Un energumeno mi fa il culo

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Un energumeno mi fa il culo

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Appena imboccato il sentiero, ho visto un uomo che sbuca dietro la curva, è robusto, grande e grosso.
Mi sembra di conoscerlo, ma solo di vista.
Fino a quel momento.
Mentre si avvicina comincia ad insultarmi:“Uhe! Il frocetto del paese… ciao checchina, vai in cerca di cazzi come al solito… sarai bagnata… troia… di sicuro ci sono i tuoi amici che ti aspettano per farti bere la loro sborra!” mentre pronuncia queste parole avvicina, ha uno sguardo strano, un po’ allucinato, penso che forse è ubriaco.
Forse lo è ma è anche eccitato, il suo è uno sguardo concupiscente, da porco.
Si ferma un attimo, osservandomi come se dovesse prendere una decisione.
“Sai mi è venuta voglia… dai, vieni con me, voglio vedere com’è inculare un buco come te”.
Non lo voglio fare, non so neppure chi sia. Si che lo do a tutti, il culo, ma lui non mi piace.
“Non so chi è lei, mi lasci stare”.
Provo ad andarmene ma mi afferra per il braccio, mentre con l’altra mano apre un cancelletto posto sulla recinzione di un orto lì vicino, mi spinge dentro, per lui tutto molto facile, pesa praticamente il doppio di me.
Mi trascina sotto ad un pergolato, fuori da sguardi indiscreti, S., mentre se lo tira fuori dice: “Ciucciamelo un po’, sbrigati”, mi spinge in ginocchio, io tengo ostinatamente la bocca chiusa, allora mi prende per il naso lo stringe forte, è doloroso e mi blocca il respiro, allargo le labbra.
Me lo spinge fino in gola, non ha un buon sapore, piuttosto aspro, amaro, puzza di piscio, però è indubbiamente un bel cazzone scuro, cattivo, rugoso, pelosissimo, grosso.
“Non fare scherzi con i denti, che ti spezzo le ossa”. Ma sono discorsi inutili, ha vinto.
Mi afferra per i capelli, altra mossa piuttosto dolorosa e mi scopa la bocca, strusciandomelo contro il palato e la parte interna delle guance, sbavo come un bulldog, va avanti ma solo per alcuni istanti, poi con un tono minaccioso: “Dai, troia, calati i pantaloni, scopri il culo… fai presto!”.
Piuttosto spaventato obbedisco senza battere ciglio, mi tolgo i pantaloni e le mutande, sono nuovi e non voglio sciuparli, e rimango in maglietta.
“Che bel culetto che hai… liscio, ma ti fai i peli come una femmina, si? (annuii) ma guarda che zoccola… aprilo… fammi vedere il buco…”.
Sto fermo, allora mi molla uno sculaccione: “Sbrigati!”.
Allargo le natiche, gesto per me abituale ma mai così sofferto come in questo momento, lui raschia in gola e mi sputa preciso sull’orifizio da violare, poi, non contento, fa colare un’abbondante dose di saliva sulla cappellona rovente.
Mi spinge e mi ritrovo appoggiato col petto al poggio inclinato lì davanti, le chiappe tenute sempre allargate, me lo sbatte tutto dentro in un secondo, un colpo secco, con cattiveria.
Mi fa male, lancio un urlo, acuto, un falsetto molto poco maschile.:“ Ihhhh! S. fai piano, così me lo spacchi!”.
Doloroso ma, anche se non voglio ammetterlo, inevitabilmente piacevole.
“Grosso eh! Strilli come una femmina, proprio come dicono tutti… spaccartelo… è morbido morbido… e poi non si rompe, ce l’hai spanato come una figa… bello… troietta…” ansima come un toro mentre mi ara le viscere, spinge come se mi volesse trapassare.
“Ahia… E’ vero… ahhhh… sono troia… ma fai piano… ora sei dentro… fai tutto quello che vuoi… ma pianooo… ahhh”.
“ma se ce l’hai spanato, largo come un tubo del dodici”.
“Si… come vuoi… e ce l’ho spanato ma così, tutto di un colpo… non sono mica di legno… ihhh!” mi lamento io, emettendo un altro significativo gridolino femminile, adesso anche di goduria, il piacere di essere posseduto, usato come un oggetto da quell’energumeno, che provo anche se non vorrei farlo, ma sono così.
“Voglio che ti lamenti… tieni… prendi…” .
Spinte potenti, micidiali, ho le lacrime agli occhi, gli urletti si susseguono, ma è una vera e propria sveltina, viene rapidamente, dopo pochi minuti, sborrandomi abbondantemente dentro.
Penso che ha finito. Che posso andarmene.
Non è così, tutt’altro, è ancora durissimo e dopo pochi istanti riprende a fare su e giù, più forte di prima, scavando ancora più a fondo, velocemente, lubrificato dalla sua stessa sborra.
“Ah… rallenta… non serve che fai così forte…” implorandolo non ho fatto altro che eccitarlo ancora di più sortendo l’effetto contrario.
Sul vialetto lì vicino passa canticchiando un tizio, uno che abita lì vicino, il bestione non se ne cura minimamente, concentrato sul mio culo da sfondare, io avrei potuto urlare ancora, ma non lo faccio.
“Cazzo che culetto che hai… dovevo incularti prima… ma mi faceva senso andare con un ragazzo… ma tu non sei un maschio… visto da dietro sei una figa… anche la bocca… tua madre ha due femmine… due sorelle… tu sei quella troia… proprio come dicono in giro… la checchina che va con tutti…”.
Mi conosce, sa tutto di me, parla continuamente, sottovoce, sussurrandomi e deglutendo vicino alle orecchie, senza smettere di pompare, fra uno sbuffo e l’altro.
Mentre parlava viene di nuovo, con un forte gemito, in quel momento va giù con forza, spingendomelo dentro il più possibile, schiacciandomi sul poggio quasi volesse schizzarmi direttamente nello stomaco. In effetti ho avvertito la sborra veramente nel profondo, proprio dentro la pancia.
E’ sicuramente un orgasmo più potente del primo, rimane qualche secondo senza fiato, poi si tira via, rotolando.
Si ripulisce con un lembo della mia maglietta, anch’io riprendo fiato poi mi accovaccio col buco ancora aperto per buttare fuori la sborra che ho dentro. Dopo mi sono passato un fazzolettino fra le chiappe.
Mi è rimasta impressa la sua sardonica risata, quando ha visto i miei slippini bianchi mentre me li infilavo, prima non li ha notati, veramente minuscoli: “Accidenti, anche le mutande sono da femmina… sei proprio una fighetta, ah ah ah!”.
Facciamo alcuni metri di strada assieme e poi prima di allontanarsi lui mi afferra da dietro, forzandomi il buco del culo col pollice: “Se dici a qualcuno che ti ho inculato ti ammazzo!”.
“Non farmi male… No, non lo dico a nessuno” rispondo, è vero, non lo avrei detto a nessuno.
In effetti è la prima volta che racconto questo episodio.
Cambiò tono e mi saluta con un buffetto: “No dai, sei stato carino… è stato bello scoparti, ma acqua in bocca” ha strizzato l’occhio e mentre sta per sparire dietro l’angolo io: “Ma, non ci rivediamo?”.
“Non ti preoccupare, ti cerco io.”
Beh, se una è zoccola, è zoccola!

 


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