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MANUEL

La mia testa strofina ritmicamente sul pavimento su e giù, mentre sento le sue dita entrare e uscire da me. Un piacevolissimo bruciore mi rende consapevole di essere vivo e di trovarmi al posto giusto, con la persona giusta e nella posizione giusta.
Non ero Manuel, non ero un avvocato. Ero un buco nero che allargava il suo spazio.
Perdo la cognizione del tempo e quando toglie definitivamente le mani dal gioco mi sento improvvisamente, di nuovo, maledettamente vuoto e cosciente. Con l’unica differenza che sono
aperto e butto fuori l’aria che per non so quanto tempo è entrata nel mio retto. Mi sto comportando come un oggetto e forse non è normale, anche se tutto ciò mi eccita.
Mi lascia così. Si alza, prende un’altra sigaretta che si porta subito in bocca. Si mette comodo in poltrona e inizia a soffiare quel fumo di nicotina e catrame nella mia caverna. Mi sento inquinato dentro.

Davvero, non sto bene, perché questa azione di potere che ha verso di me mi fa venire l’uccello ancora più duro.
Sono la sua discarica. Cazzo cosa darei per masturbarmi e venire. Sento la cenere della sigaretta sulla mia schiena. Scotta al contatto della pelle, ma si spegne immediatamente. Non mi infastidisce e spero che si accenda un’altra sigaretta e continui ad occuparsi di me in quel modo. Ma il gioco termina proprio quando arriva al filtro. Spegne la cicca nella mia ciotola e si alza dalla poltrona. Dalla scatola prende un sex toy rosso, a forma di uovo un po’ allungato, con una base molto larga a ventosa. Lo cosparge di lubrificante, si mette in ginocchio e con molta delicatezza lo spinge dentro il mio pertugio che sento infiammarsi. Fa male ma riesco a sopportare se il prezzo da pagare è essere stato bravo. Bramo per un suo complimento. Non fiato, prendo un bel respiro, e spingo, cercando di allargare lo sfintere per accogliere con tutto me stesso il giocattolone che finalmente entra riempiendomi completamente.
«Bravo cucciolo!» la sua mano mi accarezza i capelli e mi concede qualche pacca affettuosa sul sedere.
Mi sento come se fossi costipato. Sento le pareti interne del retto che si espandono per accogliere tutta quella abbondanza e cercano di rilassarsi per come possono, cercando di fare spazio all’ospite. Mordo il labbro per il dolore che si fonde subito con il piacere, e mi abbandono alla sensazione di lussuria e sodomia.
Con la faccia schiacciata al pavimento lo vedo allontanarsi in direzione dell’armadio a specchio. Prende dei pantaloni da tuta, una maglia. Mi chiedo perché si stia vestendo. Dalla scatola prende una benda per occhi nera, che mi mette senza se e senza ma. Improvvisamente buio pesto. Sento la presenza delle sue scarpe vicino al mio viso. Non vorrà per caso schiacciarmi la faccia o prenderla a calci? Lo sento allontanarsi. Dopo qualche minuto torna. Sento il rumore di qualcosa che si poggia a terra, vicino al mio corpo.
«Vado fuori a mangiare qualcosa. Se hai sete la ciotola è vicino a te, piena.»
Non disse altro.
I suoi passi vicini pian piano si allontanano, e poi il tonfo della porta d’ingresso, che si chiude.

Mi sento solo come un cane e spero che questo sia uno scherzo o parte del gioco.
La schiena e la fascia lombare iniziano a dolere. Da quanto tempo mi trovo in questa posizione? Non credo che reggerò a lungo, sono sfinito. Ho fame e sete.
Con il muso cerco la ciotola, la trovo, accidentalmente tocco con il labbro la cicca, prima di poter leccare il liquido al suo interno. Ha un forte odore di ammoniaca. A meno che il suo intento non sia quello di avvelenarmi, avrà riempito la scodella di piscio. Deglutisco e questo pensiero mi riporta di nuovo in erezione. Diventano sempre più dolorose non potendomi toccare. Iniziano a farmi male le palle. Sorseggio con la lingua fin quando, dissetato, mi butto su un fianco per lasciare riposare la schiena. Chiudo gli occhi, comunque non sto vedendo nulla. Il pavimento freddo placa i miei bollori e in poco tempo Orfeo mi abbraccia.
Sobbalzo quando sento delle mani addosso. Non so per quanto tempo ho perso i sensi. Mi calmo quando percepisco che sono carezze e piacevoli pacche. Rimango interdetto. Sono gesti affettuosi e mi domando se in camera con me non ci sia un estraneo.
Sento la benda scivolare via verso la fronte, e finalmente, nella penombra lo vedo.
«Come stai?» domanda Riccardo con toni gentili.
Non so cosa rispondere. Il suo atteggiamento morbido mi confonde. Era forse finito il gioco? Era una prova da superare?
«Bene, Signore.» rispondo incerto.
Mi slega i polsi e le caviglie da quell’imbracatura. Vorrei tanto alzarmi in piedi per sgranchirmi le gambe e scrocchiare ogni vertebra della schiena, ma credo sia opportuno non rischiare e torno a quattro zampe. Su questo sono certo di non sbagliare.
«Avvicinati che ti tolgo la supposta dal culo.»
Sfila il plug e sento il retto risucchiare aria.
«Sei bello spanato, questo è quello che voglio vedere.» è incredibile come questa sensazione di sentirsi aperto in due non mi faccia vergognare. Mi sento fottutamente sincero.
«Hai fame?» chiede.
«Sì, Signore.»
«Immaginavo. Hai un padrone affettuoso che pensa anche ai tuoi bisogni.» si alza, ed esce dalla camera.

Torna con una busta da fast food, aprendola scopre dei resti di un panino non consumato per intero, sarebbero bastati tre morsi per finirlo. Amen, meglio poco che niente pur di placare questa fame.
Poggia la carta che avvolge il pane e la carne a terra, e mi sorride. Istintivamente mi fiondo con le mani su quella scarsità, afferro il cibo che cade subito a terra, dopo aver ricevuto una sberla sulle dita prima di poter addentare il pasto.
«Che cazzo fai? I cani mangiano dalla bocca non con le zampe.»
Mi viene da piangere. Non per lo schiaffo, non per la fame. Ma perché questi rimproveri, gli insulti, l’essere considerato un cane, mi fanno provare la vergogna inconfessabile e inconfutabile di essere felice in questo ruolo. Mi muovo per la stanza recuperando con la bocca i resti di un panino spappolato. Mentre spazzolo il cibo mi domando chi sono. Cosa sto diventando. Perché sono di nuovo in erezione. Non so se a queste domande voglio avere risposta, vivo il momento, e per ora esploro questa parte di me con lui che riesce a farla emergere.

Tratto dal libro Ascolta chi sei, by Master Daddy.

 


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