Lucy – Un nuovo inizio – Nel Vortice

Lucy – Un nuovo inizio – Nel Vortice

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Ormai da qualche tempo io e Lele eravamo diventati una specie di coppia fissa, anche se a scuola cercavamo di non darlo tanto a vedere per evitare i facili pettegolezzi che sarebbero corsi sul nostro conto. Il bello era che nell’immaginario collettivo, se c’era uno che poteva essere accusato di scarsa virilità era proprio Lele, efebo minuto e dai lineamenti delicati. Al contrario io di effeminato non avevo nulla, ma nell’intimità diventavo una femmina viziosa disposta a tutto per il piacere del suo maschio, che in quanto a dotazione virile avrebbe dato di sicuro dei punti a molti di quelli che si facevano beffe di lui.

Di lì a poco sarebbero stati tre mesi che stavamo, per così dire, insieme. Volevo festeggiare degnamente quella piccola ricorrenza e volevo soprattutto fargli una sorpresa. Avevo capito che anche a lui, come a quasi tutti gli uomini, me compreso, piacevano molto due belle gambe inguainate nelle autoreggenti e le scarpe col tacco alto.

Andai perciò in un supermercato e, grazie alla cassa self service, comprai un paio di calze autoreggenti nere e un perizoma dello stesso colore evitando l’impaccio di presentarmi con quella mercanzia più che ambigua alla cassiera. Il problema però era rappresentato dalle scarpe; infatti sugli scaffali c’erano numerosi modelli che mi piacevano, ma per nessuno era disponibile la mia misura, che non è una taglia tipicamente femminile.

Tornato a casa mi ricordai che, sul percorso verso la scuola, passavo spesso davanti ad un negozio di abbigliamento gestito da orientali, dove in vetrina si esponevano abiti di stile, per così dire…  estroso, diciamo da cubista, e un gran numero di modelli di scarpe, dalle più classiche alle più estreme. Magari avrei potuto trovare qualcosa, ma come giustificare la mia ricerca? Nella mia innocenza adolescenziale non trovai nulla di meglio che dire di essere alla ricerca di un travestimento per carnevale, dopotutto eravamo nel periodo.  

Mi venne anzi la tentazione di provare le scarpe vedendo quale sarebbe stato l’effetto complessivo, per cui infilai sotto i pantaloni ciò che avevo acquistato e mi diressi verso il negozietto.

Spiegai al commesso, un ragazzo dall’apparente età di vent’anni, ciò che cercavo insistendo più volte sulla questione del carnevale, e lui mi portò due paia di scarpe col tacco a stiletto, ma purtroppo non della mia misura.

“Misura più larga, provare!” provò a convincermi, da bravo venditore, e accettai di misurarle, dirigendomi verso i camerini. Senza dubbio gli doveva sembrare strano che mi chiudessi là per misurare delle scarpe, ma non fece obiezioni.

Là mi tolsi i pantaloni e cercai di indossare prima un paio, poi l’altro delle scarpe, purtroppo senza riuscirci. Altro che “misura più larga”.

Mi fermai comunque a valutare l’insieme nello specchio a figura intera del camerino, che mi rimandava un’immagine davvero grottesca: un ragazzo con addosso una polo dalla vita in su, e dalla vita in giù un paio di natiche glabre e tondeggianti come quelle di una femmina, impreziosite da un perizoma nero e due gambe tornite inguainate da autoreggenti dello stesso colore, il tutto su quel paio di scarpe col tacco che purtroppo non riuscivo a calzare completamente.

“Provare anche queste”

La voce del ragazzo mi fece voltare, proprio mentre, innocentemente, lui stava aprendo la tenda del camerino e gli apparivo in quella posa davvero inopportuna.

“Grazie… grazie…” gli risposi balbettando mentre prendevo dalle sue mani le scarpe che mi aveva portato da provare, e richiusi subito la tenda davanti al ragazzo, che era rimasto lì a bocca aperta a godersi la vista del mio culo.

Non le provai nemmeno, e vergognandomi come un ladro mi ricomposi e uscii dal camerino. Andai dal ragazzo e gli restituii tutte le scarpe che, non era una scusa, non riuscivo a calzare.

Da venditore provetto, il ragazzo non mollò la presa; nel suo italiano stentato mi spiegò che il mio era un numero particolare per delle scarpe da donna, ma che se fossi passato sul tardi forse sarebbe riuscito a procurarmene un altro paio dal magazzino.

Non pensavo minimamente di ripassare dopo la figuraccia appena fatta, ma poi mi dissi che in fondo non era la mia zona e nessuno mi conosceva. Chi se ne importa se mi ha visto il culo agghindato da donna? Tanto già la scusa del costume di carnevale non se l’era di certo bevuta.

Con l’avvicinarsi dell’ora di chiusura, però, sentii salire una strana eccitazione per ciò che era successo. Mi ero, pur se involontariamente, mostrata seminuda ad un ragazzo che non era Lele, e se avevo ben capito lo spettacolo non gli era stato affatto indifferente.

Decisi così di rimettere sotto i jeans il perizoma e le calze che avevo già tolto, e ritornai al negozio immaginando di mostrare nuovamente le mie grazie nel camerino al giovane orientale.

Quando entrai nel negozio sentii il ragazzo rivolgersi a qualcuno nella sua lingua e dal retro uscì un uomo sulla cinquantina, di corporatura robusta, con una scatola da scarpe in mano.

“Scarpe trovato tuo numero” disse il ragazzo, mentre me le porgeva. Non senza un po’ di imbarazzo le presi e mi sedetti su uno sgabello per provarle. Non volevo infatti ripetere la figuraccia del pomeriggio davanti a quell’altro uomo; o almeno l’intenzione era quella. Peccato che quando mi sfilai le mie scarpe maschili mostrai ai due che invece dei classici calzini indossavo delle calze da donna. Che gaffe!

Le scarpe mi calzavano a perfezione, anche se trovavo difficile camminare su quei tacchi stratosferici.

“Ok, le prendo!” dissi, sedendomi per togliermele.

“Costume? Perché non prova qualcosa?” mi disse il ragazzo, nel tentativo evidente di farmi fare ulteriori acquisti. Non ebbi nemmeno il tempo di rispondere, che l’altro uomo già mi stava porgendo un miniabito fucsia fluorescente molto molto “esplicito”.

Non volevo fare discussioni, e poi pensai che magari potevo fare uno sforzo economico in più e presentarmi con quello a Lele… avrei fatto colpo? Insomma presi l’abitino e andai nel camerino, mi tolsi la polo e lo indossai sui pantaloni. Forse era un po’ troppo aderente, ma poteva andare.

“Come va?” chiese il ragazzo da fuori, e io aprii la tenda per mostrargli il risultato.

“Si porta senza pantalone!” disse, ridacchiando, ma dal suo sguardo capii ciò che non diceva con il suo italiano stentato.

Mi sfidava a ripetere lo show di qualche ora prima. Ok, ragazzo. Vuoi fare il duro? Credi che mi vergogni?

E senza chiudere la tenda mi sedetti sulla panchetta del camerino, tolsi le scarpe, sfilai i jeans rivelando ciò che portavo sotto, poi mi aggiustai il vestitino e calzai di nuovo le scarpe.

Indubbiamente dovevo essere un bel vedere dal momento che il ragazzo mi mangiava con gli occhi. La mia sicurezza svanì però in un istante quando sentii il rumore delle serrande che si abbassavano.

“Ora chiusura. Passa Vigile fare multa” si giustificò l’uomo vedendo la mia espressione preoccupata.

In mano reggeva una parrucca lunga e nera, stile Morticia Addams: la diede al ragazzo che mi aiutò ad indossarla, non senza strusciarsi contro il mio culo a stento coperto dall’abitino senza trovare alcuna reazione da parte mia. Cosa dovevo fare? Effettivamente era la chiusura… ma se questi avessero avuto cattive intenzioni?

L’uomo entrò anche lui nell’ampia cabina, e mentre il ragazzo passava davanti a me con la scusa di sistemare alcuni arricciamenti del vestito (che mi aveva causato lui strusciandosi) lui venne dietro di me e mi cinse il collo con un collarino di pelle nera, appoggiandomi nel mentre la sua erezione tra le natiche. Evidentemente prese la mia assenza di reazioni come un assenso, dal momento che pose le sue mani sui miei fianchi sollevando il vestito e mettendo a nudo il mio culo, mentre osava posare un bacio sulla mia spalla nuda.

“Così però non bene” ridacchiava il ragazzo, e ne capii subito il motivo.

Inaspettatamente, quella situazione mi stava eccitando, e la stoffa del miniabito si tendeva sul davanti rivelando una vistosa erezione.

In uno sprazzo residuo di lucidità sfuggii all’abbraccio dell’uomo ed uscii dal camerino… già, ma per andare dove? Le vetrine erano chiuse, e anche se avessi trovato l’ingresso al negozio dall’interno del Condominio e avessi avuto la fortuna di trovarlo aperto (ma dubito che lo fosse) cosa avrei potuto fare? Scappare per le scale o per strada agghindata di tutto punto come una sgualdrina da strada?
Il problema comunque non si pose. Già, perché al primo passo barcollai sui tacchi e al secondo franai tragicamente in avanti, e mi sarei ritrovata dolorosamente a terra se il ragazzo non mi avesse trattenuta, rallentando la mia caduta.

Caddi pertanto in ginocchio, ma senza sbattere violentemente a terra, grazie all’inatteso aiuto del giovane orientale che, non so quanto raccomandandosi e quanto canzonandomi, mi disse “Stare attenta!”

Già, ATTENTA. Si rivolgeva a me al femminile e anche in quella situazione strana la cosa mi faceva piacere.

Cercai di alzarmi, ma sapevo che sui tacchi sarebbe stato difficile come sul ghiaccio, per cui istintivamente cercai a tentoni un appiglio. Il ragazzo mi prese la mano sinistra, mentre la mia mano destra involontariamente finì sul basso ventre dell’uomo, che fu lesto a coprirla con la sua per tenermela lì.

Non l’avrei comunque tolta, presa dallo stupore per ciò che percepivo sotto la stoffa dei pantaloni: la mia mano sembrava aver afferrato una grossa pannocchia di mais, lunga e dura, sfatando decisamente il luogo comune che vuole gli uomini orientali scarsamente dotati.

Vedendo la scena, anche il ragazzo portò la sua mano con la mia sul suo pacco, che anch’esso tradiva la sua eccitazione pur se le sue dimensioni erano meno generose di quelle dell’uomo.

Rimasi lì, in ginocchio tra quei due uomini. Non serviva neppure che mi tenessero ferme le mani sui loro sessi perché ora ero io a stringerli entrambi, a valutarne forma, durezza e dimensioni e a sentirli fremere tra le mie dita.

I due si scambiarono qualche parola in cinese e poi entrambi fecero ciò che temevo o che in realtà desideravo: si slacciarono rapidamente i pantaloni, che caddero alle ginocchia, rivelando i loro sessi: lungo e sottile quello del ragazzo, che valutai immediatamente più piccolo di quello del mio amico Lele, e grosso, incredibilmente grosso quello dell’uomo. Ben più lungo e più grosso di quello del mio amante, che certo non era un mini dotato.

Guardo come ipnotizzata quel bastone di carne che, sorretto dalla mano dell’uomo, mi si avvicina lentamente al viso. Quando ce l’ho davanti agli occhi, quasi non percepisco il calore vellutato che mi sfiora una guancia: il ragazzo infatti mi accarezza il volto con la sua cappella, ma la mia attenzione è tutta per quel nodoso randello che con una lentezza esasperante percorre quegli ultimi centimetri fino ad appoggiarsi sulle mie labbra.

Bacio quella carne maschia mentre un altro scettro, più piccolo, continua a carezzarmi la guancia, la fronte, gli occhi socchiusi, fino a che raggiunge il suo vero obiettivo; mi alterno a baciare prima una nerchia e poi l’altra, lecco le cappelle e le aste, fino a che prendo in bocca quei due cazzi che mi vengono offerti, non senza qualche difficoltà per quanto riguarda il membro dell’uomo che mi riempie completamente la bocca causandomi qualche conato.

Non so se ci sia qualche legame tra i due, per cui mi scopro ad immaginare, con un briciolo di perversione, che siano padre e figlio e che io li stia spampinando entrambi in questo triangolo incestuoso.

Sto comunque succhiando i cazzi di due sconosciuti e immagino che tra poco vorranno anche il mio culo… sì… io per prima li voglio nel culo, sia il cazzo del ragazzo che quell’arnese tremendo che ora sto succhiando fino a togliermi il respiro. Mi strazierà l’ano, e mi farà un male cane, ma qualcosa dentro di me vuole quel dolore, vuole sentirsi sventrata e riempita da quel cazzo divino.

Sento i due dirsi qualcosa, e poi il ragazzo abbandona la mia bocca e mi fa voltare e mettere a quattro zampe, mentre l’uomo si siede per terra davanti a me porgendomi quel bastone che ondeggia minaccioso davanti a me.

Un dolore improvviso mi annuncia che, invece, senza alcuna preparazione, il ragazzo sta infilando il suo cazzo nel mio culo che, se anche non è certamente vergine ed è abituato al tarello di Lele, avrebbe sicuramente preferito qualche attenzione in più.

Lentamente mi sprofonda nel retto mentre la mia bocca si riempie della grossa prugna rosa che mi viene offerta dall’altro cinese; la succhio non trascurando di coprire di baci, ogni tanto, la grossa asta e i pesanti testicoli che ne pendono.

Sono infilata da entrambe le parti da quei due cazzi: quello del ragazzo che ora, vinta la resistenza dei miei muscoli anali, va e viene furiosamente nel mio culo mentre le sue anche sbattono ad ogni spinta contro le mie natiche glabre, e quello dell’uomo che mi riempie la bocca e che, immagino, tra poco farà sfacelo del mio retto. Non me l’aspettavo, ero venuta qui con l’intenzione di comprare qualcosa per eccitare il mio amico e amante Lele e al massimo provocare un ragazzo sconosciuto, e invece mi sto facendo scopare come la peggiore delle zoccole da due sconosciuti. E soprattutto ne sto godendo come non mai.

Godevo a sentirmi sfondare il culo da quel cazzo giovane e godevo a leccare e succhiare quell’altro pene che, nonostante le sue dimensioni, stavo riuscendo ad infilarmi ogni volta più profondamente in gola, fino a soffocarmi.

Sentii il ragazzo urlare qualcosa e poi riempirmi il culo di sperma; in un barlume di lucidità sperai che anche l’uomo raggiungesse l’orgasmo e mi eiaculasse in bocca tutto il suo sperma per ingoiarlo, ma soprattutto per evitare di essere impalata da quell’arnese, ma la mia speranza (ma lo volevo poi davvero?) fu vana. Infatti lui, non appena l’altro si fu sfilato dalle mie terga, mi fece interrompere il pompino e si preparò a incularmi.

Memore del mio sverginamento da parte di Lele, però, lo fermai. Lo feci rimanere seduto e mi alzai, mentre lo sperma mi colava fuori dall’ano, per accovacciarmi su quel bastone di carne eretto e duro, pensando che in quel modo avrei reso la penetrazione meno dolorosa.

Sentii la cappella che si appoggiava al mio ano, che si apriva la strada e all’inizio, con l’aiuto della precedente penetrazione e dello sperma del ragazzo che faceva in un certo senso da lubrificante, tutto mi sembrò più facile di quanto temevo. Già, ma poi ad un certo punto il mio ano raggiunse la massima dilatazione a cui era abituato, quella delle misure di Lele, e iniziò ad opporsi alla penetrazione di quel mandrino ben più grande, nonostante io cercassi di scendere su quella colonna di carne e il cinese, da sotto, spingesse coi fianchi per penetrarmi. Mi faceva male, e non riusciva ad avanzare di un solo centimetro nelle mie budella.

Il ragazzo mi si avvicinò al viso, porgendomi il suo cazzo (che, potenza della gioventù, era già di nuovo in piena forma) da succhiare e io devotamente lo presi in bocca ritrovandoci sopra i sapori dello sperma e dei miei umori anali, concentrandomi su di quello per non sentire il bruciore alle parti basse causate dalla sodomizzazione.

Poi fu un attimo. Il ragazzo mi pose le mani sulle spalle e iniziò a spingermi, senza violenza ma fermamente, verso il basso vincendo così la poca resistenza che i muscoli delle mie gambe, in quella posizione, potevano offrire, facendomi impalare inesorabilmente sul cazzo del parente.

Urlai dal dolore, ma l’urlo mi fu soffocato dal cazzo che avevo infilato fino in gola, mentre il mio sfintere si arrendeva e accoglieva tutto quel voluminoso intruso, che sprofondò in me fino all’elsa per poi rimanere immobile e darmi il tempo di abituarmi alle sue misure.

Avevo due cazzi infilati nel mio corpo, uno più piccolo in gola e uno molto più grande che mi aveva riempito il culo e ora, lentamente, stava iniziando a stantuffare il mio retto senza però causarmi più dolore, ma una strana sensazione di riempimento e di svuotamento molto più intensa di quella a cui ero abituato con Lele, che già non era certamente un mini dotato.

I due si scambiavano battute nella loro lingua, intervallate da risate sguaiate, e pensavo ovviamente che l’argomento di quella discussione fossi io: li immaginavo vantare il calore della mia bocca e la profondità del mio culo, insultarmi dandomi della puttana, della rottinculo, complimentarsi tra loro per il colpo messo a segno attirandomi in quella trappola erotica… e godevo, godevo a sentire il cazzo del ragazzo che ormai mi scivolava in gola senza più darmi fastidio, godevo a immaginare di essere umiliata e trattata come la peggiore delle sgualdrine… e godevo a sentirmi sfondare l’ano ora senza più ritegno né precauzioni da quel membro su cui, ora, avevo iniziato a danzare come una vestale del sesso anale quasi a volerne ancora di più, a volermi far sfondare il culo ancora di più.

Improvvisamente il ragazzo mi afferrò la testa con le mani immobilizzandomi, mentre con un urlo soffocato iniziava a schizzarmi il suo piacere direttamente in gola.

Quel succo salato, quella sensazione di essere usata come un oggetto scatenarono anche in me una qualche accelerazione nella mia corsa all’orgasmo e sentii che stavo venendo senza neanche sfiorarmi il sesso.

Schizzai il mio sperma davanti a me, colpendo anche le gambe del ragazzo, e le contrazioni derivanti dal mio orgasmo provocarono un restringimento dei miei muscoli anali, che portò al punto di non ritorno anche l’uomo che mi stava inculando; infatti, quasi sollevandomi con la forza dei fianchi, mi penetrò più a fondo possibile e sentii dentro di me quel super cazzo gonfiarsi ed eruttare il suo seme biancastro in me.

Mi fecero ricomporre e ricuperare l’aspetto maschile, e mi diedero un sacchetto nel quale avevano riposto le scarpe che ero venuto a comprare oltre a tutto l’abbigliamento, parrucca compresa, usato nei nostri giochi; prima che gli dicessi che, ovviamente, non potevo permettermi di comprare tutta quella roba, lo zio si affrettò a precisare che si trattava di un regalo e che lui e suo nipote sarebbero stati felici di giocare nuovamente con me… potevo deluderli?

 

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