Bartolo

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Bartolo

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Il signor Bartolo venne a vivere nella casa accanto alla nostra, col figlio, la nuora ed i nipotini, poco dopo la prematura morte della moglie.
Affittò la sua casa in città e decise di godersi la vecchiaia, potendo, oltre che aiutare i congiunti, togliersi qualche soddisfazione.
Non era poi così vecchio, poco più di sessantacinque anni, ancora vigoroso.
Iniziò a frequentare le sale da ballo liscio della zona ed a rimorchiare signorotte, anche più giovani di lui, un vero mandrillo.
Però, il focoso Bartolo, aveva un certo vizietto, da sempre, oltre alle disponibili fiche di tutte le età, gli garbavano i culetti maschili, meglio se giovani e soprattutto se chi li possedeva aveva delle fattezze dolci, magari effeminate. Soprattutto, poi, se erano ninfette sottomesse, servizievoli e disposte a giocare con lui.
Era furbo, aveva sempre saputo nascondere questa sua debolezza ma anche metterla in pratica. In effetti aveva fatto più corna alla povera moglie con i maschietti che con le altre donne.
La villetta del figlio era proprio accanto a quella della mia famiglia, divise solamente dal giardino.
Eravamo in buonissimi rapporti, che migliorarono proprio quando arrivò Bartolo, perché lui si offrì di ospitarmi quando i miei lavoravano, a loro non parve vero, accadeva quasi tutti i giorni. Lui era solo in casa per lo stesso motivo, era l’unico a non avere impegni esterni.
Mi avrebbe dato da mangiare e fatto fare i compiti quando tornavo dal liceo.
Nella sua scaltrezza aveva subito notato la checchina imberbe, sculettante, dalle chiappette rotonde ed accoglienti.
Si era informato, mi aveva seguito e gli ci era voluto poco a notare che ero una puttanella che si faceva inchiappettare da mezzo paese.
La prima volta che ci trovammo in casa sua, con la scusa di metterci comodi mi chiese di spogliarmi, educatamente obbedii subito, si trovò davanti la bambolina dalle forme morbide, il pisello piccolo, due bei capezzoli ritti, la bocca carnosa ed umida ed i lunghi capelli boccolosi. Lo sguardo di chi già conosce il cazzo.
Mi fece girare un po’ su me stesso, per guardarmi meglio.
Era estasiato, mi infilò la lingua in bocca, mentre mi accarezzava mi chiese di piegarmi, poi me la passò fra le chiappe, mi leccò tutto il solco poi si soffermò sul buchetto.
Praticamente mi penetrava con la lingua, la spingeva dentro, la muoveva un po’, la tirava fuori poi ricominciava.
“Mhh… che tenero… Rosy… dolce come il miele… guarda, la lingua ci entra… non farò fatica… che bello… adesso facciamo una cosa che da quanto ho visto conosci già bene che secondo me ti piace… slurp… è vero che ti piace, Rosy?”.
Annuii, volenterosa.
Bagnò bene l’orifizio, appoggiò il grosso, vecchio cazzo rugoso, comunque durissimo e carico di esperienza, al culo, lo fece scorrere fino al pertugio umido poi cercò di penetrarmi.
All’inizio fece fatica, nonostante i numerosi cazzi che mi avevano già slabbrato il culo.
Il suo era veramente grosso, un bel ventisei per diciannove.
Finalmente entrò, preciso preciso, fra i miei squittii, allargando tutto quanto.
Quando lo ebbe infilato tutto si fermò alcuni istanti, come per godere della sensazione avvolgente dello sfintere.
“Uhm… che bello, è stretto, pensavo peggio”.
Prese a sbattermi con vigore, io, fra un gemito e l’altro, gli spiegai che era strano che fosse entrato con fatica perché facevo questa cosa fin da piccolo, ce l’avevo spanato e capitava di rado che provassi dolore, ma forse perché il suo era grosso ed erano passati tre giorni dall’ultima volta che me l’avevano messo nel culo e mi ero riposato un po’, che normalmente venivo inculato tutti i giorni, anche più di una volta al giorno.
Bartolo lo spinse dentro il più possibile e sborrò, sbuffando come un bufalo.
Stava lì a guardarmi mentre, in bagno, cacavo la sua sborra, informandosi su chi fossero i maschi che mi scopavano, cosa gli piaceva fare, dove succedeva. Alcune cose le sapeva già e trovarono conferma, altre le scoprì lì. Era piacevole parlare con lui.
Mi offrì la merenda, poi disse che il suo cazzo non mi sarebbe mai mancato, me lo avrebbe dato ogni volta fosse stato possibile, che mi avrebbe procurato qualche mutandina carina, arrapante.
Continuò dicendo che non mi dovevo vergognare di prenderlo nel culo, che ognuno ha la sua indole, io ero nato maschio ma in realtà ero una femmina.
Gli risposi che non capivo bene cosa ero, mi avevano sempre scopato e mi era sempre piaciuto.

 


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