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Chi ero? Com’ero? Perché lo era? Nei primi anni della mia adolescenza questi sono stati i quesiti che più spesso mi sono posto; i miei dubbi erano alimentati dal fatto che le ragazze apparivano ai miei occhi solo come delle amiche, mentre i ragazzi, beh loro scatenavano in me qualcosa. Ben presto accettai di essere omosessuale, ma senza uscire allo scoperto… Iniziai quindi a “divertirmi” come tale, andando alla scoperta della mia sessualità attraverso quella birichina illusione che è la masturbazione: usavo stimolare con frequenza il mio pene, ma ciò che più mi eccitava era il “trastullarsi” attraverso lo sfintere. In contemporanea cominciavo a sentirmi una vera meretrice vogliosa. Crescendo, decisi di iniziare a indossare qualcosa che rispecchiasse al massimo grado la mia personalità: iniziai ad indossare intimo femminile, andavo pazzo per un paio di calze autoreggenti di pizzo rosse: quest’ultime furono un elemento fondamentale per determinarmi. Frequentavo il quinto ginnasio in una scuola della periferia di Roma, fui li che lo vidi: si chiamava Oreste, aveva gli occhi neri e i capelli riccissimi, denti bianchissimi e un fisico nerissimo e scolpito. Lui era il mio sogno proibito, il mio amore platonico: andava in terzo liceo e per di più aveva un lungo seguito di ragazze… Il giorno della prima assemblea degli studenti dell’anno, però, decisi di tentare… Mi misi seduto vicino a lui; quando lo ritenni più opportuno e romantico, senza dirgli una parola, posi la mia mano sui suoi genitali e… Lui mi guardò sorpreso, ma poi mi sussurrò: «Andiamo in bagno». Non ci pensai due volte e lo seguii; chiusa a chiave la cabina bagno, mi baciò con dolce impeto. Non passò molto e io scesi, scesi e scesi ancora fin davanti al suo “pacco”; slacciai la zip e fui contento di scoprire che non portava le mutande. Fui, però, ancora più contento nel vedere che le sue misure erano, a dir poco monumentali, così, dopo solo un attimo di indugio, iniziai a leccare con la punta della lingua il suo prepuzio: sapeva di urina, il che mi mandò in estasi… Iniziai a salire e scendere fino ad ingoiare buona parte della sua protuberanza di durezza lignea, ma la sua indole di dominatore lo portò a prendere le redini del gioco: mi appoggiò entrambe le mani sulla nuca ed iniziò a penetrare la mia cavità orale come fosse una vagina, spargendo in tutta la mia gola il suo sapore salino. Ad un certo punto proclamò: «Ora, mia troia, il tuo ano tremerà». Mi calò le braghe e vide il mio intimo non convenzionale e disse: «Guarda guarda la baldracca». Senza batter ciglio, mi strappò letteralmente di dosso le calze e senza lubrificarselo o fare nient’altro, mi penetrò in un colpo solo, provocandomi un dolore straziante. Gli chiesi di fermarsi, ma lui continuò: questa sua mancanza di rispetto per me mi fece sentire come una troia sottomessa quale ero e sono tutt’ora. Presto però tutto si trasformò in piacere e gemetti parecchio. Al momento di venire lui uscì, mi mise in ginocchio e mi costrinse a ingoiare tutto, poi non contento, mi urinò addosso e se ne andò. Io rimasi lì come una troia abusata: avevo realizzato il mio sogno…

 


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