Un condominio molto speciale: Serena

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Un condominio molto speciale: Serena

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Quando mio fratello chiuse la porta alle sue spalle, e sentii i suoi passi allontanarsi nel giardino, mi sentii l’uomo più solo e più triste del mondo. Non potevo neppure immaginare che invece mi si stavano schiudendo le porte del paradiso, e me ne sarei accorto nel giro di pochi giorni.
Sistemai rapidamente le mie cose, dopo aver fatto un rapido giro di ricognizione della casa, poi andai in cucina, dove cercai di soffocare quel senso di tristezza con biscottini alla crema ed una tazza di caffè.
Impiegai qualche giorno per abituarmi all’ambiente piccolo ma estremamente confortevole della casa. Avevo notato che da ogni poltrona, seggiola, dal letto e perfino dal gabinetto e dalla vasca da bagno, una finestra piccola o grande che fosse, lasciava spaziare l’occhio sulle montagne e sulle pianure che circondavano il villaggio. Da qualunque punto, il meraviglioso paesaggio esterno si faceva ammirare come un quadro appeso alla parete.
Quando scendeva la sera, seduto alla piccola tavola e poi nella poltrona del salottino, le finestre si aprivano su una notte nera, carica di profumi, rintocchi lontani, brevi rumori.
Ciò che fino a quel momento non avevo notato, era che tutto intorno alla casa che abitavo, il villaggio era debolmente illuminato, ma le finestre delle abitazioni, al pari delle mie, erano tutte aperte, e si poteva vedere all’interno la vita che vi si svolgeva.
Mi divertiva poter vedere, seduto comodamente in poltrona, le persone che si muovevano, parlavano, sedevano nelle loro case, senza che i rumori della loro vita mi raggiungessero. Era un grande acquario, pieno di luce e di colori.
Spensi tutte le luci, e mi accomodai al centro della camera. Tre pareti avevano grandi finestre fino a terra. Sulla quarta parete, c’era la porta che dava alla cucina. Nel salone, tra una finestra e l’altra, una scala a muro saliva verso un soppalco, dove trovava luogo un salottino, la camera da letto ed il bagnetto.
Anche questi, sebbene fossero sacrificati da un tetto che scendeva ad un metro da terra, erano rischiarati da finestre lunghe e luminose, dalle quali potevo vedere i primi piani delle altre case.
A luci spente, mi accorsi che il paesaggio della vita che mi respirava intorno, era particolarmente divertente. Nessuno aveva pensato di tirare le tende, certi che in quell’appartamento (il mio) disabitato da anni, alcun occhio indiscreto avesse potuto scrutare nelle loro case.
Già dalle sei di sera nell’appartamento sul lato nord c’era aria di intimità. La coppia di ragazzi che vi abitava, si rincorreva ridendo per la casa, e vedevo accendersi le luci delle camere al loro passaggio.
Non riuscivo a vedere i loro visi, perché erano lontani, ma le figure erano ben delineate, ed i corpi snelli che si abbracciavano e si ritraevano, per poi ricongiungersi, erano belli.
Dalla finestra ad est si vedevano due anziani coniugi ed un giovane che passava la serata sdraiato sul divano davanti alla televisione.
Ad ovest c’erano due appartamenti. L’uno con le finestre accese, ma non si riusciva a scorgere chi vi fosse alloggiato l’altro al buio totale. Sul pianerottolo che dava al mio appartamento, c’era un’altra porta, che dava accesso ad un appartamento speculare rispetto a quello che abitavo.
Non sentivo rumori forti provenire dall’interno, e le finestre mi erano completamente nascoste. Potevo solo immaginare che vi abitasse qualcuno, perché molto raramente il suono di una voce, un tintinnio di piatti e bicchieri mi raggiungeva nel silenzio ovattato.
Mi accorsi che mi stavo divertendo a guardare nelle case degli altri, e me ne vergognai. Senza accendere la luce andai in cucina, abbassai la tapparella, poi girai l’interruttore della lampada centrale e mi misi a cucinare qualcosa in fretta.
Mentre mangiavo, sentivo dentro di me crescere l’eccitazione e la curiosità per questa nuova esperienza, ma cercavo di rallentare il ritmo delle cose da fare. Avevo davanti a me un tempo infinito: giorni, mesi, in cui avrei dovuto dare un ordine alla mia vita e ricominciare tutto daccapo.
Tornai in salotto, sedetti sul divano con un libro, ma prima di accendere la luce, rischiarato solo dalla lampada della cucina, detti uno sguardo ai miei nuovi vicini di casa.
A nord i ragazzi erano seduti a tavola. Continuavano a ridere, ed ogni istante era buono per alzarsi, accarezzarsi e tornare a sedersi.
Gli anziani ad ovest erano in camere diverse. Il ragazzo nella sua camera. La madre in sala rigovernava la tavola. Il padre non si vedeva.
Vedevo chiaramente che il ragazzo era disteso sul letto, e leggeva.
L’altro appartamento ad ovest era occupato da tre donne. Una più matura e due ragazze.
C’erano altre case, più lontane, con le finestre illuminate, ma l’angolazione e la lontananza non mi consentivano di vedere cosa stesse succedendo al loro interno.
I ragazzi della finestra nord avevano cominciato a sparecchiare, e si apprestavano ad uscire. Lui, in camera, seduto sul letto stava infilandosi scarpe pesanti da neve, mentre lei era in bagno. La tendina leggera che velava la finestra davanti al wc lasciava intuire la sua forma in posizione seduta.
Ad un tratto, lui entrò e si pose davanti allo specchio. Lei finse di lamentarsi, ma si alzò e lo raggiunse davanti al lavandino. Non aveva rialzato slip e pantaloni, ed aveva percorso il breve tratto verso il suo uomo saltellando e ridendo.
La finestra accanto al lavabo era grande, e non nascondeva nulla. Potevo chiaramente scorgere lei, che cingeva il suo uomo dalle spalle, e lui con le mani dietro la schiena cercava di accarezzare le dolci forme che si erano incollate al suo corpo.
Un bel culetto tondo e bianco, che si lasciava carezzare dalle mani di lui, e si vedeva chiaramente che nel movimento rotatorio della carezza, lui cercava di insinuarsi nel solco. Di scatto, lei si allontanò ridendo. Lui si girò e per un attimo vidi la ragazza dal davanti, con il suo piccolo triangolo scuro in luce. Il ragazzo si inginocchiò velocemente, cinse la donna con le mani e portò il suo viso ad altezza del pube della donna, affondandovi. Lei scoppiò a ridere, piegandosi verso la testa del suo amante, e si ritrasse di corsa. Si fermò solo per alzare gli slip ed i pantaloni mentre il ragazzo, tornato davanti allo specchio, terminava di sistemarsi i capelli.
Pochi istanti dopo li vidi uscire mano nella mano.
Nelle altre finestre non c’era vita. IL ragazzo sul letto era quasi immobile. Il padre e la madre si erano seduti davanti alla televisione.
Le ragazze dell’appartamento ovest erano prese dai lavori di casa. La più anziana (ma avrà avuto trent’anni) stava riponendo della biancheria in un armadio.
Una delle giovani era in bagno, e l’altra in una delle camere e sembrava impegnata in una conversazione telefonica.
Decisi che sarebbe stata una cosa giusta andare a dormire, e lasciare tutte queste persone alle loro intimità. Dopo essermi lavato rapidamente, mi infilai a letto, lasciando tutte le finestre aperte con le tende spalancate. Se mi fossi svegliato durante la notte…..

Al mattino presto sentii bussare ripetutamente alla mia porta d’ingresso. Non aspettavo nessuno e davvero non immaginavo chi potesse essere. Misi una vestaglia sulle spalle e scesi.
“mi scusi, dottore, se l’ho disturbata così presto” esordì un uomo sulla quarantina.
“Lei è il dottor Adler, non è vero?”
“si, io sono il dottor Adler. Ma non ci conosciamo….”
“la conosciamo di fama, sappiamo che lei è molto bravo, e che conduce una vita molto ritirata”
Cercai di interromperlo, si trattava certamente di un equivoco. Io ero il dottor Adler, ma non ero il medico. Lo stimato professionista, bravo quanto riservato, era mio fratello. Io ero dottore in lettere…
Non mi faceva parlare. “capisco che lei non voglia essere disturbato, ma è proprio una cosa urgente: mia moglie ha preso una grossa storta ad una caviglia, e non riesco a farla alzare dal letto. Avrebbe dovuto accompagnarmi all’aeroporto, perché sto partendo per la Cina, ma ho dovuto chiamare un taxi che ora mi sta aspettando… rischio di perdere il volo… per piacere… ci pensi lei…
“ma le dico che non sono un medico….” “ ho capito, dottore. Allora faccia finta di esserlo, almeno una volta…” e prese a correre lungo la scala che portava al giardino.
Rimasi come un babbeo sulla porta, vedendo quell’uomo svolazzare per il giardino con una valigia in una mano, il cappotto sull’altro braccio.
Non sapevo davvero come comportarmi. Inutile dire che non avevo la minima idea di come agire. Ero esperto di massaggi, per lunghissima pratica… ma niente di più. Decisi di andare dalla signora infortunata, e farle compagnia almeno finchè non fosse arrivata una guardia medica.
Era l’inquilina della porta accanto, e non faticai a varcare la soglia della loro casa, lasciata semi aperta dall’uomo in fuga. Appena dentro, chiesi ad alta voce “permesso?” ma non ricevetti risposta.
Camminai nella sala, con la curiosa sensazione di percorrere la mia casa al rovescio. Già sapevo dove andare, per trovare il letto della signora, e salii le scale facendo più rumore possibile, per far sentire che stavo arrivando.
Mi sentivo ridicolo in pigiama, pantofole e vestaglia, in casa di una persona sconosciuta, mentre salivo le scale. Ma la donna era stata messa al corrente del mio arrivo? “E’ permesso?” chiesi nuovamente ad alta voce.
“Si accomodi, dottore” mi rispose una voce leggermente rauca.
“scusi il disordine, ma non ho potuto fare niente in casa. Appena alzata ho preso questa terribile storta, e mio marito ha dovuto rimettermi a letto…”
“signora, io non sono il dottore. Sono dottore, ma non sono medico” esordii molto convinto.
“Capisco. Mi avevano detto che lei è una persona schiva, e non volevamo proprio disturbarla, ma abbiamo chiamato la guardia medica, e non c’era nessuno disponibile. “
“senta.” Iniziai, ma fui subito interrotto. Con un gesto fulmineo, aveva fatto volare le coperte e le lenzuola, mettendo a nudo un bellissimo paio di gambe. Indossava una camicia da notte chiara, molto corta. “per piacere, dottore, provi a vedere… tocchi la caviglia. Mi fa male…”
“io posso toccarla, ma ripeto, non sono medico. Ora lo sa, e non dica che non l’ho detto…”
Sorrise. Alzò leggermente la gamba, ed emettendo un gemito appoggiò il tallone sul letto. La guardai, e il suo sguardo mi sollecitò a toccare. Presi in mano la gamba all’altezza del polpaccio, e con l’altra mano tenni sollevato il piede. Così, dolcemente, iniziai a ruotare il piede lentamente. Doveva farle male, ma non era gonfio. Emise un altro gemito, ma non sembrava fosse di dolore.
La guardai e mi sorrise. Lentamente iniziò a divaricare le gambe, come a mettersi più comoda. Io stavo sudando sotto la mia vestaglia. Lo sguardo corse lungo la gamba su, verso il pizzo della camicia da notte, che ormai non riusciva più a nascondere nulla. Mi accorsi che il massaggio che stavo facendo, aveva un effetto rilassante. La signora si era distesa completamente, allontanando il cuscino, e la sua schiena si inarcava ad ogni passaggio. E la camicia da notte scivolava verso l’alto… indossava un piccolo tanga, che ad ogni movimento, lasciava scoperta una piccola porzione di pube. Lo vedevo comparire, poi si spostava, spariva e ne appariva un altro pezzo.
La mia eccitazione doveva essere molto evidente. Sudavo e la toccavo. Dentro i pantaloni del mio pigiama, il mio sesso aveva preso proporzioni enormi, e non osavo alzarmi in piedi.
Ad ogni movimento, il suo corpo scivolava lentamente verso di me, ed ora la camicia da notte era arricciata sopra un bellissimo ombelico, che trionfava su un pancino bianco, morbido, dolcissimo.
“provo a voltarmi un pochino, eh? Magari riusciamo a prendere il punto giusto” disse la donna, mentre a gambe appena divaricate, tentava di mettersi a pancia in giu, mostrandomi un culo meraviglioso, appena solcato dal filo del perizoma che si ricongiungeva al laccio sui fianchi.
Continuai a massaggiare, con due mani. La caviglia, il piede, il polpaccio. E di nuovo la caviglia.
“si liberi della vestaglia, la prego. Sta sudando per colpa mia… non si faccia dei problemi”
“signora… “iniziai perplesso “ non sono abituato a queste situazioni , capirà.. non sono presentabile” Scoppiò a ridere. Una risata che fu una sferzata ancora più energica alle mie parti basse. Sentivo che il mio membro era grosso e teso come un totem… “Le ho detto di non preoccuparsi. Mi rendo conto di quello che le sta succedendo.. non mi faccio problemi io, e non se ne faccia nemmeno lei…”
Mi liberai della vestaglia. Il pigiama era talmente tirato sulla verga che lo sguardo della donna si fissò sul mio basso ventre e non voleva spostarsi.
“Salga sul letto. Si metta a cavalcioni, e vedrà che il massaggio sarà più facile”
Eseguii. Era ormai chiaro che il gioco lo conduceva lei. Ed era altrettanto chiaro che quella storta era davvero poca cosa, se riusciva ad inarcare il suo corpo in modo tanto eloquente ad ogni passaggio delle mie mani.
Ero in ginocchio ai suoi piedi, lei giaceva supina, a gambe divaricate, e le massaggiavo con moto ondulatorio il piede, la caviglia, il polpaccio. Poi presi a massaggiare con l’altra mano l’altro piede, la caviglia, il polpaccio. Sentivo quel corpo che si abbandonava, e si muoveva come per incitarmi ad una danza tribale.
La farsa era finita. Ora non ne potevo davvero più, e volevo gettarmi sul suo corpo, toccarla tutta, baciarla ed infine…
Iniziai a proseguire con il massaggio oltre il ginocchio, dove le cosce belle sode si tuffavano nel più bel paio di chiappe avessi mai visto fino a quel momento
Massaggiavo ed avanzavo lentamente, in ginocchio, tra le sue gambe, costringendola a divaricarle sempre più. Ormai la caviglia era stata abbandonata, e le mie abili mani massaggiavano contemporaneamente le due cosce, all’esterno, poi all’interno.
Mentre salivo lentamente verso l’incrocio delle sue gambe, il minuscolo perizoma si spostava lasciando apparire un morbido pelo biondo ed un piccolo bocciolo racchiuso in due tenere labbra.
Lei sospirava, non diceva nulla. La camicia da notte era ormai a metà schiena, e desideravo sfilargliela del tutto, per vedere quel meraviglioso corpo nella sua completa nudità. Non avevo ancora visto i suoi seni, che però immaginavo belli come il resto del corpo.
Mentre le mani continuavano a massaggiare i fianchi, e con un movimento rotatorio si soffermavano sulle chiappe, morbide bianche avvicinai il viso alla sua schiena, e la baciai leggermente sul solco appena sopra il culetto. Questo le bastò per emettere un gemito più forte seguito da un fremito che mi faceva pensare ad un piccolo terremoto…
Appoggiai il mio corpo al suo, mentre le mani continuavano a percorrere i fianchi. Giunte alla camicia da notte, la afferrarono dolcemente e la portarono fino al capo della ragazza. Si impigliò nei seni che non volevano lasciarla salire, e con una mano percorsi il suo corpo dal ventre al collo, sfiorandole prima uno e poi l’altro seno, per consentire all’indumento di sfilarsi. Sotto le dita, sentii i capezzoli induriti, e finsi di ignorarli.
La testa passò dalla camicia da notte in un baleno, e nel voltarsi verso di me, vidi uno sguardo dolcissimo, con una forte carica di desiderio.
Tra noi non c’era neppure una parola. Il mio corpo era per metà a contatto con il suo. Il mio uccello era all’altezza del suo culo, che sentivo muovere in senso ondulatorio, cercando di condurre una danza propiziatoria. Certamente lei sentiva la durezza del mio cazzo, e cercava di farmi impazzire al contatto con la sua morbida porticina.
Continuai a baciarle la schiena con piccoli attacchi, a labbra aperte mentre la lingua picchiettava veloce la carne. La mia bocca saliva verso la nuca, baciava la base dei capelli, la lingua cercava le sue orecchie e vi si insinuava piano, seguendo con la punta il percorso del suo padiglione fino a raggiungere la cavità.
Le avevo allargato le braccia sul lettone, e le mie, ora che il corpo giaceva sopra il suo, che a sua volta danzava lentamente all’apice della voluttà, le mie braccia percorrevano le sue, carezzando la loro superficie, e le mani cercavano le mani, poi si ritraevano e percorrevano il cammino inverso.
“che meraviglia” si lasciò scappare in un gemito. “sei tu, meravigliosa, la fonte del piacere” le risposi.
Mi spostai accanto a lei, per consentirle di muovere il suo corpo bellissimo. Volevo vederla tutta, godere della sua immagine.
Mi ritirai in fondo al letto, mentre lei allungata in una posa conturbante, mi guardava piena di desiderio.
Con una mano iniziò a carezzarsi un fianco. Gli occhi non si staccavano dai miei. La sua bocca, me ne accorgevo solo ora, era rossa, con due labbra sottili ed una linguetta che la percorreva umettandole continuamente. La mano scivolava sulla pancia, ed un dito percorreva il contorno dell’ombelico, lentamente. Sentivo il suo sguardo, ma desideravo guardare quello spettacolo di desiderio. I suoi occhi si socchiudevano, mentre il dito terminato il suo percorso, entrava piano nel piccolo buco, e la pancia si contraeva in uno spasimo, poi la punta del dito scendeva verso il pube, disegnato da un taglio molto sapiente, ed arricciava i riccioli biondi. Poi sembrava voler risalire, ma improvvisamente si tuffava nel solco e le gambe, da aperte e morbidamente adagiate, si serravano nervose intorno al dito indagatore che si era infilato tra le grandi labbra.
Il corpo si alzava e si abbassava, L’arco della schiena lasciava intravedere la morbidezza del sedere, ed io desideravo scivolare sotto quel corpo, per sentire sul mio viso la consistenza di quella pelle che stava fremendo per il piacere.
Lentamente si voltò verso di me, facendo in modo che le gambe divaricate si trovassero proprio all’altezza del mio sguardo. In quel momento si aprì dolcemente come un fiore che si schiude, ed alzando il bacino mi mostrò il suo dito, che scivolava sul piccolo clitoride, e piano entrava nel solco per poi uscirne immediatamente e ripercorrere la stessa strada.
La mia mano andò ai bottoni del pigiama, che sgusciarono dalle loro asole, quasi fossero pronti al gioco da tempo immemorabile. Volò la giacca ed i pantaloni, chiusi solo da una cordicella allacciata, attendevano il loro turno. Quando feci per tirare i capi della cordicella, lei mi fece cenno di attendere. Sfilò il dito dal suo nascondiglio umido, e lo passò sulle sue labbra, mentre il corpo si metteva in movimento per raggiungermi. In un attimo fu davanti a me, ed il suo dito mi carezzava le labbra socchiuse. Forzò l’ingresso della mia bocca e fu dentro, accolto dalla mia lingua che lo voleva accarezzare. Il suo sapore era stupendo, e mi piaceva sentire tra le labbra ciò che fino a poco prima era stato nel suo bocciolo. Poi appoggiò le sue labbra alle mie, in un bacio tenerissimo, in cui la lingua, leggera e non invadente, leccò la mia, poi lambì i miei denti, le labbra ed uscita all’aperto, percorse il mento ed il collo.
Le mani mi tiravano leggermente per invitarmi a distendermi, ed io ubbidivo, preso da un piacere che ormai aveva coinvolto tutti i miei sensi.
La lingua proseguiva il suo cammino, ora si trovava sul petto, e con piccoli colpi cercava di raggiungere i miei capezzoli. Prima l’uno poi l’altro, li toccava leggermente, ci girava intorno e riprendeva il cammino. Poi, pentitasi di essersi allontanata, tornava e lasciava che tutta la lingua percorresse – ruvida – il piccolo promontorio. I denti si incaricavano di mordicchiare leggermente, e poi finalmente riprendeva la sua strada.
Sentivo il calore del suo corpo caldo che mi toccava. I suoi seni sfioravano il mio petto dandomi brividi di intenso piacere.
Il mio ventre era talmente teso, che il solo contatto con i suoi capelli era capace di darmi una scossa da vertigine.
Il suo viso scendeva, e la lingua continuava a toccare, prima con la punta, poi in tutta la sua lunghezza, poi ritraendosi ancora con la punta lungo la pancia, infilandosi decisa nell’ombelico ma uscendone subito per raggiungere il pube.
Le mani intanto mi carezzavano i fianchi, poi salivano, massaggiavano il collo e le dita scivolavano nella mia bocca, una dopo l’altra, per farsi succhiare teneramente. Poi, scese al cordoncino dei pantaloni, disfò il nodo e li aprì, lasciando a nudo il mio sesso prorompente.
Il suo viso aveva intanto incontrato l’ostacolo maestoso del mio uccello, che reclamava la sua parte di attenzione. Le labbra iniziarono a percorrerlo piano, dalla base alla punta, senza però che la lingua giungesse all’apice. Le mani, ora, scendevano sui fianchi e si imponevano sulla schiena, scendendo sempre più sul mio sedere.
Alzai leggermente la schiena, poggiando sui talloni, ed una mano riuscì a raggiungere il solco tra le chiappe, mentre un dito lentamente lo percorreva, cercando di regalarmi un nuovo piacere.
La bocca intanto continuava la sua scalata, e quando finalmente giunse all’apice, la lingua iniziò a solleticare prima il filetto, poi tutto intorno al glande che, grandissimo, era sensibile e teso come mai prima d’ora.
Continuò a giocare mentre le mani, tornate davanti, avevano cominciato ad accarezzare le mie palle, che irrigidite nella spasmodica erezione, erano quasi doloranti per il piacere.
Cercai i suoi occhi, e lei mi guardò teneramente. Nuda accovacciata ai miei piedi, sembrava che tra noi ci fosse una lunga storia di amore e di intesa sessuale. Sembrava che conoscesse il mio corpo alla perfezione, ed io il suo.
Con una mano prese una mia mano , e la strinse dolcemente mentre la sua bocca si aprì dolcemente per fare entrare il grosso glande. Sentivo la lingua che lo accarezzava e le labbra, serrate intorno, lo scaldavano e lo facevano fremere
Rimasi immobile. Lei gustava piano quel gioco che aveva desiderato fin dall’inizio, ed ora che lo aveva conquistato, sembrava non avesse fatto altro in vita sua che tenerlo dentro di sé, coccolandolo, succhiandolo, leccandolo con una dolcezza infinita.
Il mio corpo era fremente, teso, ogni centimetro, appena sfiorato da una mano, da un lembo della sua pelle, riportava al cervello una sensazione di intenso piacere, che poi rimbalzava nuovamente ed andava a corrispondere laggiù, in cima allo scettro che nella sua caldissima bocca, univa i nostri corpi.
Si allontanò lentamente, sempre accarezzandomi, e scivolò con il suo corpo sul mio, finchè le sue labbra, incontrata la mia bocca, mi restituirono qualche goccia dell’umore che aveva avidamente succhiato.
Mentre ci baciavamo, le mie mani presero ad accarezzare la sua pelle, la schiena che guizzava ad ogni contatto, le chiappe, poi giunte alla massima estensione del braccio, scivolavano sotto il ventre e lo percorrevano a ritroso.
Sempre a bocche unite, mentre le nostre lingue si rincorrevano in un gioco morbido e voluttuoso, la feci adagiare sulla schiena e piano mi staccai da quel bacio. Le chiusi gli occhi con le labbra e senza una parola, cominciai a tempestarla di piccoli baci dovunque. Senza un percorso stabilito, in ginocchio accanto a lei, sorretto dalle braccia, volevo essere imprevedibile, perché ogni contatto fosse assolutamente inaspettato.
Ad ogni bacio lei sussultava, e gemeva. Ora su un braccio, ora sul ventre, ora sul petto, via via che la baciavo vedevo la sua pelle incresparsi,in miriade di puntini. Era il piacere che ormai era esteso anche su tutto il suo corpo. La lingua picchettava il collo, si insinuava sotto un’ascella, poi tornava ad un orecchio e precipitava sul pube, riprendeva quota e toccava appena un capezzolo ed ancora un fianco, il ventre…
Ad un tratto, mentre questo gioco stava diventando crudele, prese con ambo le mani la mia testa, e la portò decisa in mezzo alle sue gambe, perché assaporassi il frutto di quel fantastico godimento.
Le gambe spalancate, il mio viso appoggiato su una coscia, le labbra succhiavano piano il clitoride inondato di umore salato. Un dito la penetrava lentamente, e poteva sentire il calore del suo desiderio, un altro dito sfiorava il buchino tra le chiappe, che stentava a sciogliersi ed a permettere una carezza più profonda.
Il suo corpo era completamente adagiato, immobile. Sentivo ogni tanto un guizzo dentro il ventre, che mi avvisava di aver colpito un centro del piacere più intenso, e continuavo a leccare lentamente, a succhiare dolcemente, ad accarezzare ed a penetrare. Ora anche il buchino si era ammorbidito, ed il secondo dito, lubrificato dall’umore fuoriuscito dal primo, entrava oltre il primo anello.
Con l’altra mano libera, andavo ai capezzoli, prima strofinandoli leggermente, poi con passaggi sempre più concentrici, arrivavo alla punta, che ormai era indurita. Poi strizzavo leggermente, e riprendevo la carezza dalla base.
Mi accorsi che il suo corpo era pronto, e percorrendo con la lingua tutto il corpo fino alla bocca, mi fermai a baciare quelle labbra calde che mi chiedevano la lingua, la succhiavano, e mi invitavano all’ultimo gioco.
Sopra di lei sentii le sue gambe aprirsi, e senza neppure indirizzarlo con la mano, il mio uccello entrò in lei, in quel meraviglioso antro morbido e bollente che non attendeva altro che di essere riempito.
L’ingresso fu lento e lei trattenne il fiato mentre avanzavo. Spingevo piano, e lei piano si apriva.
Giunto in fondo, e lei certamente si aspettava che mi ritraessi per iniziare il movimento, diedi ancora un colpo di reni, facendola gridare dal godimento. Le sue dita mi strinsero e le unghie mi graffiarono la schiena mentre sfilando lentamente la mia grossa spada, le davo la sensazione di voler uscire. Ed invece affondai nuovamente e mi ritrassi poi ancora ed ancora, mentre il movimento iniziava a farsi ritmato ed i nostri corpi si allacciavano sempre più.
Le alzai una gamba, mentre continuavo a pompare con vigore, e questo gesto la condizionò ad alzare anche l’altra. Così si pose con le due gambe sul mio petto, mentre ora entravo fino in fondo e le toccavo il punto del massimo piacere.
Si distese nuovamente e cercò ancora la mia bocca. Poi mi mordicchiò un labbro, e la sua bocca scivolò su un orecchio: piano sentii il calore della sua lingua che entrava.
Con le mani mi accarezzava la schiena e le sue dita, percorso tutto il solco della colonna, si insinuarono tra le mie chiappe, cercando il buchino per sollecitarlo.
Il ritmo dei miei colpi andava aumentando, e così i suoi ed i miei gemiti. Godevamo immensamente. Eravamo tutt’uno con i nostri sessi. Ed io sentivo che stavo per esplodere dentro di lei. Aprii gli occhi per cercare i suoi , e li vidi aperti e pieni di passione. Era il segnale che potevo lasciarmi andare. Aumentai ancora il ritmo, e lei mi seguì alzando ed abbassando il ventre finchè sentii il fuoco che saliva verso la punta del mio uccello e in una interminabile sequenza di sussulti e contrazioni, riversai in lei tutto il frutto del mio piacere,mentre la sentivo contrarsi, afferrarmi, sbattere ed ancora gridare tutto il suo godimento.
Restai sopra di lei, baciandole quelle labbra morbide e dolcissime, e piano sentii che il mio sesso stava uscendo dal suo ventre. La sua mano cercò la mia bocca, mi accarezzò le labbra. Mi voltai verso di lei. Le sorrisi. Restammo fermi, ascoltando i nostri respiri per molti minuti.
Poi lei si alzò rapidamente e sparì in bagno,mentre io recuperavo il mio pigiama e la vestaglia indossandoli.
Attesi il suo ritorno seduto sul letto. Ero ancora stravolto da quel tremendo fuoco.
“La tua caviglia? “ le chiesi sorridendo.
“Sei un mago. Mi hai fatto passare il dolore” rispose con una risata.
La baciai sui capelli e scesi al piano terreno guadagnando l’ingresso. Lei si apprestava a fare una doccia.
Appena a casa, corsi in bagno e feci scorrere l’acqua nella vasca, prevedendo il bagno più lungo della storia. Mentre stavo per entrare in acqua, sentii il campanello suonare. Scesi velocemente dopo aver infilato la vestaglia sulla pelle nuda, ed aprii la porta.
Lei era là, con i capelli bagnati ed arruffati ed un buffo accappatoio lunghissimo, a piedi nudi.
“come ti chiami?” mi disse sorridendo.
“Gilberto. Ma tu mi chiamerai Jill come tutti gli amici. E tu?
“Serena” e mi porse una mano che sbucava a fatica dalla lunghissima manica dell’accappatoio.
Poi si voltò, e con la manica prese ad asciugarsi i capelli mentre chiudeva la porta dietro le sue spalle.

 


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