Lucy – Tutta colpa dei giornalini (Finale)

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Lucy – Tutta colpa dei giornalini (Finale)

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“…questo ricchione!”
L’insulto mi arrivò attraversando le pareti della bolla di semi-incoscienza in cui mi trovavo. Stavo riprendendomi dallo svenimento che mi aveva colta al momento dell’orgasmo e avevo una vaga percezione di quello che stava avvenendo.
L’unica sensazione certa era il dolore al culo causato da ore di penetrazioni continue… poi ricordavo vagamente i miei amici che si alzano, che escono… no, non escono… scappano da quel magazzino… e poi urla… insulti.
Cerco di ricuperare la lucidità, e mi rendo conto del guaio in cui ci siamo cacciati. Davanti a me, dei quattro amici, c’è rimasto il solo Gianluca, gli altri sono tutti scappati via. Ma purtroppo non è solo. Con lui c’è suo padre, il custode della scuola. Un uomo non altissimo e tracagnotto, con un po’ di pancia, che lo insulta per aver usato i locali della scuola per i propri festini e, soprattutto, per essersi imboscato con un altro maschio, ancorchè vestito da donna.
Provai ad alzarmi, ma una manata dell’uomo mi rispedì sul materasso.
Sentendomi totalmente impotente, oltre che irrimediabilmente sputtanata davanti al mondo intero, scoppiai a piangere affondando il viso nel materasso che odorava di sperma.
Dai suoni che mi arrivavano, capii che Gianluca se ne era andato, e con una paura fottuta realizzai di essere rimasta sola con suo padre. Lo sentii avvicinarsi e, con mia grande sorpresa, mi toccò il culo con le sue mani grandi e callose. Non osavo muovermi, non riuscivo nemmeno a respirare tanta era la paura, perciò non reagii neppure quando mi aprì senza delicatezza le natiche, scoprendo il mio buco sfondato da cui continuava a colare sperma, mentre mi rivolgeva alcuni insulti nel suo dialetto.
Dopo, lasciate le mie mezzelune, per un attimo rimase in silenzio, per poi afferrarmi per un braccio e obbligandomi a sedermi sulla stoffa ruvida del materasso.
E allora lo vidi.
Si era estratto dai pantaloni il membro, già barzotto. Tuttavia, pur non essendo in piena erezione, era già quasi grosso il doppio di quelli con cui avevo giocato fino ad un attimo prima. Grosso e nodoso come un ramo di ulivo, gli penzolava dal basso ventre e, sollevatolo con una mano, prese ad avvicinarlo al mio viso rosso per il pianto e la vergogna.
Me lo strusciò sul volto, chiedendomi di succhiarlo; vincendo l’ultimo residuo di orgoglio personale, presi a baciare e a leccare quel membro che, col passare dei secondi, raggiunse la sua massima erezione. Il padre di Gianluca mi afferrò il viso costringendomi ad aprire la bocca, e cercò di infilarvi il suo membro nodoso; vinta, piegata, spezzata, spalancai quanto più possibile la bocca per accogliervi quel sesso enorme pur senza partecipare attivamente al pompino.
L’uomo, infatti, si accontentava di scopare la mia bocca come quella di una bambola gonfiabile, e proprio come una bambola mi lasciavo usare passivamente, anche se sentivo dentro di me una strana eccitazione nell’essere diventata un oggetto di piacere per quell’uomo semisconosciuto.
Infatti, se all’inizio mi lasciavo letteralmente scopare la bocca senza alcuna partecipazione, ora mi ero accorta che, reggendomi alle cosce dell’uomo, accompagnavo con la testa il va e vieni del suo uccello succhiandolo attivamente e carezzandolo con la lingua. Gli insulti dell’uomo, anziché mortificarmi, agivano su di me come un afrodisiaco che mi costringeva a fare ciò che il mio orgoglio, fino a poco prima, non avrebbe mai permesso.
Stavo partecipando a quell’atto sessuale, stavo facendo godere quel bruto, e soprattutto ne stavo finalmente godendo anche io!
Mi piaceva succhiare quel membro asinino e, quando già immaginavo di sentirlo esplodere nella mia gola, di soffocare ingoiando i suoi fiotti di sperma, l’uomo me lo sfilò dalla bocca, che rimase aperta in una ridicola “O” come quella di un bambino a cui viene sottratto il ciuccio.
L’uomo mi rifilò una sculacciata che mi fece urlare dal dolore e cadere in avanti sul materasso, sfortunatamente offrendogli le mie terga in bella vista.
Il bruciore della natica colpita dalla sua mano non fu nulla in confronto al dolore lancinante che provai quando il bruto infilò la sua voluminosa cappella nel mio buchino che, nonostante le numerose penetrazioni subite fino a poco prima, non era mai stato violato da un calibro simile.
Le lacrime mi scorrevano lungo le guance e volevo urlare, ma mi mancava il fiato, mentre sentivo quell’orrore di carne dura affondare nel mio intestino centimetro dopo centimetro dilatando, sforzando, sfondando il mio povero culo.
Non credetti a me stessa quando mi accorsi che i suoi pantaloni erano arrivati a contatto con le mie natiche glabre: avevo in me tutto quel mostro, l’avevo preso tutto! Ma non fu, per me, una vera consolazione. Infatti l’uomo prese a muoversi verso l’esterno, sfilando il suo cazzo da quella stretta guaina che veniva, per così dire, quasi risvoltata in fuori causandomi altro dolore. E poi di nuovo dentro, e fuori, e dentro e fuori, sempre più velocemente e senza alcun ritegno né preoccupazione per me.
I miei muscoli anali avevano cessato ogni resistenza, e ora quel bastone virile scorreva dentro e fuori da me liberamente, mentre io immaginavo lo sconquasso che stava infliggendo al mio sfintere… si sarebbe più richiuso? Sarebbe mai tornato a una specie di normalità?
E, in questa sorta di incubo… avevo il cazzo duro come un ferro. Ero eccitata. Mi stava sventrando e ne godevo.
Avevo infatti iniziato a godere anche di quella abominevole penetrazione, dei colpi che quel maglio di carne maschia infliggeva fin quasi nel mio stomaco. E mi lasciai sfuggire, contro la mia volontà, dei mugolii di godimento che incitarono il mio stupratore a incularmi ancora più violentemente, ancora più a fondo.
Ero in una specie di orgasmo continuo, pur senza mai venire, e quando mi sfilò il suo randello dal culo caddi sul materasso come una marionetta senza fili. Sentivo il mio culo rimanere spalancato, e le gambe divenire come di gelatina, incapaci di sostenermi.
L’uomo riapparve davanti al mio viso tenendo in mano quel suo membro, reso ora ancora più mostruoso da copiose tracce rosse e brune, che testimoniavano lo sconquasso compiuto nel mio retto.
Con una mano mi sollevò il capo e, cercando di farmi aprire la bocca, strusciò avanti e indietro sulla mia faccia quel bastone di carne, spalmandovi i liquami anali ed il sangue di cui era ricoperto.
Vincendo la repulsione, alla fine aprii le labbra e accolsi in bocca quel cazzo che immaginavo ormai prossimo all’orgasmo; lui, cattivo, me lo affondò in gola togliendomi la possibilità di respirare, e dopo pochi secondi mi schizzò direttamente nello stomaco il suo sperma salato, mentre inaspettatamente anch’io me ne venivo senza toccarmi…

 


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