Godere con Mauro

Godere con Mauro

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Lui mi intrigava un casino, un bel ragazzo sulla ventina, capelli castani, occhi chiari, alto.
Il sabato, quando non lavorava, veniva a prendere sua sorella, la mia compagna di classe preferita, a scuola.
Lei mi piaceva tanto ma era solamente una cosa estetica, già da tempo mi comportavo da checchina, avevo il culo rotto, stavo imparando a fare i pompini, la adoravo ma perché mi sarebbe piaciuto essere come lei.
Sapevo che la cosa era reciproca.
Ogni volta mi perdevo a guardare suo fratello, bello come lei, non potevo farne a meno.
Le prime parole le scambiammo a metà anno scolastico, io ero uscito mentre sua sorella era in ritardo, Mauro, si chiama così, sapeva che frequentavamo la stessa classe quindi me ne domandò il motivo, gli risposi che si era fermata un momento con la profe si matematica per farsi spiegare una formula. Poi lui, improvvisamente mi porse la mano, ce la stringemmo, bastò quel contatto per farmi eccitare, forse la mia faccia lo mostrò, ero rosso come un peperone, perché lui mi fece un gran sorriso e me la tenne stretta per qualche istante.
Scambiammo ancora qualche parola, ero talmente confuso che non ricordo di cosa parlammo.
Da quel momento quando andavo dal vicino di casa che mi inculava dopo essersi fatto succhiare, mi ritrovavo a pensare che fosse Mauro, così quasi venivo senza toccarmi.
Quel pomeriggio mi telefonò sua sorella, mi disse che si era dimenticata un libro a scuola, se potevo prestarglielo, ovviamente dissi subito di si, a maggior ragione quando mi informò che sarebbe passato Mauro a prenderlo, dopo le cinque, orario in cui finiva di lavorare.
Non stavo nella pelle.
Anche se pensavo che lui non mi considerasse assolutamente, tra l’altro era fidanzato da un po’, feci il bidet e mi profumai, ero in tenuta “da casa”, ovvero un paio di pantaloncini cortissimi, metà delle chiappe di fuori, senza mutande ed una canottierina celeste con le spalline strette.
Come una ragazzina.
Amavo vestirmi così, ovviamente non potevo andarci in giro, ma ogni volta che era possibile stavo così, avevo vari pantaloncini e canottierine, anche rosa.
Passando davanti allo specchio mi soffermai, non ero proprio male, le gambe lunghe e diritte senza un pelo, il culetto piccolo ma proporzionato, rotondo ed armonioso, il pisello sotto misura il cui rigonfiamento era insignificante ma soprattutto il visino dolce e lo sguardo da cerbiatta che la natura mi aveva dato, il tutto coronato da una bella zazzera di capelli castani, mossi, che portavo lunghi sulle spalle.
Era proprio carino, piacevo alle ragazzine, ma mi rendevo conto di voler piacere prima di tutto ai ragazzi, soprattutto se più grandi di me.
Il vicino di casa, un nerd liceale all’ultimo anno che mi aiutava a fare i compiti, aveva capito questa cosa ed aveva agito di conseguenza, insegnandomi il sesso, quello passivo, un po’ duro perché mi sbatteva senza alcun convenevole solo per venire, avevo iniziato con le seghe, adesso mi mettevo giù e lui me lo buttava letteralmente dentro, in bocca ed in culo, diceva che in quel modo pagavo le lezioni.
Oggi, però, aspettavo Mauro.
Quando arrivò corsi ad aprire, avvertendo ad alta voce mia madre che era anch’essa appena tornata da lavoro: “Vado iooo, è il fratello di Katia, per il libro…”.
Notai subito il suo sguardo un po’ sorpreso quando vide la mia mise: “Ciao Rosy, sono qui per il libro”.
“Si, Mauro, eccolo qua” glielo consegnai, sfiorandogli le mani.
“Ok, Rosy, ci vediamo” mentre camminava nel vialetto che portava al cancello ero delusissimo.
Mi ero fermato a guardarlo, ormai stavo per rientrare quando si voltò: “Senti, perché non vieni con me, fai un giro, glielo dai tu a Katia il libro e dopo ti riporto qua”.
Ora, invece, ero al settimo cielo: “Va bene, ma sono vestito così…” mi schernii.
“Non fa nulla, mettiti un giubbotto, tanto non ti vede nessuno”. Beh, era quello che avevo sognato: (s)vestito da zoccoletta solo con lui.
In realtà mi avrebbero visto perché Mauro era venuto in moto ma non me ne fregava nulla.
Corsi a prendere il giubbotto di jeans ed il casco che usavo quando andavo in scooter con qualcuno della famiglia: “Mamma, vado un momento da Katia con suo fratello, poi mi riporta”.
Mi disse di mettere qualcosa addosso e di tornare a casa prima di cena.
“Va bene, mamma, prendo solo il giubbotto, tanto non vado mica in giro, solo lì, ciao ciao”.
“Lascia il casco, te lo do io, c’è l’interfono” mi disse lui.
Cavolo, allora avremo parlato!
Mentre salivo sulla notai ancora la sua lusinghiera occhiata al mio culo semi scoperto.
Ero piccolo, però già sveglio quanto basta per capire che c’era dell’interessamento per le mie terga alle quali, peraltro, c’era chi già attingeva.
Mentre andavamo, il viaggio sarebbe durato una decina di minuti, lo stringevo forte, era una moto potente e lui filava veloce.
Era muscoloso, più alto di me di una quindicina di centimetri mi tappava l’aria.
“Senti, Rosy, ti va di andare prima da un’altra parte? Devo passare dal capannone” mi domandò.
“Certo, Mauro, come vuoi tu”.
Il capannone era, in realtà, un prefabbricato piuttosto nascosto dove lui ed i suoi amici tenevano le cose per le moto, lo sport ed altro.
Quando arrivammo lì aprì la basculante, mise dentro anche la moto e mi fece cenno di entrare, in giro non c’era anima viva.
Dopo aver richiuso, invece di prendere subito quello che gli occorreva, si sedette su un divanetto che avevano posizionato da una parte strategico, facendomi segno di sedermi accanto a lui.
Poi: “Mia sorella mi ha detto che vai spesso a studiare da Guido (il nerd), lo sai che lui è uno un po’ rattuso, che si ammazza di seghe davanti ai culi delle ragazze…”.
“Beh… mi sembrava…” non sapevo cosa dire.
“Lo sai che sei fatto proprio bene, potresti essere una fighetta, ah ah ah! Secondo me guarda anche il tuo di culetto… identico a quello di tua sorella ah ah ah!”.
Nel frattempo mi aveva appoggiato una mano sulla coscia, mi bruciava.
“Beh, sembra anche a me che me lo guarda” risposi.
“Secondo me fate qualcosa, ti tiri giù i pantaloni? Glielo tocchi?” mi incalzava.
Io annui, senza dire nulla, un po’ mi vergognavo ma appena appena.
“Ma bravo! Fammelo guardare anche a me il culetto, dai, toglili, tanto sono minuscoli” disse indicando gli shorts.
Mi spogliai in un baleno, tolsi anche la canottiera che era appena lunga e copriva un po’ le chiappe che lui voleva vedere.
“Mhhh… cavolo, non porti le mutande… sei già nudo!”
“Sotto questi calzoncini danno noia”.
“Allargati le natiche… fammi vedere… che bel buchino rosa che hai… visto chi ci sei tocca il cazzo anche a me, fammi sentire, ti va?”.
“Si”.
Abbassò i jeans e lo tirò, fuori, un gran palo, già balzotto, per comodità mi inginocchiai davanti a lui, seduto sopra una panca, glielo afferrai e gli sputai sulla cappella, poi iniziai a masturbarlo, la mia mano lo avvolgeva solamente per metà.
Su e giù lentamente, era bello tenerlo in mano, caldo, duro, possente, a pochi centimetri dalla faccia, la capellona che appariva e scompariva ad ogni movimento della mano.
“Tu Mauro ce l’hai più grosso di Guido, il doppio” gli confidai.
“Mhhh… già, ce l’ho grosso… che manina Rosy… ah… ma non mi dire che fate solo questo… su… fammi vedere”.
Gli feci vedere, chinai la testa e spalancai la bocca, subito non ci entrava, allora lo leccai un po’ poi mi sforzai e riuscii a prenderlo fra le labbra, fino a metà.
Provò a mandarlo un po’ più in fondo, tenendomi una mano dietro la testa, ma ebbi un conato e allora si fermò.
Quello di Guido ci stava tutto.
Poi ho detto che stavo imparando a fare i pompini, non che ero bravo. Lo sarei diventato.
Infatti mi stava semplicemente scopando la bocca mentre provavo a succhiarlo.
Nel silenzio di udivano i rumori che faceva quel pezzo di carne dentro la mia bocca, il risucchio, il sciacquio della saliva.
Io stavo vivendo il momento, facevo questa cosa, Mauro mi piaceva, allora non sapevo ancora che questa sarebbe stata la normalità fino ad oggi, servire il cazzo, dare piacere ai maschi. Per un certo periodo sarebbe quasi diventato un mestiere, che mi sarei fatto pagare per farlo.
“Senti, Rosy, ma Guido ti fa anche il culo?” mi domandò, quasi imbarazzato.
Feci di si con la testa, sempre col suo cazzo in bocca.
Apparve sorpreso, poi mentre mugolava: “Del resto, con quel culetto… potremmo provare anche noi… mhh…”.
All’inizio non ero molto d’accordo anche se eccitato, viste le dimensioni avevo timore che mi facesse male.
Quindi continuavo a servirlo con la bocca ma lui insisteva: “Dai Rosy, solo un pochino… te lo appoggio…”.
Nel frattempo mi accarezzava. Convincente.
Cedetti, mi rialzai su: “Va bene Mauro, ma se mi fai male lo tiri via, eh?”.
“Si Rosy, non ti preoccupare, ti piacerà”.
Non ero molto convinto che non mi avrebbe fatto male, ma il fatto di farmi scopare da lui, di essere suo, alla fine superava le mie paure.
Tenendo le chiappe bene aperte mi inginocchiai di nuovo, però sulla panca ed abbassai la testa fino ad appoggiarla.
Il suo sputo raggiunse precisamente il buco fremente, la stessa cosa sulla cappelle rigonfia.
Non lo spinse subito dentro, lo teneva appoggiato sul buco, io avvertivo quel coso grosso, d’acciaio.
Poi spinse, forzando un po’ entrò per qualche centimetro, bruciava ma non molto del resto non ero più vergine da tempo.
Si fermò alcuni istanti, per far adattare il pertugio alla bestia che lo violava, poi andò più dentro, centimetro dopo centimetro.
Mi lamentai, respiravo forte, allora lui: “Ti faccio male, devo fermarmi?”.
“No Mauro… va bene… ah… dammelo, dammelo pure!”.
Non provavo dolore, oppure lo provavo, non lo ricordo, il fatto stava che ero felice che lui mi stesse scopando, che fosse dentro di me, nessuno mi aveva mai penetrato così a fondo, ma ne avrei voluto ancora, che tutto il suo corpo fosse dentro di me, avevo il cazzo duro, gocciolante.
Innamorato, come una fidanzatina vergine la prima volta che il suo uomo la prende, le da piacere, la fa sua.
Ora si muoveva, per tutta la lunghezza del suo cazzo, lentamente, poi roteava fianchi come per gustarsi lo sfregamento del membro sulle pareti del canale, che io avvertivo profondamente, in punti che ritenevo fossero impensabili da raggiungere.
Nel frattempo mi carezzava ancora, le natiche, sulle quali ogni tanto lasciava andare un leggero schiaffetto, la schiena, le spalle.
Quando venni col culo fu una sorpresa, per me, per lui.
Un orgasmo strano, ovattato, quasi doloroso, che mi arrivava al cervello, quando accadde latrai come un cagnolino o, meglio, una cagnolina.
“ Cavolo Rosy, sei venuto come una femmina!” esclamò.
“ Si, si… una femmina… è stato forte… bello…” biascicai alcune parole, appena comprensibili, in deliquio.
Il fatto che fossi venuto lo eccitò, aumento il ritmo, sbattendomi senza pietà.
Sborrò trattenendo il respiro e mordendosi le labbra, laggiù in fondo.
Ci sedemmo sul divano, vicini, senza dire nulla, appagati.
Era tardi e dovevamo andare.
Però io volevo ancora qualcosa, gli domandai un bacio sulla bocca, sorridendo si voltò verso di me e mi abbracciò, la sua lingua esplorò la mi bocca, la succhiai come fosse di zucchero, al settimo cielo.
Poi: “Domani cosa fai?” mi domandò.
“Quello che vuoi tu” risposi.
Mentre andavamo a casa sua il lo abbracciavo stretto, il leggero bruciore al culo era piacevole, mi faceva ricordare cosa avevamo appena fatto.
Restai alcuni minuti con sua sorella, mi disse che mi trovava strano, felice, beh, lo ero.
Mauro mi ha scopato, mi scopa ancora, in questi anni sono stato con innumerevoli uomini ma nessuno ma fa godere come lui, mi fa venire col culo, con la mente, col cuore, la sua sborra che gli ho bevuto a litri, è la più buona di tutte..
I nostri incontri sono rari e preziosi, adoro il suo cazzo ed adoro lui.
 

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