Sverginato

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Sverginato

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Ero un bel ragazzo, una precoce checchina, i maschi mi ronzavano attorno come mosche.
Non mi facevo problemi, prendevo volentieri il cazzo in mano, loro se lo tiravano fuori ed io lo stringevo, bello grosso e duro. Succedeva anche più volte al giorno, ero sempre sporco di sborra.
Dicevano che ero un bravo segaiolo, le mani delicate, una certa tecnica. Accarezzavo quei cazzoni, ci facevo scorrere sopra la mano, li scappellavo e dopo averli ben lubrificati con la saliva lisciavo il prepuzio con il pollice, venivano presto, ce n’erano alcuni un po’ più esigenti, quelli che mi avevano insegnato a mettergli un dito in culo e li massaggiavo anche dall’interno e quelli che mi segavano pure loro.
Il salto di qualità ci fu quando arrivò in casa mia Tano.
Un ventenne alto e magro, con un paio di baffetti scurissimi che lo facevano apparire più maturo.
Tano era il figlio della signora che veniva ad aiutare mia madre nelle faccende di casa.
Intendiamoci, lo conoscevo già, viveva anche lui nel quartiere e gli avevo già fatto qualche sega.
Dopo che sua madre prese a venire da noi, ogni tanto passava a salutarla e trovava anche me, mi parlava quasi esclusivamente di sesso, aveva la ragazza ma era una seria, di chiesa, solo qualche limonatina e non gliela faceva nemmeno vedere.
Così era sempre carico, gli ormoni a mille e panciate di cazzo duro senza sfogo, qualche prostituta ma da buon studente squattrinato di rado se le poteva permettere. Le visite divennero costanti, quotidiane, ora si faceva masturbare in continuazione. Ogni occasione, ogni attimo sfruttabile era buono per farsi fare una sega ed io, peraltro, gliele tiravo volentieri.
In occasione di una di queste seghe assaggiai la sua la sborra, mi aveva schizzato sulla pancia ed io mi stavo ripulendo con la mano che mi era rimasta impiastricciata e lui: “Dai, leccala!”, io, ovviamente, obbedii e la leccai, non era certo un gran sapore, ma non mi dispiacque, mi succhiai anche le dita.
Non era la prima volta che lo facevo, mi era già capitato di leccarmi le dita dopo aver tirato una sega, magari per pulirmi le mani, ma questa volta la quantità era diversa.
Dopo dovetti farlo venire un’altra volta, a vedermi leccare la sborra si era eccitato di nuovo.
Visto che la sborra in non mi dava fastidio iniziò a venirmi in bocca, quando era vicino all’orgasmo mi inginocchiavo, allargavo le labbra e lui mi schizzava in gola, a volte sbagliava mira, imbrattandomi il viso effemminato e i lunghi capelli castani.
Iniziò anche a toccarmi, però si guardava bene di avvicinarsi al mio fringuello, era “roba da froci” diceva, ma lisciarmi il culo e chiamarmi fighetta andava bene.
E queste lisciatine stavano aumentando di intensità, il dito forzava il buchetto intonso, entrava, ogni volta andando sempre più in profondità. Il bruciorino iniziale lasciò ben presto spazio ad un certo piacere, una cosa strana, che non nasceva dalla penetrazione, dal dito in culo ma dal fatto che io stavo lì piegato, completamente sottomesso al mio partner, fin da allora succube, nella posizione che di lì a poco mi sarebbe diventata abituale.
Infatti si cominciava a ronzare attorno al mio orifizio, non solo Tano, ma anche gli altri della compagnia, le seghe non bastavano più.
“Mi sa che ti faccio il culo. Ti va? secondo me ti va, sei una troietta, sei nato per questo. Me lo vuoi dare?”, quel pomeriggio T. doveva essere pieno come un uovo, gli occhi lucidi e la fava rigonfia.
“Tanto te lo fanno il culo, ti vogliono inculare anche gli altri. In giro si parla di te, ti tocca”.
Eravamo seduti sopra una panchina, iin un angolo della piazza, con noi c’erano un altro paio di tipi, suoi coetanei, piuttosto interessati ma Tano non si faceva scrupolo di dirmi queste cose.
“Che facciamo, andiamo?”, insisteva.
“Lo puoi portare nella stanza, lì state comodi” suggerì uno dei due spettatori. La “stanza” era un ambiente posto in una vecchia casa abbandonata, dimenticata da tutti, ricoperta dalla vegetazione, vi si accedeva attraverso una porticina di servizio, bassa e nascosta. Ci avevano sistemato un tavolo, un paio di vecchie poltrone, un divano scalcagnato e qualche sedia, i ragazzi ci andavano a fumare, a scopare ed a a fare altre cose, avevo preso in mano tanti cazzi e fatto parecchie seghe in quel posto.
Era fatta, si alzò ed io lo seguii, anche gli altri due vennero con noi, ero un po’ contrariato perché io volevo farlo solamente con Tano, tra l’altro, anche se ero eccitato e mi andava avevo anche paura, il cazzo di Tano non era certo piccolo, anzi.
Entrammo nello stanzino, la luce filtrava da una finestra, chiusa ma con le persiane scassate.
Tano si abbassò subito i pantaloni, il cazzo durissimo svettò fuori, ora si masturbava, lo sguardo famelico.
Mi tolsi i pantaloni e gli slippini e lui: “Appoggiati al divano con la testa… bravo allarga le chiappe”.
Feci come diceva, tremante ma in attesa.
“Che bel culetto che ha, liscio, sembra una femmina!” esclamò uno degli altri due.
“Ma Rosy è una femmina!” si misero a ridere, lo feci anch’io.
Tano fece colare un po’ di saliva sulla cappella congestionata e nel solco fra le mie natiche aperte.
Senza ulteriore preparazione, non un dito, nulla, si avvicinò all’orifizio pulsante, il suo affare si appoggiò al buchetto che scomparve, a causa del notevole diametro dell’attrezzo che si apprestava a violarlo.
Il maschio afferrò i fianchi e spinse.
Istintivamente mi ritrassi però poi rilassai i muscoli anali, dopo aver vinto con fatica la naturale resistenza dello stretto pertugio il cazzone scattò dentro per qualche centimetro.
Qualcosa si strappò, una lama incandescente.
“Ahi! brucia, mi hai rotto… dai fai piano… è grosso… ahia”, implorai piagnucolando.
Ovviamente non mi diede retta, prese a fare avanti e indietro, ogni volta più profondo, facendosi inesorabilmente strada, fino a che il suo ventre prese a sbattere sul mio culo “Ciak… ciak…”.
Gli altri due guardavano, come ipnotizzati, uno se l’era tirato fuori e si masturbava lentamente.
Tano mi scopava con forza, incurante del fatto che per me fosse la prima volta.
Lo tirava quasi fuori tutto poi lo ributtava dentro, era arrossato, sporco di sangue.
“Ahi… ahi… piano… piano…” continuavo a dire, faceva male ma stava diventando addirittura piacevole, il dolore mi piaceva, avevo il cazzo duro.
Ora capisco che era la situazione a coinvolgermi, essere schiava, troia, è stato così fino ad oggi.
“Ce l’hai duro! Ti piace eh, lo sapevo!” diceva lui, ansimando.
Ora si sentiva un suono di “bagnato”, il sangue e gli umori anali facevano il loro dovere, avvertivo quel grosso corpo estraneo che mi arava le viscere, che strusciava sulle pareti del canale, arrivando a raddrizzare la curva del retto.
Andò avanti ancora qualche minuto, ora godevo, l’estrema dilatazione, la sottomissione, aveva ragione lui, ero nato per questo.
Poi sborrò, si svuotò completamente dentro di me, fu lì che rimasi fregato, quella sensazione di umido nelle viscere, nel profondo, il fatto di essermi concesso a qualcuno che mi aveva usato per il proprio piacere, pensando esclusivamente a se stesso, incurante dei miei lamenti, mi diede una gioia immensa. Una cosa che mi avrebbe accompagnato per tutta la vita.
E la sborra nel culo, bellissimo! Ho sempre provato un po’ di delusione quando lo tirano fuori prima di venire, o quando per prudenza o necessità bisogna usare il preservativo. L’inculata non era appagante senza lo schizzo dentro, magari accompagnato da un paio di sculaccioni.
È bello bere la sborra ma in culo…
Rimase un momento fermo, riprese fiato poi si sfilò, senza dire nulla. Appagato.
Io ero ancora lì, dolorante, un rivolo di un liquido rossastro, un misto di sperma, sangue, saliva ed umori anali colava lentamente fuori, imbrattandomi le cosce e finendo sul divano.
Pensavo che sarei stato inculato anche gli altri due ma questi, stranamente imbarazzati, non fecero nulla.
Intendiamoci, di lì a poco nel gruppo tutti avrebbero saputo e tutti si sarebbero presi la loro parte di culo. Anche quei due lì.
Mi rialzai a fatica, dopo che Tano, imprevedibilmente gentile mi ebbe ripulito il culo con della carta igienica bagnata
I presenti raccontarono in giro la cosa e la sera stessa il bossettino della piazza venne a cercarmi a casa, mi ero disteso sul letto per riprendermi.
Ero ancora dolorante, cacavo ancora un po’ di sangue, ma volle scoparmi lo stesso. Fece bene, mi piacque. Tornai con lui nella stanza che divenne per un po’ la mia alcova.
Da quel momento lo presi nel culo continuamente, dall’uno o dall’altro, anche da più uomini assieme.
Adesso non mi faceva più male, anzi, entravano che era un piacere. Largo ma non troppo.
Di lì a poco cominciai anche a travestirmi, andando avanti fino ad oggi. Mi hanno scopata praticamente tutti i giorni, ho avuto tanti uomini, amanti, compagni, mi sono venduta, lo faccio ancora.
Il mio culo viene penetrato in ogni modo ma non dimenticherò mai quel primo giorno, il cazzone di Tano che entrava prepotentemente, mi rompeva, prendeva possesso di me, che mi faceva femmina.
 


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