Un segreto per un segreto

Un segreto per un segreto

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Non mi avevi sentito entrare.
Eri preso da altro.
Mamma era dovuta scappare e mi aveva lasciato sul pianerottolo. Avrei dovuto bussare ma sapevo che la porta era aperta.
Pensa se quel giorno avessi bussato… non sarebbe mai successo.
Entrai in salotto sicura di trovarti davanti al televisore invece eri in piedi in una posizione buffa buffa, piegato un po in avanti e avevi il respiro veloce.
Da dove ti vedevo io, alle spalle, non mi era chiaro. Vedevo solo un braccio tremare velocemente.
Girando intorno al divano vidi.
In una mano il telefonino che rapiva i tuoi occhi e nell’altra stringevi qualcosa all’altezza della vita.
Non capii subito. Ma quando lo feci, invece che spaventarmi la cosa mi accese qualcosa dentro.
Rimasi a guardare la tua mano come ipnotizzata. Il movimento copriva e scopriva la punta di quel che sapevo avevano i maschi… la mamma lo chiamava pisellino, ma mi fu chiaro da subito che non aveva nulla di piccolo: ricordo mi sembrò strano si chiamasse in quel modo.
Dalla tua bocca uscivano gemiti e parole frettolose che non capivo fino a che, ad un certo punto, la tua mano fermò il suo veloce avanzare e ti sentii imprecare contro una donna che non sapevo chi fosse, e dalla punta del pisellino uscì con irruenza uno schizzo bianco e denso. Poi un altro e un altro ancora. Uscì altro ancora ma senza finire sul pavimento di fronte a te, ma colando su quello che ero certa non si chiamasse pisellino.

La mano liberò quella parte di te, i tuoi occhi si chiusero.
Qualcosa mi disse che il momento era passato.
“Buongiorno Vittorio la mamma è dovuta scappare e mi ha lasciata qui fuori… torna tra un paio d’ore.”
Sul tuo viso si disegnò un espressione mai vista, spaventata forse. Mi guardavi e con le mani cercavi di sistemare quella parte di te, che fino a poco prima era ritta e fiera e ora molle e cadente, nei pantaloni.
Farfugliavi parole che non capivo, con la coperta del divano copristi le gocce che erano eruttate sul pavimento.
Poi i tuoi occhi erano fissi su di me, come non gli avevo mai visti. E mi sentii colpevole.
“Scusi, avrei dovuto bussare.”
Il tuo sospiro fu lungo e pesante.
“Devi sempre. Sei stata maleducata.”
Nella mia ignoranza, nella mia poca esperienza di vita di bambina di sette anni, ti avevo salvato e servito una possibilità di fuga che hai colto sapientemente.
Un segreto per un segreto.
Tu non avresti detto a mamma del mio orribile comportamento e io non avrei mai raccontato a nessuno cosa avevo visto.
Quel giorno i cartoni in tv non erano interessanti come al solito. E nemmeno la storia di quel principe con la sua rosa vanitosa che ogni tanto mi leggevi. Non lo sapevo ma sentivo che ero cambiata.

 

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