L’educatore

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L’educatore

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Dopo quella sgradevole faccenda delle urla e dei rimproveri Carlo lo aveva accompagnato nella sua camera e gli aveva dato da bere un tè caldo perché si calmasse. La stanza era in penombra, rischiarata solo da una lampada da tavolo e dal rosso baluginare di una stufetta elettrica che garantiva anche un confortevole tepore, un ambiente assai diverso dal gelido corridoio nel quale avrebbe dovuto scontare la punizione che gli era stata assegnata. Il suo ospite si era seduto sul letto, lui era in piedi di fronte alla finestra, con lo sguardo perso all’esterno, soprappensiero. -Mi dispiace per quello che è successo, lo sai, ma ho dovuto farlo-. Le parole risuonarono lente nella stanza mentre lui continuava a sorseggiare il suo tè. Non rispose. -Sai, qui sono costretto a fare anche quello che non voglio e che eviterei volentieri, soprattutto con te…-. Ancora un discorso rassicurante, per quello che valeva, a compensarlo di quel brusco rimprovero che Carlo come primo educatore era stato obbligato a impartirgli. Per dovere, diceva… Lui tacque ancora, poggiò la tazza sul tavolo e continuò a guardar fuori, come se l’altro non esistesse, né pensava di dovergli gratitudine perché aveva evitato di punirlo. Al chiarore lunare vedeva le distese dei tetti delle case e più lontano l’ombra scura delle colline. Lentamente si stava riprendendo dall’umiliazione subita, giovavano la bevanda dolce e calda, quelle parole di scusa, il confortevole tepore di quella stanza. Poi si accorse che Carlo si era alzato, adesso gli era vicino e sfiorava il suo corpo da dietro, sentiva su di sé il fiato caldo del suo ospite come un soffio leggero. Rimase immobile anche quando il contatto si fece più netto e questa volta inequivocabile. Il sesso eretto del primo educatore ora premeva sul suo didietro. Non si avvicinò, né si sottrasse. Ma l’altro ormai aveva deciso quello che voleva fare e accostatosi al suo orecchio gli bisbigliò -Tu lo hai già preso, vero?- -L’ho preso una volta da un amico…- rispose lui con un filo di voce fingendo una quasi illibatezza che non era del tutto tale-. Le mani di Carlo si fecero più audaci, adesso lo teneva stretto e lo attraeva a sé premendolo contro al fallo perché non avesse dubbi su quanto fosse grande il suo desiderio. Lui si lasciò andare, sentiva il suo corpo appesantirsi, le gambe incapaci di sostenerlo, eppure rimaneva in piedi senza alcuno sforzo. -E prenderlo ti piace …- continuò l’altro insinuante mentre ormai i pantaloni del pigiama scivolavano in basso e il membro grosso e duro premeva insistente sulla sua pelle nuda. A quella domanda non rispose, ma un gemito e il suo completo abbandono erano una risposta sufficiente. Rapidamente sfilò le gambe dal pigiama che gli finì sotto ai piedi e in quel momento si rese conto che anche il suo ospite era nudo dalla vita in giù. -Allora, lo vuoi?- tornò a dire l’altro quando ogni assenso era già stato dato e il suo posteriore spinto all’indietro si offriva in attesa di ricevere il fallo. -Sì, va bene, mettilo dentro…- rispose approvando quello di cui ormai non avrebbe voluto per nessuna ragione fare a meno – Ti piacerà, vedrai, e dopo quando ne avrai ancora voglia potremo farlo di nuovo…- lo incoraggiò Carlo. Lui assentì chinando il capo. -Allora apri le gambe e fammi vedere il buco- continuò l’altro e subito ottenne quello che voleva. Sentì una mano che gli si infilava nel solco aperto e lo cospargeva di saliva, le dita bagnate ci scivolarono sopra più volte spingendosi fin dentro all’orifizio perché fosse preparato nel modo migliore possibile, poi la punta della verga si mise lì, proprio a contatto con l’ingresso. -Adesso stai zitto mentre te lo ficco dentro, non devono sentirci- gli intimò Carlo, e intanto per maggiore sicurezza gli mise una mano sulla bocca per essere certo che la raccomandazione avesse effetto. Poi di forza con una spinta decisa lo penetrò. Il suo grido si spense sulla mano del suo assalitore. Rimasero entrambi in silenzio, la verga piantata saldamente tra le sue natiche. Poi il suo amante cominciò a muoversi dentro di lui, il cazzo andava e veniva irresistibile con un movimento lento e costante. Carlo riprese a parlare ansimando leggermente -Come siete ingenui voi ragazzi, credevi che non lo sapessi che ti piace prenderlo nel culo?- Lui ascoltò quelle parole come in trance, intanto taceva e godeva. -Di notte, quando nella camerata le luci sono spente ti metti un dito nel sedere e continui a spingerlo nel buchetto dimentico di ogni cosa fino a che non vieni tra le lenzuola. Tu credi che il sussultare delle coperte che ballano sopra al tuo di dietro non racconti agli altri quello che fai? A me di sicuro lo ha raccontato e come conseguenza adesso stai prendendo un cazzo invece che un dito. Dovresti essermene grato visto che ne hai così voglia e per riconoscenza dovresti darmi il culo tutte le volte che te lo chiedo. Nel dire questo Carlo aveva aumentato l’energia con la quale gli assestava i suoi colpi, come a punirlo per la sua avventatezza. Ma tutto questo non veniva a nuocere, anzi per strano che fosse, rendeva più intenso il suo piacere, ne aveva conferma dalla condizione del suo orifizio che in risposta a quel ruvido trattamento si era dilatato e accoglieva senza difficoltà il grosso fallo. Lui godeva in silenzio manifestando il suo piacere gemendo sottovoce. Dopo qualche tempo le spinte cominciarono a farsi veloci e irregolari, la stretta delle mani sui fianchi più forte, adesso il parlare divenne imperioso a mano a mano che Carlo arrancava fino allo spasimo fottendolo senza dargli respiro -Stai fermo adesso che ti vengo nel culo- gli disse mentre lo riempiva con un fiotto di sperma. Il piacere lo contagiò, anche lui ebbe un orgasmo, il suo seme si disperse a terra. Poi rimasero attaccati a godere la residua fiamma di quel piacere che avevano vissuto insieme.
 


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