitò moltissimo e prese in bocca il mio membro e nell’arco di pochi secondi vi scaricai una quantità, che mi parve enorme, del mio seme. Ero privo di forze, che ripresi subito non appena mia sorella mi portò la sua femminilità sulla mia faccia. Lappai e lappai con infinito piacere; raggiunse l’orgasmo più volte, punteggiato da strani rumori e urli emesse dalla sua bocca mentre veniva. Avevo la bocca piena dei suoi umori, che gustai fino in fondo, e introdussi per l’ultima volta la lingua nella sua femminilità, provocandole l’ultimo rumoroso orgasmo. Quasi mi impri¬gionò la testa con le gambe in quella posizione. Capii il pericolo; se avessi perso il controllo, e c’eravamo spaventosamente vicino, mi sarei accoppiato e quasi certamente avrei reso madre mia sorella. Così trovai la forza di allontanarmi da lei, in modo quasi brutale, e rivestirmi con la rapidità del fulmine. Anche lei ebbe la stressa intuizione e, fortunatamente, si comportò allo stesso modo. Quei rapporti, dei quali parlammo mai più, furono sicuramente i più belli della nostra vita. F.”
Rimasi come folgorata da quanto avevo letto; lesi e rilessi non so qualche volte quelle parole e provai un incontenibile desiderio di masturbarmi. Lo feci più e più volte, provocandomi orgasmi squassanti e rumorosi. Rimasi sul letto, nuda, con le gambe spalancate, il sesso bagnato e bollente, finalmente soddisfatta sessualmente. Ecco, la pendola batteva il tempo che segnava l’ora della mia uscita da casa. Mi vedevo come una donna bella, ben truccata, profumata moglie di una persona importante; ma resa sessualmente felice, fin nelle fibre, soltanto dalla lettura di una lettera ingiallita risalente a decenni prima e mi spuntarono un paio di lacrime. Sarei passata da Lia a salutarla e a chiederle un appuntamento per l’indomani, per un controllo della pettinatura e per altro che avrete ovviamente immaginato. E che leggerete in altro mio scritto.
 


ASCOLTA AUDIO LIBRI EROTICI - PROVA 30 GIORNI GRATIS

One thought on “In un assolato pomeriggio romano

  1. Fabiopirandello

    Senza esagerare il miglior racconto letto in questi ultimi anni, l’introduzione che sembra non legata alla lettera lascia la curiosità di conoscere la protagonista, lascia quasi sospesi. Scritto benissimo, l’espediente narrativo della lettera se anche largamente usato non risulta banale, il cambio di linguaggio tra la parte introduttiva e la lettera è perfetto. Mi piacerebbe tanto ampliare quanto letto. Un grande complimento. Fabiopirandello mail. [email protected]

     

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.