Il culetto dell’appartamento

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Il culetto dell’appartamento

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“Rosy? Tu sei Rosy, vero?”.
Non mi pare di conoscerlo o almeno non me lo ricordo. Il fatto che mi abbia chiamato “Rosy” vuol dire che, perlomeno, ha frequentato o frequenta il mio quartiere.
Infatti questo, col tempo, è diventato il modo nel quale, lì, mi chiamano quasi tutti quanti.
Cerco di fare mente locale, il tizio avrà, più o meno, venticinque anni, tipo fico, barbetta corta d’ordinanza.
Sto passeggiando, con mia cugina, lungo il corso principale della città, quello dello shopping, dopo la scuola abbiamo pranzato assieme. A volte lo facciamo con me travesta, due ragazze uguali uguali.
Mi fermo allora lui, accorgendosi della mia perplessità, entra nei dettagli: “Non mi riconosci? Sono Cesare, un amico di Maurizio” mi guarda diritto e fa l’occhiolino “L’appartamento di sua zia… quello sfitto… non avevo la barba e poi sono dimagrito…”.
Cavolo, ora ricordo, sono venuti a prendermi poi siamo stati nell’appartamento, c’ero io, con Robertino (la Roby), Maurizio, questo Cesare ed un altro conoscente.
Io e Roby ci eravamo agghindate, vestaglietta, parrucca e trucco, avevamo limonato. Gli altri stavano nudi a guardarci. Poi c’è stata la stabilita, abbondante, razione di cazzo.
Ora rammento che questo Cesare era la prima volta che si faceva quelle come noi, comunque la cosa non sembrava disturbarlo perché ci aveva dato giù di brutto.
E’ migliorato, è vero che è dimagrito, sta proprio bene.
Sembra piacere anche a mia cugina, mentre gliela presento ci osserva con un sorrisetto ironico, lei sa cosa faccio con gli uomini, quando ha sentito parlare di Maurizio ha capito subito tutto.
“Comunque ora potremmo andare a prendere un caffè” propone Cesare, mia cugina risponde che ha un appuntamento, fra dieci muniti con un’amica, sembra anche un po’ dispiaciuta, Cesare è bello e simpatico.
Io dovrei accompagnarla ma lei mi esorta a prendere il caffè col mio amico, il posto è lì vicino e può andarci da sola, poi prenderà il treno delle undici e trenta, deve tornare a casa prima. Io, invece, posso restare.
Va bene così allora lui insiste con me, chiedendomi di fermarmi di più.
C’è un solo motivo per tutto questo, sono veramente combattuto, da un lato una vocina mi dice di non fermarmi, di andare con mia cugina, farla finita con il fatto di obbedire a chiunque me lo chieda, di farmi sbattere da ogni conoscente, “Ti fa male il culo, Rosy”, mi dicevo. Dall’altra la zoccoletta sfranta, la schiavetta sottomessa, imperiosamente vuole il cazzo.
Ovviamente, infine, dico di si.
La cuginetta, prima di avviarsi, sempre sorridendo mi raccomanda di andarci piano, del resto conosce le condizioni del mio culetto il questo periodo, troppo usato.
Io e Cesare ci dirigiamo verso un bar di suo gradimento, defilato, non molto lontano da lì.
Ci sediamo ad un tavolo, in un angolo un po’ nascosto e ordiniamo due caffè.
Mentre aspettiamo mi chiede come va, cosa faccio, inizialmente nulla di che, poi il discorso vira su quello che è successo nell’appartamento, di come, all’inizio, fosse stato titubante quando Maurizio gli aveva parlato di me e Roby, di quanto io fossi stato precoce, che sapevo diventare veramente carina, una fighetta, che faceva tutto, .con tutti i presenti, più di Roby, del mio culo profondo, su quanto fossi brava a succhiare.
Quest’ultima caratteristica l’aveva colpito di più, mi aveva inculato, come gli altri, la solita girandola, ma quando gliel’avevo preso in bocca era andato fuori di testa,.
“Lo fai ancora, ti fai sbattere in questo modo?” mi domanda ad un certo punto.
Io, arrossendo un po’: “Si… cioè… tutto come allora… anzi sono ancora più femmina”.
Che ci posso fare, è la verità.
Si vede chiaramente che si è eccitato a parlare di queste cose, poi: “Allora potremmo stare un po’ insieme? Me lo prenderesti un po’ in bocca?”.
Annuisco, tocca la mia mano e mi dice dov’è il bagno, devo scendere delle scale.
Faccio quello che vuole, vado giù, nel seminterrato, in fondo al corridoio c’è la stanzetta del wc, è un palazzo vecchio, è piccola e puzza un po’, vabbè.
Entro dentro, alcuni istanti dopo arriva Cesare: “Apri Rosy, sono io”.
Stiamo stretti, stendo a terra della carta igienica, mi inginocchio, gli slaccio la cintura e glielo tiro fuori, già eretto.
Faccio tutto questo in apnea, senza pensare.
La sua mano mi accarezza la nuca, la spinge verso il cazzo svettante, apro la bocca ma invece della cappella gli prendo in bocca le palle, prima una e poi l’altra, geme, forse di dolore e frustrazione, lecco il tronco, su e giù per un po’, poi, finalmente, lo faccio entrare. Quando tiro una ciucciata potente alla cappella, in punta, quasi si piega in due, ansimando.
Non c’è molto tempo, potrebbe arrivare qualcuno da un momento all’altro, deve venire, allora con una mano gli reggo le palle, con l’altra lo masturbo mentre lo succhio e faccio avanti e indietro con la testa.
“Sai, Rosy, vorrei mettertelo un po’ nel culo, giusto qualche colpo”.
Obbediente come sempre mi tiro su, calo i jeans attillati, i minuscoli slippini possono restare, li sposto da una parte mentre appoggio la testa sulla tazza, il culo per aria.
Sputa sul buco fremente e mi penetra, fino in fondo con un’unica spinta.
“Ahia!” ma lamento ma il dolore lascia subito spazio al piacere.
Peccato che mi pompa solo per qualche istante, poi. “Okay, finisci con la bocca”.
Torno giù e mi do da fare, bisogna finire, potrebbe arrivare qualcuno.
In effetti non ci mette molto, improvvisamente mi riempie di sborra, sussultando.
Buona, abbondante e cremosa, la ingoio tutta quanta.
Mentre si chiude i pantaloni mi sciacquo la bocca al rubinetto.
Risaliamo le scale, incrociamo due turisti stranieri, che ci danno il good morning, ricambiamo.
Tutto questo sarà durato dieci, quandici minuti, nessuno, chiaramente si è accorto di nulla, neppure il cameriere che ci ha servito.
Torniamo verso il corso, sembra soddisfatto anche se gli sarebbe piaciuto fare le cose con più calma, però così sono ancora in tempo per raggiungere mia cugina e tornare a casa con lei.
Domanda se potremmo rivederci, gli dico che succederà di sicuro, ci scambiamo i numeri.
Gli sarebbe piaciuto scoparmi meglio ma non c’era tempo, beh, ce ne sarà in futuro, garantito.
Ma cugina, sull’autobus, vuole sapere com’è andata: “Gli ho fatto solo un pompino” le rispondo un po’ bugiardo, sembra invidiosa.
Una signora tutta azzimata seduta lì vicino ci guarda, sembra contrariata, forse ha sentito ed è invidiosa pure lei.
 


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